Il caso Mauriziano
Come allungare le mani su ospedali, terre, palazzi
Nuova edizione aggiornata e corretta

 
di Lorenzo Gigli e Michele Ruggiero


Prefazione


di Mercedes Bresso

Il caso Mauriziano è una delle vicende più tristi, brutte e scandalose della Sanità piemontese, purtroppo già di per sé ricca di una casistica negativa da record. Ma in questa vicenda viene toccato e si rischia di cancellare quello che è un vero e proprio patrimonio della comunità, come sono gli ospedali dell’Ordine Mauriziano, l’antico Ordine dei cavalieri di San Maurizio e San Lazzaro e tutto il suo patrimonio artistico e terriero. Una storia, incredibile per certi versi, che il libro di Lorenzo Gigli e Michele Ruggiero ci aiuta a ripercorrere passo per passo. Pagine che ci conducono con la semplicità e la chiarezza che soltanto i numeri possono avere, alla scoperta di quanto di grave è avvenuto negli ultimi anni in Piemonte. Da presidente della provincia di Torino mi sono occupata a lungo di questa vicenda, ricavandone spesso la sensazione che si cercasse di chiudere la questione senza fare troppo rumore, senza trasparenza e chiarezza. Ma per fortuna i lavoratori dell’Ente, i sindacati, alcuni amministratori, i giornalisti e tanti cittadini hanno fatto di tutto perché il “caso Mauriziano” non finisse dimenticato e diventasse il più possibile una questione nazionale. Per questo abbiamo voluto coinvolgere il ministro, che troppo a lungo non ha saputo o voluto capire quali erano le intenzioni del governo sulla vicenda. Ma la cosa più incredibile e paradossale è che a questa situazione si è arrivati per gli errori commessi dall’amministrazione regionale di centro-destra. Dapprima decisa a spingere perché i manager del Mauriziano aprissero nuovi reparti, anche di altissima specializzazione e qualità, poi minacciando i responsabili dell’Ordine. Prospettava loro una denuncia per interruzione di servizio pubblico, nonostante questi facessero presente che, stante la situazione di mancati o ridotti rimborsi, avrebbero dovuto chiudere il Pronto soccorso o altri reparti come quello di cardiochirurgia. Pertanto non ha riconosciuto agli ospedali dell’Ordine lo status di Azienda ospedaliera di rilevanza regionale, declassandoli improvvisamente (nel 1998) a ospedali zonali. Tutto ciò comportò anche un declassamento pesantissimo nei rimborsi e da quel momento iniziarono i problemi finanziari e la crisi che, nonostante una legge dello stato, ancora non è stata risolta. La gestione del commissario, dal 2002 la dottoressa Anna Maria D’Ascenzo, ha poi complicato ulteriormente la situazione, con posizioni e affermazioni contraddittorie, dal richiamo alla regione perché rispettasse gli impegni presi, alle accuse al precedente management che avrebbe agito in maniera troppo “leggera” senza però riuscire a fermare la crescita del debito, anche quando il vecchio management non era più al proprio posto da tempo. Fu particolarmente grave che si cercasse anche di passare all’alienazione dei beni artistici e immobiliari quasi di nascosto, senza che i responsabili avessero ritenuto di consultarsi con gli enti locali. Gravissimo che con questa decisione si siano poste le basi per il ridimensionamento delle prestazioni di strutture fondamentali per la salute di tutti. Invano, insieme con il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, con altri esponenti politici, abbiamo chiesto alla Regione Piemonte di assumere una posizione a tutela di un patrimonio di sicurezza e professionalità che appartiene ai cittadini e che non può essere rottamato con tanta indifferenza. Su mia proposta, nella primavera del 2004, la giunta provinciale approvò una delibera con la quale si autorizza l’Ente ad aggiungersi al ricorso presentato dal vecchio consiglio di amministrazione dell’Ordine Mauriziano contro la Regione Piemonte, ricorso che contestava l’entità dei rimborsi all’Ente, nocciolo della questione. E in difesa dell’Ordine, la Provincia di Torino, avviò altri due ricorsi: il primo, davanti al capo dello Stato, contro i provvedimenti adottati dal commissario d’Ascenzo; il secondo al Tar, contro il rifiuto del nuovo consiglio di amministrazione di concedere all’Ente provinciale l’accesso agli atti del Mauriziano.
Infine, un capitolo fondamentale è quello del rapporto fra i beni culturali dell’Ordine e le strutture sanitarie, un rapporto aggirato dalla nuova legge nazionale, ignorata da quella regionale. In origine il patrimonio aveva lo scopo di produrre il reddito necessario al funzionamento della parte assistenziale, oggi non è più così. Si dimentica che i beni culturali esigono tutela e investimenti e la componente ospedaliera richiede a sua volta nuove risorse. Al contrario la legge regionale che ha conglobato l’ospedale Umberto I del Mauriziano, sembra ispirarsi al concetto di finanziamento della sanità pubblica con i proventi che derivano dalla vendita del patrimonio dell’Ordine. Un modo surrettizio per svuotare il forziere, e lasciare con un pugno di mosche in mano la collettività.


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