Il cielo sopra il Righi
 
di Luciana Chiesi De Fornari


Primo capitolo

Il semaforo di quell’incrocio era regolato su un tempo eccessivo per i pedoni che attraversavano con irritante indolenza via Peschiera. La bionda al volante della Peugeot, bloccata dietro una mezza dozzina di veicoli, ebbe l’impressione che l’occhio rosso la sbeffeggiasse a distanza.
Effetto di un pomeriggio canicolare che deformava le prospettive, incluse quelle interiori.
Il suo sguardo spazientito si spostò dal marciapiede sinistro a quello destro: lì l’insegna di una farmacia, qui i vetri tappezzati di autoadesivi di un’agenzia di viaggi. Una volta c’era l’entrata per un viaggio last minute.
Avrebbe trascorso l’intera estate in città quest’anno: una prospettiva scoraggiante per Giulia Strata.
Lei non reggeva la vista delle strade spopolate, delle serrande calate, dei manifesti sbiaditi sui muri assolati, odiava le angurie smerciate dai camioncini in piazze periferiche, i bus vuoti che sfrecciavano saltando le fermate, la fontana di piazza De Ferrari ridotta a lavapiedi multietnico.
Verde. L’auto schizzò per la lunga arteria in salita che portava a piazza Manin. Segmenti di cielo di un azzurro terso si stagliavano sui tetti e le terrazze, dove languivano piante disidratate per l’incuria dei proprietari in vacanza. In cima l’auto sterzò a sinistra e sul parabrezza si screziò il fogliame degli ippocastani della circonvallazione a monte.
Giulia scalò la marcia e imboccò la curva di corso Solferino, paga dell’ombra che mitigava il suo malumore ricorrente. Soltanto in due occasioni era rimasta ostaggio di un’estate in città: la prima risaliva agli anni ’60.
Appena arrivati a Courmayeur una telefonata della polizia li aveva fatti rientrare precipitosamente a Genova. L’appartamento era stato svaligiato dai ladri. Suo padre camminava da una stanza all’altra, come sulle macerie di un terremoto, ripetendo che erano rovinati.
Sua madre singhiozzava davanti alla cassaforte svuotata: nemmeno un anellino le avevano lasciato!
A settembre Giulia aveva temuto di dover rinunciare alla scuola privata, alle giacchine di panno inglese dello Scoth Corner e alla settimana bianca di febbraio.
Con le prime piogge il danno si era ridimensionato. Suo padre aveva ripreso a stonare Only you mentre si radeva e sua madre si era comprata un abito firmato per partecipare alla cena che riuniva periodicamente i commercianti di pellami.
La seconda volta che le vacanze erano andate in fumo era stato per la morte improvvisa della nonna. Le valigie erano state disfatte un’ora prima di raggiungere l’aeroporto. Suo padre aveva approfittato del cambio di programma per fare eseguire alcuni lavori di ripristino alla fabbrica di guanti. Giulia era diventata ospite fissa di un’amica che aveva una cabina stagionale ai bagni Ondina di corso Italia.
Il mare di città si era rivelato meno stucchevole del previsto, dato che i maschietti erano bellocci e intraprendenti. Una buona palestra per una tredicenne che aveva perfezionato le sue cognizioni sul sesso fino allora piuttosto confuse.
Il sangue le era colato tra le gambe un mezzogiorno, sotto la doccia, l’aveva visto stingere nel vortice dell’acqua e scomparire nello scarico. Di colpo s’era sentita cresciuta nel corpo e nello spirito.
Andare a replay nel tempo era un segnale allarmante, pensò Giulia, dandosi una sbirciata nello specchietto retrovisore.
Accidenti, aveva compiuto quarantaquattro anni l’ottobre scorso. Soltanto un’incosciente poteva sottovalutare la gravità del motivo che aveva annullato i programmi estivi.
Era successo il dodici luglio, la sera che si giocava la finale dei mondiali di calcio tra Brasile e Francia.
Diluviava. La Mercedes guidata da suo marito aveva sbandato lungo una delle strade a tornanti che scendono dalla collina del Righi ed era finita sulla corsia opposta. Un albero provvidenziale gli aveva impedito di rovinare per il pendio sottostante.
Da quel terribile urto Nicola aveva riportato delle fratture guaribili in sei settimane e la fidanzatina di suo figlio, che gli sedeva accanto, un trauma cranico di cui ancora si ignoravano le conseguenze.
All’ospedale tutti erano indaffarati e spicci. Inutile chiedere e supplicare. Sguardi vacui e qualche brandello di notizia: “suo marito non è in pericolo di vita, signora, non può restare qui, vada a sedersi da qualche parte”.
Era rimasta quasi due ore nel corridoio del pronto soccorso, digitando invano sul cellulare il numero di Jacopo e quello dei Becker. Le rispondeva la segreteria telefonica. Volevano tutti essere lasciati in pace a godersi la partita.
Niente messaggi. Forse anche a Zurigo il tempo era pessimo e bisognava evitare che suo figlio si precipitasse all’aeroporto in piena notte. L’avrebbe contattato l’indomani, s’era rassegnata.
Nicola non aveva perso conoscenza, e quando era uscito in barella da una porta a spinta, le aveva rivolto uno sguardo stremato.
“Non ho mai avuto un incidente, ora sono a pezzi” e con una smorfia di dolore “Sai qualcosa della ragazza?”.
Lei era caduta dalle nuvole. Non capiva a chi si riferisse Nicola. L’infermiere zoccolante già lo spingeva altrove, intanto che da qualche invisibile tivù si sprigionava il boato che accompagnava il goal dei vincitori.
In corso Magenta l’auto oltrepassò i giardini, anonimi come i vecchi che vi stazionavano, e si fermò in uno spazio rasente il marciapiedi. Giulia prelevò la borsetta dal sedile e svoltò per una strada laterale dove c’era il palazzetto liberty del teatro Il Pellicano, chiuso per ferie.
A pochi metri la bassa costruzione di mattoni rossi del circolo ricreativo. Giulia s’addentrò nel vialetto d’accesso sotto una pensilina di vite americana.
Mimmo maneggiava la macchina da caffè. Le fece un cenno di saluto ma non pareva entusiasta di vederla. Un paio di tavoli erano occupati da uomini che giocavano a carte, nel televisore dietro il bancone scorrevano le immagini di una corsa ciclistica.
Mimmo finì di servire una brunetta dai capelli spioventi, prima di spostarsi verso la nuova arrivata.
“Ciao, Giulia, che caldo eh...”.
“Già fa caldo”.
Non poteva dirgli che era passata per caso, lui sapeva perché era lì. La pilotò nel suo ufficietto e chiuse la porta che dava nella sala da biliardo.
“Ti avrei chiamata uno di questi giorni, ma ho sempre paura di disturbare”.
Giulia, piazzata sulla sedia davanti alla scrivania, replicò con un’occhiata esplicita, che era il suo silenzio a disturbarla.
Allora Mimmo carezzò col palmo della mano una pila di manoscritti che giacevano tra il telefono e il portamatite.
“Ho poco tempo per leggere in questo periodo, sono occupato con il circolo, mia sorella è in montagna e mia madre ha dei problemi alle gambe”.
“È da marzo che ti ho portato il copione, Mimmo”, gli ricordò lei, fissando una macchia d’umidità sul muro che faceva da cornice a un collage di foto di attori della filodrammatica.
Tutti sorridevano compiaciuti in abiti di scena, anche se, di solito, al botteghino del Pellicano non si staccavano più di una cinquantina di biglietti per una platea di centoventi poltrone. In mostra tra le altre, la locandina del suo atto unico La panchina in piazza, del ’95, replicato per due fine settimana con discreto successo.
Era scontato che il regista inserisse nel programma un’unica novità a stagione, in quanto i testi classici e dialettali richiamavano più pubblico.
“Davvero l’hai portato a marzo?” finse di meravigliarsi Mimmo. Giulia confermò con un battito di ciglia e lui disse con un sorrisetto ipocrita: “Sai quanto mi piace trovare nuovi testi, nuove idee, ma purtroppo la scelta è difficile, dopotutto il Pellicano non è l’Almeida di Londra”.
Il ventilatore a pale ronzava sul soffitto con scarsa efficacia.
Mimmo portava una camicia color aragosta, aperta sul torace magro e villoso, su cui penzolava un quadrifoglio d’oro appeso a una pesante catena. Aveva due braccialetti al polso destro e un anello a fascia al mignolo sinistro.
Era sui cinquanta, una folta zazzera castana faceva risaltare il pallore del suo ovale a confetto, le pupille nere e penetranti attiravano e respingevano i precari componenti della sua compagnia. Fare il direttore artistico e il regista lo riscattava dalla gestione del circolo ricreativo.
“Perché una storia di detenuti, Giulia?”.
“Allora l’hai letto?”.
“Una scorsa, soltanto...”.
Giulia si agitò sulla sedia e si guardò le ginocchia con una smorfia. “Che schifo! Ero già abbronzata, ora mi sto schiarendo”.
“Perché non ti fa in una lampada o vai qualche ora in spiaggia?”.
Lei alzò le spalle e si morsicò il labbro.
“Mi pareva un’idea originale la fuga del detenuto-attore in tournée”, disse, tornando al suo copione sul quale aveva sudato per mesi e che quel finocchio cercava di sottovalutare.
“Come l’idea del teatro nel teatro?” dubitò lui.
“Dipende da come si sviluppa la trama...” esitò Giulia e poi ebbe uno scatto: “Senti, Mimmo, tu non vuoi triangoli borghesi, non vuoi teoremi esistenziali, il mio Senza salvacondotto sfocia nel sociale, nell’attualità, te ne sei accorto?”.
E lui, imperturbabile: “Il fatto è che cinque personaggi sono troppi”.
Non le diede il tempo di obiettare. Giocherellando con il suo pendaglio d’oro e usando un tono lievemente esausto, le fece presente che gli spettatori del Pellicano preferivano la commedia al dramma.
“Tu hai scritto un dramma, Giulia, te ne rendi conto?”.
Lei si girò a controllare se la finestra fosse aperta, tormentando il manico della borsa che teneva in grembo. La sua temperatura corporea aumentava in base alla disistima, riservatale da quel regista di mezza tacca.
La parola dramma le aveva scatenato un sussulto interno, come se Mimmo l’avesse fatto apposta a mettere il dito sulla piaga.
“Ti va una cola?” si sentì offrire a quel punto. Rispose affermativamente per levarselo di torno.
Erano trascorse più di tre settimane dalla maledetta sera dell’incidente, pareva che in famiglia ognuno si fosse ormai adattato alla nuova situazione. Apparentemente anche lei. Ovvio che ogni tanto si sentisse fuori posto, inadeguata alle circostanze, persa in meschini confronti con le amiche in partenza. Sempre a ripetere al telefono che l’agenzia non le restituiva un soldo del congruo anticipo del viaggio in Scandinavia, che con quel caldo boia Nicola smaniava dentro il guscio di gesso, che Iacopo, povero ragazzo, soffriva perché Francesca era muta come un pesce, e che la colf era in ferie e gravava sulle sue spalle tutto il peso di quel disgraziato frangente.
Tornò Mimmo con un bicchiere appannato. Giulia bevve un paio di sorsi. I capelli biondi e mesciati seguirono lo scatto del suo corpo, di una snellezza nervosa, che si tendeva per poggiare il bicchiere sulla scrivania, una ciocca le tappò un occhio, che era oblungo e di una tinta tra il verde e il marrone.
“Come sta tuo marito?”.
“Ingessato e incazzato”.
Di nuovo Mimmo accarezzò con la mano curatissima i copioni, una decina circa, valutò Giulia con un’occhiata.
“Per settembre deciderò qualcosa, nel frattempo potresti tagliare un paio di personaggi”.
Lei inorridì mentalmente, ma lo sguardo del regista era inflessibile. Meglio sviare.
“Dove vai in vacanza?”. Mai che si scordasse di chiederlo a tutti quelli che incrociava in quel periodo.
“Un paio di settimane in Grecia, Theo non dispone di più”.
Giulia scostò la sedia e si alzò in piedi.
“Beh, adesso me ne vado, il numero del mio cellulare ce l’hai in caso che...” fece una pausa in cui lo fulminò con lo sguardo “Il cartellone del Pellicano è già completo, no!?”.
L’indifferenza di Mimmo era indisponente almeno quanto l’animosità della sua interlocutrice.
Lui corse ai ripari con un soave: “Dai, Giulia, perché non credi alla mia amicizia? Ho soltanto fissato le date delle compagnie ospiti”.
Giulia indugiò, mentre lo vedeva frugare tra i copioni evidentemente per cercare il suo. Lo fermò con la mano tesa. “Lascia perdere, ne ho una copia”.
Lui la seguì sulla porta e la trattenne per un braccio.
“Mi dispiace, stai passando un brutto momento”.
Giulia fece spallucce immusonita.
“La ragazza come sta?”.
Lei spinse la maniglia con un sospiro:
“L’intervento all’ematoma è riuscito, risponde bene alle terapie. È giovane, ce la farà...”.
“Jacopo è qui?”.
“Certo, zio Ernst non gli ha dato limiti di tempo”. Mimmo, precedendola attraverso il bar, spese ancora qualche parola di incoraggiamento, il che era il massimo per un tipo che se ne fregava di tutti, eccetto del suo partner di turno.
Fuori c’erano la stessa afa e gli stessi vecchi sulle panchine. Particolarità di alcuni tratti della circonvallazione a monte, in certe stagioni e a certe ore, di emanare una calma innaturale. Strade e palazzi apparivano come sottovetro e davano l’impressione di vivere in un altro secolo.
Giulia s’incamminò assorta verso la Peugeot.
Oggi il suo lato artistico non funzionava come antidoto alle angustie, dato l’esito dell’incontro col regista.
Doveva riempire i tempi morti delle giornate estive di piccole invenzioni e sforzarsi di farle apparire importanti.
Nuova filosofia di vita. Trovò guano di piccioni sulla carrozzeria blu cobalto.
Un cerchio di quei pennuti grugava sul marciapiedi.
Perché proprio sulla mia auto?
Giulia prese la mira e gli sparò col pollice e l’indice.


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