Cinque donne d'altri mondi
L'universo femminile dell'immigrazione
 
di Piero Fissore
 


Prefazione
Puntare sulle donne

di Goffredo Feretto

Cinque continenti, cinque donne. Storie raccolte “in presa diretta” da Piero Fissore che ne ha incontrato le protagoniste nelle loro case, munito di registratore e disponibilità all’ascolto.
Valentina, Lin, Marie, Britney e Juanita vivono oggi nel Tigullio e narrano la propria vita.
Ecco la principale caratteristica del libro che ne è venuto fuori: sono “loro” che raccontano – e si raccontano –, sono esclusivamente “loro”: le donne. Senza mediazioni di sorta.
Fissore evita persino di aggiungere un commento personale, una propria riflessione, una qualsiasi considerazione. E questo è il maggior pregio del suo lavoro.
Eppure risulta evidente che è merito suo se ognuna di queste cinque donne ha accettato di parlare di se stessa senza reticenze, con grande – e a volte spiazzante – sincerità: merito di un atteggiamento di semplicità nell’approccio, di spontaneità, di autentica condivisione.
Ma ha senso aver raccolto e pubblicato queste storie, così personali, così intime?
Non ho dubbi: non solo ha senso, ma, in qualche modo, era addirittura necessario farlo.
Sì, perché chiunque leggerà queste pagine – e mi auguro saranno molti – si renderà immediatamente conto che il processo di integrazione delle persone provenienti da altri paesi, da altri contesti sociali e culturali, dovrà necessariamente passare attraverso la donna per dare risultati concreti.
Puntare sulle donne è anche quello che ha fatto, in campo economico, Muhammad Yunus, “il banchiere dei poveri”, premio Nobel per la pace. “Le donne sono più affidabili. Pensano al bene della famiglia, ai figli, a risparmiare.... Le donne sono intraprendenti, pensano al futuro. Se prendono un prestito, si sentono impegnate a restituirlo”: sono parole di M. Shahjahan, vice amministratore generale della Grameen Bank, banca rurale per il micro-credito fondata da Yunus in Bangladesh.
Di avere forza di volontà da vendere e determinazione e capacità di adattamento, le protagoniste di questi racconti lo dimostrano in abbondanza. Il “sesso debole” non sono loro: tutt’altro. Deboli e fragili, spesso incapaci di affrontare difficoltà e sfide, appaiono piuttosto molti degli uomini che hanno incontrato sul loro cammino.
Parlando di integrazione, non posso impedirmi di rievocare la figura della mia bisnonna, emigrata dalla Fontanabuona in Argentina nella seconda metà dell’Ottocento.
Dopo decenni di lavoro, ritornò in Italia decisamente di malavoglia, poiché per lei Buenos Aires era “Mi patria querida”, la mia amata patria. Non solo, ma per tutta la vita suo marito Giacomo, come lei fontanino purosangue, lo chiamò Santiago.
Eppure il genovese non lo dimenticò mai e continuò a parlarlo in famiglia e lo insegnò ai suoi figli. Segno che l’integrazione, anzi l’assimilazione addirittura, nella società multiculturale argentina non le aveva fatto rinunciare alle sue radici, sempre vitalissime.
Su una strada molto simile mi pare si stiano incamminando queste cinque donne, in qualche modo rappresentanti di tutte le immigrate: il nostro paese sta diventando – o è già diventato – anche il loro paese. Sarà anche una “patria querida”? Lo spero. Anzi: voglio impegnarmi anch’io perché lo sia al più presto, imparando a considerarle fin da ora “donne nostre” e non “come le nostre”, giacché in quel “come” si nasconde un’insidia, che è quella di giudicare partendo dalla diversità.


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