Il caso Mauriziano
Come allungare le mani su ospedali, terre, palazzi
Nuova edizione aggiornata e corretta

 
di Lorenzo Gigli e Michele Ruggiero


Introduzione

Questo libro non è un giallo. Anche se a volte ci si è stupiti nel parlare dell’Ordine dei cavalieri di San Maurizio e San Lazzaro (e dei suoi ospedali piemontesi) come vittima di una congiura. Quest’azione presuppone congiurati, complicità, favoreggiamenti di chi poteva vedere e denunciare e invece ha taciuto. Fantapolitica? Dietrologia? Nella realtà, l’Ordine corre il serio rischio di essere liquidato, sotterrato sotto il peso del suo passivo economico. O forse soppresso lo è già, mentre scriviamo, o lo sarà quando andremo in stampa. La sua sorte è nelle mani del ministro dell’Interno Pisanu che continua a negare drastiche soluzioni, decreti di liquidazione coattiva. I principali detrattori dell’Ordine Mauriziano affermano che l’agonia deriva dai conti in rosso. Vero. A volte, però, si precipita in una diabolica spirale di debiti, perché altri rifiutano di saldare i propri conti.
Quella che stiamo per raccontare è la triste parabola discendente di un Ordine, nato nella seconda metà del Cinquecento in Piemonte, che ha edificato ospedali, insegnato mestieri, salvato vite umane. Per quattro secoli, ha curato nella fede cattolica i corpi che cattolicissimi eserciti provvedevano a martoriare. È sopravvissuto alla guerra dei Trenta Anni, all’arroganza del Re Sole, alla Rivoluzione francese e a Napoleone Bonaparte, al crollo della monarchia. Più volte sotto tutela, ha risalito la china e riconquistato l’autonomia che gli attribuisce la Costituzione repubblicana. Nel 2002 è accaduto l’imprevedibile: l’Ordine Mauriziano è stato commissariato. Ma chi doveva fare chiarezza sui motivi del dissesto finanziario, applicare l’aritmetica ai codici di giustizia ed equità morale, giura che l’Ente ha perduto la sua genuina ragione di esistenza e ne propone la liquidazione coattiva. Le conclusioni sono del commissario straordinario governativo, la dottoressa Anna Maria D’Ascenzo, nominato dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per l’accertamento della verità. Una verità manichea: da una parte i bugiardi, dall’altra i sinceri. Bugiardi, secondo il suo metro di giudizio, sono gli ex vertici del Mauriziano che hanno proceduto a spese faraoniche privi di autorizzazione regionale e coperture finanziarie. Amici dei Bugiardi sono i sindacati, i medici, i dipendenti dell’Ente contrari ad accettare il suo piano industriale. Simpatizzanti dei bugiardi, le amministrazioni locali influenzate, sostiene ancora il commissario straordinario del governo, dalle imminenti scadenze elettorali, e le associazioni di categoria restie alla alienazione dei beni agricoli dell’Ordine. I sinceri? Non c’è di che dubitare: la dottoressa D’Ascenzo insieme con i suoi collaboratori e la Regione Piemonte. Osserviamoli da vicino, partendo dalla coda…
Quello che ci ha sempre infastidito della Regione Piemonte è la reiterata excusatio non petita, queste scuse non richieste con cui ha negato i crediti vantati dall’Ordine Mauriziano nei suoi confronti. Il presidente della giunta piemontese, poi governatore Enzo Ghigo, e il dottor Antonio D’Ambrosio, di recente dimessosi da assessore regionale alla Sanità, hanno sempre categoricamente affermato: “Noi non abbiamo alcuna responsabilità. La Regione non deve nulla al Mauriziano”. Parole che non ci hanno mai del tutto convinto perché da decenni gli ospedali mauriziani fornivano (e forniscono) ricoveri, diagnosi, cure, interventi chirurgici, Pronto Soccorso, a centinaia di migliaia di cittadini. Servizi pagati dalla Regione, all’Umberto I di Torino, agli ospedali di Lanzo Torinese e Valenza Po, al poliambulatorio di Luserna San Giovanni, all’Ircc, il centro antitumori di Candiolo. Una gestione nota e verificabile attraverso la lettura degli atti amministrativi e della contabilità generale. Allora, com’è stato possibile che solo sul finire del 2002 siano stati sfiduciati la presidente dell’Ordine, Emilia Bergoglio, e il suo direttore generale Gian Paolo Zanetta? E per quale arcano, se rimossi i responsabili, il passivo ha proseguito nella sua folle ascesa, fino ad arrivare alla considerevole cifra di 800 miliardi di vecchie lire, secondo stime fornite il 23 settembre 2003 dallo stesso commissario straordinario? Chi controlla i controllori?
Un breve passo indietro. Nel gennaio del 2003 il capogruppo consiliare della Margherita in consiglio regionale Antonio Saitta esibì una lettera datata 18 novembre 2002. Era firmata dal neo commissario straordinario. All’epoca, la dottoressa D’Ascenzo, appena trasferita a Torino per sanare il bilancio dissestato, scriveva al Presidente della Regione Piemonte, Enzo Ghigo, ai ministri dell’Interno Giuseppe Pisanu, del Tesoro Giulio Tremonti, della Salute Girolamo Sirchia. E che in poche righe, riconosceva all’Ordine Mauriziano quello che l’Ordine chiedeva insistentemente dall’inizio della sua crisi finanziaria. Cioè la D’Ascenzo riconosceva che l’ente è “un prestatore di pubblici servizi come del resto riconosciuto dalla Regione stessa fino a pochi anni prima. […] Certo è che il notevole scostamento tra la produzione sanitaria raggiunta dagli ospedali di questo Ordine e il relativo valore convenzionalmente riconosciuto da codesta Regione – e l’ancora l’inferiore importo poi effettivamente pagato – è una concausa importante del dissesto finanziario dell’Ente”. Il Commissario aggiungeva che per evitare la cessazione di prestazioni sanitarie di rilevante interesse pubblico: “[…] si richiede che codesta Regione disponga la immediata corresponsione delle somme dovute e non ancora pagate”. Tirate le somme, Anna Maria D’Ascenzo elencava i crediti da riscuotere dalla Regione Piemonte: oltre 100 milioni di euro, 200 miliardi di lire.
Una tesi in linea con quella espressa nel marzo dello stesso anno 2002 – cioè prima del commissariamento dell’Ordine Mauriziano – dal Ragioniere Generale del ministero dell’Economia e delle Finanze, che tra le cause del deficit indicava appunto le somme non corrisposte dalla Regione. L’alto dirigente dello Stato, nell’esaminare il bilancio consuntivo e il conto economico del 1999, rilevava un saldo negativo di 84 miliardi e mezzo di lire, con una diminuzione del patrimonio netto di 101 miliardi e mezzo. L’informativa era trasmessa alla Corte dei conti, al Presidente del Collegio dei Revisori e ai Servizi Civili del ministero dell’Interno diretti proprio dal prefetto Anna Maria D’Ascenzo. La copertura della perdita d’esercizio, concludeva il Ragioniere Generale “[si potrà] trovare con la definizione dei trasferimenti aggiuntivi, per attività ancora da definire con la Regione Piemonte, nonché con il ripianamento erariale dell’esercizio già segnalato alla predetta Regione, per la quale sono in corso i provvedimenti attuativi della legge promulgata in materia”.
La Regione Piemonte non ha mai risposto. Né ha mai concesso la copertura finanziaria prevista. Al contrario, le sue mosse sono sembrate ispirarsi ad una inspiegabile voglia di accanimento. Un distillato di asprezze, ipocrisie, tattiche dilatorie, blandizie verso un Ordine tutelato dalla XIV Disposizione transitoria finale della Costituzione Repubblicana, al quale una legge dello Stato del 5 novembre del 1962 riconosce personalità giuridica di diritto pubblico, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e la vigilanza del Ministro dell’Interno. Lo scontro comincia attorno al 1998. Fino all’anno precedente gli ospedali dell’Ordine Mauriziano erano riconosciuti come aziende ospedaliere di livello regionale, pagati con tariffe di classe A, il massimo. Poi, inspiegabilmente il loro peso sanitario cambia. Automaticamente muta anche il rimborso valutato alla pari di una casa di cura privata. Di qui, dalla ridotta remunerazione conteggiata per i Pronto Soccorso, le terapie intensive, i servizi generali sanitari, la gestione dell’Oncologico di Candiolo, discendono le sofferenze economiche del Mauriziano. Dunque, dall’oggi al domani il Mauriziano si è ritrovato con un buco di decine di miliardi di vecchie lire.
Un altro fattore ha contribuito a sconquassare le finanze dell’Ordine: il federalismo fiscale. Male interpretato e peggio applicato, anziché valorizzare le risorse scientifiche e sanitarie del territorio degli ospedali mauriziani, le ha deprezzate, immiserite, in una inutile quanto odiosa concorrenza con le aziende sanitarie regionali. La legge 56 del 2000 impone alle Regioni l’autonomia impositiva sulle spese sanitarie. Cioè le Regioni devono finanziare i bilanci sanitari con risorse proprie, ricorrendo se necessario a nuove tasse o riducendo i servizi. La Regione Piemonte nel 2002 ha aumentato l’Irpef dello 0,5 per cento per ripianare il deficit della sanità. Si dice, ma non sappiamo se la voce sia la classica leggenda metropolitana, che se il governatore della Regione Enzo Ghigo fosse stato correttamente informato del reale deficit sanitario (incluso il passivo dell’Ordine Mauriziano) si sarebbe evitato gli attuali conflitti politici aumentando l’Irpef di un decimo di punto.
Sarebbe però fazioso e scorretto attribuire colpe unicamente alla Regione Piemonte. Anche i vertici dell’Ordine hanno una parte di gravi responsabilità. Due e concatenati tra di loro gli errori gestionali dei consigli di amministrazione che si sono avvicendati negli ultimi anni. A monte, c’è un peccato di presunzione; l’altro è di miopia politica. L’aver aperto in contemporanea reparti quali Cardiochirurgia, Oncologia a Candiolo e Riabilitazione ha prodotto sull’amministrazione centrale un drenaggio di risorse impressionante. Dunque, una conversione di energie fisiche e intellettuali tutte schiacciate su un unico obiettivo. Il che ha finito per estraniare il Mauriziano dalla realtà circostante. Si è così perduta di vista una serie di reazioni a catena nell’ambito della sanità pubblica alle prese con un grave deficit di bilancio; delle Molinette (il più grande ospedale del Piemonte) che vissuto il new deal mauriziano come un attacco concorrenziale; della sanità privata, che vedeva erodersi importanti spazi di possibile espansione. Il secondo errore, di natura più politica, è stato quello di supporre che la Presidenza della Repubblica e il ministero dell’Interno fossero un enorme ombrello di garanzia per la copertura degli anticipi di spesa. I fatti hanno dimostrato il contrario. Del resto, i presidenti della Repubblica cambiano, così pure i governi. È una regola democratica. Rimane però in sospeso il solito interrogativo di fondo: se le remunerazioni fossero state quelle del recente passato, e mai ufficialmente sconfessate, staremmo oggi a parlare della crisi del Mauriziano? E le delibere di nuovi servizi, assunzioni, aumenti retributivi, acquisti di forniture, esaminati da rappresentanti della Regione e dei ministeri dell’Interno, della Salute, dell’Istruzione, del Tesoro, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si sarebbero trasformati in altrettanti capi d’accusa per Bergoglio e Zanetta? Una montagna di carte che concludeva il suo percorso burocratico sotto le calcolatrici di tre Revisori dei Conti nominati dal Presidente del Consiglio, dal Tesoro e dalla Regione per poi essere controfirmate dal dirigente ministeriale, prefetto Anna Maria D’Ascenzo. La stessa persona che nell’ottobre 2002 è stata nominata commissario straordinario dell’Ente Mauriziano. E allora perché nessuno ha fermato quella che ora, viene definita “grave imprudenza gestionale” dell’Ordine Mauriziano? E perché lo stesso commissario che nel 2002 riconobbe i crediti del Mauriziano, soltanto un anno dopo ne ratificò il declassamento a ospedale zonale? Ospedale zonale, cioè privato di divisioni, reparti e ambulatori, ceduto alla Regione per 50 milioni di euro, 100 miliardi di vecchie lire, e sottratto al secolare Ordine Mauriziano.
Evidentemente, vi sono due D’Ascenzo. Un caso di sdoppiamento della personalità. La prima è il fedele servitore dello Stato che ritiene corresponsabile la Regione per il deficit del Mauriziano. L’altra è colei che, accantonata la denuncia sulle responsabilità dei vertici piemontesi, scrive alle alte cariche dello Stato, che la crisi dell’Ordine è riconducibile alla mancanza di copertura finanziaria “al di fuori delle previsioni del piano sanitario regionale” soprattutto per l’Istituto della ricerca e la Cura sul Cancro di Candiolo. Rimane almeno strano, il permanente silenzio dei vertici regionali sulla questione aperta dell’ospedale Oncologico. Denuncia ancora il commissario straordinario: l’Ente “ha effettuato l’acquisto di beni e servizi relativi all’Ircc di Candiolo nonostante, convenzionalmente, la competenza fosse della Fondazione Piemontese per la Ricerca e Cura del Cancro-Onlus”. La replica del presidente della Fondazione Allegra Agnelli, pubblicata integralmente su “La Stampa” il 3 marzo 2004, è antitetica al D’Ascenzo-pensiero. Afferma Allegra Agnelli, sconfessando pubblicamente il commissario straordinario governativo: “Non c’è stato alcun trasferimento di fondi dal Mauriziano alla Fondazione; l’acquisto di beni fatto dall’Ordine per Candiolo (beni che sono e restano di proprietà dell’Ordine Mauriziano) attiene alle sue responsabilità quale gestore della parte assistenziale del Centro per averlo preso in suo, gratuitamente, alle condizioni e consistenze di cui alla Convenzione […] siglata anche dalla Regione Piemonte che ne regola i rapporti”.
Dov’è di casa la verità? E se questa verità davvero esiste, riuscirà a farsi strada prima che l’Ordine sia perduto per sempre?


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