Un clone in valigia
L'avventura americana di una ricercatrice
 
di Adriana Albini


I primi capitoli del libro


I

Quando arrivai all’NIH, l’austero Istituto Nazionale della Sanità americano, il mio intero avere ammontava a tre valigie, di cui una conteneva solamente una coperta e un cuscino. Mi pareva di poter andare in qualunque parte del mondo, ma non senza la mia coperta trapunta e il vecchio cuscino di vera piuma.
Il manuale della Fogarty, la società americana che recluta ricercatori di tutto il mondo e li inserisce all’NIH e altri laboratori governativi, suggeriva, in un paragrafo della lettera di “istruzioni” per il viaggio, di portarsi negli USA qualcosa che ci facesse sentire un po’ a casa. Un libro, la propria tazza da colazione preferita, magari l’orsacchiotto. Io avevo esportato la coperta, un simbolo di sicurezza, alla “Linus”.
Ogni anno un esercito di giovani di tutte le nazionalità trasportano in America un pezzetto della propria cultura, del proprio mondo e delle proprie aspettative, racchiusi in un paio di valigioni arruffati. Molti bagagli si perdono a New York, aeroporto gigantesco e cannibale, dove gran parte di noi ha sperimentato estenuanti code agli sportelli dell’immigrazione. Chi sei e perché entri negli USA?
Sul mio modulo rosa, lo IAP-2, era scritto “Per condurre ricerche sulla biologia dei tumori”. L’ufficiale dell’immigrazione, un giovanotto biondo con un gran ciuffo di capelli di traverso sull’occhio sinistro, mi guardò con occhi scrutatori e un po’ tristi.
“Alessandra Anselmi” scandì, leggendo il passaporto. Ero sicura però che avesse detto Alexandra, con una x un po’ biascicata.
“Non dovrei lasciarla entrare” borbottò subito dopo. Una corrente d’ansia mi attraversò. I miei documenti non erano in ordine? Mi avrebbero rimandata a casa sul prossimo aereo, con tanto di valigie, coperta e cuscino?
La sua voce interruppe il filo d’angoscia per un momento. “Mia sorella – continuò con un sospiro – è morta di cancro pochi mesi fa. Non credo che voi ricercatori facciate il vostro dovere”.
“Un giorno si curerà. Stiamo facendo progressi” balbettai nervosamente. E un’angoscia di nuovo tipo s’impossessò dei miei capillari. “Che davvero non stessimo facendo il nostro dovere?”. Pinzò il mio permesso di soggiorno in una pagina centrale e mi restituì il passaporto e i documenti senza più guardarmi.
“Buona fortuna, Doctor Ansel... mi – mi augurò con voce malinconicamente strascicata mentre raccoglievo le mie scartoffie – e benvenuta negli Stati Uniti d’America”.
Recuperai il bagaglio ormai da tempo arrivato sul rullo trasportatore e girellante sul carosello in cerca di padrone.
Nessuno ha mai saputo dove vadano le valigie rubate. Una mia amica le ha perse all’andata e poi anche al ritorno in Italia. Così la traccia del suo percorso si è fatta più evanescente. La sua memoria non ha più potuto basarsi sugli oggetti, gli abiti, le pagine. Le valigie dei ricercatori dovrebbero avere una targhetta gialla, a indicare che contengono solo idee, portafortuna, biancheria e blue jeans consunti. Un maglioncino fatto dalla mamma, una busta di funghi secchi e le scarpe vecchie che non fanno male ai piedi.

A Washington, la mia destinazione finale, mi venne a prendere in aeroporto il direttore del laboratorio in persona, Gilbert Marcus, accompagnato dalla moglie Dorothy.
“How are you, Alessandra?”, “Come stai?” Chiese il mio nuovo capo, facendo fatica a non storpiare il mio nome. Io non ricordo cosa risposi e in quale lingua. La notte era ancora giovane, ma io viaggiavo da molte ore. Il mio carico di sonno non era quello delle nove di sera, ma quello delle tre del mattino, oneroso dono di sei ore regalatomi dal fuso.
Per quella prima notte mi avrebbero condotta alla loro casa. Mi lasciai andare contro il morbido schienale della spaziosa Oldsmobile bianca. Ero arrivata. Il dado era tratto. Gilbert e Dorothy, i miei ospiti, parlottavano tra di loro, rinunciando a coinvolgermi nella conversazione.
Il mio primo viaggio notturno lungo l’autostrada alberata nota come “George Washington Parkway” è filmato indelebilmente nella memoria. Lungo la strada, in lontananza, si stagliano uno dopo l’altro gli inconsueti monumenti “neo-neoclassici” della capitale americana. Il gigantesco obelisco dedicato a George Washington, immerso in una luce giallina; le austere colonne – illuminate da raggi bianchissimi – del monumento a Lincoln; la graziosa rotondità azzurra del Jefferson Memorial; la romanità rivissuta del Capitol, il Campidoglio statunitense. Spazi metafisici per un De Chirico contemporaneo.
Più tardi mi accorsi delle macchine enormi, giganteschi supermercati, e sconfinati spazi verdi che mi passavano accanto mentre ci inoltravamo nella periferia di Washington. I miei neuroni non riuscivano ad emettere alcun giudizio o apprezzamento. Piuttosto, il piccolo Gulliver in me si era acciambellato comodamente sul sedile e si lasciava piacevolmente sorprendere.

II

Lidia mi aveva prestato il suo appartamento, ma lei non c’era. Si trovava in ferie in Italia. Mi aveva lasciato le chiavi di casa e della macchina, una Toyota di quinta mano. Le accompagnava un bigliettino di benvenuto e d’istruzioni. Pur non conoscendomi, Lidia mi aveva offerto una generosa ospitalità: questa solidarietà a distanza per un’altra italiana sperduta a Bethesda – la sede dell’NIH – costituì una facilitazione enorme e quasi inaspettata al mio inserimento negli USA. La moglie del mio nuovo capo, Dorothy, quando mi svegliai dal lungo sonno in cui ero piombata – complice il comodo letto d’ottone della camera degli ospiti – mi aveva accompagnata prima all’appartamento di Lidia, in cui volevo orientarmi, e poi al vicino supermercato. Era domenica, ma una delle cose piacevoli degli USA era che tutti i negozi aprivano, già negli anni ’80, anche nei giorni festivi. Fare la spesa non mi aveva mai creato tanto imbarazzo. Ero lieta di essere finalmente nel paese dei corn-flakes e dei rice crispies, che adoro, ma il fatto di trovarmi di fronte a un corridoio di una decina di metri con scatole di cereali troneggianti su entrambe i lati, mi dette quasi un senso di angoscia. Corn-flakes con lo zucchero e senza, con le uvette, con le banane, con la cioccolata, rice crispies bruni, rosa, celesti, muesli con frutta candita, addizionati di vitamina C, con più calcio, senza dolcificante; di misure, marche e prezzi diversi. Misi parecchio tempo, con un certo disappunto della mia accompagnatrice, a decidermi. E questo non solo per i cereali, ma per la verdura, la carne, gli yogurt e così via. Solo qualche mese dopo riuscii ad applicare il metodo della “lettura veloce” – indispensabile per tener dietro all’enorme produzione “letteraria” nel nostro campo di ricerca – alla spesa del supermercato. Con un po’ di esercizio riuscivo a identificare il prodotto commestibile d’interesse, in mezzo a centinaia d’altri, in base al colore e alla forma. Non certo al prezzo, che cambia tutti i giorni. In America, me ne accorsi dopo un po’, è sempre tutto on sale, ovvero in saldo. Nessuno comprerebbe una cosa al suo vero prezzo, dato che è molto importante, nella psicologia dell’acquirente locale, non tanto quanto si è speso, ma quanto si è risparmiato. E in questo la Blondie dei fumetti non è una donna d’altri tempi. Siamo tutte un po’ Blondie e il negoziante americano, che lo sa, ha adottato questa forma di saldi permanenti.
Il giorno del mio primo shopping statunitense, tornai alla macchina di Dorothy con le braccia cariche dei famigerati sacchetti della spesa di carta marrone, “comparse” di molti film hollywoodiani: molto ecologici ma terribilmente scomodi. Fui riaccompagnata alla mia sede temporanea e abbandonata a me stessa. Era il mio secondo giorno d’America. Sistemai il contenuto delle valigie in un paio di cassetti liberi e uscii a fare due passi. L’appartamento dava su un cortiletto verde in una strada molto abitata di Bethesda, la Battery Lane. Dopo un quarto d’ora di cammino capii perché mi erano state gentilmente consegnate anche le chiavi della Toyota. Nel raggio di oltre un chilometro non avevo visto una bottega di alimentari né un’edicola di giornali, o una trattoria. Il supermercato più vicino, quello dove ero stata accompagnata nel pomeriggio dalla moglie del capo, si trovava un paio di chilometri più a sud. Pochi mesi dopo fu chiuso anche quello e mai più riaperto. Anche i trasporti pubblici erano piuttosto misteriosi. Alle fermate vi erano le insegne: bianche e blu con scritto “Ride-on” e altre blu e rosse con la dicitura “Metro-Bus”. Ma non appariva nessun orario, percorso, direzione, né quantomeno il numero della linea. La fermata della metropolitana era la più vicina connessione col mondo, a venti minuti di distanza. Il posteggio dei taxi? Mai visto uno. Vivere senza macchina, a Bethesda, è come avere un grave handicap, come essere zoppi.
Tornata a casa dal breve giro esplorativo, cucinai il contenuto di alcune scatolette e una bistecca surgelata. Terminai la cena prima del tramonto. Mi guardai attorno nel piccolo appartamento della mia ospite. I libri di Lidia, la radio, un paio di occhiali, buste di lettere sparse. Cercavo di immaginarla. E in realtà non ci riuscii troppo bene. Io mi figuravo una bruna, alta, sportiva e un po’ controcorrente. Quando poi la conobbi, al suo rientro dall’Italia, Lidia si rivelò invece bionda, minuta, di media statura, distinta, dedicata al lavoro e forse un po’ timida. La mia intuizione femminile ogni tanto si distrae.
Gettai le lattine vuote e meditai sul mio prossimo futuro. Il giorno dopo era un lunedì e sarei andata a lavorare. Ma quella sera non avevo nulla da fare. Mi sentivo sola, seduta sul confine tra la mia vita italiana e quella americana, dissociata dalla me stessa di prima e non ancora una persona nuova. Neppure la televisione avrebbe potuto rompere il silenzio dentro di me, colmare il vuoto di parole e pensieri che mi risucchiava. L’indomani sarebbe iniziata per me una delle tipiche odissee dell’ospite straniero: l’inserimento nell’ambiente di lavoro. Nel frattempo non mi restava altro che dormire. Così sorse la domanda quasi esistenziale di quella notte: dato che nessuno mi vedeva e che era una reale situazione di emergenza, avrei potuto andare a letto con il mio orsacchiotto di pezza?

III

Ero arrivata all’NIH attratta irresistibilmente dall’ingegneria genetica. Il desiderio di poter manipolare le molecole della vita mi struggeva. In fondo un chimico organico, quale sono, altro non è che un sarto di molecole, e a me era rimasta tanta voglia di tagliare e cucire. Solo che le “forbici” erano diverse: nella tecnica del “DNA ricombinante” si usano enzimi di restrizione, isolati dai batteri, per aprire la catena del DNA in punti ben precisi, sequenze definite. L’ingegneria genetica è quasi un puzzle, un rompicapo: “Dove tagliare, dove ricucire e come imbastire?”
Era stato Giovanni Gaiani, il mio maestro nell’arte della chimica all’Università di Genova, giovane studioso dall’animo colto e sensibile, a indirizzarmi, quasi per caso, alla biochimica. Dopo la laurea mi aveva consigliata di presentarmi all’Istituto di Reumatologia, dove cercavano un chimico, a cui assegnare una borsa di ricerca per lo studio della proteina collagene. Questa molecola è un noto componente strutturale non solo dell’epidermide, ma di gran parte dei nostri tessuti: accettai volentieri l’incarico di cimentarmi con essa.
Al professor Corrado Carpanelli, il coordinatore del nostro piccolo gruppo di chimica organica, pareva che io rinunciassi a qualcosa, abbandonando i derivati delle ammine – le solfodimmidi – di cui mi ero occupata durante l’internato di tesi. Spesso si era domandato come io avessi potuto compiere questo salto nell’ignoto. Il fatto è che l’incontro con la biochimica fu folgorante e mi fece lasciare la vecchia strada della sintesi organica, che pure mi era stata fondamentale maestra di pensiero scientifico.
Le molecole della vita mi affascinarono e legarono a sé nel giro di pochi mesi. Immersa nella totale ignoranza di chi era stata iscritta a un corso di laurea che non contemplava la biochimica, dovetti iniziare a rifarmi una cultura; ben presto mi resi conto che la proteina collagene, su cui lavorai in Germania, con Peter K. Mueller e Thomas Krieg, non era alterato solo nelle malattie reumatiche e dermatologiche, ma anche in una patologia assai più temibile: il cancro. Consapevole di questo mi ero presentata al nascente Istituto Scientifico per la Ricerca sul Cancro, meglio noto con la sigla IST, domandando se per caso avessero bisogno di un chimico esperto di proteine strutturali. Dopo un anno di rodaggio all’IST, partii per un “training” all’Istituto di Biochimica Max Planck di Monaco di Baviera ad approfondire la mia formazione biologica studiando le cellule che “fabbricano” il collagene. A Monaco conobbi un americano di mezza età, cordiale e amante della birra e del golf, che si rivelò essere Gilbert Marcus, il capo del Laboratorio di “Biologia dello Sviluppo e Anomalie”, presso l’istituto della sanità più famoso del mondo, l’NIH di Bethesda, Maryland. Gilbert aveva voluto a tutti i costi portarmi con sé negli States: avrei potuto occuparmi di quello che volevo – anche di biologia molecolare – insistette. Mi aveva quasi appena dato il tempo di rientrare in Italia e prepararmi le valigie.
Sembrava una bella favola da Cenerentola delle provette che finalmente poteva partecipare a una festa da ballo. Eppure, proprio nel momento in cui mi sentivo vicina al coronamento dei miei sogni, e credevo di avere l’opportunità di studiare il nucleo e la sua molecola per eccellenza, il DNA, trovai una pervicace opposizione. Mi ero spinta fino negli USA, paese all’avanguardia nell’ingegneria genetica, con la prospettiva di lavorare come biologo molecolare mentre Gilbert, proprio lui che mi aveva assunta, aveva deciso che gli sarei stata più utile come pastore di cellule, che come potenziale stilista dell’acido desossi-ribonucleico.
Ma almeno su una cosa tenni duro. Non mi sarei occupata di cartilagine e di artrosi, come metà dell’istituto di Marcus, ma mi sarei dedicata a ricerche sulla malattia tumorale, come era scritto nel mio progetto Fogarty.

In quei primi due anni all’NIH mi occupai quindi di studiare cellule di tumori metastatici e di come queste superino le “barriere” di tessuto dell’organismo.
Il cancro è tra le principali cause di morte dell’uomo, assieme alle malattie cardiovascolari e agli incidenti stradali. Al primo simposio internazionale sulla metastasi, a cui partecipai diversi anni fa a Houston, Texas, David Tarin, uno dei più noti ricercatori britannici in materia, iniziò così il suo seminario: “Nessuno lascia questo pianeta da vivo (a parte qualche astronauta, n.d.a.) e quasi un terzo di voi – aveva tuonato – morirà di tumore”. Ci eravamo guardati in faccia, e invisibili dita levate indicavano: tu, o tu, oppure tu. Uno su tre.
Quale di noi mancherà all’appello tra cinque, dieci, venti anni, ucciso dal male che cercava di capire? Quali numerose ricerche sul cancro verranno interrotte proprio dalla scomparsa più o meno rapida del loro esecutore? Tarin aveva detto una grande verità. L’ebola o altri virus letali raccapricciano, ma il cancro è ancora il nostro nemico più insidioso.
La metastasi per le cellule maligne è come un percorso a ostacoli. Una specie di pentathlon dice l’insigne Josh Fidler. La cellula metastatica deve staccarsi dal tumore primario, penetrare il tessuto connettivo dell’organo dove si trova, scavarsi una via attraverso la parete di un vaso sanguigno, tuffarsi nella circolazione e qui lottare contro le cellule del sistema immunitario e sconfiggerle. Infine, al termine del suo viaggio, raggiunto l’organo “bersaglio”, deve rimanervi intrappolata, e nuovamente aprirsi un varco – invadendo – tra i densi intrecci molecolari delle membrane basali, i gusci di tessuto che avvolgono i capillari. Terminato il suo pellegrinaggio, questa cellula, “seme” della metastasi, si insedia nell’organo ospite – “il terreno” – dove può germogliare e crescere. Particolari sostanze nutritive, i fattori di crescita, sono necessarie alla sua proliferazione. E la formazione di nuovi vasi sanguigni, indotta da sostanze “angiogeniche”, prodotte dalla cellula stessa, assicurano l’apporto di ossigeno necessario allo sviluppo delle metastasi. Per riuscire ad uccidere quasi un essere umano su tre, le cellule “maligne” sono costrette a ricorrere a strategie biologiche sofisticate; capire la loro tattica è l’unico modo per poter sferrare la controffensiva.
Questo è ciò di cui mi occupai nei miei primi ventun mesi di America (e in seguito per molti anni della mia vita in Italia): l’invasione – termine vagamente bellico – delle cellule metastatiche e di quelle dei vasi sanguigni.
Benché avessi rinunciato alla biologia molecolare per far contento Marcus, l’inizio non fu così facile come potrebbe sembrare.


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