Come torrenti di pioggia
 
di Annamaria Fassio
 

Prologo

La strada panoramica del monte Moro emergeva lentamente dalla notte, srotolando il suo nastro grigio d’asfalto lungo i fianchi ancora bui della montagna. Dalla foschia notturna affioravano magri arbusti d’erica, massi brunastri, e più in alto i ripetitori della televisione. Nessuna macchina in giro, nessuna luce nelle villette piantate come totem in mezzo alle fasce. Solitarie e forse disabitate, illuminate a tratti dalle sciabolate dei fari di due furgoni bianchi. Arrancavano piano, i motori tenuti al minimo, le grosse ruote che mordevano pazientemente l’asfalto. Metro dopo metro. All’interno i militari si stavano allacciando i giubbotti antiproiettile con gesti precisi e lenti. A un biondino con l’acne sul viso, tremavano le mani. Non era alla sua prima azione, tuttavia la paura gli stringeva la gola. Controllò ancora una volta la mitraglietta. Sono pronto, disse. La voce gli uscì leggermente distorta e soffocata dal passamontagna nero. Odore spesso di fiato e saliva acida.
Gli altri sei annuirono in silenzio.

Nel sogno Paolino compiva vent’anni ed era diventato un bel ragazzo dallo sguardo malinconico. Capelli scuri come quelli di Antonia, soltanto più fini. Una lanugine quasi. Nel sogno rideva e la chiamava mamma. Anche lei rideva e gli diceva di aspettare che ci sarebbe stata una sorpresa. Lui scuoteva la testa ed apriva le mani in un gesto che ad Antonia ricordò suo padre. Ora Paolino non sorrideva più e il viso appariva sfuocato come se una gomma ne cancellasse i contorni. Suo figlio scompariva e lei, impotente, non poteva fare assolutamente nulla se non stare a guardare sperando che qualcosa di lui rimanesse.
Antonia si svegliò di soprassalto sudata, il cuore che batteva furioso. Una tempesta! Accanto a lei Piero russava, ma piano. Un fiato tiepido... Si alzò di scatto in preda all’inquietudine. Devo sentire Emma, devo sapere se Paolino sta bene, pensò scendendo silenziosa le scale. Nadia e Fabio avevano lasciato la porta della loro stanza aperta. Dormivano abbracciati, le lenzuola ammucchiate, le natiche di Fabio bianche e magrissime. Per terra alcuni fazzoletti di carta dall’aspetto inequivocabile. Antonia arrossì imbarazzata. In cucina si fece una tazza di tisana e la bevve in piedi, davanti alla porta finestra. Fra poco sarebbe stato giorno. Lo si intuiva dalla luce chiara che si allargava sul mare e dalle antenne del monte di Portofino che si stagliavano contro il cielo che sbiancava.
Questa sera parto, pensò Antonia con un brivido d’eccitazione.
Chissà come sarebbe stata la vita a Parigi da sola. Scosse la testa pensando che comunque la sua relazione con Gavino stava esaurendosi. Con o senza Parigi. Nuovamente scosse la testa e rabbrividì pensando alla precarietà della sua vita. Le sarebbe piaciuto fermarsi a Genova e vivere come una persona normale; si sarebbe ripresa Paolino, avrebbe accettato quell’incarico all’università. Immaginò una vita scandita dalla quotidianità: il lavoro, le cene al ristorante, gli amici. Lo shopping. Da quando non entrava più in un negozio per il gusto di curiosare? Da quanto tempo non usciva con le amiche? Chiacchiere e pettegolezzi futili. D’estate vacanze al mare, a Natale tutti a sciare a Limone.
Cioè la morte, disse a voce alta.
Si passò una mano tra i capelli che portava molto lunghi. Il suo unico vezzo. Per il resto girava infagottata in jeans sbiaditi e informi maglioni neri. E nemmeno troppo puliti, per la verità. Finì la tisana e tornò di sopra. Piero dormiva sempre. Pareva molto sereno e in pace con il mondo. Si stese accanto a lui cercando di riprendere sonno. Pensò di nuovo a Paolino e si accorse che stava piangendo.

Alle cinque e trenta del mattino la squadra speciale del colonnello Colasanti fece irruzione nella casa.
Antonia e Piero furono i primi a morire, crivellati da un numero imprecisato di proiettili che stamparono sulle pareti frammenti di ossa, materia cerebrale e sangue.
Fabio e Nadia cercarono di scappare attraverso la portafinestra ma furono raggiunti dalle corte mitraglie degli agenti di Colasanti. La testa di Nadia, quasi staccata dal busto, ciondolò per una frazione di secondo prima di piegarsi all’indietro e così rimanere. Inerme.
Fabio urlò, annaspò con le mani davanti al viso, per un attimo pensò che ce l’avrebbe fatta. I suoi piedi urtarono contro il cordolo che circondava la casa. In fondo al giardino la recinzione sembrava lontanissima. Impossibile raggiungerla.
Oh, Nadia, come è facile mo...
Non riuscì a completare il pensiero. Il suo corpo rimase un attimo immobile, pieno di muto stupore, e poi crollò di botto.
Erano passati esattamente cinquanta secondi da quando la squadra speciale di Colasanti aveva fatto irruzione.
capitolo primo

Perdetti il mio fiero pioppo, perdesti il tuo salice;
o Yang, o Liu: volati lievi al Nono Cielo.

 

1

Parlare di Antonia mi è difficile dopo quello che è successo e a volte stento a ricordarmi il suo viso, come se non l’avessi mai conosciuta veramente.

Talvolta Antonia pensava alla vita come a un gioco. In quei momenti ritornava bambina; il vento le scompigliava i capelli, l’erba del bosco le mordeva le caviglie e lei correva spavalda incontro al lupo. E quando finalmente si incontravano il lupo rimaneva immobile e, sottomesso, le mostrava le parti molli.
Un gioco.
Antonia giocava anche quando aveva sposato Piero e continuava a giocare nella bella cascina di Marengo che lei aveva trasformato in una comune sgangherata e coloratissima. Sacchi a pelo, zaini militari, brandine un po’ ovunque.
Un gioco.
Una sera che Piero era rimasto in Facoltà ad occupare, qualcuno si era infilato nel suo letto e Antonia, prendendolo per la prima volta in bocca, aveva pensato che lei viveva ai margini della vita, che forse stava sciupando tutto e che, se continuava così, sarebbe semplicemente svanita, sparita, dimenticata in qualche letto frettolosamente rifatto. Come se non fosse mai esistita.
Quella primavera Antonia rimase incinta di Paolino. Un anno dopo entrò ufficialmente in clandestinità.

Quando Antonia rimase incinta di Paolino fui la prima a saperlo.
Quel giorno mi diede un appuntamento fuori Alessandria, in un centro commerciale che avevano aperto da poco. Arrivò trafelata infilata in un abito indiano di garza ed era piena di bracciali da due soldi. Mi disse che aspettava un figlio, ma che non voleva mettersi nei guai con un aborto clandestino. Disse anche che io ero la persona che lei amava di più al mondo e che sarei stata una madre perfetta per il bambino.
Disse così.
In effetti sono stata una buona madre per Paolino.
Paolino non ha mai conosciuto Antonia.


Antonia e Piero si trasferirono a Genova nell’estate del 1974, subito dopo la nascita di Paolino. Piero aveva girato a lungo prima di trovare la casa giusta: doveva essere abbastanza isolata, possibilmente senza vicini curiosi, spaziosa quel tanto per ospitare i compagni di passaggio. Arrivavano all’improvviso e si fermavano due o tre giorni e poi ripartivano. Magari di mattina presto quando tutti dormivano.
La casa sul monte Moro pareva l’ideale. Era una costruzione gradevole, piacevolmente borghese, con un piccolo giardino che terminava sul fianco della montagna. Un boschetto di cedri la proteggeva e l’isolava dal resto del mondo. D’inverno la nebbia la nascondeva alla vista, d’estate l’ombra dei cedri si allargava fresca sul tetto. Da lassù il mare pareva immenso e talvolta il suo riflesso abbagliava. Bel posto, aveva esclamato Piero compiaciuto.
Avevano sistemato la casa con i soldi di una rapina alla Banca Popolare di Novara.

Non ho idea del perché Antonia rapinasse le banche. I soldi non ci sono mai mancati. Non siamo ricche ma possiamo permetterci di vivere di rendita. I nostri genitori ci hanno lasciato delle terre dalle parti di Serravalle. Danielli, che è il nostro avvocato, un giorno ci ha detto che dai nostri terreni sarebbe passata l’autostrada e di aspettare a vendere. Abbiamo fatto così e dall’oggi al domani ci siamo ritrovate con un bel po’ di quattrini.
Antonia ha sempre detto che erano soldi sporchi, non ha mai voluto toccare nulla delle nostre rendite. Giocava a fare la rivoluzionaria, ha sempre giocato lei!


 

2

Non mi sono mai sentita così umiliata, così impotente, così disperatamente sola, come dopo la morte di Antonia. Il solo fatto di essere sua sorella mi poneva in una situazione estremamente ambigua. Non potevo chiedere nulla perché subito ero vista con sospetto. Leggevo negli occhi delle persone l’orrore che provavano perché per tutti Antonia era una terrorista, una pazza esaltata, una senzadio.

Il colonnello Francesco Colasanti si aggirava per la casa che era stata di Antonia e Piero con un senso di amaro in bocca. La sua squadra l’aveva setacciata da cima a fondo ma nulla era emerso di veramente importante. Il giardino non nascondeva segreti, e dalle buche scavate meticolosamente e poi ricoperte alla meglio erano scappati soltanto vermi ciechi e impauriti. E i muri della casa, anche quelli scandagliati centimetro per centimetro, non contenevano messaggi o scheletri imbarazzanti, ma solo mattoni e nere righe di formiche.
Soltanto la biblioteca aveva suscitato l’interesse di Colasanti che si era messo a controllare i libri uno a uno, buttandoli poi per terra con un certo disprezzo.
– La scuola di Francoforte è un classico tra questa gentaglia. – Colasanti fissò di malanimo il maresciallo Deanna. – Si riempiono la bocca con Marcuse e con quell’altro rincoglionito... Mi aiuti Deanna, lo sa il nome?
Deanna non lo sapeva, né per sua stessa ammissione aveva mai letto alcunché della scuola di Francoforte.
– Meglio così! Non ha perso nulla. E comunque questi brigatisti dovevano leggere molto, vista la dimensione della biblioteca. Ci sono pure gli autori francesi, capo in testa quel bolscevico di Sartre. Che fa, Deanna? Si è messo a leggere? Faccia vedere, dia qui.
Deanna aveva trovato un libretto di poesie di Mao-Tse-Tung e lo sfogliava con un certo interesse. Guardò Colasanti quasi scusandosi. – Io ho sempre amato la poesia. Non sono male queste liriche di Mao, sa colonnello? – Con un sorriso gentile gli porse il libro.
– Non mi faccia ridere, Deanna, che non sono dell’umore adatto. – Colasanti lesse i versi che avevano suscitato l’interesse del maresciallo. – Improvvisa notizia: sulla terra si è arresa la tigre; in lacrime rompono, come torrenti di pioggia... Mi spiega che vuol dire? Ermetismi, esoterie, cineserie. – Gettò il libro per terra. – Un buco nell’acqua – aggiunse con una smorfia.
Deanna si strinse nelle spalle. – Abbiamo trovato le pistole, colonnello. E di questi tempi basta poco per...
– Che fa? Mi sfotte?
A Deanna scappò un sorriso. – Non mi permetterei mai. – Si chinò per terra e raccolse il libro e lo tenne tra le mani alcuni istanti prima di poggiarlo delicatamente sul tavolo. I suoi occhi scivolarono sui volumi che Colasanti aveva scaraventato per terra. Dalle finestre spalancate entrava un’aria calda e profumata di mirto. – I ragazzi erano pronti a espatriare – disse impacciato.
Colasanti fece spallucce. – In confidenza avremmo fatto meglio a lasciarli andare, caro il mio Deanna, che poi in un modo o nell’altro li avremmo ripresi. – Fissò con una smorfia il giardino e i mucchi di terra in prossimità delle buche. Nessuno sino a qual momento si era preoccupato di livellare il terreno. – Merda, Deanna! Dica ai suoi ragazzi di sistemare quelle buche. Non voglio che eventuali curiosi si facciano strane idee.
– Sarà fatto, signor colonnello.
– Ecco, bravo! Sa una cosa, maresciallo? Sull’autenticità dell’informazione non ho mai avuto dubbi e non ne ho nemmeno ora, ad essere sincero. Ho vagliato tutte le possibili ipotesi ma...
– Ma? – chiese Deanna.
– Non mi faccia parlare. I verbali del giudice Dellepiane dovevano essere per forza in possesso del Cerreto. E quale posto migliore di questo per nasconderli? Mi dica lei...
– Sì, ma... – Il maresciallo non completò perché la chiusura logica della frase non sarebbe piaciuta al suo superiore.
– Niente ma, Deanna! Niente ma. – Colasanti continuava a fissare oltre la finestra. Assorto, come se rincorresse un pensiero. Il mare baluginava grigio e celeste, quasi bianco. – Dicono che da quassù si vede la Corsica... Lei l’ha mai vista, Deanna?
Deanna si strinse nelle spalle.
– Vede? Tutte fandonie, tutte illazioni, tutte fantasie. – E come una furia Colasanti lasciò la stanza. La macchina d’ordinanza era posteggiata oltre il boschetto di cedri. Si avviò in quella direzione sempre più di malumore.
– Fammi il punto. Dammi un quadro dettagliato. – Imperioso, Grande si accese un sigaro e buttò il fumo in faccia a Colasanti.
Colasanti fece finta di niente, nonostante il bruciore agli occhi e alla gola. Fissò Grande con un mezzo sorriso, incerto sulle cose da dire. Lui e Grande avevano fatto carriera insieme, ricoprivano lo stesso grado, tuttavia si sentiva sempre a disagio di fronte al ghiaccio liquido degli occhi di Grande. In vent’anni di conoscenza non erano mai riusciti ad andare oltre a rapporti formali, e Colasanti sospettava che a Grande la cosa facesse piacere perché così poteva manovrarlo meglio. Biascicò qualcosa nel tentativo di prendere tempo. – Non è emerso nessun fatto rilevante, tranne il ritrovamento delle armi che, presumibilmente, sono servite per l’assassinio di Dellepiane – disse infine.
– E i documenti naturalmente non si trovano.
– Naturalmente.
Grande assimilò la notizia in silenzio. – L’informazione era buona? – chiese pleonasticamente dal momento che tutto il Nucleo Antiterrorismo sapeva della bontà dell’informazione.
– Sei stato tu a voler utilizzare Gavino, colonnello. – Colasanti ora sorrideva apertamente, quasi volesse prendersi gioco di Grande. Per quel che serve, pensò.
– Gavino è una persona totalmente affidabile – stava dicendo Grande. – Il suo curriculum, la sua formazione, il suo addestramento sono eccellenti.
– Sarà, però non credi che potremmo metterlo per un po’ sotto sorveglianza?
– Se questo ti tranquillizza, fai pure. Però dammi retta... Gavino ci ha portato dritti dritti al covo, no? E quei documenti non sono così compromettenti. Rilassati, hai fatto un buon lavoro. Un gran bel lavoro!
Ma di questo Colasanti non era del tutto sicuro.

Tornato in caserma Colasanti si fece una doccia, si cambiò d’abito e passò dallo spaccio a prendere i giornali. Comprò anche quelli dell’opposizione perché voleva essere preparato a possibili attacchi della stampa. Ma come sempre l’opposizione era avara di giudizi: nei quotidiani tutto si giocava a livello di lessico e ormai Colasanti era diventato bravissimo nel leggere tra le righe chiosando sostantivi e aggettivi con la pignoleria del filologo e l’ansia del paranoico che trova abissali differenze tra “brutale irruzione” e “tragica irruzione”.
La morte dei quattro brigatisti era ancora in prima pagina. A corto di notizie i giornalisti si erano dilungati sulla personalità dei quattro uccisi e sulla loro vita passata. Tutta roba che Colasanti conosceva già da tempo, più o meno da quando Gavino si era infiltrato nel gruppo genovese.
Di Nadia Fuseri, ad esempio, si diceva che fosse una dura, mentre quel Fabio Cerreto era uno sprovveduto, colpevole solo di aver dato ospitalità alla Fuseri. E forse di essere innamorato di lei, suggeriva il giornalista. Dal canto suo Colasanti liquidava il Cerreto nel girone degli imbecilli, dei deboli mentali, dei plagiati.
Ma Antonia Rossetti e Piero Macconi come rientravano nel quadro generale?
La Rossetti, secondo le confidenze di Gavino, era la tipica idealista disposta a dar credito a chiunque. Nel rapporto si diceva che proveniva da una famiglia ricca e sfortunata. Colasanti sapeva per esperienza che in certi casi la famiglia contava men che meno: in genere i parenti erano all’oscuro dell’attività eversiva dei propri rampolli. Considerò l’ipotesi che i documenti fossero in mano di qualche ignaro familiare; idea questa non del tutto peregrina e suffragata da un’ampia casistica. Colasanti sorrise e si preparò per la conferenza stampa.

Indossava un paio di jeans e una camicia Oxford di un pallido celeste come i suoi occhi. Dettaglio questo che non sfuggì ai numerosi giornalisti presenti, come non sfuggì il Rolex d’oro massiccio che spuntava dal polsino della camicia. Accanto a lui Grande in divisa regolamentare sembrava un pompiere un po’ triste.
I più informati pensarono che Colasanti sapeva vendersi bene, ma che comunque Grande gli avrebbe dato del filo da torcere, gli altri rimasero affascinati dai suoi modi giovanilistici e informali.
Colasanti sorrise a tutti e strinse qualche mano, poi si sedette accavallando le lunghe gambe e guardò gli intervenuti con una certa bonomia.
– Non crede che forse si poteva evitare questa strage? – domandò subito un giornalista. Aveva i capelli rossi e un viso simpatico pieno di lentiggini.
Dritto dritto alla giugulare, pensò Colasanti. Cominciava a divertirsi e si sentiva un poco euforico, come sempre in quelle occasioni. – Non lo penso affatto – rispose. – Vede signor... Non ho afferrato il suo nome, mi scusi.
– Giuseppe Lombino.
– Vede, signor Lombino, quella che stiamo vivendo, che a lei piaccia o no, è una guerra e quando sei in guerra, se qualcuno ti punta un mitra addosso, non stai a pensare se è bene o se è male. Non ti poni problemi morali. Spari e basta. Ed è proprio quello che hanno fatto i miei ragazzi.
– Non mi risulta che i quattro brigatisti abbiano sparato.
Colasanti ebbe un mezzo sorriso di scherno. – Non risulta a lei, a me è risultato eccome!
– Questi quattro morti non le pesano sulla coscienza? – tornò a insistere Lombino. Le sue lentiggini fremettero. – Quattro giovani al di sotto dei trent’anni, colonnello. Non le sembra un’esecuzione bella e buona?
Grande si irrigidì e stava per intervenire, ma Colasanti lo prevenne. – No. Questi quattro giovani sono responsabili della morte del giudice Dellepiane, del suo sequestro e del ferimento di un agente della scorta. Anche lui al di sotto dei trent’anni, caro Lombino. Anche lui... Rimarrà su una sedia a rotelle per il resto della sua vita. Altre domande?

La prima volta che ho visto il colonnello Colasanti è stata alla televisione. Ricordo che ho pensato: ecco l’assassino di Antonia! Poi è arrivata Margherita e con un gesto brusco ha spento il televisore.


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