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Un clone in
valigia
L'avventura americana di
una ricercatrice
di Adriana Albini
Prologo
Uscii dalla cella frigorifera trasportando maldestramente una pila di piastre di
plastica trasparente. Erano circa le undici di sera e il ticchettio degli
strumenti scandiva il tempo. Una notte serena come nessun’altra.
Udivo i colleghi giapponesi parlare in fondo al corridoio. Qualcuno si
accomiatava. Hiroshi invece era arrivato in quel momento e quasi mi urtò per
entrare nella “stanza fredda”, da cui ero appena sbucata. “Salve” lo salutai
mentre riportavo all’equilibrio la mia piccola torre di Pisa. “Salve, salve”
rispose. E poi, indicando il mio bottino: “Hai un clone?” “Non lo so ancora se
ho un clone, Hiro – mi schermii – ma lo spero tanto...”. Lui sorrise, s’inchinò
leggermente e sparì nella cella.
Raggiunto il mio laboratorio, affastellato e disordinato, pieno di residui di
esperimenti iniziati, quasi terminati o in transizione, posai la piastra numero
ventiquattro sul bancone e la pila delle restanti ventitré la seguì docilmente.
Fu in quel momento che mi venne da pensare: “Ecco qui la scheda biologica del
signor Rossi, o Bianchi o Smith, per quel che ne so io”. Eccolo lì, il materiale
genetico amplificato, “clonato” da chiunque avesse donato i suoi globuli bianchi
per fabbricare la “biblioteca” di DNA che stavo setacciando, frugando, alla
ricerca del mio clone. Quelle placche virali rotonde e trasparenti, che si erano
amplificate su un bel tappeto del batterio “escherichia coli” seminato sull’agarosio
giallino, contenevano ognuna un pezzettino d’informazione su chi era
l’occasionale signor Smith. Quel puntino nel mezzo forse era l’azzurro dei suoi
occhi, quell’altro nell’angolo magari la melanina delle sue lentiggini, e là,
sulle ventitré, c’era il suo carattere scorbutico.
L’idea che ogni nostra cellula contenesse un intero patrimonio genetico l’avevo
assimilata già da tanto tempo, ed era come sapere che stavo in piedi grazie alla
gravità e che il ghiaccio è acqua allo stato solido. Ma vedere il signor Smith
scomposto in tanti pezzettini – un milione e duecentomila, per la precisione –
mi faceva un effetto strano. E tutti quei frammenti di Smith erano alloggiati in
altri personaggi – dei virus derivati dal “batteriofago lambda” – che si
replicavano a velocità vertiginosa portandosi dietro, carpita, quella briciola
d’informazione. I suoi occhi azzurri. Le sue lentiggini. La sua predilezione per
la cioccolata amara. La sua tendenza alla depressione.
Di tutte le cose che Smith custodiva nel DNA delle sue cellule, a me in quel
momento ne interessava una. Cercavo il gene di una proteina di trasporto della
vitamina A nella retina. Perché non l’emoglobina? O gli anticorpi che lo
difendevano dalle infezioni? O addirittura il recettore per gustare i
gianduiotti? Semplicemente perché tutto il resto della mia vita precedente e le
sue bizzarre coincidenze mi avevano portato a interessarmi alla retina, al
tumore infantile retinoblastoma e al retinolo, meglio noto come vitamina A.
Probabilmente se fossi partita per gli Stati Uniti un anno dopo o anche solo un
giorno più tardi, oppure fossi andata un po’ più a nord, avrei studiato qualcosa
come la causa della sclerosi multipla, o mi sarei immersa nella sperimentazione
di un vaccino per l’AIDS, o magari avrei fatto luce sul meccanismo biologico
dell’avversione agli spinaci dell’età infantile. Invece ero là a cercare il DNA
di quella particolare proteina.
Ad altri popoli sembra che il nostro alfabeto italiano di 21 lettere sia
limitato. Rispetto semplicemente all’inglese, non facciamo grande uso di k, j,
y, w. Ma il DNA si arrangia benissimo con molto meno, addirittura si accontenta
di 4 simboli. Quattro basi, quattro lettere: a, c, g, t, sufficienti a costruire
un uomo da due sole cellule germinali. Mai come allora, guardandomi attorno alle
riunioni scientifiche, o semplicemente contemplando l’umanità al ristorante o
sull’autobus, fui cosciente del fatto che – pur abitando la terra in miliardi –
siamo tutti diversi. Mi resi conto quasi d’un tratto, come se non vi avessi mai
fatto caso, di come magistralmente eppure secondo banali regole di statistica, i
nostri geni si possano mescolare per produrre ogni volta qualcosa di unico. Ma
se ogni essere umano è irripetibile, i suoi singoli geni – o addirittura pezzi
di cromosomi – non lo sono, grazie al progresso della scienza del DNA
ricombinante: l’ingegneria genetica. Lì, nelle piastre appoggiate sul bancone
davanti a me, pullulavano infatti dei “cloni”: entità geneticamente
assolutamente identiche le une alle altre. Ogni frammento di DNA di una singola
cellula di Smith si era riprodotto molteplici volte all’interno del virus in cui
l’avevo inserito. Quella colonia di batteriofagi lambda che rappresentava il
colore degli occhi di Smith – un puntino lucido sullo sfondo opaco dei coli –
conteneva circa un milione di identiche molecole: il “clone” occhi blu. Quella
biblioteca di DNA, in 24 piastre di plastica, rappresentava, seppure in modo
incompleto e frammentario, il “clone Smith”. La distanza tra quella realtà e la
fantascienza di Jurassik Park era una piccola, ma improbabile cosa: come
rimettere tutto insieme per fare un uomo (o un dinosauro)?
Mi accorsi di una lacrima che mi scendeva lungo la guancia. L’attesa, la
sofferenza, il lavoro, l’alcool, l’amore: tutto si era amalgamato a creare
quell’attimo. Quella sera era “La Sera”. Quella in cui improvvisamente avvertii
la metamorfosi a biologo molecolare. Da bruco a crisalide, a farfalla. La sera
in cui mi accingevo a identificare, tra quel milione e duecentomila placche di
virus, quella che conteneva il “mio” clone. Così a lungo sfuggito, ma infine là.
Il gene codificante una proteina di dubbia utilità ma dal nome pomposo di
“Interphotoreceptor Retinoid-Binding Protein” (Proteina dei fotorecettori che
lega il retinolo), con sigla IRBP.
La stanchezza si allentava nel sogno ad occhi aperti. È così facile in fondo. Si
fa da tanti anni. La gente normalmente addomestica cani. Io ero riuscita
finalmente a domare dei virus. E forse a fargli produrre, nei batteri in cui li
avevo inseriti, la proteina che cercavo. Asciugai quella lacrima e mi accinsi a
scoperchiare le piastre.
Non avvertii neppure i passi nel corridoio e sobbalzai quando Hiro fece capolino
dalla porta. Mi scrutò attraverso i suoi occhialoni neri che spiccavano sui
lineamenti minuti. “Beh, e quando lo saprai, se hai questo clone?” riprese.
“Tra quarantotto ore, Hiro...” risposi.
Quarantotto ore per una metamorfosi.
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