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Il caso Lampis
di Massimo Carloni e Antonio Perria
Il primo capitolo
Marianna
Venerdì 8 febbraio, pensa un po’ te. Nel
buttare l’occhio sul calendario (piccolo, a fogli mobili e comprato coi suoi
spiccioli: il suo amore per le cose belle le impediva di consultare quello,
inguardabile, fatto stampare dal Comando della Legione e appeso per decreto alle
pareti di ogni ufficio dipendente) Marianna Montanari ebbe coscienza di un fatto
che per lei avrebbe dovuto essere sempre all’ordine del giorno. Mannaggia la
pupa: era la bellezza di quindici mesi che aveva sulle spalline le due stellette
di tenente e soprattutto che, per superiore volere, come primo incarico si
trovava esiliata – sì, esiliata: non era forse la verità? – quaggiù a Cagliari.
Quindici mesi che, a prescindere dalle tre settimane di vacanza estiva (ma in
realtà si era ragionato di settembre inoltrato), si trovava a più di ottocento
chilometri di distanza da Cadelbosco, provincia di Reggio Emilia, dove aveva
trascorso infanzia, adolescenza e prima giovinezza coi genitori, la zia
Annapaola e le compagne del liceo. Quindici mesi di ruvida gavetta, di qualche
bella soddisfazione e di un gran numero di pedate fra naso e mento. Il tutto a
ricordarle che la vita di un ufficiale dei carabinieri, per giunta femmina, era
diversa assai da quella che ti sciroppano le brodaglie della TV.
Nel suo ufficio di via Nuoro era arrivata prima del solito, come le succedeva le
poche volte che le capitava di svegliarsi presto. E che sveglia, ragazzi. Giù
dal letto quella mattina si era fiondata addirittura alle sei e mezzo, causa un
temporale che il colonnello del bollettino meteorologico aveva previsto soltanto
per il tardo pomeriggio. Un evento tutt’altro che spiacevole, dal momento che il
bagliore dei lampi con relativo tambureggiare di tuoni era stato accompagnato
dal grato picchiettare della pioggia, un vero acquazzone. Uscendo più tardi
dalla doccia si era avvolta nell’accappatoio tenuto in caldo davanti alla stufa,
felice del freddo portato dal temporale e degli odori che l’umido aveva fatto
salire dal giardinetto della palazzina. In quei quindici mesi, al pari della
gente del posto aveva imparato a dare un ben diverso significato ai fenomeni
atmosferici, classificati come maltempo a Cadelbosco e nel resto dell’Emilia e
accolti invece qui come un regalo del Padreterno. La siccità e quel sole che
picchiava da maledetto anche nel cuore dell’inverno generavano un’angoscia che
finiva per aggredire anche chi era nato altrove e in passato non ne aveva
sofferto.
“È permesso?…”.
Prima che potesse rispondere, la porta venne aperta e nel vano si stagliò la
panciuta figura di Aureliano Passanante, l’ispettore (o per meglio dire
maresciallo, vista l’impossibilità di far posto nella sua crapa al nuovo modo di
indicare il grado) che nella pratica fungeva da suo vice.
“Sì?”.
“Ci sarebbe da trottare, sior tenente… Un’emergenza”.
“Dove?” si limitò a chiedere Marianna, levandosi in piedi senza intenti
atletici. Di emergenze in fondo erano fatte la sue giornate. Nella vita di un
carabiniere quasi tutto finisce con l’essere emergenza.
“A Sorres, un quarto d’ora da qui se ci sbrighiamo”.
La ragione, rappresentata da un disgraziato che minacciava il suicidio, gliela
rese nota subito. I particolari glieli illustrò in seguito mentre la gazzella,
con a bordo anche il sovrintendente Melis e il rosso Battista Marcon al volante,
già si faceva largo a sirena spiegata in direzione Nord. Il traffico della città
era come sempre intenso e disordinato.
Il soggetto, Passanante spiegò, aveva tenuto un comizio davanti alle bancarelle
del mercato settimanale, era schizzato in chiesa e dopo aver fatto gli scalini a
quattro per volta se ne stava ora in vetta al campanile della parrocchiale,
deciso, a quanto diceva la richiesta di intervento, a buttarsi di sotto.
“Sì, ma il motivo di ciò?”.
“La richiesta non lo specifica. Dice soltanto di darci una mossa, che quello
insomma sembra faccia sul serio”.
C’era un modo più balenco di dare inizio alla giornata? Nella piazza sulla quale
si affacciava la chiesa con annesso campanile furono accolti dal comandante
della stazione. Giovane, fresco di nomina, volenteroso e di discreta efficienza
visto che con i cinque uomini a sua disposizione era riuscito a tenere i curiosi
– la metà dei cinquemila abitanti di Sorres, c’era da scommetterci – a distanza
di sicurezza. Era lì in compagnia di un tale di ampie busecche, bianco di
capelli e in giacca e cravatta che come più avanti si apprese era il sindaco.
“Ispettore Poddighe, a disposizione”, si presentò l’uomo in divisa. E senza
perdersi in ulteriori chiacchiere puntò il dito verso l’alto.
“Eccolo là” disse indicando la figura comparsa nel vano delle campane, a venti
metri circa d’altezza. Il tizio aveva indosso blue-jeans e giaccone scuro e
teneva sul capo un berrettuccio da baseball di colore rosso.
“Di chi si tratta?”.
L’ispettore Poddighe tirò fuori dalla tasca un foglietto e lesse: “Foddis
Palmiro di anni 32, operaio agricolo, coniugato con Cadelano Maria Giovanna di
anni 30 e padre di una creatura di sesso maschile di anni tre. Il medesimo, alle
ore 7,30 di oggi venerdì 8 febbraio, portatosi nella chiesa parrocchiale e dopo
aver colluttato col parroco e il sagrestano, ha raggiunto il locale da cui si
accede al campanile e qui pervenuto…”.
“Perché?” lo interruppe Marianna.
“Non capisco, signor tenente…”.
“Le sto chiedendo perché se ne sta lassù sul campanile e vuole buttarsi. Ci sarà
pure una ragione, o no?”.
La ragione sul foglietto di carta l’altro non l’aveva segnata. Da ciò che aveva
gridato fino a pochi minuti prima, disse a ogni modo, il tizio sembrava avercela
coi giudici del tribunale civile che, nel pronunciare la sentenza di separazione
dalla moglie, avevano affidato a quest’ultima il loro bambino.
“L’avete rintracciata?”.
“La moglie? Purtroppo ancora no”.
S’intromise il sindaco che si presentò, piegandosi in avanti con un inchino da
presentatore di spettacoli all’aperto: dottor Fortunato Motzo. Da quando aveva
abbandonato il marito, ogni mattina Maria Giovanna Cadelano si metteva in
macchina e andava a fare i mestieri in città, oggi presso questa e domani presso
quell’altra famiglia. Domestica a ore: impossibile rintracciarla prima di sera.
“E il bambino?”.
“Lo lascia in casa di sua madre qui in paese”.
“E non si potrebbe vedere di far intervenire quest’ultima?”.
“Chi, la suocera? Se quel disgraziato la vede, garantito che si scaraventa giù
di colpo. Sono stati fin dal primo momento come cane e gatto… Palmiro l’accusa
di essere stata lei a convincere la figlia a lasciarlo e a mettersi con un
altro”.
“E lei pensa che davvero potrebbe?…” chiese Marianna.
Il sindaco fece segno di sì. Palmiro Foddis era tanto stronzo da commettere
anche questa fesseria. Sempre stato stronzo, del resto.
Si fece avanti Passanante per annunciare l’imminente arrivo dei vigili del
fuoco, chiamati per tendere un telone nel caso che il tale eccetera eccetera.
“Intanto però”, soggiunse, “farei un tentativo”.
“Andare cioè lassù?”, chiese Marianna.
“Già”.
“Potrebbe essere pericoloso”.
“No, se riusciamo a farlo star calmo. Mi ci sono trovato in mezzo altre volte”.
“Andiamoci allora insieme”.
“Se permette signor tenente vengo anch’io” si offrì il sovrintendente Melis che
ci teneva a mostrarsi collaborativo.
“No, mi dispiace, meglio che rimanga qui a dare una mano al comandante della
stazione. Muoviamoci, Passanante”.
La scala che portava al vano delle campane era ripidissima e così stretta da
rendere arduo il passaggio dei centotré chili del maresciallo. Prima dell’ultima
rampa, superiore e sottoposto si fermarono per riprendere fiato. L’importante,
si raccomandò il maresciallo, era non fare incazzare il candidato al salto nel
vuoto.
“Provi a parlarci lei, sior tenente. Se sente una donna, capace che lo stronzo
si calmi.
“Tenterò”.
Marianna salì di qualche gradino ancora, quindi studiandosi di raddolcire il più
possibile la voce, chiamò l’uomo.
“Chi sei?… Cazzo vuoi?” s’infuriò il Foddis Palmiro che tuttavia, quando vide
spuntare l’ufficiale che, nell’issarsi su, aveva perduto il berretto e aveva la
divisa impolverata, sembrò pentirsi delle cattive maniere.
“Ha portato mio figlio?” chiese passando subito a un doveroso “lei”. “Perché io
voglio il mio bambino, sa? Sono suo padre e ho diritto a tenerlo con me… sempre
con me…”.
“Lo rivedrà solo se non combinerà sciocchezze” rispose Marianna. “Cerchi di
ragionare: il bambino potrà tenerlo un po’ lei e un po’ sua moglie secondo
quello che presumibilmente ha stabilito il giudice”.
“No, lo voglio tutto per me… Mica deve crescere con quella puttana merdosa…”.
“Lei non deve pensare più a sua moglie… Pensi invece al futuro di suo figlio e
al suo stesso futuro… Un bravo lavoratore, un bel giovane come lei ha il
diritto, anzi il dovere di rifarsi una vita…”.
Marianna capì di aver detto la più convincente delle cazzate poiché l’altro non
ribatté. Tentare di immobilizzarlo adesso mettendo a frutto le ore di judo che
si era sgagnata durante gli anni di accademia? Il soggetto non raggiungeva il
metro e sessanta e non dava impressione di grande robustezza. Meglio però non
rischiare: venne fuori del tutto dalla stretta tromba delle scale, si piazzò di
fronte all’uomo con le palme delle mani rivolte verso di lui in segno di pace e
fece in modo che voltasse la schiena così da dare a Passanante l’opportunità di
intervenire.
“Allora, da bravo, vediamo di ragionare un po’…” disse quando alle spalle
dell’ometto vide spuntare Passanante.
“C’è poco da ragionare… Voglio solo che il mio bambino…” prese a dire il Foddis
Palmiro.
Il resto della frase si tramutò in un urlo di rabbia. Il maresciallo lo aveva
abbrancato per le gambe, atterrato e schiacciato col suo quintale e passa contro
il pavimento.
“Disgraziati, figli di grandissima puttana…”.
Una sberla di semplice avvertimento lo convinse a passare dalla protesta al
lamento, nel suo caso entrambi inutili.
Anche questa era fatta, disse l’espressione di Passanante quando, tirandosi
appresso l’ormai ex-candidato al suicidio, riguadagnò la canonica e consegnò la
preda al comandante della stazione dei carabinieri. Esaurita la gran rottura
della relazione di servizio e delle carte da firmare, lui, il tenente e il resto
della spedizione avrebbero potuto volgere di nuovo la prua in direzione di via
Nuoro. Si volta pagina, ragazzi.
* * *
Che quello non sarebbe stato da archiviare
come il più tranquillo venerdì dell’anno Marianna lo capì quando, subito
dopopranzo, approdò di nuovo nella sede del reparto. Sul suo tavolo,
contrassegnati da una freccia col pennarello rosso, vi erano due fogli. Uno era
a firma del comandante ed era lì da appena due minuti visto che il capitano
Serafino Dell’Acqua aveva sottolineato con il medesimo pennarello l’ora, le
14,29, e fungeva da accompagnamento al secondo, una e-mail proveniente dal
reparto operativo dei carabinieri di Perugia.
RO-Pe 34065 cr/ug
Pregasi Comando in indirizzo fornire sollecita informativa su LAMPIS FEDERICO di
anni 58, nato a Cagliari e ivi residente in via Sebastiano Satta 202, di
professione imprenditore. Il medesimo, qui giunto alle ore 12 del giorno 5
febbraio u.s. e presa dimora presso l’Hôtel Sole, risulta dalla stessa struttura
ricettiva mancante presumibilmente a partire dalla stessa sera, non essendo ivi
rientrato per trascorrervi la notte. Poiché presumesi trattarsi di persona di
ragguardevoli disponibilità economiche, fra le ipotesi della descritta assenza
vi è quella del fatto doloso.
Capitano comandante del reparto operativo dei carabinieri di Perugia, f.to
Antenore Crivelli
Il biglietto di accompagnamento del suo diretto superiore la pregava, o per
meglio dire le ordinava, di far avere subito al pari grado perugino le
informazioni richieste. Perché avesse scaricato la rogna su di lei, che aveva
avuto il suo daffare tutta la mattina causa il tale appollaiato in cima al
campanile, anziché sul tenente anziano che le risultava non essersi ancora
schiodato dal suo ufficio, rappresentava il solito irrisolto mistero. Forse lei
al capitano ispirava più fiducia, si consolò, o addirittura la riteneva più
capace. Chissà.
Chiamò Passanante al quale, senza far troppe storie, consegnò la richiesta del
reparto operativo di Perugia.
“Ne ha già sentito parlare?” gli domandò.
L’ispettore, o maresciallo come preferiva essere chiamato, annuì.
“Del tizio? Sì e guardi che lo ha conosciuto anche lei, sior tenente” soggiunse.
“Io? E in quale occasione?”.
“A quello spettacolo di beneficenza nella sala dell’Auditorium per non so più
che cosa”.
“Quando?”.
“Sotto Natale: un tale elegantino, corporatura snella e media statura, che si
dava un gran daffare”.
“Coi capelli tinti e l’unico con un papillon a fiorellini?”.
“Che avesse i capelli tinti non l’ho notato, ma ricordo il cravattino. Sì, si
tratta proprio del nostro uomo”.
Marianna ne aveva una sbiadita memoria visiva. Confusamente ricordava un tizio
piuttosto appiccicoso per via dei complimenti rivolti alla sua persona quando
glielo aveva presentato il comandante della Legione, altro gran dispensatore di
salamelecchi. Ci sono uomini, specie oltre una certa età, che non riescono a
trovarsi davanti a una donna (sicuramente carina e di belle forme come lei, ma
magari anche leggermente storta, poco importava) senza piantarle gli occhi
lumacosi addosso a valutare la misura del reggiseno e la pienezza del perimetro
posteriore.
“Bene, mi faccia avere tutto ciò che le riesce di trovare”.
Marianna congedò il suo prezioso collaboratore. Sapeva che Aureliano Passanante
non gradiva trafficare col computer, ma era certa che le avrebbe fatto avere
pure le virgole. Sul suo scrupolo c’era da scommetterci.
Nell’attesa di avere le informazioni da trasmettere a Perugia vide di sbrigare
le cosucce che teneva in sospeso nella vaschetta di sinistra della scrivania, ma
presto se ne stufò e allungò la mano verso il telefono: ma sì, facciamo quattro
chiacchiere con la gente di casa.
Rispose sua madre e non suo padre, come avrebbe preferito che fosse.
“Ti rubo un minutino per sapere come stai, come sta papà e soprattutto come sta
la zia Annapaola…”.
I minutini risultarono venti giacché sua madre spaziò sull’intero arco delle
informazioni ambientali e familiari, partendo naturalmente dalla situazione
meteorologica che faceva da ouverture a gran parte delle sue conversazioni
(“…neve e nebbia, mia cara, freddo fino a meno nove e ancora nebbia e neve come
non la ricordavo da anni”). I suoi dolori alle articolazioni erano sempre della
stessa intensità nonostante le cure alle quali si sottoponeva (“…non mi resta
che provare con l’agopuntura e magari chiedere l’intercessione di qualche
santo”). Di uguale ed eterna portata il malumore nei confronti del marito che
adesso si era messo in testa di giocare all’Enalotto, il matto, dicendosi
arcisicuro che avrebbe finito col vincere. Il solo punto positivo era
rappresentato dalla zia Annapaola la quale, sebbene fosse ormai vicina agli
ottantuno, si era ripresa dall’ultima botta ed era tornata vispa quasi come
prima (“…vuol sapere sempre di te, ma non so cosa risponderle visto che mica ci
fai sapere le cose che ti succedono”).
Liquidata come Dio volle sua madre, Marianna calcolò che Passanante ne avrebbe
avuto per un po’ e fu tentata di chiamare l’autista Marcon perché
l’accompagnasse in centro. Molto le sarebbe piaciuto finire in un cinema e
vedere un film che non fosse uno dei consueti reperti archeologici trasmessi
dalla televisione. Ma andarci da sola, sedersi sulla poltroncina e non avere
qualcuno con cui scambiare mezza parola non era prospettiva allettante. Niente
da fare, insomma. Questo della solitudine cui la divisa la condannava era uno
degli aspetti che meno digeriva della sua presente esistenza. Non avere una
persona davvero amica, si rammaricò, o magari un ragazzo, un uomo: non
necessariamente ancora da adorare, come aveva avuto la sventura che le accadesse
col transfuga che l’aveva dolcemente scaricata ormai due anni orsono lasciandola
con l’anima costellata di ecchimosi. Fu tentata di riprendere in mano il
telefono e chiamare una delle poche amiche con le quali dopo l’ingresso in
Accademia aveva mantenuto un filo di rapporto. O magari di fare il numero del
suo ex-lui (sì, lo teneva ancora segnato nell’agendina che due Natali prima le
aveva regalato la zia Annapaola), del mostro di cui nelle pause del lavoro a
volte le tornavano alla memoria il sapore delle labbra e il calore delle mani,
cosi provvide e gentili: oh, soltanto un salutino, niente che potesse essere
scambiato per un tentativo di riprendere il cammino interrotto… Rimase per
qualche minuto lì lì per cedere all’improvviso desiderio, ma a impedirglielo si
incaricò Passanante che, contrariamente alle previsioni, si presentò molto prima
del previsto con una cartellina di plastica contenente le stampate di quattro
diverse informative riguardanti il Federico Lampis la cui sorte teneva in ansia
il comandante del reparto operativo di Perugia.
La prima era della questura di Cagliari, era firmata da un certo commissario
Parriello ed era relativa alle elezioni regionali di trent’anni prima, quando
ancora vigeva il sistema proporzionale. Dio solo sapeva in virtù di quale
scambio di favori era finita nella banca dati della Benemerita.
Q/Ca/Digos 945 dc
In evasione alla V/s di cui al prot. Min, dirap 13917 del 7 maggio u.s. si
trasmette la richiesta informativa sui sigg. Candidati della lista “Scudo
crociato con scritta libertas” (Democrazia Cristiana) per la circoscrizione di
competenza…
omissis
LAMPIS FEDERICO di Efisio, di anni 28, studente
universitario (Facoltà di scienze politiche). Il medesimo non risulta avere
un’occupazione regolarmente retribuita, ma, grazie alla condizione benestante
della famiglia, ha sempre condotto vita agiata. Appartenente da oltre un
decennio al locale circolo diocesano di Azione cattolica, risulta iscritto alla
Democrazia Cristiana, corrente riferita all’On. Prof. Amintore Fanfani, di cui
massimo rappresentante per l’Isola è il capolista.
La sua appartenenza all’Azione cattolica, l’appoggio del clero e la stima di cui
gode da parte dei dirigenti del predetto partito fanno ritenere assai probabile,
nonostante la giovane età, la sua elezione a consigliere regionale.
Una seconda informativa, stavolta del Comando della legione, dava semplicemente
conto dell’esito della consultazione elettorale e del successo ottenuto da
Federico Lampis, risultato al quarto posto della sua lista con 11.842 voti di
preferenza. Anche il sottufficiale incaricato doveva avergli dato il proprio
voto poiché si esprimeva nei suoi confronti in termini di sconfinata
ammirazione.
RO Ca/ 1757 up – Oggetto: LAMPIS FEDERICO
Omissis
In obbedienza alla richiesta di cui al prot.
MinD/ n. 496 del giorno 13 andante, prontamente si trasmettono i dati relativi
al nominativo in rubrica segnato.
Nonostante in conseguenza dell’impegno politico ancora non risulti aver
conseguito la laurea nella Facoltà dell’Università di Cagliari, cui risulta
iscritto da anni otto, trattasi di persona di notevole preparazione e assai
vasta cultura. È candidato a ricoprire la carica di presidente della commissione
regionale per l’agricoltura, spettante alla formazione politica alla quale
appartiene da lunga data. Coniugato con FOGU ASSUNTA di anni 29 (un anno più del
di lei legittimo consorte), benestante, di professione d.d.c. e senza figli.
Esperite le opportune indagini, niente si evidenzia a carico del nominato LAMPIS
FEDERICO per quanto attiene la moralità e il rispetto dalla legge.
f.to Maresciallo Maggiore Bestetti Davide
Le ultime due informative erano in
relazione alla domanda di concessione del porto d’armi per esercizio della
caccia e per il successivo rinnovo. L’uomo risultava libero da carichi pendenti,
anche a livello di semplice contravvenzione.
Marianna sedette al computer per condensare in un’unica informativa, da inviare
su a Perugia al capitano Crivelli, ciò che Passanante aveva trovato, ma fece
appena in tempo a pigiare il pulsantino dell’accensione che subito squillò il
telefono. Era il maresciallo Nuti, che comandava la stazione Villanova, con sede
nello stesso edificio di via Nuoro. Chiedeva l’intervento del reparto operativo
per decidere in merito a un caso presentatosi un’ora prima e tuttora lontano
dall’essere risolto.
“Se lei non ha nulla in contrario…”.
“Che roba è?”.
“Storia abbastanza delicata fra due coniugi. La moglie accusa il marito
addirittura di tentato omicidio, ma forse ascoltando lei, signor tenente… Sa,
fra persone del medesimo sesso…”.
Era la seconda volta nella giornata che qualcuno le mollava una patata bollente
per il fatto che oltre ad avere le due stellette di ufficiale era anche donna.
Stava succedendo un po’ troppo spesso.
“Arrivo” disse comunque.
La faccenda era meno complicata del previsto. La moglie, una morona che, da come
si leggeva sul foglio passatole dal maresciallo, faceva Maria Giuseppa, detta
Giusy, di nome e Amatangelo di cognome, nata ventiquattro anni prima ad Acerra
in provincia di Napoli, puntava il dito sul marito Adalberto Figus che contava
quasi il doppio dei suoi anni.
“’Sto disgraziato…” aprì le valvole non appena Marianna entrò nell’ufficio in
compagnia di Aureliano Passanante.
“’Sto disgraziato, che?”.
“Adesso le spiego”.
Secondo quanto la morona espose con foga e condendo la sua prosa con pittoresche
annotazioni a carico del marito, costui avrebbe corretto la minestra e perfino
il caffelatte a lei destinati con un medicinale per stordirla e probabilmente
cancellarla dal mondo. Faceva colazione e si sentiva la testa pesante e con un
gran desiderio di buttarsi di nuovo a dormire. Pranzava e le succedeva lo
stesso. Insomma aveva avuto il sospetto che proprio quella mattina era divenuto
certezza.
“’Sto delinquente…” alzò la voce puntando un dito luccicante di anelli in
direzione del Figus. “Ho la prova che mi stava avvelenando…”
“Sarebbe a dire?” la stoppò Marianna.
Con mossa di una certa risultanza drammatica, Giusy aprì la borsetta e,
tenendola con due dita, agitò davanti agli occhi dell’ufficiale e dei due
ispettori una boccettina.
“Ecco la prova” disse in tono di trionfo. “Tavor si chiama… un calmante che così
come mi è stato spiegato…”.
Si lanciò nella cronaca dell’accaduto. Avendo avuto, ripeté, qualche dubbio in
proposito, si era data da fare e fruga che ti fruga aveva scoperto la boccettina
nascosta nientemeno che tra gli arnesi da pesca che suo marito teneva nello
sgabuzzino a fianco della cucina.
“Scusi”, sentì il bisogno di intervenire Passanante, “ma come fa a essere certa
che suo marito abbia usato il calmante per…”.
“Perché oggi l’ho visto” gridò trionfante la morona, passando subito a
illustrare il risultato delle sue indagini.
Era successo poco dopo le tre del pomeriggio, mentre erano in soggiorno. Nella
speranza di coglierlo sul fatto, aveva chiesto al marito di andare in cucina a
prenderle un bicchiere d’acqua e, in punta di piedi, gli era andata dietro.
“L’ho beccato mentre faceva cadere le gocce nel bicchiere, ’sto maledetto… Gli
ho strappato la bottiglietta e non ha potuto negare… Lui, mio marito… lui mi
vuole morta…”.
“Cazzo dici, cretina?” finalmente anche l’accusato fece udire la sua voce.
“Volevo darti le gocce, dieci come dice il foglietto illustrativo, per calmarti
ché sei sempre agitata e con te non si riesce più a vivere…”.
“Bugiardo e stronzo”.
“’Fanculo”.
“’Fanculo te”.
Dopo buoni cinque minuti di battibecco fra i due, Marianna alzò la voce e
ristabilì la calma. Adalberto Figus, che del resto aveva confessato, si decise a
spiegare in che cosa consisteva l’agitazione che lo aveva indotto a prendere la
deprecabile iniziativa tesa a curare la sua Giusy.
“Il fatto è”, disse con un filo di voce, “che non la reggo più… Mattina e sera
appiccicata a me, a stuzzicarmi e dire che devo capire le sue esigenze e così di
seguito… Perché lei, cercate di capirmi, è proprio scatenata…”.
“Sessualmente parlando?” interloquì Passanante. Era noto che mal sopportava le
sfumature.
Sessualmente parlando, confermò la poco elegante mimica di Maria Giuseppa
Amatangelo sul cui volto si era dipinta una smorfia di compatimento, o forse
anche di disprezzo, all’indirizzo del marito.
In termini più chiari, incoraggiato a dire pane al pane, il povero Figus spiegò
che di fronte alla carica ormonale della giovane donna che aveva imprudentemente
portato all’altare, si era accorto della progressiva inadeguatezza delle proprie
capacità al riguardo. E così, a tutela della sua salute e anche se vogliamo di
quella della consorte, su consiglio di un collega dell’Intendenza di finanza si
era procurato un flaconcino di Tavor.
“Le voglio sempre bene, mica volevo ucciderla…” piagnucolando chiuse la sua
autodifesa.
Alle sei del pomeriggio anche questa rogna era passata agli archivi. Congedati i
due coniugi (che continuavano a beccarsi ma, una volta sfogatisi davanti a
estranei, con molta minore virulenza) il comandante della stazione aveva steso
la denuncia da inoltrare alla Procura della repubblica. I fatti descritti erano
relativi a una somministrazione illegale di farmaci pericolosi per la salute
pubblica, reato ben lontano dal tentato omicidio. A Marianna Montanari fu così
possibile tornare nel suo ufficio per buttar giù l’informativa da indirizzare al
capitano Crivelli. Non era come andare al cinema, non era come uscire a spasso e
poi pastrugnarsi con l’ex-lui, ma era sempre un modo per passare il tempo.
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