Il collezionista di Apricale
...e le stelle grondano sangue
 
di Ippolito Edmondo Ferrario
 


Capitolo I
Milano, 20 ottobre 2006, venerdì

I

La mia partenza da Milano coincise con l’arrivo della settimana della moda. La lassativa manifestazione che al posto di liberare la città, la intasava ulteriormente, mi costringeva a trasformarmi in un esule in cerca di lidi migliori. Anche le tenaci barricate a base di ricercati dipinti dell’Ottocento che avevo innalzato nella mia galleria d’arte di via S. Andrea non erano sufficienti ad arginare il cattivo gusto dilagante. Abbandonata la mia dorata trincea, avevo deciso di svignarmela, dando il momentaneo addio alle tele del veneziano Zandomeneghi, del toscano Fattori e del ferrarese Boldini che avevo in mostra in quei giorni.
Liberatomi dall’assedio dei fanatici della griffe, avevo deciso di rievocare i vecchi fasti delle mie indagini liguri che risalivano ormai a un anno prima. Con il pretesto di una perizia su una serie di dipinti, ero partito per Apricale, borgo mozzafiato dell’entroterra di Ventimiglia. Il paese, arroccato sulle montagne, era stato costruito nel corso dei secoli rimanendo fedele a se stesso e conservando intatto il suo aspetto medioevale: sottopassi, gallerie, case di pietra, stretti carruggi invasi dai gatti e dalla solitudine. Anche ad Apricale mantenevo vive e salde alcune amicizie provenienti dal mio passato di detective. Avevo smesso di ricercare persone scomparse, ma continuavo nella disperata caccia di quadri. La presenza ad Apricale di una piccola collezione era quello che mi ci voleva per evadere da una Milano che più che da bere era alla frutta.
Era stato lo stesso sindaco del paese, al secolo Roberto Pizzio, alias il Re Mida di Apricale, a segnalarmi l’appetibile concentrazione di quadri che il collezionista era intenzionato a vendere. Ero partito da Milano al volante della mia Alfa Romeo Zagato SZ 1600 del 1972 che sopravviveva alla modernità incalzante come il sottoscritto. Resistevamo alle tasse, alle revisioni, ai super bolli e ai superstronzi del governo che ci tartassavano. Eravamo due fossili in fuga da un museo che non ci voleva più e che cercava di farci sparire dalla circolazione. Era venerdì e in compagnia del mio inseparabile sigaro Toscano cantavo un motivo della spensierata Italia degli anni Trenta.

II

Lanciato sui rettilinei che attraversano la Lomellina assaporavo tutta la libertà che la Milano del fashion si era divorata in questi anni, trasformando il capoluogo lombardo in un avamposto d’illusioni vendute a caro prezzo e di paradisi artificiali a base di polvere bianca. A quella Milano popolata dai lugubri fantasmi che affollavano i locali notturni di corso Como, preferivo le grandi cascine frutto della millenaria vocazione agricola di quella terra che stavo attraversando. Nonostante i mie trent’anni spesi nelle vie del Quadrilatero della Moda, l’apparente lucentezza di quel lusso nel quale vivevo da sempre non aveva alcun potere sul sottoscritto.
Io me ne fregavo, esattamente come mio nonno che in via S. Andrea aveva aperto la galleria e vi era rimasto alla faccia degli “straccivendoli”, come li chiamava lui, che nel giro di vent’anni si erano divorati ogni altro negozio che non vendesse vestiti o scarpe. Una strage silenziosa in piena regola.
La bucolica visione a base di sottile nebbia e stoppie di grano turco, fu utile per distrarmi dai miei propositi di vendetta contro le griffe, ma al contempo servì a ricordarmi che ero in ritardo con la consegna del mio nuovo libro che avevo promesso di consegnare il mese successivo all’editore Frilli di Genova. Dopo aver dismesso i panni del detective, a quelli del gallerista avevo affiancato l’attività di giornalista-scrittore. Il mio ultimo parto letterario era L’albero delle zoccole, un curioso e quasi speleologico saggio sull’evoluzione del meretricio, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino ai giorni nostri. La conclusione della ricerca, compiuta dal sottoscritto esponendosi in prima persona, si concludeva con l’amara consapevolezza che non ci fossero più le zoccole di una volta. Speravo solo che lo spessore dell’argomento, trattato con la mia personale verve, non fosse di ostacolo per la pubblicazione. Per mettermi la coscienza a posto avevo chiesto una prefazione all’amico scrittore Andrea G. Pinketts che dopo una prima lettura aveva definito il saggio “un’autentica puttanata” e dunque meritevole di una sua altrettanto degna introduzione. Ora spettava a quella gran canaglia comunista di Marco Frilli, editore genovese al quale ero legato da un contratto da strozzino, l’ultimo giudizio che ne avrebbe sancito la pubblicazione.

III

All’altezza dell’area di servizio di Marengo, mi ricordai del celebre pollo alla Marengo che venne cucinato il 14 giugno del 1800 da Dunand, lo chef personale di Napoleone durante la battaglia contro gli Austriaci che si risolse con la vittoria dei Francesi. Contemporaneamente, per rimanere in tema di pennuti, riflettei sul mio ritorno in Liguria. Ero una specie di piccione viaggiatore, perennemente in viaggio. Mancavo dalla Riviera da tre mesi. L’ultima volta risaliva all’estate precedente.
L’ipercinetico Ippolito Edmondo Ferrario aveva organizzato una serata letteraria a base di pietrificati e pietrificatori e il sottoscritto era stato invitato come esperto dell’argomento. Una fama che cominciava a perseguitarmi con devastanti effetti: necrofili incalliti che mi chiamavano al telefono giorno e notte, titolari di agenzie di pompe funebri che volevano assoldarmi come uomo immagine, organizzatori di sagre paesane che mi reclamavano come attrazione pubblica.
Era passato parecchio sangue sotto i ponti dalla mia ultima indagine; avevo chiuso in bellezza la carriera di detective privato risolvendo il caso del famigerato pietrificatore di Triora prima che lui stesso risolvesse me. Avevo corso il rischio di finire archiviato dalla mia stessa indagine. Così avevo sotterrato il mio Panama bianco e il tesserino di investigatore che mi ero autoprodotto agli esordi della mia carriera. Il solo souvenir a cui non riuscivo a dare l’addio era la mia Colt 1911 con la quale, in tutti questi anni, avevo instaurato un rapporto di reciproca fiducia: io la tenevo in ordine e lei era sempre pronta a tutelare la mia incolumità. Naturalmente il mestiere di mercante d’arte difficilmente portava a fare pericolosi incontri. Nel mio ambiente i pugnalatori erano sempre in agguato, ma pronti a colpirti con sotterfugi di quarta segata. Ero reduce di fresco dalla bocciatura di un dipinto del lombardo Francesco Hayez che l’esperto di turno, nonostante la numerosa precedente bibliografia desse il quadro per autentico, non lo aveva ritenuto attribuibile al pittore. Questa è la quotidianità del mio lavoro dove autentici babbi di minchia, una volta allestita la mostra di un pittore, ne diventano automaticamente gli esperti, elargendo autentiche che valgono soldoni e facendo diventare buoni quadri che non lo sono e viceversa. Verba volant, merda manent. E il mondo dell’arte di materiale concimante ne trabocca. Potevo sempre sperare che una volta morto, il nuovo critico di turno avrebbe reinserito l’opera tra i quadri del pittore lombardo provvedendo così alla sua redenzione. Con questa magra consolazione archiviai le mie elucubrazioni da gallerista desideroso di chiudere bottega e sigillarla con un “vaffa” indirizzato a tutti. La tentazione era forte, ma mia madre era per la resistenza assoluta, nel senso lavorativo del termine. Lei credeva nella condotta morale e nell’etica del lavoro. Io avrei voluto aggiungere il mio personalissimo contributo a base di manganellate e olio di ricino da distribuire ai più meritevoli.
Nel frattempo la strada scivolava sotto le gomme roventi dell’Alfa che sulla Genova-Voltri mi faceva fare sempre la mia porca figura di fronte ad auto più blasonate e più moderne. Tornai alle mie riflessioni.

IV

Io e mia madre avevamo spesso opinioni diverse, ma eravamo uniti da un solo obbiettivo: portare avanti la galleria che aveva aperto mio nonno, l’intraprendente Edmondo Sacerdoti, nel 1950. Per far sì che le cose continuassero ad andare avanti bisognava trovare la materia prima: i quadri. Visto che i quadri non si rigenerano annaffiando le pareti e sperando in una buona annata, ecco che allora mia madre mi affidava il duro compito della ricerca che perseguivo con lo stesso entusiasmo di quando andavo la sera al club privé La gare di Milano. Riuscivo infatti a scardinare i sigilli delle più segrete collezioni nel tentativo di portare a casa qualche tela; non mi servivano strategie particolari per convincere il collezionista di turno a cedermi un quadro. Mi bastava la serietà del nome che rappresentavo e la garanzia di un pagamento rapido.
Da quello che Pizzio “Re Mida” mi aveva annunciato, ad Apricale c’erano ad attendermi alcuni quadri dell’Ottocento, tra cui un Cesare Tallone, un Giovanni Fattori e un Pellizza da Volpedo, insieme ad altri autori che non mi aveva specificato. Insomma, tutta roba ghiotta per cui valeva la pena alzare le chiappe dalla poltrona e partire. Pur di lasciare la Milano di quei giorni modaioli mi sarei mosso anche per una tela del vivente Gonzaga, l’emulo traviato e deviato del maestro Giorgio De Chirico.

V

Il mio arrivo ad Apricale fu accolto da un fastoso e festoso comitato d’accoglienza che mi fece ringalluzzire. Alle prime case del paese uno stuolo di gnocche tirate a lucido per l’occasione, e damerini che le accompagnavano, si accalcava ai lati della strada in attesa dell’evento. Sentendomi il naturale protagonista della scena, arrivai strombazzando e facendo ruggire il vecchio 1600 Alfa. Dispensai saluti ai presenti, rammaricandomi di non potermi fermare per baciare le donne e rilasciare autografi. Per il caso del pietrificatore Triora ero stato eletto personaggio dell’anno dall’“Eco della Riviera”. Non badai allo striscione che campeggiava all’ingresso di via IV novembre: “Anna e Marco oggi sposi”. Superai il ristorante verandato di Delio alla mia sinistra e La Lucertola, una piccola trattoria con vista sulla valle del Merdanzo, il cui nome era tutto un programma. Erano le quattro del pomeriggio. Proseguii fino al parcheggio sottostante al paese dove un autista, secondo accordi presi con Pizzio, mi attendeva per accompagnarmi al mio alloggio. Scordate le arroganti auto blu che scortano i nostri politicanti, Pizzio aveva mandato il migliore pilota del paese, uno che tra gli i tortuosi carruggi di Apricale avrebbe dato del filo da torcere a Valentino Rossi. Censin, l’uomo dalla barba bianca che pareva lavata con Perlana, abbronzato come un dio greco, mi aspettava puntuale per caricarmi come uno dei tanti bagagli che portava quotidianamente in paese. Era un tipo di poche parole e già per questo mi era simpatico. Mi salutò con un grugnito cinghialesco non dissimile da quello dei lanuti quadrupedi che regnavano nei boschi circostanti il paese. Contraccambiai. L’aria di Apricale era pregna dei sentori dei boschi circostanti. Un toccasana per chi veniva dalle città. Preso il mio scarno bagaglio consistente in una borsa da viaggio nera balzai sul cassone dell’Ape rosso fuoco. Partimmo a tutto gas. Mi aggrappai al roll-bar per rimanere saldo durante la nostra ascesa verso l’acropoli apricalese.

VI

Durante la salita spirava una brezza tiepida, con sentori di umido che risalivano dal fondo valle. Censin imboccò via Roma imitando Capirossi al Gran Premio di Montecarlo; io, per non essere da meno, imitai un pupazzo a molla impazzito. Resistetti alle forze centripete e centrifughe ancorandomi al mezzo con la mia erculea forza. Fui fotografato da un gruppo di giapponesi in cerca di attrattive turistiche. L’Ape, incurante del pubblico allibito, arrancava lungo le stradine acciottolate con disperazione lasciando alle spalle una nuvola nera. Respiravo odore di miscela e gomme bruciate. Man mano che salivamo mi accorsi che i turisti apricalesi quel giorno avevano tutti un comune denominatore: la calvizie.
I fans di Yul Brinner, ma agghindati come i reduci di una guerra dalla quale erano tornati lobotomizzati, si erano dati appuntamento nel tranquillo borgo medioevale. Ipotizzai la presenza di Silvio Berlusconi in procinto di svelare ai pelati lì accorsi il segreto della sua incredibile ricrescita. Forse era il caso di chiamare Cesare Ragazzi e lasciare che fosse lui a dipanare il mistero di quelle inquietanti presenze. Mentre mi perdevo in ipotesi da parrucchiere sull’orlo di una crisi di calvizie, arrivammo sulla ciassa, la piazza di Apricale. Cuore del paese, autentico gioiello architettonico con le sue arcate, la chiesa e il castello, vi si consumava tutta la vita del paese. Con un gesto atletico saltai dal cassone dell’Ape e ripresi il controllo della terraferma. Per poco non inciampai assaggiando la consistenza della nuova pavimentazione. Ero ufficialmente sbarcato nei possedimenti di “Sir Pizzio”. Presi il borsone e salutai Censin che faticava a tenere a bada la cavalleria del Piaggio. Scomparve poco dopo con un ruggito da coniglio. Presto archiviato il comitato di accoglienza matrimoniale, mi venne incontro proprio lui, il Rudolph Giuliani di Apricale, Roberto Pizzio, da me ribattezzato Re Mida, per la sua capacità di trasformare in oro ogni cosa toccasse. Grazie al suo mitologico tocco infatti Apricale era diventata in pochi anni una miniera turistica che dava da mangiare a tutti. Da tutto il mondo arrivavano per visitare quel paese che in ogni stagione manteneva le sue sembianze da presepe vivente, con tanto di figuranti vivi e vegeti. Alcuni dicevano che da lì a poco sarebbe arrivato anche Gesù Bambino, ma questa volta per stabilirvisi, data la beatitudine del luogo.

VII

Alto e spallato, pochi capelli neri come il carbone e occhi penetranti da manager nato, Pizzio sembrava il braccio violento del comune, nonostante fosse il promoter delle migliori manifestazioni culturali di tutta la zona. Apricale gli doveva molto, forse tutto. Di fronte a tanta autorità e prestanza, concentrata in un uomo solo, mi venne da salutarlo romanamente. In nome del buongusto tenni a bada il nostalgico che era in me.
– Leonardo, come stai? Ti stavo aspettando – disse abbracciandomi in una morsa d’acciaio. Ricambiai proponendogli un “patto d’acciaio”, tanto per essere politically correct.
– Sono arrivato giusto per l’ora dell’aperitivo – osservai fregandomene che fossero appena le quattro passate e pensando alla mia gola arsa come il deserto dei tartari del defunto Buzzati. Ero un accanito bevitore e un lettore da strapazzo.
– Offro io – proposi trascinandolo sottobraccio verso le Cantine delle Locanda, un simpatico locale con splendide volte di pietra dove veniva servito dell’ottimo Rossese di Dolceacqua. In estate si poteva sorseggiare del buon vino al riparo di un dehor direttamente sulla piazza. Sopra le nostre teste la scultura “Albatros” di Enzo Pazzagli, ancorata alla ringhiera del sagrato della chiesa parrocchiale, si librava nell’azzurro del cielo; sembrava che da un momento all’altro potesse staccarsi dal ferro al quale era ancorata e fuggire via verso montagne più alte.
Ci sedemmo all’aperto guardandoci intorno. Dall’ultima volta che ero stato ad Apricale le cose erano mutate in peggio.
Pizzio era insolitamente nervoso. Ordinammo due calici di Rossese, di quello corposo. Il colore era di un rosso rubino, tendente al granato. Mi accostai per saggiarne gli aromi scimmiottando un vero sommelier: odore vinoso, con sentori di ribes, rosa e viola. Brindammo a noi, come due indefessi e un po’ fessi camerati. Il primo cittadino afferrò il bicchiere disintegrandolo in un fatale cin cin.
– Ti vedo teso – osservai impassibile, pulendomi dal nettare del divin Bacco che mi aveva macchiato la camicia bianca e i jeans che indossavo.
– E come non potrei esserlo?! – disse sputando veleno in direzione dell’avariato pubblico che sostava sulla ciassa, un tempo regno di arzilli vecchietti dagli occhi felici e orde di bambini.
Da ogni angolo dell’agorà spuntavano pelati addobbati con anfibi, magliette nere e lugubri cimeli da nazista in sedia a rotelle. Roba da museo degli orrori o da manicomio criminale.
– Sono neonazisti – disse specificando inutilmente l’appartenenza dei presenti ad un gruppuscolo di minorati scappati dalle tribune dello stadio.
Non potevano certo passare per dei seguaci di Baden Powell, il fondatore degli scout.
– Non dirmi che hanno eletto il paese a loro roccaforte…
– Quasi. Uno dei loro leader ha comprato casa ad Apricale e da qualche giorno questi fanatici girano per il paese facendo scappare la gente – disse preoccupato del flusso turistico prossimo al tracollo.
– È una brutta faccenda – osservai sentendo Apricale anche un po’ mia. Soffrendo della sindrome di Don Chisciotte, mi sentivo già schierato dalla parte del paese, pronto a dispensare calci nel culo agli ospiti indesiderati.
– Da quanto tempo ci conosciamo, Leonardo? – mi chiese Roberto cercando un momentaneo quanto rassicurante rifugio nei ricordi.
– Avevo venticinque anni la prima volta che arrivai ad Apricale. Me lo ricordo come se fosse ieri. Ero in compagnia di una ragazza appena conosciuta. L’avevo invitata a cena. Usciti dal ristorante vomitai sulla piazza tutta la cena, dall’antipasto allo zabaione. Quella sera andai in bianco – gli confessai amaramente.
– Dunque sono passati cinque anni – conclusi sentendomi di colpo vecchio, ma esaudendo la curiosità del primo cittadino.
Pizzio sorrise per metà; gli anni passavano per tutti, ma non era questo a intristirlo. Era il presente a renderlo funereo. Mi chiesi come avrei potuto consolarlo. Pensai alla mia pistola lì a portata di mano e alle sagome nere in giro per la ciassa. Ero un ottimo tiratore.

VIII

Nazisti a parte, e annessi Digos in borghese a pedinarli, tutto era immutato. Guardai la bicicletta attaccata al campanile della chiesa dall’artista Sergio Bianco durante la sua mostra “La forza della non gravità”; a seguire feci una panoramica sui gatti randagi e sui baffoni sabaudi di Giachi, proprietario del ristorante A ciassa di fronte a noi.
Dalla balconata del castello si affacciò pure il bel Renè che con l’omonimo bandito Vallanzasca, condivideva solo il nome. Aveva una sessantina d’anni, la faccia tonda, capelli argentei e occhi vispi. Custode del castello della Lucertola da tempo immemore, e dunque considerato a tutti gli effetti il castellano, scrutava la piazza come un falco pronto a piombare sulle prede. In realtà stava aspettando l’ora di chiudere i battenti per tornare a casa e dimenticare la giornata funerea: i nazi non erano amanti della cultura e in tutta la giornata al castello erano stati staccati una decina di biglietti d’ingresso.
– Dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco, volenti o nolenti – aggiunse Pizzio digerendo il boccone amaro.
– Bisogna accontentarsi di quello che passa il convento – commentai anch’io, appellandomi alla saggezza popolare e alla saggezza in genere che per l’occasione si era data latitante.
Nessuno sano di mente, per alcun motivo al mondo, si sarebbe messo ad andare in giro scimmiottando le mostruosità del nazismo. In un certo senso mi sentivo tirato in mezzo. Ero dell’idea che i panni sporchi andassero lavati in casa propria: la questione “nazi” da sempre avvelenava la credibilità della destra italiana. Stavo per offrirmi a Pizzio come carta vincente per scacciare il manipolo di scellerati quando “Re Mida” mi ricordò il vero motivo per cui ero ad Apricale.
– Domani mattina abbiamo appuntamento con il collezionista. Ti va bene per le dieci?
– Perfetto. Stasera non prevedo di fare le ore piccole. Vorrei andare a trovare Zaccaria.
– Il giornalista del Vaticano?
– Già – dissi sconsolato.
Dopo l’indagine sul pietrificatore di Triora, sulla quale Zaccaria aveva scritto l’impossibile per il “Secolo XIX”, il prolifico giornalista ficcanaso, e mio fido amico, aveva dovuto risolvere le sue questioni affettive. Defenestrato da casa sua, nel senso più autentico del termine, dalla moglie, stanca delle corna, lo spione della carta stampata aveva scoperto la sua dimensione spirituale rifugiandosi nell’entroterra di Ventimiglia e vivendo da santone, diviso tra i richiami del Papa e quelli della gnocca, ai quali resisteva quasi sempre imperturbabile.
– Dovrebbe essere in paese. Mi hanno raccontato che proprio ieri cercava di fare proseliti da Apricolio, il negozio di prodotti tipici – mi raccontò Pizzio facendomi immaginare l’ex sniffatore di coca nelle vesti di un novello Cristo impegnato nella spasmodica ricerca di discepoli. Aveva scambiato Apricale per la Galilea di duemila anni fa. Peccato che di pescatori pronti a mollare le reti per seguirlo non ce ne fosse l’ombra. Forse a Varigotti sarebbe stato più fortunato.
– Sarà meglio che gli faccia visita – dissi con la prospettiva di impedire il collasso definitivo dell’amico. Di destini segnati dalla misticanza ne traboccava il movimento di don Giussani, al quale preferivo di gran lunga il defunto Movimento Sociale, anche al rischio di essere scambiato per un necrofilo. Verso Zaccaria avevo un debito di riconoscenza essendo stato per anni, prima che informatore, il mio padrone di casa. Non si contavano le volte che lo avevo pagato in ritardo.


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