C'era una volta al Ferraris
Genova nel dopoguerra tra calcio e calcinacci
 
di Pino Flamigni


Capitolo 1


Era l'inizio degli anni Venti.
La campanella che stava all'ingresso si mise rumorosamente a suonare rompendo il silenzio dell'alba nascente.
Di lì a poco, col mattutino, la vita nel Piccolo Cottolengo avrebbe ripreso attivamente. Sarebbe stato giorno di festa. Si sarebbe celebrato S. Giovanni Battista, patrono dell'intera città.
La suora guardiana sbirciò dallo spioncino ma non riuscì a distinguere nulla di anomalo.
Solo allora si decise ad aprire il portone.
Sul primo scalino, depositato con cura in una specie di culla fatta di vecchi stracci e di una logora coperta, stava un fantolino che come età non poteva avere più di un giorno o due.
Un bimbetto, razza bianca, sesso maschile, apparentemente sanissimo, urlante per la fame.
Subito ci fu confusione. Le suore, tutte ormai sveglie, facevano cerchio alla creatura.
Il Piccolo Cottolengo era il capolinea dove conduceva la malasorte.
Tutte le creature più sventurate della terra, prima o poi finivano fra quelle mura.
Campionario di orrori. Nascere con le più tragiche malformazioni ed avere la sfortuna di campare significava prenotarsi direttamente per quel luogo, gravido di dolore e di mestizia.
Le suore, nella loro bontà e misericordia, si accollavano il compito di badare amorevolmente a tanto orrore.
Anziane e novizie apparivano elettrizzate di trovarsi davanti ad una nuova vita, per giunta sana e vispa.
"Madre Superiora, se non riusciamo a trovarne i genitori perché non alleviamo noi questa creatura?", chiese una giovanissima novizia.
"Questo è un segno di Dio. Un miracolo".
Nel Cottolengo i giorni scorrevano sempre uguali. Il calendario recitava: "24 giugno, Natività di San Giovanni Battista".
Il fantolino fu sfamato, adottato e battezzato ad opera del confessore spirituale del Cottolengo, tutto nello stesso giorno.
La stessa mattina, la conversa più giovane fu spedita direttamente in municipio.
Il municipio per certe mansioni rimaneva aperto anche nei giorni di festa. La suorina individuò una specie di gabbiotto.
Sul vetro in alto stava un cartello:
DICHIARAZIONI NASCITE Ð MORTI
L'impiegato che stava dietro il vetro, occhiali con la montatura in filo di ferro, soprammaniche di tela, solino e cravatta nera, sembrava scazzato. Non gli sorrideva di certo l'idea di lavorare in un giorno di festa.
"Desidera?", disse formale rivolgendosi alla suorina.
La religiosa era timida e poco preparata. Ci pensò un attimo. Se ne uscì con una specie di sibilo:
"Abbiamo trovato un bambino di pochi giorni, abbandonato davanti alla porta d'ingresso del Cottolengo...".
L'impiegato, che aveva capito tutto, senza neppure alzare la testa, intinta la penna nel calamaio, chiese: "Nome?".
"Lo abbiamo trovato oggi... giorno di San Giovanni Battista", rispose timidamente la suorina.
"Bene", disse il burocrate.
"Allora scriviamo..: Giovanni Battista...".
"Cognome..?".
"Lo abbiamo trovato davanti al Piccolo Cottolengo".
Sul volto dell'impiegato passò un velo di umanità.
"Potreste chiamarlo... vediamo un po'... Ottolengo. Va bene per lei?".
La religiosa non ebbe il tempo per rispondere.
Giovanni Battista Ottolengo, nato il 24 giugno del 1922.
Figlio di N.N. e di N.N.
Nazionalità italiana, razza caucasica, religione cristiana.
Arrivederci e grazie. Pratica chiusa.
Con questa piccola formalità burocratica Giovanni Battista Ottolengo, detto Batti, si era ritrovato ad affrontare il mondo con una trentina di madri ansiose e premurose senza neppure lo straccio di un padre.
Nel Piccolo Cottolengo il Batti vi era cresciuto, aveva studiato poco, perché per gli studi era poco tagliato, e vi era diventato uomo.
Praticamente la sua vita si era svolta tutta nel circondario dell'istituto. Rare le uscite. Qualche funerale, qualche festa sacra, gli auguri di Natale e Pasqua al Cardinale in Arcivescovado.
Ma il Batti in istituto ci stava bene. Mangiava ad ore precise, trovava sempre qualcosa di stirato lavato e pronto ed aveva imparato un sacco di mestieri.
Sapeva fare l'idraulico, si intendeva di elettricità, aveva appreso come si impasta il cemento, e quando gli restava un po' di tempo libero se ne andava nel piccolo parco a coltivare ogni sorta di cose, dall'insalatina di stagione alle rose da mettere sull'altare della piccola cappella.
Col risultato che quando la patria si era ricordata di lui e gli aveva fatto recapitare la cartolina verde del militare, lui sapeva fare di tutto ma un lavoro vero non l'aveva mai avuto.
"Pazienza", aveva pensato il Batti.
"Vorrà dire che mi fermerò nell'esercito. Lì almeno ti danno da mangiare tre volte al giorno, ché sono obbligati per regolamento".
Salutate le mamme suore in un bagno di lacrime si era messo in viaggio per l'Italia.
Addestramento veloce e precario in Campania e immediata partenza su un vapore dal porto di Napoli. Destinazione segreta per motivi bellici.
Nessuno doveva sapere quello che tutti sapevano.
Erano diretti in Africa.
"...Care mamme, questa è l'ultima lettera che vi scrivo dall'Italia. Domani ci imbarcheremo per una destinazione ignota. Non so quando potrò farvi avere mie notizie. Dovremmo essere mandati in zona di guerra. Pregate per me. Saluti ecc. ecc. Vostro Batti".
Con queste poche righe, aveva lasciato l'Italia senza un rimpianto, senza una lacrima. Lui, religiose a parte, non aveva proprio nessuno da rimpiangere.
L'unica cosa che aveva chiaro era che stava per iniziare un nuovo periodo di vita.
Truppe d'oltremare, erano chiamate.
I primi tempi erano stati anche belli. Il Batti il caldo asfissiante non lo pativa granché, il soldo della deca era fin troppo per il suo fabbisogno, qualche negretta per sfogarsi la trovavi sempre, i lavori pesanti li facevano fare agli ascari.
Grazie alle preghiere delle sue tante mamme, per fortuna non aveva mai preso lo scolo ed alla sera sotto la tenda il tenente gli faceva cantare una ridicola canzone patriottica che faceva:
"...Colonnello non voglio pane/ Voglio il piombo pel il mio moschetto...".
"Speriamo che duri", si era trovato a pensare il Batti.
E invece non durò.
Un triste giorno furono mandati su un enorme pezzo di deserto, nient'altro che una lunga distesa di dune e di sabbia.
Una sabbia che doveva essere stata maledetta da Dio, che quando il vento del deserto soffiava per giorni interi entrava da tutte le parti, che la sentivi nelle orecchie, nel rancio, in gola e in branda e lui, di riflesso, cominciò a non capire.
La guerra vera era cominciata e lui non riusciva a comprendere perché ci si dovesse affannare tanto per un mare di sabbia infuocato di giorno e gelato di notte.
Furono loro per primi ad impossessarsi di quel lembo di terra maledetta, sottraendola agli inglesi che prima di lasciarla l'avevano irrorata di mine. Poi gli inglesi erano venuti al contrattacco e se l'erano ripresa, e questa volta era stato il reggimento del Batti a seminare a sua volta le proprie mine.
Poi erano arrivati i crucchi dell'Afrika Korp comandati dalla Volpe del deserto, ed anche loro vi avevano riversato le loro. A dare una mano agli English erano arrivati anche gli australiani o cosa Dio fossero non lo sapeva nessuno, col risultato che durante il vai e vieni in quel lembo di terra erano convogliate almeno cinque o sei qualità di antiuomo di altrettante nazionalità.
Che si poteva benissimo dire che in quel posto ci fossero più mine che granelli di sabbia.
E un brutto giorno il Batti sopra uno di quegli strumenti di morte ci aveva messo un piede perché si era distratto un attimo.
E fu veramente un amen. Il Batti si sentì volare in aria e mentre volava pensò:
"Porco boia, questa volta sono morto".
Aveva già visto morire tanti dei suoi compagni che non si stupì che questa volta fosse toccato proprio a lui.
E invece non era morto.
Mentre volava in aria stranamente erano successe due cose.
Si era sentito un acre sapore di zolfo e di pirite in bocca ed un intenso desiderio di sapere di che nazionalità avrebbe potuto essere la vigliacca e fottuta mina che lo stava mandando al Creatore. Quando il Batti riaperse gli occhi, si trovava in un ospedale militare di Bengasi.
Sentiva un prurito al piede ed alla gamba sinistra, ma gli dissero di non badarci, che per i primi tempi succedeva sempre così, che era tutto inutile e che si mettesse pure il cuore in pace che il pezzo di gamba sinistra che andava dal ginocchio in giù non ce l'aveva più.
L'istinto di conservazione lo aveva indotto a coprirsi il viso con le mani e almeno il ghigno lo aveva salvato.
Mentre aspettava che il moncherino si cicatrizzasse, gli andavano togliendo ad una ad una le schegge che gli si erano infilate nel corpo.
Ai piedi del letto si era ritrovato un paio di stampelle di legno nuove di zecca made in Italy e gli avevano detto di tenersi pronto per la prima nave-ospedale in partenza per la madrepatria.
I suoi compagni gli continuavano a dire che era stato fortunato.
Che avrebbe dovuto ringraziare quella mina che lo faceva tornare a casa vivo e non in una bara di larice con il tricolore sopra.
Lui avrebbe desiderato volentieri la sua mezza gamba di ritorno e nel frattempo si era lasciato andare in balia di quell'assurdo desiderio.
Gli aveva preso la "fissa".
Come se la sua vita fosse dipesa da quella scoperta, incapace di pensare ad altro, non finiva mai di chiedersi che identità etnica avesse mai avuto quella stramaledetta mina che lo aveva quasi mandato al Creatore.
Quello strano desiderio gradatamente era diventato talmente angosciante che il Batti, che allegro lo era stato poche volte nella sua vita, aveva smesso per sempre di ridere.
Incarognito come un corvaccio, il Batti aveva scelto di percorrere i perenni silenziosi sentieri della tristezza.
Il "Toscana", una vecchia carretta del mare adibita a nave ospedale, lo aveva prelevato dalle coste libiche.
Niente a che spartire con "La nave bianca", film dell'esordiente Rossellini che andava di moda a quei tempi, dove tutto era lindo e pulito, con infermiere dolci, belle e soavi che avevano il volto angelico di Mariella Lotti, Alida Valli eccetera.
La nave era cadente ed infestata da allegre colonie di cacaracci e topi.
I degenti fin dal primo giorno avevano ingaggiato furiose battaglie contro pidocchi e pulci.
L'eritrasma veniva curato col mercurocromo ed era come se ti scuoiassero le palle, le crocerossine erano tutte brutte, nevrotiche e sembrava che avessero intrapreso quella missione unicamente speranzose che un giorno un colpo di fortuna o di mare le avrebbe sbattute in una branda occupata da un ufficiale medico.
Non restavano che le suore. Qualcuna era anche gentile, che un giorno il Batti ne aveva trovato una che mossa a pietà aveva messo la mano sotto il lenzuolo per un servizio a mano, col preciso compito di farlo sfogare, senza il minimo senso di partecipazione, meccanicamente, che quando tutto fu finito la sentì bisbigliare l'atto di dolore e il Batti capì con profondo malessere che la suora aveva fatto tutto per compassione.
Rientro lento e travagliato. Fottuta paura dei sommergibili nemici.
Porto di Napoli. Italia.
Ancora treno-ospedale. Bologna.
Al Rizzoli, bisognava riconoscerlo, ci si stava veramente bene. Sentore di albergo. Tutti gentili ed efficienti, tanto efficienti che nel giro di quaranta giorni Giovanni Battista Ottolengo figlio di N.N. e di N.N. ferito nel deserto libico entrava in possesso della sua mezza gamba di legno con piede semisnodabile incorporato ed era in grado di camminare quasi correttamente.
Miracolo dell'ortopedia medica di guerra e dei suoi progressi.
Tristemente congedato, aveva fatto ritorno alle origini.
Claudicante, pensò di fare appello al suo nuovo stato che gli dava qualche diritto, lui che di diritti non ne aveva mai usufruito.
Le scale rappresentavano ancora un problema per il suo arto nuovo di zecca.
Casa del mutilato. Sopra le arcate nel dopoguerra vi avrebbero inciso nel marmo una bella ed inascoltata frase:
"La guerra è la lezione che i popoli non ricordano mai abbastanza".
Il Batti non lo avrebbe mai più dimenticato.
Lo ricevette un capitano della milizia. Un buon diavolo, slittato nella milizia del regime per scansare il fronte russo. Un buon padre di famiglia. Disse:
"Non è certo facile trovarti un lavoro, di questi tempi e nelle tue condizioni; comunque sta' tranquillo, qualcosa troveremo. Adesso per legge ne hai diritto. Dopotutto sei un eroe di guerra".
Il Batti non lo sapeva.
Al Piccolo Cottolengo non aveva intenzione di tornare in quelle condizioni.
Trovò un appartamentino in Campetto, centro storico. Adesso aveva diritto alla pensione ed al lavoro. Ironia della sorte, fu scelto come dipendente comunale di primo livello addetto alle pulizie ed aiuto magazziniere tuttofare allo stadio del calcio.
Un lavoro così, gli dissero, avrebbe rappresentato un mito per molti. A stretto contatto con i calciatori, con gli eroi della domenica. C'era gente disposta a farlo anche gratis. Si reputasse fortunato.
Per quegli strani scherzi che il destino può riservarti, il Batti sportivo non lo era mai stato.
Il football, che per lui rappresentava una grande incomprensibile cagata, divenne lavoro duro, fatto di pulitura di cessi, di lavature di maglie fradice, di ramazzate di pavimenti coperti di fango.
Inconsapevolmente il Batti, col suo lavoro, la sua camminata claudicante, il volto sempre ingrugnito senza lo scorcio di un sorriso, era diventato una figura nota agli sportivi che frequentavano lo stadio.
Lui aveva da pensare a ben altro che al football.
Lui pensava alla nazionalità di quella maledetta mina. Non aveva amici e non ne cercava.
A lui che aveva smesso di sorridere da tempo, bastavano i suoi pensieri.
Pensava a quella maledetta stronza mina.


Torna indietro