Il caso Lampis
 
di Massimo Carloni e Antonio Perria


Il primo capitolo


Marianna

Venerdì 8 febbraio, pensa un po’ te. Nel buttare l’occhio sul calendario (piccolo, a fogli mobili e comprato coi suoi spiccioli: il suo amore per le cose belle le impediva di consultare quello, inguardabile, fatto stampare dal Comando della Legione e appeso per decreto alle pareti di ogni ufficio dipendente) Marianna Montanari ebbe coscienza di un fatto che per lei avrebbe dovuto essere sempre all’ordine del giorno. Mannaggia la pupa: era la bellezza di quindici mesi che aveva sulle spalline le due stellette di tenente e soprattutto che, per superiore volere, come primo incarico si trovava esiliata – sì, esiliata: non era forse la verità? – quaggiù a Cagliari. Quindici mesi che, a prescindere dalle tre settimane di vacanza estiva (ma in realtà si era ragionato di settembre inoltrato), si trovava a più di ottocento chilometri di distanza da Cadelbosco, provincia di Reggio Emilia, dove aveva trascorso infanzia, adolescenza e prima giovinezza coi genitori, la zia Annapaola e le compagne del liceo. Quindici mesi di ruvida gavetta, di qualche bella soddisfazione e di un gran numero di pedate fra naso e mento. Il tutto a ricordarle che la vita di un ufficiale dei carabinieri, per giunta femmina, era diversa assai da quella che ti sciroppano le brodaglie della TV.
Nel suo ufficio di via Nuoro era arrivata prima del solito, come le succedeva le poche volte che le capitava di svegliarsi presto. E che sveglia, ragazzi. Giù dal letto quella mattina si era fiondata addirittura alle sei e mezzo, causa un temporale che il colonnello del bollettino meteorologico aveva previsto soltanto per il tardo pomeriggio. Un evento tutt’altro che spiacevole, dal momento che il bagliore dei lampi con relativo tambureggiare di tuoni era stato accompagnato dal grato picchiettare della pioggia, un vero acquazzone. Uscendo più tardi dalla doccia si era avvolta nell’accappatoio tenuto in caldo davanti alla stufa, felice del freddo portato dal temporale e degli odori che l’umido aveva fatto salire dal giardinetto della palazzina. In quei quindici mesi, al pari della gente del posto aveva imparato a dare un ben diverso significato ai fenomeni atmosferici, classificati come maltempo a Cadelbosco e nel resto dell’Emilia e accolti invece qui come un regalo del Padreterno. La siccità e quel sole che picchiava da maledetto anche nel cuore dell’inverno generavano un’angoscia che finiva per aggredire anche chi era nato altrove e in passato non ne aveva sofferto.
“È permesso?…”.
Prima che potesse rispondere, la porta venne aperta e nel vano si stagliò la panciuta figura di Aureliano Passanante, l’ispettore (o per meglio dire maresciallo, vista l’impossibilità di far posto nella sua crapa al nuovo modo di indicare il grado) che nella pratica fungeva da suo vice.
“Sì?”.
“Ci sarebbe da trottare, sior tenente… Un’emergenza”.
“Dove?” si limitò a chiedere Marianna, levandosi in piedi senza intenti atletici. Di emergenze in fondo erano fatte la sue giornate. Nella vita di un carabiniere quasi tutto finisce con l’essere emergenza.
“A Sorres, un quarto d’ora da qui se ci sbrighiamo”.
La ragione, rappresentata da un disgraziato che minacciava il suicidio, gliela rese nota subito. I particolari glieli illustrò in seguito mentre la gazzella, con a bordo anche il sovrintendente Melis e il rosso Battista Marcon al volante, già si faceva largo a sirena spiegata in direzione Nord. Il traffico della città era come sempre intenso e disordinato.
Il soggetto, Passanante spiegò, aveva tenuto un comizio davanti alle bancarelle del mercato settimanale, era schizzato in chiesa e dopo aver fatto gli scalini a quattro per volta se ne stava ora in vetta al campanile della parrocchiale, deciso, a quanto diceva la richiesta di intervento, a buttarsi di sotto.
“Sì, ma il motivo di ciò?”.
“La richiesta non lo specifica. Dice soltanto di darci una mossa, che quello insomma sembra faccia sul serio”.
C’era un modo più balenco di dare inizio alla giornata? Nella piazza sulla quale si affacciava la chiesa con annesso campanile furono accolti dal comandante della stazione. Giovane, fresco di nomina, volenteroso e di discreta efficienza visto che con i cinque uomini a sua disposizione era riuscito a tenere i curiosi – la metà dei cinquemila abitanti di Sorres, c’era da scommetterci – a distanza di sicurezza. Era lì in compagnia di un tale di ampie busecche, bianco di capelli e in giacca e cravatta che come più avanti si apprese era il sindaco.
“Ispettore Poddighe, a disposizione”, si presentò l’uomo in divisa. E senza perdersi in ulteriori chiacchiere puntò il dito verso l’alto.
“Eccolo là” disse indicando la figura comparsa nel vano delle campane, a venti metri circa d’altezza. Il tizio aveva indosso blue-jeans e giaccone scuro e teneva sul capo un berrettuccio da baseball di colore rosso.
“Di chi si tratta?”.
L’ispettore Poddighe tirò fuori dalla tasca un foglietto e lesse: “Foddis Palmiro di anni 32, operaio agricolo, coniugato con Cadelano Maria Giovanna di anni 30 e padre di una creatura di sesso maschile di anni tre. Il medesimo, alle ore 7,30 di oggi venerdì 8 febbraio, portatosi nella chiesa parrocchiale e dopo aver colluttato col parroco e il sagrestano, ha raggiunto il locale da cui si accede al campanile e qui pervenuto…”.
“Perché?” lo interruppe Marianna.
“Non capisco, signor tenente…”.
“Le sto chiedendo perché se ne sta lassù sul campanile e vuole buttarsi. Ci sarà pure una ragione, o no?”.
La ragione sul foglietto di carta l’altro non l’aveva segnata. Da ciò che aveva gridato fino a pochi minuti prima, disse a ogni modo, il tizio sembrava avercela coi giudici del tribunale civile che, nel pronunciare la sentenza di separazione dalla moglie, avevano affidato a quest’ultima il loro bambino.
“L’avete rintracciata?”.
“La moglie? Purtroppo ancora no”.
S’intromise il sindaco che si presentò, piegandosi in avanti con un inchino da presentatore di spettacoli all’aperto: dottor Fortunato Motzo. Da quando aveva abbandonato il marito, ogni mattina Maria Giovanna Cadelano si metteva in macchina e andava a fare i mestieri in città, oggi presso questa e domani presso quell’altra famiglia. Domestica a ore: impossibile rintracciarla prima di sera.
“E il bambino?”.
“Lo lascia in casa di sua madre qui in paese”.
“E non si potrebbe vedere di far intervenire quest’ultima?”.
“Chi, la suocera? Se quel disgraziato la vede, garantito che si scaraventa giù di colpo. Sono stati fin dal primo momento come cane e gatto… Palmiro l’accusa di essere stata lei a convincere la figlia a lasciarlo e a mettersi con un altro”.
“E lei pensa che davvero potrebbe?…” chiese Marianna.
Il sindaco fece segno di sì. Palmiro Foddis era tanto stronzo da commettere anche questa fesseria. Sempre stato stronzo, del resto.
Si fece avanti Passanante per annunciare l’imminente arrivo dei vigili del fuoco, chiamati per tendere un telone nel caso che il tale eccetera eccetera.
“Intanto però”, soggiunse, “farei un tentativo”.
“Andare cioè lassù?”, chiese Marianna.
“Già”.
“Potrebbe essere pericoloso”.
“No, se riusciamo a farlo star calmo. Mi ci sono trovato in mezzo altre volte”.
“Andiamoci allora insieme”.
“Se permette signor tenente vengo anch’io” si offrì il sovrintendente Melis che ci teneva a mostrarsi collaborativo.
“No, mi dispiace, meglio che rimanga qui a dare una mano al comandante della stazione. Muoviamoci, Passanante”.
La scala che portava al vano delle campane era ripidissima e così stretta da rendere arduo il passaggio dei centotré chili del maresciallo. Prima dell’ultima rampa, superiore e sottoposto si fermarono per riprendere fiato. L’importante, si raccomandò il maresciallo, era non fare incazzare il candidato al salto nel vuoto.
“Provi a parlarci lei, sior tenente. Se sente una donna, capace che lo stronzo si calmi.
“Tenterò”.
Marianna salì di qualche gradino ancora, quindi studiandosi di raddolcire il più possibile la voce, chiamò l’uomo.
“Chi sei?… Cazzo vuoi?” s’infuriò il Foddis Palmiro che tuttavia, quando vide spuntare l’ufficiale che, nell’issarsi su, aveva perduto il berretto e aveva la divisa impolverata, sembrò pentirsi delle cattive maniere.
“Ha portato mio figlio?” chiese passando subito a un doveroso “lei”. “Perché io voglio il mio bambino, sa? Sono suo padre e ho diritto a tenerlo con me… sempre con me…”.
“Lo rivedrà solo se non combinerà sciocchezze” rispose Marianna. “Cerchi di ragionare: il bambino potrà tenerlo un po’ lei e un po’ sua moglie secondo quello che presumibilmente ha stabilito il giudice”.
“No, lo voglio tutto per me… Mica deve crescere con quella puttana merdosa…”.
“Lei non deve pensare più a sua moglie… Pensi invece al futuro di suo figlio e al suo stesso futuro… Un bravo lavoratore, un bel giovane come lei ha il diritto, anzi il dovere di rifarsi una vita…”.
Marianna capì di aver detto la più convincente delle cazzate poiché l’altro non ribatté. Tentare di immobilizzarlo adesso mettendo a frutto le ore di judo che si era sgagnata durante gli anni di accademia? Il soggetto non raggiungeva il metro e sessanta e non dava impressione di grande robustezza. Meglio però non rischiare: venne fuori del tutto dalla stretta tromba delle scale, si piazzò di fronte all’uomo con le palme delle mani rivolte verso di lui in segno di pace e fece in modo che voltasse la schiena così da dare a Passanante l’opportunità di intervenire.
“Allora, da bravo, vediamo di ragionare un po’…” disse quando alle spalle dell’ometto vide spuntare Passanante.
“C’è poco da ragionare… Voglio solo che il mio bambino…” prese a dire il Foddis Palmiro.
Il resto della frase si tramutò in un urlo di rabbia. Il maresciallo lo aveva abbrancato per le gambe, atterrato e schiacciato col suo quintale e passa contro il pavimento.
“Disgraziati, figli di grandissima puttana…”.
Una sberla di semplice avvertimento lo convinse a passare dalla protesta al lamento, nel suo caso entrambi inutili.
Anche questa era fatta, disse l’espressione di Passanante quando, tirandosi appresso l’ormai ex-candidato al suicidio, riguadagnò la canonica e consegnò la preda al comandante della stazione dei carabinieri. Esaurita la gran rottura della relazione di servizio e delle carte da firmare, lui, il tenente e il resto della spedizione avrebbero potuto volgere di nuovo la prua in direzione di via Nuoro. Si volta pagina, ragazzi.

* * *

Che quello non sarebbe stato da archiviare come il più tranquillo venerdì dell’anno Marianna lo capì quando, subito dopopranzo, approdò di nuovo nella sede del reparto. Sul suo tavolo, contrassegnati da una freccia col pennarello rosso, vi erano due fogli. Uno era a firma del comandante ed era lì da appena due minuti visto che il capitano Serafino Dell’Acqua aveva sottolineato con il medesimo pennarello l’ora, le 14,29, e fungeva da accompagnamento al secondo, una e-mail proveniente dal reparto operativo dei carabinieri di Perugia.

RO-Pe 34065 cr/ug

Pregasi Comando in indirizzo fornire sollecita informativa su LAMPIS FEDERICO di anni 58, nato a Cagliari e ivi residente in via Sebastiano Satta 202, di professione imprenditore. Il medesimo, qui giunto alle ore 12 del giorno 5 febbraio u.s. e presa dimora presso l’Hôtel Sole, risulta dalla stessa struttura ricettiva mancante presumibilmente a partire dalla stessa sera, non essendo ivi rientrato per trascorrervi la notte. Poiché presumesi trattarsi di persona di ragguardevoli disponibilità economiche, fra le ipotesi della descritta assenza vi è quella del fatto doloso.
Capitano comandante del reparto operativo dei carabinieri di Perugia, f.to Antenore Crivelli


Il biglietto di accompagnamento del suo diretto superiore la pregava, o per meglio dire le ordinava, di far avere subito al pari grado perugino le informazioni richieste. Perché avesse scaricato la rogna su di lei, che aveva avuto il suo daffare tutta la mattina causa il tale appollaiato in cima al campanile, anziché sul tenente anziano che le risultava non essersi ancora schiodato dal suo ufficio, rappresentava il solito irrisolto mistero. Forse lei al capitano ispirava più fiducia, si consolò, o addirittura la riteneva più capace. Chissà.
Chiamò Passanante al quale, senza far troppe storie, consegnò la richiesta del reparto operativo di Perugia.
“Ne ha già sentito parlare?” gli domandò.
L’ispettore, o maresciallo come preferiva essere chiamato, annuì.
“Del tizio? Sì e guardi che lo ha conosciuto anche lei, sior tenente” soggiunse.
“Io? E in quale occasione?”.
“A quello spettacolo di beneficenza nella sala dell’Auditorium per non so più che cosa”.
“Quando?”.
“Sotto Natale: un tale elegantino, corporatura snella e media statura, che si dava un gran daffare”.
“Coi capelli tinti e l’unico con un papillon a fiorellini?”.
“Che avesse i capelli tinti non l’ho notato, ma ricordo il cravattino. Sì, si tratta proprio del nostro uomo”.
Marianna ne aveva una sbiadita memoria visiva. Confusamente ricordava un tizio piuttosto appiccicoso per via dei complimenti rivolti alla sua persona quando glielo aveva presentato il comandante della Legione, altro gran dispensatore di salamelecchi. Ci sono uomini, specie oltre una certa età, che non riescono a trovarsi davanti a una donna (sicuramente carina e di belle forme come lei, ma magari anche leggermente storta, poco importava) senza piantarle gli occhi lumacosi addosso a valutare la misura del reggiseno e la pienezza del perimetro posteriore.
“Bene, mi faccia avere tutto ciò che le riesce di trovare”.
Marianna congedò il suo prezioso collaboratore. Sapeva che Aureliano Passanante non gradiva trafficare col computer, ma era certa che le avrebbe fatto avere pure le virgole. Sul suo scrupolo c’era da scommetterci.
Nell’attesa di avere le informazioni da trasmettere a Perugia vide di sbrigare le cosucce che teneva in sospeso nella vaschetta di sinistra della scrivania, ma presto se ne stufò e allungò la mano verso il telefono: ma sì, facciamo quattro chiacchiere con la gente di casa.
Rispose sua madre e non suo padre, come avrebbe preferito che fosse.
“Ti rubo un minutino per sapere come stai, come sta papà e soprattutto come sta la zia Annapaola…”.
I minutini risultarono venti giacché sua madre spaziò sull’intero arco delle informazioni ambientali e familiari, partendo naturalmente dalla situazione meteorologica che faceva da ouverture a gran parte delle sue conversazioni (“…neve e nebbia, mia cara, freddo fino a meno nove e ancora nebbia e neve come non la ricordavo da anni”). I suoi dolori alle articolazioni erano sempre della stessa intensità nonostante le cure alle quali si sottoponeva (“…non mi resta che provare con l’agopuntura e magari chiedere l’intercessione di qualche santo”). Di uguale ed eterna portata il malumore nei confronti del marito che adesso si era messo in testa di giocare all’Enalotto, il matto, dicendosi arcisicuro che avrebbe finito col vincere. Il solo punto positivo era rappresentato dalla zia Annapaola la quale, sebbene fosse ormai vicina agli ottantuno, si era ripresa dall’ultima botta ed era tornata vispa quasi come prima (“…vuol sapere sempre di te, ma non so cosa risponderle visto che mica ci fai sapere le cose che ti succedono”).
Liquidata come Dio volle sua madre, Marianna calcolò che Passanante ne avrebbe avuto per un po’ e fu tentata di chiamare l’autista Marcon perché l’accompagnasse in centro. Molto le sarebbe piaciuto finire in un cinema e vedere un film che non fosse uno dei consueti reperti archeologici trasmessi dalla televisione. Ma andarci da sola, sedersi sulla poltroncina e non avere qualcuno con cui scambiare mezza parola non era prospettiva allettante. Niente da fare, insomma. Questo della solitudine cui la divisa la condannava era uno degli aspetti che meno digeriva della sua presente esistenza. Non avere una persona davvero amica, si rammaricò, o magari un ragazzo, un uomo: non necessariamente ancora da adorare, come aveva avuto la sventura che le accadesse col transfuga che l’aveva dolcemente scaricata ormai due anni orsono lasciandola con l’anima costellata di ecchimosi. Fu tentata di riprendere in mano il telefono e chiamare una delle poche amiche con le quali dopo l’ingresso in Accademia aveva mantenuto un filo di rapporto. O magari di fare il numero del suo ex-lui (sì, lo teneva ancora segnato nell’agendina che due Natali prima le aveva regalato la zia Annapaola), del mostro di cui nelle pause del lavoro a volte le tornavano alla memoria il sapore delle labbra e il calore delle mani, cosi provvide e gentili: oh, soltanto un salutino, niente che potesse essere scambiato per un tentativo di riprendere il cammino interrotto… Rimase per qualche minuto lì lì per cedere all’improvviso desiderio, ma a impedirglielo si incaricò Passanante che, contrariamente alle previsioni, si presentò molto prima del previsto con una cartellina di plastica contenente le stampate di quattro diverse informative riguardanti il Federico Lampis la cui sorte teneva in ansia il comandante del reparto operativo di Perugia.
La prima era della questura di Cagliari, era firmata da un certo commissario Parriello ed era relativa alle elezioni regionali di trent’anni prima, quando ancora vigeva il sistema proporzionale. Dio solo sapeva in virtù di quale scambio di favori era finita nella banca dati della Benemerita.

Q/Ca/Digos 945 dc
In evasione alla V/s di cui al prot. Min, dirap 13917 del 7 maggio u.s. si trasmette la richiesta informativa sui sigg. Candidati della lista “Scudo crociato con scritta libertas” (Democrazia Cristiana) per la circoscrizione di competenza…


omissis

LAMPIS FEDERICO di Efisio, di anni 28, studente universitario (Facoltà di scienze politiche). Il medesimo non risulta avere un’occupazione regolarmente retribuita, ma, grazie alla condizione benestante della famiglia, ha sempre condotto vita agiata. Appartenente da oltre un decennio al locale circolo diocesano di Azione cattolica, risulta iscritto alla Democrazia Cristiana, corrente riferita all’On. Prof. Amintore Fanfani, di cui massimo rappresentante per l’Isola è il capolista.
La sua appartenenza all’Azione cattolica, l’appoggio del clero e la stima di cui gode da parte dei dirigenti del predetto partito fanno ritenere assai probabile, nonostante la giovane età, la sua elezione a consigliere regionale.


Una seconda informativa, stavolta del Comando della legione, dava semplicemente conto dell’esito della consultazione elettorale e del successo ottenuto da Federico Lampis, risultato al quarto posto della sua lista con 11.842 voti di preferenza. Anche il sottufficiale incaricato doveva avergli dato il proprio voto poiché si esprimeva nei suoi confronti in termini di sconfinata ammirazione.

RO Ca/ 1757 up – Oggetto: LAMPIS FEDERICO

Omissis

In obbedienza alla richiesta di cui al prot. MinD/ n. 496 del giorno 13 andante, prontamente si trasmettono i dati relativi al nominativo in rubrica segnato.
Nonostante in conseguenza dell’impegno politico ancora non risulti aver conseguito la laurea nella Facoltà dell’Università di Cagliari, cui risulta iscritto da anni otto, trattasi di persona di notevole preparazione e assai vasta cultura. È candidato a ricoprire la carica di presidente della commissione regionale per l’agricoltura, spettante alla formazione politica alla quale appartiene da lunga data. Coniugato con FOGU ASSUNTA di anni 29 (un anno più del di lei legittimo consorte), benestante, di professione d.d.c. e senza figli. Esperite le opportune indagini, niente si evidenzia a carico del nominato LAMPIS FEDERICO per quanto attiene la moralità e il rispetto dalla legge.
f.to Maresciallo Maggiore Bestetti Davide

Le ultime due informative erano in relazione alla domanda di concessione del porto d’armi per esercizio della caccia e per il successivo rinnovo. L’uomo risultava libero da carichi pendenti, anche a livello di semplice contravvenzione.
Marianna sedette al computer per condensare in un’unica informativa, da inviare su a Perugia al capitano Crivelli, ciò che Passanante aveva trovato, ma fece appena in tempo a pigiare il pulsantino dell’accensione che subito squillò il telefono. Era il maresciallo Nuti, che comandava la stazione Villanova, con sede nello stesso edificio di via Nuoro. Chiedeva l’intervento del reparto operativo per decidere in merito a un caso presentatosi un’ora prima e tuttora lontano dall’essere risolto.
“Se lei non ha nulla in contrario…”.
“Che roba è?”.
“Storia abbastanza delicata fra due coniugi. La moglie accusa il marito addirittura di tentato omicidio, ma forse ascoltando lei, signor tenente… Sa, fra persone del medesimo sesso…”.
Era la seconda volta nella giornata che qualcuno le mollava una patata bollente per il fatto che oltre ad avere le due stellette di ufficiale era anche donna. Stava succedendo un po’ troppo spesso.
“Arrivo” disse comunque.
La faccenda era meno complicata del previsto. La moglie, una morona che, da come si leggeva sul foglio passatole dal maresciallo, faceva Maria Giuseppa, detta Giusy, di nome e Amatangelo di cognome, nata ventiquattro anni prima ad Acerra in provincia di Napoli, puntava il dito sul marito Adalberto Figus che contava quasi il doppio dei suoi anni.
“’Sto disgraziato…” aprì le valvole non appena Marianna entrò nell’ufficio in compagnia di Aureliano Passanante.
“’Sto disgraziato, che?”.
“Adesso le spiego”.
Secondo quanto la morona espose con foga e condendo la sua prosa con pittoresche annotazioni a carico del marito, costui avrebbe corretto la minestra e perfino il caffelatte a lei destinati con un medicinale per stordirla e probabilmente cancellarla dal mondo. Faceva colazione e si sentiva la testa pesante e con un gran desiderio di buttarsi di nuovo a dormire. Pranzava e le succedeva lo stesso. Insomma aveva avuto il sospetto che proprio quella mattina era divenuto certezza.
“’Sto delinquente…” alzò la voce puntando un dito luccicante di anelli in direzione del Figus. “Ho la prova che mi stava avvelenando…”
“Sarebbe a dire?” la stoppò Marianna.
Con mossa di una certa risultanza drammatica, Giusy aprì la borsetta e, tenendola con due dita, agitò davanti agli occhi dell’ufficiale e dei due ispettori una boccettina.
“Ecco la prova” disse in tono di trionfo. “Tavor si chiama… un calmante che così come mi è stato spiegato…”.
Si lanciò nella cronaca dell’accaduto. Avendo avuto, ripeté, qualche dubbio in proposito, si era data da fare e fruga che ti fruga aveva scoperto la boccettina nascosta nientemeno che tra gli arnesi da pesca che suo marito teneva nello sgabuzzino a fianco della cucina.
“Scusi”, sentì il bisogno di intervenire Passanante, “ma come fa a essere certa che suo marito abbia usato il calmante per…”.
“Perché oggi l’ho visto” gridò trionfante la morona, passando subito a illustrare il risultato delle sue indagini.
Era successo poco dopo le tre del pomeriggio, mentre erano in soggiorno. Nella speranza di coglierlo sul fatto, aveva chiesto al marito di andare in cucina a prenderle un bicchiere d’acqua e, in punta di piedi, gli era andata dietro.
“L’ho beccato mentre faceva cadere le gocce nel bicchiere, ’sto maledetto… Gli ho strappato la bottiglietta e non ha potuto negare… Lui, mio marito… lui mi vuole morta…”.
“Cazzo dici, cretina?” finalmente anche l’accusato fece udire la sua voce. “Volevo darti le gocce, dieci come dice il foglietto illustrativo, per calmarti ché sei sempre agitata e con te non si riesce più a vivere…”.
“Bugiardo e stronzo”.
“’Fanculo”.
“’Fanculo te”.
Dopo buoni cinque minuti di battibecco fra i due, Marianna alzò la voce e ristabilì la calma. Adalberto Figus, che del resto aveva confessato, si decise a spiegare in che cosa consisteva l’agitazione che lo aveva indotto a prendere la deprecabile iniziativa tesa a curare la sua Giusy.
“Il fatto è”, disse con un filo di voce, “che non la reggo più… Mattina e sera appiccicata a me, a stuzzicarmi e dire che devo capire le sue esigenze e così di seguito… Perché lei, cercate di capirmi, è proprio scatenata…”.
“Sessualmente parlando?” interloquì Passanante. Era noto che mal sopportava le sfumature.
Sessualmente parlando, confermò la poco elegante mimica di Maria Giuseppa Amatangelo sul cui volto si era dipinta una smorfia di compatimento, o forse anche di disprezzo, all’indirizzo del marito.
In termini più chiari, incoraggiato a dire pane al pane, il povero Figus spiegò che di fronte alla carica ormonale della giovane donna che aveva imprudentemente portato all’altare, si era accorto della progressiva inadeguatezza delle proprie capacità al riguardo. E così, a tutela della sua salute e anche se vogliamo di quella della consorte, su consiglio di un collega dell’Intendenza di finanza si era procurato un flaconcino di Tavor.
“Le voglio sempre bene, mica volevo ucciderla…” piagnucolando chiuse la sua autodifesa.
Alle sei del pomeriggio anche questa rogna era passata agli archivi. Congedati i due coniugi (che continuavano a beccarsi ma, una volta sfogatisi davanti a estranei, con molta minore virulenza) il comandante della stazione aveva steso la denuncia da inoltrare alla Procura della repubblica. I fatti descritti erano relativi a una somministrazione illegale di farmaci pericolosi per la salute pubblica, reato ben lontano dal tentato omicidio. A Marianna Montanari fu così possibile tornare nel suo ufficio per buttar giù l’informativa da indirizzare al capitano Crivelli. Non era come andare al cinema, non era come uscire a spasso e poi pastrugnarsi con l’ex-lui, ma era sempre un modo per passare il tempo.


Torna indietro