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La civiltà del
castagno
Storia, cultura e memoria
del borgo di Cisiano in Val Lentro
di Tullio Pagano
Introduzione
Cercando il mare oltre la montagna
Uno stacco più netto tra la città e la
campagna sarebbe difficilmente immaginabile. La strada che segue il corso del
torrente Bisagno si stende diritta e monotona da Marassi fino a Struppa,
fiancheggiata da insediamenti commerciali e industriali e brutta edilizia
residenziale. Passati gli ultimi palazzi e la stazione di servizio dell’Agip, la
“via dei Partigiani” che porta verso il passo della Scoffera si incunea tra i
pendii ripidi che scendono quasi a picco a racchiudere il torrente Bisagno.
L’aria si fa subito più fresca, il Bisagno comincia a scorrere più rapido, ed
anche più pulito, alimentato qui e là dalle polle sorgive che sgorgano dalle
rocce ai bordi della carreggiata, dove gli automobilisti si fermano a riempire
taniche d’acqua o a lavare le vetture. Dopo pochi minuti di curve si arriva alla
Presa, località così chiamata perché in quel punto, alla confluenza tra il
Bisagno e il Lentro, aveva inizio l’antico acquedotto di Genova, già documentato
a partire dal Duecento. Le acque venivano “imbrigliate” e guidate, per mezzo di
un complesso sistema di canalizzazione, attraverso tutta la città, fino alle
banchine del porto.
Alla Presa, fino ai primi anni Sessanta, la corriera che la mia famiglia ed io
prendevamo in piazza della Vittoria si fermava, e chi voleva proseguire per la
Val Lentro poteva farlo solamente a piedi o a dorso di mulo. Lì veniva ogni
giorno a caricare nostro cugino Giuse, che aveva negozio di commestibili e
osteria a Terrusso, il secondo paesino che s’incontra risalendo la Val Lentro
dalla Presa. “A Preisa” era un nome che sentivo di frequente quando da bambino
passavo le estati in Val Lentro, con la mia mamma e mia sorella. Pensavo che
fosse in qualche modo associato con il fatto che lì c’era sempre qualcuno pronto
a “prenderci” per portarci su per le mulattiere di montagna. Il mio papà
arrivava solo al sabato sera, e così era per quasi tutti i padri dei miei
coetanei. Allora la vita del paesino si animava, si organizzavano gite sulle
Pree – i grandi prati che si estendono in cima ai monti che separano la Val
Lentro dal mare – tornei di bocce, feste e grandi mangiate.
Oggi una piccola strada asfaltata arriva fino in cima alla Val Lentro, toccando
i tre paesini che si susseguono lungo la valle, in ordine di grandezza. Viganego,
che per me ha sempre rappresentato niente più che un punto di passaggio, una
tappa lungo il cammino; Terrusso, di cui ho i ricordi più chiari, dove abitava
la zia Culla (il suo vero nome di battesimo era Scolastica, ma nessuno l’ha mai
chiamata così), che era la sorella di mio papà e la mamma di Giuse; ed infine
Cisiano, che rimane ancor oggi un luogo remoto, quasi misterioso, diverso dagli
altri “ridenti” posti di villeggiatura che s’incontrano risalendo la statale 45
verso Piacenza. Una volta entrata nel centro abitato, la strada si contorce un
paio di volte su se stessa per terminare poi nell’antico quartiere di Pernoceto,
dove abitavano i miei nonni, che fino a pochi decenni fa gestivano l’antico
mulino ad acqua del paese. La valle del Lentro termina in una scarpata coperta
da una fitta vegetazione, in cui la leggenda racconta che ai tempi delle guerre
napoleoniche, durante l’assedio di Genova, morirono più di mille soldati
austriaci, sepolti da un’enorme frana che si staccò improvvisamente dalla
montagna.
Le primissime estati della mia infanzia le passai proprio lì, a Cisiano. Uno dei
pochi ricordi che ho del paesino dove nacque mio padre è quello della Vittorina
e della sua cucina annerita dal fumo della stufa, dove cuoceva delle
morbidissime focacce fatte con farina di castagne e patate. Il paesino già a
quei tempi era quasi completamente spopolato, difficile da abitare, se non
durante i mesi estivi, essendosi la gente già quasi tutta trasferita in città o
nei paesini più a valle. Anche la mia famiglia da Cisiano si trasferì subito
dopo a Terrusso, dove c’erano altri “villeggianti” con cui mia madre poteva
prendere il caffè e chiacchierare della vita in città. Insieme alle famiglie dei
villeggianti si trasferivano nel piccolo borgo durante l’estate tutte le vecchie
abitudini di famiglia, prima fra tutte l’arte tutta genovese del mucchettu,
che consiste nel colpire verbalmente l’avversario in modo indiretto, di cui era
maestra incontrastata la zia Adalgisa, che quasi ogni giorno, di ritorno a casa,
si metteva a raccontare a mia madre il modo in cui era riuscita a lasciare di
stucco la pettegola di turno.
Cisiano restava al di fuori di tutto ciò. Ci si andava qualche volta in gita in
comitiva, lungo la mulattiera, nei pomeriggi più caldi, per fare il bagno al
“Lagu du Mattu”, una delle tante pozze d’acqua gelida che il torrente Lentro si
era scavato pian piano nella roccia. Quel borgo, quando lo rividi di recente,
dopo tanti anni, mi parve un posto incantato, dove uno potrebbe immaginare elfi,
gnomi ed altre creature dei boschi. Le rocce si alzano a strapiombo dal letto
del torrente e il cielo è quasi completamente oscurato dalle fronde degli
alberi, tanto che perfino nelle giornate più calde di agosto c’è sempre
un’intensa sensazione di frescura. Pochissime famiglie cittadine, a quanto mi
risulta, passavano l’estate e Cisiano, e fu forse per adeguarsi alle usanze
degli altri villeggianti che decidemmo di prendere in affitto una casetta a
Terrusso, proprio a due passi dalla trattoria-commestibili della zia Culla, di
proprietà dei nostri parenti. La casa era di pietra, come tutte quelle della
valle, senza intonaco, ma all’interno era tutta di legno, con le pareti
imbiancate a calce. Noi abitavamo al primo piano, sopra la stalla, dove stavano
i muli e gli asini di Giuse. Le stanze all’ultimo piano erano adibite a voliera.
Lì stavano gli uccellini che prendevamo col vischio, nel torrente, restando per
lunghe ore ad aspettare che cardellini e pettirossi si posassero sulle pagliuzze
accuratamente sospese fra due pietre o due ramoscelli nel ruscello. Sapevamo
tutti che la caccia col vischio, proibita dalla legge, era una cosa molto
crudele, ma entrare in quella stanza bianca sempre piena di luce e del canto
disperato di uccelli di mille colori era un’esperienza indescrivibile.
Da Cisiano ogni tanto arrivava un uomo strano, un po’ misterioso come il suo
paese, che tutti chiamavano “Fillu”, vecchio amico di mio padre e gran
conoscitore di fungaie. Lo ricordo come un uomo dai capelli grigi foltissimi,
nonostante l’età avanzata, sempre arruffati e con qualche pagliuzza infilata in
mezzo, la carnagione scura, la barba lunga e una maglietta a mezze maniche di
lana grezza e pesante, anche in piena estate. Bussava ogni tanto alla nostra
porta e portava dei doni semplici e saporiti, presi dal bosco: more, funghi
porcini, amarene. Accettava con piacere il bicchiere di vino, i biscotti o la
fetta di torta fatta in casa che mia madre gli offriva, mormorava a stento due
parole e poi ritornava alle sue fasce, o all’osteria. Della gente del paese, mio
padre era uno dei pochi, forse l’unico, con cui amasse andare per boschi, a
parlare forse di Cisiano com’era quando erano piccoli, e il borgo, a quel tempo
semiabbandonato e in rovina, risuonava delle voci dei figiuami che si
rincorrevano su e giù per le stradine e dei canti delle donne che andavano a
“fare il fieno”. Di Fillo si racconta che avesse il vizio del bere, e che quando
la madre, che gestiva l’unico negozietto di alimentari a Cisiano, lo mandava
alla Presa a fare provviste, lui sparisse dalla circolazione per dei giorni.
Ubriaco, pare che finisse spesso per addormentarsi in mezzo al bosco; la mula
paziente aspettava che si risvegliasse per riportarlo poi a casa, talvolta senza
più né soldi né provviste. Durante le mie ricerche, trovai una vecchia foto di
gruppo fatta all’osteria di Terrusso negli anni Cinquanta: Fillo siede in un
angolo, con il bicchiere di vino in mano e guarda con un’espressione un po’
sospettosa la macchina fotografica.
Di Cisiano mio padre diceva sempre di non aver mai avuto nostalgia: una vita di
miseria si faceva lassù, a mangiare castagne secche o bollite tutto l’anno. Lui
se n’era allontanato presto, prima per fare il soldato, poi con la famiglia a
lavorare nella locanda che sua madre, dopo la morte del marito, aveva preso in
gestione sulle Pree, i monti proprio in faccia Cisiano, e infine nella
casa di via Cadighiara, lungo la strada che da Borgoratti porta a Bavari e San
Desiderio.
L’indomabile nonna Cecchina con il denaro accumulato con tante economie era
riuscita a comprare la casa e un grande appezzamento di terreno con molti alberi
da frutta e ulivi, esposto a solatio, che si spingeva su fin quasi in cima al
monte, distrutto prima dal tracciato dell’autostrada, e poi in modo definitivo
dal complesso residenziale e Sporting Club dei Tre Pini. Lì si era
stabilita con i suoi figli, ed aveva iniziato una nuova vita, passando dalla
coltivazione delle castagne a quella degli ulivi. Io la nonna Cecchina non la
ricordo affatto, scomparve quando ero ancora piccolo, insieme al paesino di
Cisiano, ma di lei ho sempre sentito storie fantastiche. So che scelse di
sposarsi a diciassette anni, diede al mondo nove figli e ne tenne a balia almeno
altrettanti, oltre a badare al marito anziano, alla terra e agli animali.
Al contrario di mia nonna, da bambino io ero gracile, e spesso soffrivo di
attacchi d’asma, forse d’origine nervosa, che mi colpivano con più forza proprio
quando ero in villeggiatura in Val Lentro. Fu anche per questo che i miei
genitori decisero di farmi “cambiare aria”, e comprarono una casetta con un
pezzo di terra in Piemonte, vicino ad Acqui Terme. Per mio padre, abituato alle
fasce pietrose della Val Lentro, la terra ricca e fertile della Val Bormida era
cosa da non credere: qualsiasi cosa piantasse veniva su senza fatica. Per il
concime bastava andare alla fattoria accanto a riempire carriole di letame
fumante, mentre la rugiada notturna, anche in piena estate, rendeva quasi
superfluo annaffiare le piante. Ai boschi di castagno della Val Lentro nella mia
famiglia nessuno pensò più, e la casa dei nonni fu lasciata andare in rovina.
Mio padre si burlava dei suoi parenti che passavano i fine settimana a
restaurare le casette dei loro vecchi a Cisiano, dove si ostinavano a coltivare
il radicchio, le zucchine e le poche altre verdure nel terreno pietroso. Ed
anche noi figli non ci tornammo più, se non per qualche funerale nella chiesetta
mezzo diroccata del paese.
Strano allora questo mio desiderio di ritornare ad un luogo mai veramente
conosciuto se non attraverso i racconti dei vecchi, che oggi amano conversare,
come non l’hanno mai fatto prima, con il “figgiu du Mandu”, che è diventato
professore e vive in America. Ciò che mi affascina del borgo di Cisiano è il suo
essere al tempo stesso così vicino alla città – ed una città grande e importante
come Genova – ed insieme così remoto, nonostante la strada carrozzabile che oggi
lo raggiunge, quasi sperduto in mezzo ai monti. Ritornandoci qualche estate fa
dopo tanti anni mi parve che quelle casette, ora quasi tutte restaurate con
amore ed orgoglio dai discendenti delle famiglie di Cisiano e dai pochi
foresti, coi pavimenti rifatti e tirati a lucido, i bagni con l’acqua calda,
i terrazzini fioriti e gli interni arredati con la stessa attenzione dedicata
agli appartamenti di città, avessero una storia importante da raccontare. Una
storia che oggi non è più rintracciabile se non a spezzoni, sommersa dagli
intonaci in calcestruzzo che ricoprono i muri tirati su a secco con fatica
durante le generazioni passate. Mi balenò l’idea di un progetto di ricerca volto
a riscoprire una civiltà ormai scomparsa, parzialmente ricostruibile solo
attraverso i vaghi ricordi dei sopravvissuti e tra le carte ammuffite di qualche
archivio parrocchiale. Forse perché, come scrive l’antropologo Vito Teti in un
libro sui paesi abbandonati della Calabria, è proprio nei posti non più abitati
che si può forse ritrovare quel “senso dei luoghi” che nelle città moderne è
andato irrimediabilmente perduto.
Il maggior ispiratore di questa mia ricerca fu l’anziano Nello Pagano, mio primo
e affascinante informatore, che abita tenacemente abbarbicato nell’ultima
casetta del paese, proprio all’inizio del vallone dei mille morti, con i suoi
due splendidi cani da caccia. Fu lui che un giorno mi accompagnò lungo il
sentiero che la gente del posto percorreva per portare le verdure, le castagne e
tutto quel poco che si produceva nelle fasce e nei boschi intorno a Cisiano fino
a Nervi, cittadina rivierasca che alla fine del secolo scorso accoglieva nei
suoi alberghi circondati da palme ed agrumeti aristocratici decadenti e
industriali rampanti provenienti da tutta Europa.
Da Cisiano percorremmo la ripida mulattiera che scende al torrente Lentro,
scavato nella roccia. Lì Nello mi mostrò i lastroni d’ardesia lungo il corso
d’acqua dove le donne andavano a fare il bucato. Il letto del torrente non era
come oggi oscurato dalla vegetazione, la luce del sole penetrava fino al fiume,
dove i panni erano sempre stesi ad asciugare. Tutto era molto più curato: nei
boschi di castagni la gente tagliava l’erba da dare agli animali, raccoglieva
pazientemente perfino i ricci e le foglie, che venivano usate al posto della
paglia, nelle stalle: gli uomini le comprimevano in enormi gabbioni che si
caricavano sulle spalle per portarle fino a Nervi, dove le vendevano a quelli
che avevano cavalli o altri animali da stalla. Ogni tanto, lungo il sentiero,
Nello mi indicava dei grossi macigni: erano le pietre da posa, dove i portatori
posavano per qualche minuto i loro carichi prima di riprendere il faticoso
cammino verso Nervi: essendo ad altezza d’uomo, permettevano di rimettersi poi
il carico in spalla senza eccessivo sforzo. Ancora oggi, come un tempo, si
attraversa il torrente Lentro passando sopra ad un bel ponte in pietra, che pare
abbia dato il nome anticamente a questa piccola frazione dell’entroterra, che
dalla gente della riviera veniva chiamata proprio Ponte. La mulattiera, ancora
in discreto stato di conservazione, nonostante i lunghi anni di abbandono,
riprende sul versante opposto del monte fino alle Pree, pascoli oggi
utilizzati prevalentemente da pastori sardi che si stabilirono un po’ dovunque
sulle alture genovesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i contadini del
posto, attratti dalle opportunità di lavoro nelle fabbriche e nei cantieri in
città, cominciarono ad andarsene definitivamente. I sardi s’insediarono
nell’osteria che una volta fu della nonna Cecchina, abbandonata da decenni, e
cominciarono ad allevare pecore e maiali. Durante la mia infanzia in Val Lentro
andavamo spesso con mio padre ad assaggiare le prelibate “formaggette coi vermi”
e fino a pochi anni fa i genovesi andavano in gita da quelle parti appositamente
per comprare il formaggio pecorino, da gustare con le fave, o la ricotta fresca.
Passata la fattoria dei sardi, anche questa purtroppo in stato d’abbandono, con
rottami d’auto e detriti d’ogni genere sparsi nei campi per centinaia di metri,
si arriva alla statale 64, detta anche Tavianea, costruita negli anni Cinquanta
per volere di Paolo Emilio Taviani, personaggio di spicco della DC genovese e
storico colombiano di fama internazionale. La Tavianea è una splendida strada
panoramica, conosciuta da pochi e di conseguenza assai poco trafficata, che
dalle alture di Apparizione, sopra Borgoratti, prosegue verso il Monte Becco per
ricongiungersi poi a Recco. Attraversato il nastro d’asfalto della 64 entrammo
in una bella pineta, da cui si gode lo splendido panorama del golfo di Genova.
Durante la gita con Nello, arrivammo in cima al monte attorno alle otto e mezzo
del mattino, e da lì cominciammo a discendere lungo i prati a ridosso del Monte
Fasce, un tempo utilizzati per il pascolo degli animali, di cui ha ricostruito
in modo mirabile la storia Diego Moreno, studioso del paesaggio rurale
all’Università di Genova. Per camminare lungo quei sentieri, esposti al vento di
tramontana, i nostri vecchi, mi raccontava Nello, si dovevano tenere aggrappati
gli uni agli altri, altrimenti il vento li avrebbe spazzati via insieme ai loro
ingombranti carichi di foglie di castagno. Passata la cresta esposta ai venti
del nord si arriva alle miagie, dove una serie di muretti a secco, con le
caratteristiche pietre disposte a coltello per impedire che gli animali li
scavalcassero, proteggeva i portatori dal vento.
Dopo poche decine di metri si entra nuovamente nei castagneti, che si estendono
fino ai limiti dell’abitato sopra Nervi. Qui una volta c’era un’antica osteria
di cacciatori, mi fece osservare Nello. Recentemente la casa con annesso terreno
è stata comprata da Beppe Grillo, cabarettista genovese di fama nazionale. Il
terreno cintato con rete metallica, la cascina accuratamente restaurata, i
cavalli (cavalli, non muli) che pascolano nell’erba, indicano che si sta
entrando in un altro territorio. Non più la Liguria povera dei castagneti, la
Liguria “opaca” di cui parla Calvino in un saggio su cui avremo modo di
ritornare, ma quella più ricca e nobile degli ulivi e degli agrumi, che si
estendono fino al mare. Una gran parte delle case e dei terreni che si
affacciano sui crinali degradanti dolcemente verso Nervi sono state comprate da
ricchi professionisti genovesi o brianzoli, che le hanno restaurate con cura,
installando videocitofoni e cellule fotoelettriche ai cancelli e cani mastini
all’interno. Lungo queste mulattiere (le famose crêuze cantate da
Fabrizio De André) le donne di Cisiano andavano a vendere le uova, o i famosi
funghi porcini della Val Lentro, o gli ortaggi. Con i soldi ricevuti, compravano
poche cose essenziali: zucchero, pasta, caffè, per poi ritornare, nuovamente a
piedi, al paese. Almeno due volte alla settimana le donne percorrevano questa
mulattiera: partivano che era ancora buio e ritornavano a casa nel primo
pomeriggio, per accudire i bambini, i vecchi, per lavorare negli orti e mandare
avanti la casa, aspettando l’arrivo dei mariti, che nella stagione morta
andavano a lavorare in porto come giornalieri sulla chiamata, dove ogni mattina
le compagnie di facchinaggio “chiamavano” quelli che sarebbero serviti quel
giorno per scaricare le navi.
Oltre ad allattare i propri figli, spesso le donne della Val Lentro ne
prendevano altri a balia. Secondo mia cugina Mafalda, che negli anni Trenta
visse per alcuni mesi a Cisiano, le donne del posto erano ricercate per l’ottima
qualità del loro latte, dovuto all’aria salubre e all’alimentazione genuina. Le
più fortunate andavano a vivere nelle case signorili a Genova, dove “erano
trattate come signore”, vestite elegantemente e nutrite con cura, perché i
rampolli della Genova bene crescessero sani e robusti. Dei loro figli se ne
sarebbero occupati i parenti.
Quel giorno partimmo con Nello alle sette del mattino, per ritornare a Cisiano
stanchi morti verso l’una. Nello ne fu inorridito: questo era un percorso che da
giovane faceva in molto meno tempo: in meno di un’ora arrivava a Nervi da
Cisiano. Al ritorno, esausto, decisi di fermarmi a fare un tuffo nel torrente,
per rinfrescarmi. Nello continuò invece sotto il sole perché doveva tornare per
dar da mangiare ai suoi cani. In quegli stessi laghetti, scoprii in seguito, si
bagnarono nel periodo della Resistenza i partigiani del distaccamento di
Giambattista Lazagna, il più avanzato della brigata Cichero comandata dal
leggendario “Bisagno”, a poche centinaia di metri dalle postazioni tedesche, che
avevano edificato un dedalo di bunker lungo le pendici del Monte Moro. In caso
di rastrellamenti Lazagna e i suoi uomini dovevano andarsi a nascondere nelle
buche che loro stessi si erano scavati nei monti davanti a Cisiano. Un’altra
ragione per cui mi sento attratto da questi luoghi è perché anche mio padre vi
combatté come garibaldino, nei nuclei delle Squadre Armate Partigiane. Di quel
periodo atroce eppure così pieno di grandi idealismi mio padre non mi raccontò
quasi nulla, sebbene andasse fiero del fatto che lui, che poté frequentare solo
la scuola elementare, fu nominato commissario politico durante la Resistenza.
Giunti in cima al monte di fronte a Cisiano io e Nello vedemmo ai nostri piedi,
immenso, il mare, che è uno spettacolo che stupisce e affascina sempre, quando
si arriva a piedi dalla Val Lentro. Al di là del monte si affacciano le terre a
solatio, annegate nel sole, aperte verso la storia, i viaggi, le conquiste. Al
di qua, arroccata tra le pendici dirupanti del monte, comincia invece la Liguria
umile ma tenace che i manuali di storia e le guide turistiche toccano solo di
sfuggita. Scendendo verso la Val Lentro si ha ancor oggi la sensazione di essere
entrati in quello che Calvino chiama “l’opaco rovescio del mondo”.
Il libro che sto presentando in queste pagine introduttive nasce da ricordi
personali, si nutre di storie che la gente del posto mi ha raccontato, ma si è
ispirato anche al lavoro di ricerca di studiosi come Massimo Quaini, Osvaldo
Raggio, Diego Moreno e tanti altri, che hanno cercato di ricostruire nei loro
studi la storia e la cultura di una Liguria umile e poco conosciuta, attenti a
mettere in relazione le dinamiche locali con i grandi mutamenti sociopolitici.
Anch’io vorrei, modestamente, che attraverso la mia ricostruzione di Cisiano i
miei lettori riuscissero a scorgere, in trasparenza, la lunga e tormentata
storia di Genova, da cui la Val Lentro è separata solo da un sottile diaframma
fatto di boschi di castagno. È per questo che il mio libro alterna a dei
capitoli nei quali la prospettiva si concentra in modo esclusivo sulla storia
del borgo, altri in cui lo sguardo si allarga per cercare di capire meglio la
complessa rete di scambi culturali e commerciali all’interno dei quali Cisiano
si venne a trovare, così come le dinamiche politiche ed economiche che ne
determinarono la nascita, lo sviluppo e l’abbandono, e forse potrebbero segnare,
oggi, una possibile rinascita.
Scrissi la prima stesura di queste note introduttive nel settembre del 2004 a
Genova, a quel tempo capitale europea della cultura. Mentre entro le mura della
Superba si celebravano le gesta eroiche e la magnanimità dei mercanti guerrieri
e dei finanzieri che hanno fatto di questo piccolo borgo mediterraneo,
schiacciato tra i monti e il mare, una delle maggiori potenze economiche tra il
Medioevo e l’età moderna, mi auguravo che non fosse completamente cancellato
dalla memoria il ricordo degli abitanti della montagna ligure, che contribuirono
attraverso i secoli alla grandezza della Repubblica, fornendo agli armatori
genovesi legname pregiato e uomini per le loro galee, mulattieri che
trasportarono le merci pregiate da Genova sino ai mercati di Piacenza e della
Val Padana; valenti archibugieri che difesero coraggiosamente i confini del
dominio, prezioso latte e affetto materno per i figli illegittimi che venivano
abbandonati dai ricchi genovesi all’Ospedale di Pammatone e negli altri enti di
beneficenza di cui la città marittima andava così fiera. In tempi più recenti la
gente della Val Lentro e dell’alta Val Bisagno scese nuovamente a Genova a
lavorare nei cantieri edili degli anni del boom, nelle officine
metallurgiche e nei cantieri navali dove si costruivano i grandi piroscafi che
consentirono a molti di loro di emigrare in altri continenti in cerca di lavoro,
abbandonando per sempre le case, i mulini e le fasce che i loro antenati avevano
pazientemente edificato. Scesero sui loro muli dalle montagne dove erano nati e
vissuti per risalirne altre a loro ignote e ben più alte, per difendere i
confini di una nazione che a stento riconoscevano come loro.
Vorrei che queste pagine servissero a ricordare che la grandezza di Genova, di
cui si va tanto parlando per ragioni di marketing culturale in questi tempi – se
mai è davvero esistita – non fu costruita solo dai valenti ammiragli o dagli
artisti che ne decorarono splendidamente le dimore, ma anche e soprattutto dalla
povera gente che giorno dopo giorno, per tanti secoli, strappò alla dura
montagna ligure i frutti del loro sostentamento, costruì borghi dove abitare e
santuari dove professare la loro semplice fede, e da dove partirono
incessantemente per percorrere i sentieri che portavano al di là dei monti,
verso mari e città sconosciute.
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