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Due cialtroni alla
rovescia
Studio sulla comicità di Franco
Franchi e Ciccio Ingrassia
di Fabio Piccione
Introduzione
conversazione con Giampiero Ingrassia
Sia tuo padre che Franchi si sono
formati attraverso una dura gavetta ma, in una certa misura, anche la povertà e
la fame che hanno conosciuto ha condizionato la loro comicità. Pensi che questo
aspetto abbia costituito una molla in più per il successo della coppia?
Beh, sì. Loro hanno patito la fame, entrambi figli provenienti da famiglie
poverissime. Dopo hanno fatto la gavetta, ma quella vera. Io sono convinto che
la comicità scaturisca dal dolore, la povertà, il fatto di non avere soldi, il
fatto di mangiare se ti va bene una volta al giorno. Sono tutte cose che ti
intaccano a fondo. Poi c’è la rivalsa di far ridere. Probabilmente in tutti i
comici è così anche se la comicità di oggi è cambiata ed è più sofisticata.
Lavorando per la strada hanno imparato a conoscere il pubblico; una
conoscenza che poi si è trasformata in un reciproco rapporto di rispetto e di
amore. È per questo motivo che non hanno mai abbandonato i personaggi di Franco
e Ciccio, per ruoli magari drammatici?
Vedi, subito si stabilisce tra il pubblico e l’attore una sorta di confidenza.
Quando interpretarono il gatto e la volpe, ad esempio, e tentavano di ammazzare
Pinocchio, abbiamo ricevuto tantissime lettere di bambini a casa o dalla gente
che diceva: “perché avete ucciso Pinocchio? siete cattivi!”. Il pubblico dei
bimbi scriveva a Franchi e Ingrassia, e questa cosa li preoccupò. Il pubblico
s’immedesima sempre nell’attore e per tutti saranno sempre Franco e Ciccio. È
una scelta che hanno fatto loro. C’era sempre la coppia, c’era sempre il cretino
ed il furbo, il brutto e il nobile, questa era la maschera che hanno portato
avanti per la maggior parte dei film. Per chi fa l’attore o il comico è una cosa
fondamentale il fatto di abituare il pubblico a determinate cose. Vado a vedere
un film e so cosa mi aspetta, poi mi può meravigliare perché aggiunge qualcosa
in più. Molte volte quando i comici provano a fare qualcosa di differente,
magari anche molto bella, vengono visti male. Mio padre però è riuscito a
ritagliarsi la sua fetta di lavoro con Fellini, Comencini ecc., cosa che
purtroppo non ha avuto Franco. Forse giusto in Kaos, che rimarrà una delle cose
più belle; lì Franco è riuscito a far vedere che è anche un ottimo attore
drammatico. In ogni modo l’attore comico è secondo me un attore drammatico, poi
che scelga di far ridere è un conto; vedi Banfi che è un ottimo attore
drammatico. Rispettare il pubblico è una cosa che mi ha insegnato mio padre. Tu
esisti perché il pubblico vuole che tu esista è un po’ una condizione. Fare
l’avanspettacolo non era facile perché il pubblico dell’avanspettacolo non era
molto tenero, in altre parole, ti lanciavano i gatti morti sul palco se non li
facevi ridere. Se il pubblico comincia a disaffezionarsi vuol dire che c’è
qualcosa che non va, vuol dire che non sei più sincero nei suoi confronti;
questa è un po’ una regola del nostro mestiere, ma soprattutto per un comico
perché non è facile far ridere. È più facile creare una situazione drammatica.
Far ridere è un’altra cosa far ridere è bene, è diverso dal far sorridere. Io
rido con le lacrime con un film di Totò e Peppino. Con l’avvento della
televisione è cambiato tutto perché in ogni caso è tutto più masticabile, più
veloce, più fruibile basta che cambi canale e si è bersagliati. All’epoca dovevi
andare a teatro a vedere le persone o al cinema; ciò significa che la gente
spendeva dei soldi per venirti a vedere, non è che accendeva la tv e vedeva
quello che voleva.
Se è vero che il pubblico li ha conosciuti come Franco e Ciccio, occorre dire
però che Franco e Ciccio sono in realtà due maschere che Franchi e Ingrassia
hanno indossato durante tutta la loro attività artistica. Quanto c’era delle
loro maschere, dei loro personaggi, nella vita reale?
Beh, loro erano molto seri. Ogni attore mette un po’ di segni personali. Quando
indossavano i panni di Franco e Ciccio, c’era molto di loro, ma nella vita erano
abbastanza differenti. Sia papà che Franco erano seri come tutti i comici,
penso, e tutti gli attori. Mio padre era uno che non rideva spessissimo, ma
quando rideva, lo faceva di cuore; c’erano delle cose che lo facevano ridere tra
cui Chaplin, le comiche, Buster Keaton, col quale ha lavorato. Nella maschera di
Ciccio c’era un 40 per cento di Ingrassia. Poi era tutta invenzione. C’era
l’idea che fossero stupidi o il fatto che mio padre era il furbo della
situazione, ma in realtà non era così.
Pensi che il cinema sia stato per loro una specie di proseguimento del lavoro
d’avanspettacolo?
Trovo di sì premettendo però che è il cinema che ti sceglie e non sei tu che
scegli il cinema. Sicuramente loro hanno avuto un grande aiuto da parte di
Modugno che li ha voluti nel loro primo film, Appuntamento a Ischia; la
cosa funzionò a tal punto che nemmeno un anno e fecero il loro primo film da
protagonisti, che fu L’onorata società. Sicuramente loro dovevano
cambiare: o continuavano a fare teatro, non più avanspettacolo quanto teatro
leggero, o comunque dovevano trovare un nuovo percorso da fare perché poi
l’avanspettacolo prima o poi sarebbe finito. All’epoca in tv c’era solo la RAI
che faceva tre programmi, sceneggiati e basta; l’unico veicolo era il cinema. Io
penso che loro abbiano proseguito il teatro d’avanspettacolo nel cinema e devo
dire che poi è andata molto bene. Il pubblico ha riscontrato un tipo di verità
alla quale si è affezionato subito; questo ha poi permesso di continuare la
carriera cinematografica. Non vedo altre strade o era teatro o cinema. È stata
una scelta. Hanno detto, qui becchiamo il treno del cinema; poteva andare bene
come poteva andare male. Adesso non so dire se non avessero fatto
Appuntamento a Ischia come sarebbe andata; penso però che prima o poi
sarebbero esplosi. Ma ce l’hanno fatta e sono durati tutti gli anni ’60 e la
metà degli anni ’70; poi sono passati alla televisione, a parte poi quelle
sporadiche partecipazioni come in Kaos ad esempio. Qualche anno prima
avevano anche fatto un film che si chiamava Crema cioccolato e paprika,
ma era una sorta di ritorno cinematografico dopo un periodo in cui loro non
avevano fatto cinema; non credo sia stato un episodio importante. Ecco, non so
se è colpa loro veramente, ma se dei registi importanti si fossero interessati a
loro sono sicuro che avrebbero fatto cose belle.
Tuo padre e Franco hanno lavorato con dei ritmi oggi impensabili, con una
media di 10 film l’anno. Sono stati i rappresentanti del cosiddetto “filone”,
che prevedeva bassi costi e ripetitività intaccando però la qualità. Quali pregi
e difetti ha comportato secondo te una simile scelta?
Tu calcola che loro erano sottoposti ad uno stress incredibile. Mio padre mi
raccontava che contemporaneamente facevano teatro, cinema e radio. La sera
teatro, la mattina registravano programmi radio, poi andavano sul set a girare e
infine andavano a teatro la sera. Forse questo è stato uno dei motivi per cui si
sono separati, probabilmente c’erano delle vedute diverse. Io ricordo mio padre
che diceva a Franco “aspettiamo, aspettiamo”, mentre Franco rispondeva
“facciamo, facciamo”. Non puoi neanche accusare un comportamento del genere
perché sia Franco che mio padre vengono dalla povertà, ma non la povertà di
oggi, quella vera; ad un certo punto diventano famosi, iniziano a guadagnare dei
soldi… sai è difficile dire “aspetta un attimo”. Erano altri tempi, non mi sento
di accusarli, però è vero che su 130-140 film che hanno fatto la metà sono buoni
l’altra metà, soprattutto negli anni settanta, un po’ meno. I difetti erano
certamente l’approssimazione un po’ su tutto, dalle battute alle cose non
studiate, anche una regia affrettata e tutto questo va a discapito del film. Il
pregio, forse, era quello che li stimolava e li lasciava all’improvvisazione.
Potevano venire delle cose carine e altre meno carine però insomma la maggior
parte degli sketch dovuti all’improvvisazione erano molto carini. Probabilmente
molte battute se le provavano prima non erano così sciocchi da “motore, ciak
azione”. Avevano una grandissima intesa e questo è fondamentale per una coppia.
Se in una coppia basta uno sguardo e capisci cosa vuol dire e cosa farà l’altro,
beh... allora... diventa fondamentale. Forse se loro avessero avuto alle spalle
delle belle sceneggiature, come in molti dei loro film, sarebbe stato meglio;
quando le sceneggiature dicevano voi entrate lì e fate ridere allora vedi che
dopo un po’ diventa routine e quindi le parodie funzionavano perché poi c’erano
dei soggetti originali, come ad esempio Per un pugno nell’occhio,
Goldginger o Le spie vengono dal semifreddo. Queste parodie erano
forti; poi erano un po’ gli unici a fare parodie in quel periodo, forse
Totò-Peppino, Tognazzi-Vianello, ma non le considero coppie perché hanno
lavorato insieme solo in alcuni periodi. Nel cinema la coppia per antonomasia
resta Franchi e Ingrassia.
Eppure nonostante il successo, che paragonato ai giorni nostri sarebbe
impensabile, c’è stato un feroce odio da parte della critica, una vera e propria
aggressione con parole molto forti nei loro confronti.
Mi fa ridere che gli stessi critici che un tempo li attaccavano adesso...
[sorride]... ma questo è successo anche per Totò, è uno scotto che devi pagare
se sei un attore popolare, perché se sei amato dal popolo è naturale che la
critica debba storcere il naso, non sei Woody Allen ed è più facile attaccare un
comico di estrazione popolare che lui. Io farei veramente una trasmissione nella
quale mettere a confronto le critiche di allora con il successo ancora oggi
forte dei loro film; vorrei vedere quei critici, se sono ancora vivi, cosa
direbbero. All’epoca ero piccolo e non so quanto queste critiche influissero su
di loro. Probabilmente ci rimanevano male, ma non più di tanto, perché comunque
c’era il pubblico che li sosteneva, gli incassi erano una dimostrazione. Poi
parliamoci chiaro, era un periodo che non si faceva un film se non c’erano
Franchi e Ingrassia, anche come partecipazione; non dimentichiamoci che gli
stessi produttori che spendevano tre lire per fare i film con Franchi e
Ingrassia ne guadagnavano 10 volte di più e li investivano per fare film
impegnati.
Eppure Pasolini ha tentato diverse volte di avere Franco e Ciccio come
attori.
Sì, avrebbero dovuto fare Uccellacci Uccellini al posto di Totò e
Ninetto Davoli e poi non l’hanno fatto. Penso ci furono problemi per il fatto
che stavano già girando altri film. Con Pasolini hanno fatto Che cosa sono le
nuvole? con Totò, Laura Betti e Ninetto Davoli; però sarebbe stato bello se
fossero riusciti a fare anche Uccellacci Uccellini; anche se mio padre
poi si è tolto molte soddisfazioni e ha pure ricevuto il David di Donatello per
Il Condominio il film di Felice Farina, come attore non protagonista.
Poi tuo padre ha continuato sulla strada della parodia anche come regista.
Il primo film di mio padre come regista fu Paolo il freddo, disse: “io
voglio prendermi la soddisfazione di dirigere Franco in un mio film” e così
fece. Il film lo scrisse lui, insieme al soggetto e alla sceneggiatura. Chiamò
Franchi per dimostrare che era bravo non solo nel fare le smorfie e lui lo
diresse molto bene, cioè lo teneva per le briglie. Quel film a me piace
moltissimo. Poi fece L’esorciccio perché gli interessava l’argomento e
intuì che poteva venir fuori una parodia divertente.
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