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Dal clipper alla
liberty
Inventiva americana sul
mare
di Aldo Baffo
Le prime pagine del libro
I Clipper
Nascita dei clipper
Per la prima volta nella storia della marineria fu privilegiata la velocità a
discapito della portata. I primi a pensare ed utilizzare in pratica questa nuova
teoria furono gli americani con i brigantini e le golette di Baltimora (Baltimore
clipper).
Le peculiarità di tali costruzioni era il rapporto tra la lunghezza e la
larghezza (erano infatti lunghi e stretti) con il baglio maggiore a proravia del
centro nave, una poppa molto slanciata, un esiguo bordo libero ed erano flush
decked cioè senza castello e cassero e caratterizzati da un accentuato
cavallino.
Queste navi con una immensa superficie velica e con gli alberi inclinati verso
poppa, erano pesantemente armate e dotate di agguerriti equipaggi ed inoltre
avevano delle caratteristiche nautiche eccezionali: stringevano il vento e
viravano di bordo con una rapidità assolutamente impensabile per le altre navi.
I Baltimore clipper, veloci anche con pochissimo vento, spesso esercitavano la
corsa ed erano motivo di grande ansietà ogniqualvolta le vedette dei tozzi
brigantini e delle navi di quell’epoca segnalavano la presenza delle
inconfondibili navi americane. Infatti improvvisamente avrebbero potuto scorgere
la temuta bandiera con “teschio e ossa incrociate” che da sempre ha terrorizzato
i naviganti dell’epoca.
Con il passare degli anni furono denominate clipper le navi a tre alberi tutte
armate con vele quadre le cui specifiche caratteristiche erano: un grande numero
aggiuntivo di vele e, come già detto una limitata portata, a stento potevano
trasportare un carico quasi uguale alla loro stazza lorda (quindi poco) per cui
la velocità era lo scopo essenziale della loro costruzione; perché una rapida
consegna di un limitato carico valeva di più di una quantità maggiore consegnata
meno velocemente.
Dobbiamo distinguere tre distinti tipi di clipper in relazione alla data di
costruzione ed al tipo di traffico cui furono adibiti:
| Clipper dell’oppio |
dal 1830 al 1850
|
brigs e schooners di stazza
300/400. |
| Clipper da tè Americani |
dal 1846 al 1860 |
tre alberi di stazza tra
750 e 1800. Lunghezza media m 70 e fuori tutto m 90. |
| Clipper da tè Inglesi
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dal 1850 al 1880 |
Navi di dimensioni quasi
eguali a quelle americane |
| Clipper in ferro Inglesi |
dal 1880 a fine secolo |
Navi di maggiore dimensione,
di stazza da 2000t ed oltre |
Accantonando la questione morale circa
l’uso cui furono adibiti i primi clipper, cioè al traffico dell’oppio tra
l’India e la Cina, ma volendo solo esaminare il lato marinaresco della
spedizione, non rimane che meravigliarci della straordinaria abilità e coraggio
con le quali gli equipaggi, spesso provenienti dalla Royal Navy, affrontavano il
pericoloso mare della Cina navigando di bolina in maniera egregia per mille
miglia contro i forti monsoni ed affrontando terribili tifoni.
Se è vero che questi equipaggi lavoravano per un servizio molto discutibile, è
anche vero che furono i capostipiti dei meravigliosi equipaggi delle tea
races (Regate del tè).
Si formò, così, in quegli anni un’espertissima stirpe di marinai che non si
scoraggiava ad affrontare le insidie del mare della Cina e all’occorrenza
respingere, armi in pugno, gli attacchi dei pirati cinesi.
Commercio del tè cinese
Il tè raggiungeva l’Inghilterra trasportato da lente navi e stivato assieme
ad altri tipi di merce esportate dalla Cina quali, ad esempio, sete e prodotti
artigianali. Dette navi, caratterizzate da forme tozze e da un piano velico non
molto esteso erano soprannominate Tea wagons (vagoni da tè) e un loro
viaggio dalla Cina all’Inghilterra durava in media oltre 120 giorni. Occorre
considerare che intorno al 1840 il commercio del tè era di poca entità. Solo
dopo tale periodo alcuni nuovi trattati aprirono all’esportazione altri porti
cinesi incrementando così notevolmente i traffici.
Accorti armatori fecero costruire navi più grandi e con particolari peculiarità.
I primi a dotarsi di navi per l’esclusivo trasporto del tè furono gli americani.
La caratteristica principale di tali navi, che possiamo definire
“specializzate”, era la forma innovativa della prora: John Griffit di New York
nel 1841 fece una serie di conferenze sul disegno navale, presentando una serie
di radicali innovazioni riguardanti la linea e le proporzioni delle navi. Egli
mostrò all’American institute un modello di clipper costruito secondo le sue
idee. Come sempre è accaduto ogni ardito cambiamento provoca invidia e
scetticismo, malgrado ciò egli portò avanti le sue innovative deduzioni fino a
coinvolgere la ditta Howland & Aspiwall che commissionò la costruzione di un
clipper sperimentale secondo i disegni del Griffit.
Nacque così nel 1843 il Rainbow di 750 tonnellate di stazza, capofila dei
grandi clipper americani. Il costo complessivo fu di 22.500 dollari. Mentre era
sullo scalo di costruzione le critiche furono moltissime soprattutto per la
forma innovativa della prora concava, slanciata ed affilatissima tanto
differente da quelle esistenti caratterizzate da forme molto piene. Lo scafo
presentava anche la peculiarità di avere il baglio maggiore posizionato più a
proravia del normale ed una poppa molto rastremata. I detrattori proclamavano
che tale tipo di prora era contro natura e dubitavano che questa nave mai
avrebbe potuto solcare gli oceani.
Il Rainbow fu varato nel gennaio del 1845 e non tardò a dimostrare tutte
le sue ottime qualità. Fece il suo secondo viaggio da New York a Canton e
ritorno in solo 6 mesi e 14 giorni.
Purtroppo la nave ebbe una vita brevissima e si suppone sia affondata nel 1848
fuori Capo Horn, durante un viaggio da New York a Valparaiso. Una tragedia che,
purtroppo, si ripeterà per molti anni. Solo a distanza di mesi, dopo avere
inutilmente atteso l’arrivo della nave al porto di destinazione veniva
dichiarata posted as missing (riportata come scomparsa) e per i familiari
del disgraziato equipaggio il dolore della perdita era accresciuto dal non
sapere dove e quando fosse avvenuto l’affondamento.
Quantunque la sua vita fosse stata molto sfortunata e breve, ebbe tuttavia il
merito di essere stato il capostipite dei clipper, portando così gli Stati Uniti
ad essere una delle prime nazioni marittime.
Tali tipi di navi, come veri puledri, erano molto difficili da governare e molti
comandanti provenienti da navi meno impegnative si trovarono veramente a mal
partito e sovente non osavano spingerle al massimo delle possibilità, non
sfruttando quindi appieno tutta la potenzialità del piano velico. I più
coraggiosi, ormai abituati a fare traversate molto veloci, non esitavano a
mantenere tutte le vele anche in condizioni di vento forte sollecitando al
massimo tutta l’attrezzatura.
Raccomandavano agli ufficiali che imbarcavano per la prima volta sui clippers
che, in caso di un improvviso rinforzo del vento, essi dovevano orzare e fare
fileggiare le vele allo scopo di scaricare l’improvvisa ulteriore pressione
facendo però molta attenzione a non oltrepassare la direzione del vento e
rischiare, quindi, di prendere a collo con il conseguente gravissimo pericolo di
disalberare.
I comandanti dei clipper impegnati nei viaggi verso la Cina erano dotati di una
particolare dose di coraggio, iniziativa e resistenza psichica e fisica. Non era
facile trovare uomini simili e quelli che dimostravano di avere le qualità
necessarie erano lautamente pagati. Certamente i tre mesi del viaggio di
ritorno, specialmente se impegnati in una regata del tè, dovevano essere
veramente estenuanti, sia per la difficoltà della navigazione che per i
tentativi di ottenere sempre il massimo dalla nave, orientando ed aggiustando la
posizione delle vele ad ogni minimo salto di vento per guadagnare anche solo
qualche decimo di nodo. Ciò richiedeva una continua presenza sul ponte.
Gli equipaggi non erano da meno, il loro numero era quasi il doppio di un
normale armamento ed erano scelti ed arruolati tra i più abili marinai, quelli
che non temevano di salire a riva a ridurre la velatura degli altissimi alberi
in condizioni meteorologiche proibitive, di giorno e di notte. Inoltre erano in
grado di riparare le vele sottoposte di frequente a pressioni oltre il limite di
rottura e sovente danneggiate.
Il piano velico di tali corsieri era enorme e numerose erano le vele che
potevano essere aggiunte fino a raggiungere un totale di ben 3.500 metri
quadrati.
È bene precisare che l’avvento delle famose “regate del tè” ebbe inizio quando,
come vedremo in seguito, i clipper inglesi spodestarono quelli americani.
Vincere una di tali regate e portare quindi il primo carico di tè sui mercati
londinesi, oltre al prestigio personale, voleva dire un maggior guadagno per
l’armatore ed un lauto premio per il comandante e l’equipaggio.
L’atterraggio e l’entrata nei porti cinesi si presentavano ancora più
difficoltosi per l’assenza di credibilità dei piloti cinesi che, seppure bravi
sotto il profilo nautico, qualche volta tentavano di fare incagliare la nave
sulle secche solo a loro conosciute per poi lasciarle facile preda dei pescatori
locali che, rapidamente, si trasformavano in pirati. I pochi piloti europei
erano spesso ubriachi e quindi non del tutto affidabili.
Tutti problemi in più per il povero comandante che spesso arrivava in quelle
zone molto provato per avere dovuto fronteggiare un tifone o avere lungamente
navigato di bolina contro un forte monsone di NE.
Quando invece le navi erano ferme e senza governo per la mancanza di vento nel
Mar Cinese, facilmente potevano essere abbordate dai pirati gialli che
infestavano quel mare. Per potere fronteggiare il pericolo ogni clipper aveva
una buona riserva di fucili, pistole, spade ed era anche armato con due piccoli
cannoni, ma, soprattutto, poteva contare su un coraggioso equipaggio.
La rotta in uscita dai porti di caricazione, che potevano essere Canton, Foochov
o Shanghai, era particolarmente impegnativa sia sotto il profilo marinaresco che
per l’inesattezza delle carte nautiche. Essa si snodava lungo il Mare Cinese,
costeggiava la penisola vietnamita e poi si avventurava attraverso le miriadi di
isole situate ad occidente del Borneo fino a raggiungere lo Stretto della Sonda
da dove, sfruttando appieno l’Aliseo di SE, dirigeva a doppiare il Capo di Buona
Speranza. Doppiato il Capo, finalmente accostava per nord verso Sant’Elena ed
Ascensione e, dopo avere oltrepassato l’Equatore, su New York se diretti verso
gli Stati Uniti, oppure verso le isole Azzorre se diretti per il Canale della
Manica.
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