Un clone in valigia
L'avventura americana di una ricercatrice
 
di Adriana Albini


Introduzione

“Gli Stati Uniti allora e per molti anni a venire apparivano
agli europei la Mecca della Scienza…”.
Rita Levi Montalcini, Elogio dell’Imperfezione
.

Perché scrivere un libro sulla mia esperienza di ricercatrice negli Stati Uniti? Tirare fuori dal cassetto il diario di una biologa molecolare allora agli esordi e piena di insicurezze? Una volta mi consigliarono di lasciare ai premi Nobel l’onore e l’onere di raccontare brani della loro vita. Le persone famose possiedono un particolare fascino, che trasmettono nelle loro biografie, ma gli individui normali, come me, in cui ci si può riconoscere, sono molti più numerosi.
Dunque, discutendo con il mio editore, è nata la decisione di raccontare un’esperienza che qualunque laureato in materie scientifiche potrebbe aver vissuto.
Lavorando al testo durante le vacanze estive, mi sono rivista non ancora trentenne, quando trasvolai l’oceano all’inseguimento di un sogno e forse di me stessa. Potevo diventare uno dei tanti giovani laureati che partivano con un biglietto di solo andata, per sfuggire alle logiche troppo spesso nepotistiche e antimeritocratiche in voga nell’ambiente accademico italiano.
I numerosi articoli sulle “fughe” dei ricercatori, editi da giornali e riviste in questi ultimi mesi, mi hanno fatto pensare che il round-trip non è sempre ovvio. Secondo il “Time Magazine” sono 400.000 i ricercatori europei all’estero e di questi solo il 10% riesce a tornare a casa.

La prima “fuga” la vissi all’età di venticinque anni. Borsista della Lega per il Malato Reumatico guadagnavo 200.000 vecchie lire al mese e mi compravo coi risparmi l’essenziale per far funzionare il laboratorio. Fu un miracolo inatteso vincere una fellowship e poter lavorare per tre anni all’Istituto Max-Planck di Biochimica di Monaco di Baviera, dove mi feci le ossa poco dopo la laurea. A ventinove anni, concluso l’appuntamento tedesco, tornai in Italia per pochi mesi. Ma i tempi non erano ancora maturi per un rientro definitivo. Riempii di nuovo la valigia per addentrarmi nella realtà americana.
Fu una stagione straordinaria, nella sua semplice quotidianità. Ho pensato di restare lì per sempre, ma poi ha vinto il desiderio di riportare conoscenze e risorse nel mio paese natale.
Grazie all’opportunità offertami dall’IST di Genova, all’età di trentatré anni rientrai in qualità di Aiuto, presso l’unità operativa di Oncologia Sperimentale. Per opera dei primi finanziamenti ricevuti, in particolare da AIRC e CNR, potei metter su un gruppo autonomo ed avviare un’attività di ricerca personalizzata.
Mentirei se affermassi che germogliare sia risultato semplice, un giardino di rose. Non lo è stato, è costato molta fatica, anche se i momenti belli hanno sempre cancellato quelli difficili.
Emergere in un mondo prevalentemente maschile, come quello scientifico, e per un outsider (mio padre è professore di greco), non è stata un’impresa da poco.
Ripenso ora a tutte le incertezze, lo scoramento, ma anche alla passione e all’entusiasmo di quegli anni.
Tra una provetta, un’analisi ed un congresso scientifico, è cresciuto il nucleo familiare. Il ragazzo del laboratorio accanto è diventato mio marito, sono nati due figli straordinari e ho ritrovato genitori comprensivi, che mi hanno circondata di affetto e serenità. L’esistenza dei miei cari mi ricorda ogni giorno che, prima di essere una scienziata, sono un essere umano, una donna.

Oggi in Italia, è possibile fare ricerca ad alto livello, oggi è consentito ai giovani ricercatori, scienziati, medici, di seguire le proprie aspirazioni. Ma la battaglia per la ricerca iniziata anni fa non è finita. Il nostro paese è afflitto dalla carenza di fondi e da una discontinua considerazione per la cultura scientifica. C’è ancora molta strada da fare. In un mondo dove i fatti di sangue, la guerra, il terrorismo affollano le pagine di cronaca è difficile coltivare queste speranze, ma rinunciare sarebbe ancora peggio.
Questo libro è nato per lanciare un messaggio: studiare, viaggiare, vivere da “cervelli all’estero” è un’esperienza impagabile, ma è essenziale possedere la ferma consapevolezza che tornare in Italia è importante e possibile, che si può condurre ricerca a pieno ritmo anche qui, lavorando in rete, e soprattutto credendoci.

Chiedo venia per il fatto, un po’ curioso che, mentre molti nomi dei protagonisti sono reali, alcuni personaggi, compreso l’io narrante, compaiono sotto pseudonimo. Mi sembrava fosse più facile, per chi mi leggesse, immedesimarsi in una figura in parte “romanzata”: Alessandra Anselmi, ricercatrice.
Su alcuni protagonisti ho voluto riportare il mio punto di vista, molto personale, e pertanto ho preferito lasciarli ai confini della realtà, con nomi di fantasia.
Questa storia non è solo la mia, ma appartiene ad un’Alessandra qualsiasi, una persona che semplicemente mi assomiglia un po’. Là fuori ci sono tante Alessandre – o Alessandri – che aspettano solo un’opportunità per contribuire alla cultura e alla conoscenza scientifica, che sognano di crescere e affermarsi, per farci progredire assieme a loro.

Adriana Albini


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