Il codice Roma
 
di Giuseppe Guidotti


Il canto terzo


Il cielo cadde sulla testa di Giuliano Navar un giorno di fine settembre, all’ora di pranzo.
L’immane, complicato castello di carte costruito in quarantacinque anni gli si ammucchiò ai piedi al rallentatore, quasi con grazia e, per la prima volta nella sua non facile esistenza, Giuliano Navar pensò che, forse, Dio esisteva, e invece che starsene beato nell’alto dei cieli a pensare se stesso pensante aveva deciso, per chissà quale motivo, di fottere lui.
“Ah ma io ce l’ho risposto sulla faccia, eh! Se mi vanno a toccare nelle questioni di principio… Guarda, non c’è eccellenza e mica eccellenza dei miei coglioni… Buongiorno, dottore!”.
Lo scatto all’inpiedi del collega, nell’ufficio di fronte, e l’improvviso cambio di registro rispetto alla telefonata era dovuto al rapido affacciarsi del vice prefetto Marden, che si limitò al solito, laconico ma cortese “buongiorno, tutto bene?”, che non prevedeva risposta.
L’interminabile telefonata del collega riprese, con l’identico tono di noiosa geremiade, cullando Giuliano, già intorpidito dalla luce piatta del computer. Uscì senza fretta dal suo ufficio.
Quarantacinque anni. Una laurea, una scrivania e un computer.
Le mattinate degli ultimi venticinque anni erano trascorse così, tra impiegati semianalfabeti dall’alito pesante e impiegate scialbe e disfatte nel corpo e nella mente, se mai una mente avesse albergato in quei corpi che non riusciva ad inserire nella categoria femminile, tranne un paio di generose eccezioni.
Da un ufficio all’altro il timbro della puntuale, infinita prima telefonata mattutina cambiava.
“Ma tu cosa dici, che senso ha l’acqua?”.
Giuliano ebbe un sussulto, immobilizzandosi nel corridoio.
Non era possibile: Grazia Dal Pont che si interrogava sul senso dell’acqua? Ad un così alto grado metafisico non si arrivava che dal grado di direttore generale in su. Forse neppure.
“Ma l’acqua allora è legata al coso, lì, all’argano?”.
La cosa si faceva drammaticamente interessante: da un lato stava scoprendo un aspetto della collega che mai avrebbe sospettato, ma in modo lievemente drammatico, per lui, in quanto origliare alle porte altrui in pieno corridoio gli causava un malessere fisico, un lieve capogiro.
Grazia (una delle due generose eccezioni) era la sua controparte in un divertente gioco di reciproca seduzione e di puro sesso “da scrivania”, ma il livello culturale della donna era disarmante.
“E tu dici che mi dovrei guardare, non so, dico, di non fidarmi…”.
Con un sospiro di sollievo Giuliano riprese il cammino. Niente di preoccupante: la Dal Pont stava soltanto descrivendo un sogno all’amica maga, sulla coscienza della quale pesavano almeno due fidanzamenti di Grazia mandati a monte e una frattura insanabile con una zia benestante ma, a detta della maga, sicuramente “nemica dormiente” o qualcosa del genere.
Finalmente raggiunse la porta del cesso.
Con gesto meccanico appallottolò una abbondante striscia di carta igienica e, dopo averla inumidita sotto il rubinetto, strofinò l’asse, senza neanche più stramaledire quello stronzo di Massingher che, avendo schifo anche di se stesso, si ostinava a non sollevare l’asse, per pisciare, riducendo tutto un porcaio.
Poi assunse la sua droga quotidiana, quella che gli consentiva di tollerare tutto questo e altro, altro ancora.

“Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso dell’altra, fin che ’l ramo
vede alla terra tutte le sue spoglie,
similmente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo”.

Le terzine gli tornavano alla mente con la voce di suo nonno, dalle doppie calcate nella pronuncia isolana, e alle immagini dell’antro infernale si sovrapponevano i suoni e gli odori della campagna primaverile, delle greggi, della macchia.
Caronte avanzava tra rocce antropomorfe, scavate con certosina pazienza dal maestrale, in un fluttuare di ginestre, di erica e di ligustri dall’intenso profumo.
Ogni mattina, talora più volte nella stessa mattina, Giuliano ricorreva alla sua dose di Divina Commedia con la certezza di riuscire, grazie a quella, a tollerare l’inarrivabile bolgia di stupidità e di gretta ignoranza nella quale, per sua libera scelta, da venticinque anni trascorreva gran parte della sua vita.
Il nonno era arrivato trafelato, nella vigna, sventolando la busta giallina del Ministero dell’Interno come un vessillo di guerra strappato al nemico, ed era rimasto, ansimando, a fissarla, mentre Giuliano si nettava le mani sui pantaloni, impaziente come un fanciullo, come se il destino rinchiuso in quei fogli fosse il suo.
“…vincitore del concorso pubblico… presentarsi presso la sede di servizio…”.
Con un gesto convulso Giuliano aveva voltato il foglio, dove erano elencate, accanto ai nomi, le sedi di servizio assegnate.
“Genova, nonno! È la Prefettura di Genova!”.
Il vecchio aveva sorriso, commosso: il continente, ma non troppo a Nord né a Sud. I genovesi erano gente per bene: lui aveva avuto un commilitone di Genova, al fronte, e altri ne aveva conosciuto in una vita da macchinista ferroviere. Brava gente, e un posto sano, col sole, gli ulivi, le vigne…
“Bravo, Giuliano… bravo!” continuava a ripetere, e non sapeva neanche lui se il “bravo” fosse dovuto al nipote per aver vinto un concorso difficile o per aver conquistato la possibilità di una vita diversa per uno della famiglia, e quindi per tutti quanti.
Certo, c’era stata la laurea, pochi mesi prima, per la quale tutto il paese si era complimentato: a Lagonero la vittoria o la sconfitta di uno erano vittoria e sconfitta di tutti quanti, da sempre. Tutti avevano seguito con ansia il concorso di Giuliano e si sentivano personalmente fortunati che, a breve tempo dalla sua laurea, il Ministero avesse bandito il concorso per laureati.
Ma era il concorso la vera vittoria di tutti: uno di Lagonero sarebbe partito, avrebbe vissuto una vita diversa da quella che, per gli altri, quasi tutti gli altri, era scolpita nella puddinga del Monte Lumera da millenni.
Giuliano, “il dottor Giuliano”, come lo chiamava il fornaio, coniugando felicemente il rispetto del titolo accademico al paterno affetto che gli avrebbe impedito di chiamarlo diversamente che col nome di battesimo.
Perfino suo padre era visibilmente commosso, la sera, quando, inforcati gli occhiali con gesto teatrale gli aveva detto: “Dai un po’ qua”.
La sua postura, quella da giudice, da imperatore romano sul suo scranno, da padrone insomma, contrastava visibilmente con le lacrime che gli velavano gli occhi e, una volta tanto nella vita, lo aveva abbracciato forte, lasciando che il sentimento avesse la meglio sul “decoro”, quel decoro che tanto lo aveva tenuto lontano dal figlio, fino all’estraneità. Una volta tanto, le parole che spontaneamente riuscì a balbettare, erano le stesse del vecchio: “Bravo, Giuliano… bravo” e gli aveva restituito la comunicazione del Ministero come se consegnasse la spada e un serto di vittoria a un condottiero, con un rispetto che a malapena nascondeva l’orgoglio: era pur sempre figlio suo, anche se così diverso da lui.
“E così te ne andrai”.
Non era una domanda. Sua madre non gli aveva mai fatto domande.
Mentre apparecchiava la tavola, gli stava soltanto mostrando l’altro aspetto della faccenda. Il suo mondo sarebbe rimasto qui, separato da una notte di traghetto, come quando operano uno di cuore, e il suo cuore diventa una macchina, staccata da lui, e si occupa di tenerlo vivo per il breve tempo dell’intervento grazie a pochi, esili tubicini. Ma poi ti ricuciono, te lo rimettono a posto, il tuo cuore, non lo tengono al di là del mare per tutta la vita, e tu mangi, cammini, dormi, sapendo che il tuo cuore è lì, al suo posto, non in un posto dove chissà cosa gli daranno da mangiare, e chissà chi lo consolerà quando avrà la malinconia vigliacca che ti prende certe sere d’autunno.
Questo gli stava dicendo sua madre, e lui non aveva risposte.
Per lei, grazie a lei aveva studiato, a lei sola aveva telefonato dall’università, il giorno della laurea, e forse soprattutto per lei, grazie a lei aveva presentato domanda per il concorso e l’aveva vinto.
Sua madre gli aveva dato tutti gli strumenti e il coraggio per poterla ora inchiodare alla sua croce.
Ancora mesi dopo, ogni sera, rientrando al modesto appartamento di vico Indoratori, si concedeva una deviazione verso il porto, dove i traghetti attendevano la partenza per l’isola. Poi aveva dovuto operare molte scelte e decidere che non c’era abbastanza spazio per lo struggimento e la malinconia.
Ritornava spesso, il più spesso possibile, che non era granché, con il modesto stipendio da funzionario, ma da subito aveva compreso che nell’ordine naturale delle cose, la sua estraneità, anche se temporanea, significava un’espulsione definitiva.
Alla familiarità, agli scherzi fanciulleschi dei coetanei si sostituiva, poco a poco, ma sensibilmente, una forma di rispetto e di formalismo che somigliava alla diffidenza, non era più in grado di afferrare al volo i sottintesi, gli ammiccamenti, i doppi sensi dei compagni, e comprendeva finalmente che quel processo, ora così evidente, era iniziato molto tempo prima, forse già dalla scelta di continuare gli studi oltre la scuola media in un lontano liceo, anziché nelle vicine scuole professionali: il suo linguaggio, la sua cultura, avevano cominciato ad erodere la piattaforma comune della monolitica comunità di Lagonero, fino ad isolarlo, a staccarlo dal comune bassorilievo in una statua sempre più stagliata, solitaria, sempre più muta.
Ma ripensando alla madre intuiva che forse il segno della sua diversità era ancora più remoto, risaliva alla fanciullezza, a quella misteriosa capacità di intuizione, che gli faceva indovinare le più celate, inconfessabili verità nelle persone che avvicinava.
“Un mago sei!” celiava nonno Ignazio, quando qualche sua previsione si avverava, ma la tristezza sul volto di sua madre gli faceva presagire, se non ancora comprendere, che quella sua capacità “divinatoria” nasceva da profondi conflitti, dalla tendenza, succhiata col latte materno, ad immedesimarsi negli altri così profondamente da intuirne ogni ombra, ogni sofferenza.
Alla morte del nonno, aveva infine compreso che il superamento del concorso e la sua partenza non erano stati l’inizio di un brillante avvenire, di una vita diversa: non nel senso che lui intendeva, comunque.
Aveva rifiutato un futuro da contadino e da pastore, o da impiegato all’azienda elettrica, o in Comune, non per lanciarsi verso chissà quali avventure e quel che faceva a Genova non era molto diverso da quel che avrebbe fatto in qualsiasi ufficio pubblico dell’isola. Il teatro, il cinema, la gente, “le occasioni”, come aveva sognato ad occhi aperti nonno Ignazio, semplicemente non esistevano, o, quando esistevano, non esercitavano una attrattiva così entusiasmante come aveva creduto.
La politica, la frequentazione dei compagni genovesi, in sezione, gli dava la stessa sensazione di ottusità che già lo aveva disamorato nell’isola, e perfino l’obbligo ad una semi clandestinità, che il suo incarico pubblico gli imponeva, lo infastidiva anziché divertirlo come aveva creduto.
Socrate e Voltaire, Aristotele e Filippo Buonarroti, Vico e Kant gli avevano consentito di costruire un ideale diverso da quello semplicemente sovversivo di nonno Ignazio: il suo sogno era un mondo nuovo, non il governo di un paese gaudente e corrotto.
Ma il senso dello stato, e il senso della realtà e della storia gli imponevano di credere fermamente che la sua rivoluzione sarebbe passata attraverso la militanza nel Partito Comunista.
Così ci era stato dentro, un po’ stretto, con una attenzione sospetta ai più per tutti i movimenti più intellettuali ed estremi, che in quel crepuscolo degli anni Settanta proliferavano, evidenziando le enormi contraddizioni di uno scenario politico immobile nei suoi precari equilibri.
Ora, dopo venticinque anni, sorrideva indulgente, al ragazzo che era stato, e socchiudeva gli occhi nel trucco abituale di far scomparire il cesso, e il corridoio, e l’ufficio e i colleghi, in un unico vortice e, dalle terzine del Canto terzo, far fluire potente il vento di Capo Corno, che in un unico, ininterrotto impeto, scolpiva il granito da migliaia di anni, ad ogni altra cosa indifferente.
Il suo potere “divinatorio”, la sua sensibilità era servita a questo, a scindere se stesso in due individui ben distinti, estranei l’uno all’altro e apparentati da poche visibili coincidenze: dell’intellettuale, colto e fantasioso, l’impiegato conservava alcuni vezzi ineliminabili, una fluente capigliatura “fuori ordinanza”, la barba un po’ sospetta, gli abiti sempre un po’ troppo eleganti, o un po’ troppo casual, un linguaggio corretto e fluido, libero da inflessioni dialettali, una cultura ben costruita e arricchita da una prodigiosa memoria.
Dell’impiegato pubblico, l’intellettuale non conservava nulla: se ne liberava allo scoccare dell’ora di fine servizio, strisciandone fuori come un serpente dalla sua pelle.


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