Cerchi Concentrici
 
di Jacopo Martini


Prologo

La strada da Terni a Genova era piuttosto lunga, ma Giulio Altoviti non si annoiava, perché si era immerso in certe sue fantasie ricorrenti che finalmente lo affrancavano dalle leggi di logica e di morale, leggi cui si sentiva fin troppo legato nella vita reale.
L’automobile era un ambiente favorevole alle sue creazioni, purché fosse solo e non trovasse tanto traffico. Quel giorno solo la prima condizione era rispettata, infatti un bel tramonto di aprile, anziché stimolare l’ispirazione, addensava sull’Autostrada del Sole lunghe file di camion e di vetture.
Allora Giulio si impose di ignorarle e di non permettere a quei fumi e a quei rumori di sciupare il suo intermezzo di rilassamento.
 

Capitolo I

Poco dopo si aggiunse un nuovo disturbo: si accese la lampadina che gli annunciava d’essere a corto di benzina. Significava doversi fermare e rivolgere la parola a un benzinaio.
Questi avrebbe proposto di controllare i livelli di olio e acqua; parole inutili, perché se fosse servito lo avrebbe chiesto lui, o meglio, se li sarebbe controllati da sé i livelli. E forse, massima indiscrezione, avrebbe chiesto da dove veniva, se era stanco, quanti figli aveva e altre simili informazioni, non solo inutili, ma anche lesive dei diritti di un solitario come lui.
Avrebbe voluto che facessero automobili con serbatoi più capaci (delle piccole autobotti), così i contatti con gli altri individui della sua specie sarebbero diventati ancora più rari.
Gli passò davanti il cartello che annunciava le due prossime stazioni di servizio. Calcolò di avere abbastanza benzina per raggiungere la più lontana e decise di rimandare la fermata, però sarebbe rimasto acceso quel lumino a ricordargli che se per caso il calcolo era sbagliato... Andò a finire che quando vide la prima delle due insegne si rassegnò a mettere la freccia.
Quasi tutti avrebbero fatto come lui, senza considerarlo un atto di capitale importanza. Invece quella decisione insignificante sarebbe stata la causa indiretta della prematura dipartita di un buon numero di persone del tutto innocenti dei suoi problemi.

* * *

Nonostante le apprensioni tutto andò bene. L’inserviente si rivelò un gentiluomo e fece il lavoro senza gesti inutili e domande indiscrete. Per festeggiare Giulio andò a bere un caffè.
Ma al ritorno trovò una piccola novità: su un fianco della sua auto, una Fiat Croma bianca, colava una materia densa e granulosa. A confermare i sospetti ci pensò il benzinaio, lo stesso che lo aveva servito, che ora sfoderava un’insospettata loquacità.
«È stata una signorina milanese. È scesa di volata da un’auto, ma ha fatto poca strada. Il mal d’auto è una brutta bestia e la sua macchina era lì. Il signore che era con lei ha detto che gli spiaceva. Mi ha pure incaricato di farle le sue scuse».
Molto compito quel milanese… se solo avesse cercato di riparare. Chissà poi come fa questo tipo a dire che erano di Milano? Ah già, ha visto la targa dell’auto.
Giulio non vedeva l’ora che arrivassero le nuove targhe, quelle senza la sigla della città; che però sarebbero comparse solo nell’anno successivo, nel 1994.
Ora però doveva lasciare perdere i suoi commenti segreti e occuparsi dell’auto. Di nuovo il benzinaio parlò opportunamente.
«Le conviene pulirla subito la macchina, se non vuole che resti macchiata. Le servono acqua e stracci. Qui attorno troverà varie manichette; per gli stracci si accomodi pure in officina, ce n’è un cassone pieno. Se ne serva a piacimento».
Lo ringraziò, perché gli era dovuto, e accostò l’auto a una manichetta, ma quella più lontana dalla zona dove operava il benzinaio; con lui aveva già parlato abbastanza e gli seccava fare quel lavoro spiacevole sotto gli occhi di uno che poteva essere assimilato a un conoscente.
L’officina era uno stanzone ombroso col pavimento ricoperto da un impasto di terra e di antichi oli lubrificanti che attutiva il rumore dei passi, per cui incedeva nel silenzio e nella penombra. Ma evitò le suggestioni mistiche, poiché la sua prima preoccupazione era di non strisciare un fianco su qualche superficie bisunta.
Credeva di essere solo, invece sentì due uomini parlottare vicinissimi. Due che non volevano essere ascoltati, ma che non si erano accorti di lui.
A Giulio non piaceva origliare, non solo per correttezza, ma perché non gli importava degli affari degli altri. Infatti temeva di essere mosso a invidia o a compassione, poiché entrambe erano stati d’animo spiacevoli, preferiva non andarle a cercare.
Invece quel giorno ascoltò, ma solo perché uno dei tanti limiti del corpo umano è che le orecchie non si possono chiudere. A meno di non impegnare entrambe le mani, in una posa non troppo disinvolta.
I due dovevano essersi appena incontrati, visto che era in corso una sorta di ruvidi convenevoli cui seguì, più che un dialogo, un passaggio di ordini. Giulio sentì di un carico custodito da uno dei due e di un uomo che l’indomani sarebbe venuto a ritirarlo.
«Arriverà tra l’una e le quattro. Vedi d’allontanare il tuo garzone, voglio che parli solo con te. Ti dirà questa frase: “Mi serve il carro attrezzi per un trasporto urgente fino a Otranto. Posso contare su di lei?”. Ripetila, ché è la parola d’ordine dell’operazione».
L’altro ci provò, ma la cosa gli era poco congeniale; ci riuscì dopo vari tentativi, mentre il primo manifestava la sua insofferenza con sonore sbuffate. Finalmente questi poté proseguire.
«Riconosciuta la formula, abbasserai la saracinesca che dà sulla via e darai una mano a mettere i colli sulla sua auto; poi non devi fare altro che riaprire e lui se ne andrà».
A quel punto il secondo provò a chiedere: «È uno che conosco già, o sarà meglio che gli chieda i documenti?».
I fatti avrebbero dimostrato che la proposta era sensata. E neppure occorreva dire di sì, un forse sarebbe bastato a evitare un sacco di guai a molta gente, per primi a loro due. Ma chi dà gli ordini non può dire forse. Infatti la risposta fu molto netta.
«No, non lo conosci, ma ai documenti non pensarci nemmeno! Non è prassi in questi casi. E poi spiegami a cosa servirebbe la formula di riconoscimento? Vedi piuttosto di scordare la sua faccia un minuto dopo che se ne sarà andato».
Malgrado la deferenza che era disposto a metterci, pareva che il secondo uomo le rispostacce se le andasse a cercare.
«Sergio, io spero che in quelle casse non ci sia della roba».
«Certo che c’è della roba! Cosa vuoi che ci sia? Dell’aria? Ma non ti compete sapere di più, anche questa è prassi. Se però stai insinuando che sia droga, sappi che ti sbagli. Se lo fosse non sarei io a occuparmene e quindi neanche tu».
Giulio notò che questo Sergio, nel dare tutte quelle informazioni, strapazzava quella prassi di cui pareva tanto sollecito. Ma lo faceva a fin di bene, per tutelare la sua onorabilità e, incidentalmente, per rassicurare quel poveretto.
Era finito il colloquio, ma non la tutela dell’immagine.
«Ora ce ne andiamo. Ma prima esco io e fra cinque minuti tu. Non mi garba che ci vedano assieme».
Giulio comprese che neanche a lui conveniva farsi vedere da loro, e non per timore che lo salutassero, questa volta.
Uscito Sergio il silenzio fu quasi totale, rotto soltanto dal rombo dei veicoli che sfrecciavano sull’autostrada.
Il secondo uomo rimase dov’era, senza neppure fare un passo per sgranchirsi le gambe e ingannare il tempo. Che non andasse in giro a mettere il naso non fu male, ma costrinse Giulio all’immobilità, per evitare il minimo fruscio che tradisse la sua presenza.
Restò ritto a due metri dallo sconosciuto, avvertendone il bisbiglio del respiro e l’odore, che pareva quello di un meccanico sudaticcio, a meno che non fosse l’odore di fondo dell’officina dove si trovavano. Quando finalmente si mosse, Giulio trovò l’ardire di spostarsi un pochino per dargli un’occhiata e fu colpito dal modo quasi caricaturale di trascinarsi dietro i piedi.
Rimasto solo lasciò passare altri minuti, poi, con noncuranza, uscì anche lui. Meno male che si era sottratto al controllo del suo amico benzinaio, perché sarebbe stato difficile spiegare un’assenza così prolungata.
Mentre puliva l’auto pensò all’incontro ravvicinato col mondo del malaffare, capitato del tutto inatteso. Si propose di usarlo come nuovo spunto per le fantasiose creazioni con cui riempiva il tempo libero, rendendo, se non proprio piacevole, almeno tollerabile il suo stato di perpetua e volontaria solitudine.
Ma non era finita, perché gli mancava un dato essenziale. Alzando prudentemente lo sguardo, notò il secondo uomo, quello di cui conosceva la camminata, attraversare lo spiazzo e salire su un camioncino dall’aria poco rassicurante. Mentre imboccava la rampa lesse la scritta sulla porta della cabina: ditta Bianchi Biagio, via Lorenzo il Magnifico 49, Cortona.
Trovò brutto il nome della ditta, forse per l’allitterazione o per il cognome messo prima del nome. Ma fu entusiasta dell’indirizzo: un personaggio famoso, una città d’arte.
Poco dopo anche lui era sulla strada. Tentò subito di attivare il meccanismo che generava i castelli del suo mondo segreto, ma lo trovò bloccato. Alle cose ascoltate la sua fantasia si rifiutava di aggiungere prosecuzione.
Durante i viaggi di lavoro Giulio era autorizzato, dopo una certa ora, a fermarsi per cenare e dormire in albergo. Ma se stava tornando a casa lui non guardava l’orologio e pur di ritrovare la sua tana era disposto a fare le ore piccole. Quella sera non ce n’era bisogno perché, di quel passo, sarebbe stato a Genova all’ora in cui di solito andava a letto. Ma non fu così.
Quando si avvicinò l’ultima uscita di Firenze ormai era buio, cosa che rendeva ancora più invadente l’insegna luminosa del motel Agip. Riconoscendola non fece alcuna delle considerazioni di opportunità in cui a volte si attardava; semplicemente raggiunse il posteggio dell’albergo, entrò e chiese una camera.
 

Capitolo II

Era assillato da un problema che non osava affrontare e neppure formulare in modo esplicito e temeva di ricavarne una notte insonne. Invece dormì bene e si alzò in ottima forma.
Mentre risaliva l’autostrada in senso opposto a quello della sera prima si preoccupò lievemente di come giustificare in ufficio l’assenza di quel giorno. Costava poco inventare un imprevisto che avesse allungato la sua trasferta; nessuno si sarebbe sognato di verificare. Certi colleghi avevano tirato alle lunghe, per mesi e per anni, dei lavori in Russia o in Brasile solo perché si erano scoperti grandi seduttori delle fanciulle di quei paesi.
Ma a lui la cosa non piaceva, era troppo sleale verso l’azienda che pagava gli stipendi e rimborsava le spese di trasferta. Preferiva prendere un giorno di ferie. Anche se, attaccato a un viaggio di lavoro, gli avrebbe attirato le battutine di qualche segretaria; benevolissime, quasi amorevoli, ma tali da metterlo in imbarazzo.
In coda a tutto questo, fu inevitabile prendere atto di come avrebbe speso quel giorno di ferie: cercare quel poveretto in via Lorenzo il Magnifico, dire la parola d’ordine, farsi consegnare il carico misterioso, andarsene lasciandolo nei guai.
Cercò di pensarci con distacco, come si fa per cose già decise. Nel mondo del suo lavoro vigeva la norma, quasi sacra, che le decisioni prese andavano comunque attuate. Beh, quel mondo, come la maggior parte degli altri, onorava anche la regola che prima di stabilire qualcosa di importante bisognava pensarci bene.
Nel suo caso chi aveva pensato? Chi deciso? L’unico responsabile a portata di mano era il suo inconscio. Forse si era lasciato attrarre dal fascino dell’avventura, o da un’occasione propizia che non si sarebbe mai più riproposta. Forse all’inconscio piaceva giocare un brutto tiro a quel Sergio in cui ritrovava l’arroganza di certe persone che doveva sopportare in ufficio.
Erano peccati che la morale del suo tempo avrebbe tollerato; ma non il suo personale zoccolo di onestà formale. E questo lo disturbava; tanto più che era ancora in tempo a rinunciare.
L’argomento decisivo fu il giorno di ferie ormai bruciato e i soldi dell’albergo spesi; infatti il suo mondo era molto severo con chi abbandonava un progetto per cui aveva già fatto degli investimenti.
D’altronde agli inconsci non si potevano chiedere troppe spiegazioni, se non si era specialisti della materia. Inoltre trattare l’inconscio come la persona, distinta da lui stesso, che aveva preso la decisione gli dava il vantaggio di non sentire la responsabilità e di temere meno le conseguenze.
Uscì al casello di Arezzo e puntò verso la città. Trovò presto ciò che cercava: un posteggio, forse abusivo, guardato da un solo uomo. Vi lasciò l’auto. Passando tra le altre vetture osservò che erano tutte aperte con la chiave inserita; era tipico di una piccola città dove la gente si conosce e sa che ladri non ce ne sono, o che, casomai, sono tanto cortesi da andare a rubare altrove.
Bevve un caffè e poi riprese l’auto. Cercò la strada per Cortona e fece tre volte il percorso che la collegava al posteggio per essere certo di ricordarlo; poi si diresse appunto verso Cortona, distante una trentina di chilometri da Arezzo.
Circa a metà, dopo Castiglion Fiorentino, svoltò in una strada laterale; esplorò alcuni siti finché trovò di suo gusto un casolare abbandonato, quasi in rovina. Il cortile mostrava di avere posseduto un cancello che ora non c’era più; perciò era legalmente accessibile e un’auto lasciatavi qualche ora non rischiava di restare intrappolata. Il muro di cinta, aiutato dalla vegetazione che si arrampicava su tutte le superfici, nascondeva il cortile; per ispezionarlo occorreva sapere che c’era e andarlo a cercare. Prese nota anche di quel tragitto e raggiunse Cortona.
Via Lorenzo il Magnifico, a onta del nome, aveva un che di miserello che lo deluse e lo tentò a rinunciare. Ma subito reagì, seccato di essere influenzato da un dettaglio insignificante.
L’insegna della ditta Bianchi Biagio sovrastava un portone oltre il quale occhieggiò qualcosa di mezzo tra un garage e un’officina di riparazioni che condivideva l’aria dimessa del veicolo sgangherato che l’aveva rappresentata nell’area di servizio.
Si concesse di passarvi davanti solo due volte; forse altri stava facendo in quel momento la stessa cosa e lui non voleva incuriosire nessuno, tanto più che in quella ricognizione usava la sua auto. Imparò invece come ritrovare la strada per Arezzo.
Quando gli parve di conoscere ciò che gli serviva tornò ad Arezzo e cominciò a calcolare i tempi. Sergio aveva detto che il carico andava ritirato dopo l’una e prima delle quattro, un periodo molto lungo. Il corriere, come ogni vero signore, non sarebbe arrivato al primo minuto, e nemmeno Giulio avrebbe fatto una simile cafonata, lui sarebbe capitato all’una e cinque. Il suo piano era tutto lì.
Per attuarlo doveva rubare un’auto a mezzogiorno e un quarto. Passò l’ultima mezzora sbocconcellando un toast e un frutto e passeggiando bellamente per il centro. Per mostrare il dominio sui propri nervi e arricchire la sua cultura pensò di entrare nella chiesa di san Francesco e dare un’occhiata ai famosi affreschi; poi rinunciò a entrambi gli scopi, temeva di fare tardi.
All’ora giusta portò l’auto nel posto visto al mattino. Il custode lo riconobbe e lo accolse con grandi proteste di cordialità, come se da anni fossero amiconi. La cosa non lo riempì di gioia; ma non gli parve il tipo che annotava la targa delle vetture affidategli.
Tra tante auto non sapeva quale rubare, perché non si era preparato una rosa di gradimento. Per caso adocchiò una Fiat Croma come la sua ma di altro colore, un lucidissimo carta da zucchero; si trattenne in auto fingendosi intento a riordinare le scartoffie nella borsa, finché il custode si allontanò. Allora si incamminò con noncuranza tra le vetture, salì sulla prescelta, che si mise in moto docilmente, e scivolò via.
Poco dopo il custode notò lo spazio vuoto e identificò l’auto mancante; era di un cliente molto corretto che avrebbe pagato il servizio la prossima volta. Di solito lo attendeva per salutarlo, si vede che quel giorno aveva fretta. Per un posteggiatore abusivo non era uno sgarbo troppo grave.
Con quel furto Giulio aveva varcato il Rubicone e marciava su Roma, che per lui si chiamava, più modestamente, Cortona. Inoltre provava per la prima volta l’emozione di guardare il mondo dai vetri di una vettura rubata.
Secondo i vigili di Genova, interpellati quando l’auto era stata rubata a lui, passavano almeno 24 ore prima che fosse inserita nell’elenco delle auto rubate. Ma era una formalità, perché i tutori dell’ordine sostenevano di avere altro da fare che andarsene in giro a cercare le auto rubate. Per il ladro l’unico rischio era imbattersi nel proprietario; perciò Giulio era venuto ad Arezzo, per usare l’auto lontano da dove l’aveva presa.
Spese una frazione di secondo per sminuire la gravità del reato commesso. Era poco più di un furto d’uso, il danno più lieve che si possa recare a qualcuno. Quella Croma l’avrebbe guidata con la stessa prudenza che usava con la sua e restituita in perfetto stato.
E la benzina che stava consumando? Forse quella sarebbe stato corretto reintegrarla. Ma commettendo una grave imprudenza. E poi cosa ci poteva fare se lui non sopportava i benzinai?
Come previsto fu a Cortona in anticipo; lasciò passare il tempo sostando in uno slargo dove fermò l’auto con la targa rivolta al muro. Ma era prudenza quasi eccessiva; in provincia di Arezzo una targa di Arezzo non poteva incuriosire nessuno.
Nell’officina riconobbe Biagio che era solo; dunque gli ordini di Sergio erano rispettati. Snocciolò la formula di riconoscimento senza sbagliare perché l’aveva provata a lungo. Forse non ci mise troppo vigore, ma il garagista non si aspettava un fine dicitore e non si permise commenti, anzi lo guardò con fare timoroso e sollecito. Anche questo Giulio lo aveva previsto perché quel tipo gli sembrava ormai di conoscerlo.
Approfittò dell’autorità accordatagli per ordinare in tono deciso di non calare la saracinesca; non serviva a nulla, anzi poteva insospettire i possibili ficcanaso. In realtà lo rassicurava la strada libera per una fuga precipitosa; inoltre il taglio di quelle manovre avrebbe abbreviato la sua fermata e scongiurato uno sgradevole faccia a faccia con l’uomo mandato da Sergio che poteva capitare, anche lui, da un momento all’altro.
Biagio accolse con disagio l’ordine di violare le consegne del suo capo, che ai particolari ci aveva sempre tenuto. Per un attimo meditò di opporsi; ma fu convinto dal piglio non certo amichevole del visitatore. Con modi sempre più arrendevoli lo pregò di avvicinare l’auto perché la roba pesava molto e gli indicò quattro scatoloni, uno dei quali di forma molto allungata.
A parte lo sgarro iniziale, il copione del quasi venerabile signor Sergio fu seguito alla lettera e i due uomini, senza più guardarsi negli occhi, collaborarono per stivare i colli nel bagagliaio della Croma. Altri convenevoli erano esclusi; perciò Giulio, a costo di essere villano, si accomodò al volante e guadagnò l’aria libera e il libero asfalto, su cui si slanciò con irruenza.
Aveva pronunciato le sue poche parole con esagerato accento toscano, imparato per gioco durante l’avviamento di un impianto a Piombino e ripassato mentre raggiungeva Cortona. Con ciò si augurava di non aver rivelato la sua origine.
Rimasto solo Biagio tirò un sospiro atteso da dieci giorni, cioè da quando gli avevano appioppato quella custodia.
Lui non era un malandrino e neppure un trafficante; era solo un amico di Sergio; uno di quelli che non potevano dire di no. Lo aveva conosciuto a scuola e poi perso di vista; ma quando si era trovato nei guai coi creditori Sergio era ricomparso a offrire il suo aiuto; disinteressato, si sarebbe detto. Allora Biagio aveva potuto ammirarne l’influenza su molti fronti: sulla banca locale, sui funzionari pubblici, perfino sui balordi che a volte irrompevano nelle botteghe dei concorrenti per metterle a soqquadro.
Grazie all’amico ritrovato, che era laureato in medicina, ma che tutto faceva tranne il medico, Biagio aveva aperto l’officinetta di cui campava. Però ogni tanto gli arrivavano ordini cui doveva adeguarsi; cose non eccezionali, di cui gli era dato sapere ben poco, ma che puzzavano, lontano un miglio, di illegalità.
Nel caso di quei pacchi aveva colto nel suo protettore una certa tensione e un’arroganza supplementare, perciò si era figurato un compito più importante o più pericoloso di quelli svolti di solito.
Dell’uomo venuto a ritirarli lo aveva colpito la durezza. Non era affatto giovane ma si muoveva con energia; inoltre pretendeva di essere servito nel più breve tempo possibile, ma questo era normale. Lo strano era che fosse arrivato così presto, cioè all’inizio del periodo in cui era atteso; questo gli aveva suggerito una piccola precauzione, prendere nota della targa. Se tutto fosse filato liscio si sarebbe guardato bene dal confessare a Sergio tale licenza; se invece ce ne fosse stato bisogno avrebbe fatto un’ottima figura.
Comunque su una faccenda chiusa era meglio non ritornare. Diede una voce per richiamare il garzone, di cui si era dovuto sbarazzare su ordine di Sergio prestandolo al falegname di fronte, e riprese finalmente la vita di tutti i giorni.
Erano passate un paio di ore dalla precipitosa partenza della Croma quando entrò una Nissan Patrol da cui scese un baldo giovane di non più di venticinque anni che si guardò attorno con ostentata sicurezza e si diresse verso di lui. Biagio pensò subito a uno di questura; anzi, visto il taglio dei capelli, un carabiniere, forse un tenente. Era una fortuna che il carico fosse appena partito; se cercava quella roba non sarebbe stato piacevole farsela trovare in casa. Sì che poteva contare sull’appoggio di Sergio, ma le noie sarebbero state infinite, molto meglio non metterlo alla prova.
L’uomo non degnò d’uno sguardo il giovane di bottega che si era permesso di chiedergli in cosa potesse servirlo, anzi diede mostra di una certa disapprovazione; si piantò invece davanti a Biagio che era così sollevato che attendeva quasi con curiosità di veder cominciare l’accertamento. Il supposto tenente ebbe ancora un’inattesa esitazione; poi si sbloccò e con uno strano tono incolore recitò all’attonito Biagio una frasetta il cui contenuto riusciva a essere banale e improbabile insieme, ma dall’effetto devastante.
«Mi serve il carro attrezzi per un trasporto urgente fino a Otranto. Posso contare su di lei?».
Cosicché per rendere l’ondata di scoramento, infelicità, terrore che sommerse il povero Biagio servirebbe la penna di Emilio Salgari: lo sventurato appariva invecchiato di almeno vent’anni.


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