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Colori e silenzi
delle Cinque Terre
...e dintorni
di Francesco Baratta
Introduzione
In un caldo pomeriggio d’estate sto riordinando i libri che
hanno segnato i vari momenti della mia vita, intensamente vissuta sempre alla
ricerca e alla scoperta delle bellezze del Creato, quando arrivo a sfogliare un
bel volume, dono degli amici Lions del Club Levanto-Cinque Terre, a ricordo di
una lontana frequentazione in quelle meravigliose e affascinanti “Terre”.
Il piacevole scorrere delle pagine ed il ricordo dei tanti amici che avevano
voluto rimarcare il dono con una affettuosa dedica, “per l’opera prestata al
Club e al Lions International “, richiama alla mia mente un periodo di una
decina d’anni, tra il 1965 e il 1975, di intensa e appassionata partecipazione
ai temi che, in quei tempi ormai lontani, venivano proposti e dibattuti da
quelle comunità levantine, fortunate per risiedere in luoghi che costituiscono
un paesaggio unico, arcigno nei giorni violenti di mareggiata e dolce nei
tramonti sulle acque quiete e luccicanti del mare.
Quella pagina, riprodotta più avanti (alla fine di questo testo), vuole essere
un omaggio ai molti tra quegli amici che oggi non ci sono più. Il volume Le
Cinque Terre di Alessandro Fergola e Paolo Stringa per i tipi di Stringa
Editore (Genova 1969), documentava con artistiche foto le bellezze paesistiche
di questo lembo orientale di terra ligure.
Il ricordo richiama in me la meditazione e l’estasi che provavo nelle lunghe
passeggiate, accompagnato spesso dalla mia giovane sposa Rosetta, da Riomaggiore
e Manarola, a Corniglia, a Vernazza, a Monterosso, lungo i sentieri di una
affascinante fascia costiera che prende il nome di Cinque Terre, incastonata per
quindici chilometri tra il territorio di Levanto e quello di Portovenere,
altrettanto affascinante.
Questo tratto di costa costituiva allora, come oggi, un paesaggio unico al
mondo, un ambiente naturale impervio che l’uomo ha modificato attraverso i
secoli, con fatica e costanza, per le proprie necessità di vita.
A distanza di tanto tempo, continuo ad essere affascinato dal pensiero di come
il lavoro assiduo di generazioni d’uomini e donne che, a spalla, hanno
trasportato, per mille anni, terra fertile sui pendii scoscesi, abbia in parte
sostituito il bosco e la macchia mediterranea, caratterizzando e migliorando,
una volta tanto, un paesaggio tanto arcigno quanto maestoso.
Quei pendii scoscesi, costituiti da bosco e macchia mediterranea, in un tempo
lontano sono stati, infatti, sostituiti con terrazzamenti coltivabili, sostenuti
con muri in pietra a secco, saturati con scaglie di pietra più piccola e terra,
secondo l’antica sapienza costruttiva di tante generazioni passate. La
morfologia del territorio ha, da secoli, vincolato la gente del posto a lavorare
questi terrazzamenti con una monocoltura a vite, il cui pregiato prodotto
costituiva l’unica fonte di reddito.
Dal Medioevo fino ai nostri giorni è stata una continua sfida tra l’uomo e la
natura per modellare l’ambiente con sapiente buon gusto, tanto che le fasce
terrazzate caratterizzano oggi un paesaggio indubbiamente unico, da tutelare
come patrimonio di tutta l’umanità.
In quegli anni Cinquanta-Sessanta era peraltro iniziato l’abbandono delle
colture, a seguito dell’emigrazione della popolazione verso le aree
industrializzate che, con il passare del tempo, aveva prodotto un lento ma
costante degrado dei muri in pietra a secco, con crolli, frane e dissesti
idrogeologici più o meno estesi, determinando un lento avanzare della macchia
nelle aree incolte.
Fortunatamente però, in tempi recenti, è nata e cresciuta una sensibilità
ambientale nella gente del posto e nelle comunità locali, tanto che è stato
costituito il Parco Nazionale delle Cinque Terre, gestito dall’omonimo Ente con
il preciso intento di conservare “il paesaggio costruito dall’uomo”.
Oltre al Parco è stata costituita L’Area Naturale Marina Protetta: mare e terra
in un unicum paesistico da proteggere.
L’impegno culturale appassionato caratterizzava quegli anni, in un confronto con
la gente dei luoghi, sulla peculiare natura del paesaggio con incontri,
organizzati dal Lions Club in collaborazione con le istituzioni locali, a cui
partecipavano studiosi di valenza nazionale ed internazionale, che si
susseguivano al Casinò municipale di Levanto. A tali momenti si alternavano
passeggiate ed escursioni nelle ridenti località dove, oltre alle bellezze
paesistiche, si apprezzavano i sapori ed i profumi pieni di stuzzichevole
salmastro.
Nelle lunghe escursioni ero accompagnato dagli amici abitanti, più partecipi del
posto, e spesso da un simpatico personaggio, che sapeva trasmettere, a noi
tutti, il senso dello stupore e dell’apprezzamento per le bellezze del creato.
Questi era Cesare Ferrari che, oltre ad una particolare sensibilità, possedeva
l’esperienza di chi ha speso la vita alla ricerca del bello, anche per incarico
di committenti importanti come la casa editrice De Agostini.
Il maestro m’invitava a cogliere, con stupore sempre nuovo, l’immagine della
natura nei momenti più esaltanti e irripetibili: un tramonto, il frangersi
contro luce delle onde sulla scogliera, la vegetazione cangiante ad ogni
stagione. Ferrari m’insegnava come la macchina fotografica poteva essere un
blocco di schizzi. Mi diceva: “I fotografi non hanno a disposizione il tempo,
hanno l’istante”. Rifletteva, meditava, come fanno gli artisti veri. In fondo
sapeva di appartenere al piccolissimo gruppo di fotografi-poeti che hanno il
dono di fissare un momento e insieme di raccontare una storia. La storia.
Paesaggi e spettacoli della natura come la risacca sulla spiaggia, la
stratigrafia della roccia, la vegetazione mediterranea ci donavano, se
interpretati dalla mia vecchia Contina Zeiss Ikon, un senso magico e profondo da
primo giorno della Creazione. Chi ama la natura si trova immerso in essa: non
esistono primi piani e sfondi, quinte o emergenze: il quadro paesistico, mediato
da una tecnica sublime e da una acrobatica chiusura di obbiettivo, ci viene
incontro e ne siamo avvolti. Sentiamo il vento di libeccio fendere tra le agavi
in fiore e la pioggia primaverile lambire il vigneto con le sue tenere, fragili
foglie.
Il mestiere che l’artista Ferrari ha saputo comunicare è un’opera d’arte che
dura nel tempo e continua a trasmettere immediate emozioni con la stessa forza
del primo momento, in un tempo ormai lontano.
Molte delle immagini, che si propongono in questo viaggio ideale, sono frutto
del suo consiglio e della sua sensibilità e invitano a soffermarsi e riflettere
tra ricordi e nostalgie.
Proponendo quelle fotografie, rimaste in un cassetto e quasi ingiallite,
ripercorro oggi un ideale viaggio, in compagnia di due meravigliosi amici che
condividono con me il gusto del bello e le sensazioni che la natura spesso
offre: Franco De Angelis, con le sue personali interpretazioni pittoriche dei
borghi delle Cinque Terre, e Francesco Dario Rossi, poeta di particolare
sensibilità.
Francesco Dario ed io abbiamo inoltre scelto altri compagni di viaggio:
Francesco Brusco, Sylvana De Riva, Ada Felugo, Enrico Rovegno e altri poeti che
non ci sono più ma che, come noi, hanno decantato e amato quei luoghi: Angiolino
Contardi, anch’egli compagno in quelle piacevoli passeggiate, il poeta
“sestrino” Giovanni Descalzo, l’amico sacerdote Antonio Frugone, il grande
Eugenio Montale, Italo Rossi poeta e fondatore dell’Associazione Culturale
L’Agave. I loro versi conferiscono a questa sequenza fotografica di quarant’anni
fa, intitolata Colori e silenzi delle Cinque Terre, la ricchezza delle
loro sensazioni destinate a vivere nel tempo.
Ha un senso l’accostamento delle immagini alla poesia? Più che mai, specialmente
oggi. Sono di Chesterton le parole: ”Il mondo non perirà per mancanza di
meraviglie, ma per mancanza di meraviglia”. La poesia, accostata all’immagine
del Creato, opera di Dio e dell’uomo, è liberazione, stupore, cuore, fantasia,
contemplazione, il gusto della meraviglia. – “La meraviglia lasciatemi”,
scriveva il sacerdote poeta Antonio Frugone: “La meraviglia lasciatemi / di una
bellezza / che non si può misurare, / lasciatemi stupire, pregare, gridare, /
prima che il giorno termini / e cominci la notte, più breve di un battito d’ale,
/ aperta sull’unica aurora”.
“Gioanin” Descalzo, amato poeta “sestrino” che ho ben conosciuto e frequentato,
perché amico di papà Mario. Ricordo la stima di mio padre per Gioanin, il
poeta-autodidatta che, dal nulla assoluto dell’istruzione e della condizione
sociale, ha saputo conquistarsi, a prezzo di stenti e di tenace volontà, una
cultura insolita e un nome nel mondo. Citando alcuni versi di una sua poesia
“M’avanza questa sola”, emerge la grandezza dell’uomo-poeta: “Resto alla riva e
i sogni / traditi si rinnovano, coi nembi / dell’invernata, senza fine in tedii
domenicali. / Suon di campane scuote / da remoti risucchi / la mia scorza marina
/ ottusa di silenzi impenetrati / e il mio migrar s’arresta / fatto terreno e
antico”.
Delle Cinque Terre di Descalzo ricordo, oltreché la sublime poesia, anche la
prosa espressa nel libro Santuari, valli e calanche della Liguria Orientale,
edito da Liguria, Savona 1941.
Di Vernazza: “Nel borgo, ovunque caratteristiche scalinate, rampe, crose, arcate
che sospendono su l’acqua vecchie case, cavità ove il mare risuona, nomi che
ricordano fole e leggende, tutti gli elementi di quello scenario marinaro
incontaminato e pittoresco che è possibile trovare soltanto in alcuni vecchi
paesi liguri, con in più una nota di vita varia che la doppia attività, marinara
e rurale, fusa armonicamente, imprime alle cose”.
Di Riomaggiore: “Le casette, accatastate le une sulle altre come gradinate
bizzarre ci offrivano ora anditi e scale buie, ora passaggi angusti attraverso
archi neri e passaggi di pietra e, salendo alla bella chiesa trecentesca dal
luminoso rosone, ci apparvero radicate sui margini della valletta come una
vegetazione di pietra bianco-grigia tra ciuffi verdi”.
Infine la poesia del grande Eugenio Montale, di cui riportiamo quattro
meravigliose liriche. Montale, il più grande poeta italiano del Novecento, è una
delle massime voci della poesia mondiale. Nato nel capoluogo ligure e vissuto
per lungo tempo nella sua Monterosso, è stato insignito del premio Nobel nel
1975. Ci diede un verso in cui traspare l’immensa bellezza delle Cinque Terre, a
volte aspre e rocciose, azzerate di spiagge, o precludenti ampiezze litorali:
“Tu vastità riscattavi / anche il patire dei sassi”. Vastità, delirio del mare,
infinità e angustie di lidi e di coste, grande luce e asprezze di rocce.
In queste pagine sono altresì raccolti alcuni aspetti, tratti e caratteri dei
borghi – le Cinque Terre – stretti sul fondo delle vallate aperte sul mare o
arroccati come castelli sulle rocce della costa-riviera di levante, tra Punta
Mesco e Capo Montenero.
Cinque borghi ricchi di storia e tradizioni, popolati da gente rude, che porta
sul volto i segni di una secolare lotta contro il mare, spesso nemico, e contro
la natura, anch’essa aspra, e il ricordo di barbari e di saraceni calati ad
incendiarli e depredarli: cinque borghi isolati l’uno dall’altro, conservati
così come sono sorti e custodi di semplici cose alle quali non siamo più
abituati – la bianca macchia di una nube nel cielo, lo stridìo delle rondini che
si rincorrono nell’ora del tramonto, la purità di un’alba, il profumo dei fiori
– che sono vera poesia.
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