|
Commissario Rebaudengo
Un'indagine al nero di seppia
di Cristina Rava
Capitolo 1
Era arrivata l’ora, non sarebbe servito a
niente aspettare di più, ma intanto non si muoveva. Guardava fuori dalla
finestra, quella sopra il lavandino della cucina, era inverno e d’inverno ci
sono i pettirossi. Ce n’era uno proprio lì, sul piccolo pesco spoglio, sembrava
quasi un frutto tant’era rotondo. Il crescente chiocciare della caffettiera la
risvegliò e spense il gas. Prima di cominciare aveva bisogno di un caffè, si
sentiva esausta e aveva freddo. Il sole era ancora ben lontano e l’aria del
giardino sembrava azzurra, rafforzando la sensazione di gelo. Il pettirosso volò
via, lasciando dietro di sé la vibrazione del rametto abbandonato. Vicino alla
siepe stava passando uno dei soliti gatti del vicino. Si versò il caffè, lo
zuccherò e si decise ad andare verso lo studio dove c’erano telefono ed elenco.
Quando cominciò a sfogliarlo, si rese conto di essersi dimenticata gli occhiali
in bagno. Imprecò sottovoce ed andò a prenderli. Si sedette nuovamente, trovò il
numero e cominciò a schiacciare i tasti.
“Commissariato di polizia, pronto chi parla?”.
Per un attimo le mancò la voce, si sentì le ginocchia molli molli e ringraziò di
essere seduta.
“Buongiorno. Vorrei fare una denuncia”.
“Chi parla?”.
“Mi chiamo Fabiola Ferretti, telefono da Cisano sul Neva”.
“Può ripetere per favore?”.
“Cisano sul Neva. Si trova sulla statale che porta in Piemonte, a pochi
chilometri dal casello autostradale di Albenga, ha presente?”.
“Ho capito. Una denuncia di che genere signora?”.
“Devo denunciare la scomparsa di una persona… di mio marito”.
“Attenda in linea che le passo l’ispettore che se ne occupa”.
“Va bene”.
Il cuore le martellava in testa, era come se ne avesse avuto due, uno nel torace
e uno dietro agli occhi, tra le tempie. Non aveva una goccia di saliva,
rimpianse di non essersi portata dietro la tazzina del caffè.
“Pronto ufficio denunce. Sono l’ispettore Ravera, chi parla?”.
“Mi chiamo Fabiola Ferretti. Vorrei denunciare la scomparsa di mio marito”.
“Da dove telefona, signora?”.
“Da Cisano sul Neva. Sa dov’è?”.
“Sì signora. Come si chiama suo marito?”.
“Alfonso, Alfonso Oddone”.
“Naturalmente, come potrà ben immaginare, signora Ferretti, dovrà venire qui ad
Alassio in commissariato per sporgere regolare denuncia. Ci serviranno alcune
informazioni, una sua fotografia recente, sa se ha preso l’auto?”.
“Sì, è andato via in macchina!”.
“Allora, una descrizione dell’auto e anche sua, di suo marito”.
“Ma non basta la foto?”.
“Può non essere sufficiente, è sempre meglio accompagnarla ad una descrizione
scritta. Ma mi dica una cosa, signora: da quante ore è scomparso suo marito?”.
“Da sabato sera”.
“Quindi non sono ancora trascorse quarantott’ore, giusto?”.
“No, effettivamente no. Quarantott’ore saranno alle undici di questa sera. Però
mi sembra davvero strano che non si sia ancora fatto vivo”.
“Che lavoro fa suo marito?”.
“È professore di filosofia”.
“Alle superiori, quindi, e dove con precisione?”.
“Al liceo classico”.
“Di Albenga?”.
“Sì, sì quello statale di Albenga”.
“E questa mattina dovrebbe andare a scuola?”.
“Sì, il suo giorno libero è il mercoledì”.
“Quindi alle otto, otto e qualcosa dovrebbe presentarsi al lavoro?”.
“Sì, il lunedì comincia subito, alle otto e venti”.
“Ha un cellulare?”.
“Sì, ma dev’essere spento o in un punto dove non prende”.
Le si stava incrinando la voce.
“Va bene signora, ascolti. Lei è in buona salute?”.
“Sì, sto abbastanza bene”.
“Ha un mezzo, un’automobile?”.
“Sì sì, ho la mia macchina”.
“Se la sente di guidare?”.
“Sì, penso di sì”.
“Va bene, allora sarebbe opportuno che lei venisse qui da noi in commissariato,
ad Alassio: le faremo qualche domanda e stenderemo la denuncia. Ricordi di
portare una fotografia di suo marito. Come ha detto che si chiama?”.
“Alfonso Oddone”.
“Va bene, signora. La aspetto qui. Lo sa dov’è il commissariato?”.
“Sì, l’avrò visto cento volte. Venivamo sempre a far due passi sul mare ad
Alassio”.
Le venne da piangere.
“Signora, non voglio darle illusioni, ma per esperienza devo dirle che nella
maggior parte dei casi, momenti drammatici come quello che sta vivendo lei si
risolvono in un grande spavento per nulla, può credermi!”.
“Forse ha ragione… Solo che io adesso…”.
“Lo capisco, signora, ma la invito a venire qui appena può”.
“Di chi devo chiedere?”.
“Dell’ispettore Ravera, dell’ufficio denunce”.
“Va bene, buongiorno”.
“Buongiorno”.
Istintivamente asciugò con un lembo della vestaglia la cornetta del telefono,
umida di sudore e lo fissò ancora un attimo. Era andata, il primo passo lo aveva
fatto, adesso doveva prepararsi e raggiungere Alassio. Spense la luce nello
studio e uscì dalla stanza. Aggiunse un po’ di caffè ancora caldo di caffettiera
a quello della tazzina che si era intiepidito e lo bevve lentamente, sempre
guardando fuori, ma senza in realtà vedere il primo spiraglio di sole che
illuminava la cima della montagna davanti a casa. Rifletteva sul fatto che per
lei le forze dell’ordine, tutte, non escludendo nemmeno il Corpo Forestale,
erano sempre state una fonte d’ansia. Quando doveva tendere patente e libretto
all’agente della stradale o ad un carabiniere, durante un banale controllo,
senz’aver commesso nessuna infrazione, le tremava la mano e lo faceva con aria
colpevole. Alfonso ne rideva, ma in quei momenti l’atteggiamento della moglie lo
irritava se era lei alla guida, soprattutto quando l’agente della pattuglia
cominciava a fissarla con curiosità, perché anche lui si accorgeva del disagio.
Invece questa volta, a parte la bocca secca come la lingua di un gatto, era
riuscita a parlare senza impappinarsi. Forse il motivo stava nel fatto che si
trattava di una vera situazione d’emergenza, che c’era davvero da preoccuparsi.
Aprì l’acqua e indirizzò il getto sulla tazzina che lasciò nella conca del
lavandino e andò a vestirsi. Al gatto avrebbe dato da mangiare al ritorno,
adesso non ne aveva voglia.
La macchinetta del caffè non aveva un funzionamento egregio, ci metteva un po’ a
riempire il bicchierino di carta e fu proprio durante quell’attesa che il dottor
Rebaudengo spinse la porta d’ingresso. Per essere un lunedì mattina presto non
aveva neanche l’aria troppo stralunata.
“Buongiorno commissario”.
“Oh, Ravera, com’è?”.
“Mah, com’è? Buono, direi. Per essere l’inizio della settimana, potrebbe andare
peggio”.
“Domenica tranquilla?”.
“Sì, ieri sera han dato fuoco ad un altro cassonetto della ‘rumenta’ in via
Neghelli, un furto in un appartamento di torinesi, vuoto, non hanno preso
niente, non c’era niente da prendere, c’è stato un inizio di rissa davanti al
pub ‘Gandalf’, ma è stata solo una scazzottata, niente armi, un naso rotto e poi
stamattina…”.
“Stamattina?”.
“Eh, stamattina, cinque minuti fa ha telefonato una signora, aspetti che vado a
vedere il nome…”.
“Lascia perdere adesso, beviti ’sto caffè, me lo farai vedere dopo, dimmi il
seguito piuttosto”.
“Ha denunciato la scomparsa del marito”.
“Uh! Scomparsa?”.
“Scomparsa, sì, anche se ad essere precisi, siamo ancora entro le quarantott’ore,
perché il tizio pare se ne sia andato di sua spontanea volontà, alle undici di
sabato sera. Naturalmente ho fatto i controlli di routine negli ospedali, dalla
frontiera a Genova e non risulta nessun ricoverato con il suo nome. Tenga conto
che lo scomparso è insegnante e il lunedì inizia a lavorare dalla prima ora,
quindi adesso dovrebbe già essere in classe”.
“Beh, sarebbe bene sincerarsi che non sia seduto in cattedra, mentre noi ci
facciamo dei castelli in aria. La moglie ti ha detto in che scuola lavora?”.
“Sì, al liceo”.
“Bisogna sapere quale, c’è il classico…”.
“Il classico, sì, mi sembra proprio che mi abbia detto il classico”.
“Tu per sicurezza fai un controllo a trecentosessanta gradi: scientifico,
linguistico e mettici pure l’istituto per geometri e la ragioneria e verifica
che non sia a scuola. Hai convocato la moglie?”.
“Dovrebbe arrivare”.
“Dove abitano?”.
“A Cisano sul Neva, ha presente?”.
“Come no, è la strada che faccio per andare al paese dei miei. Gran brutta
statale, tutta curve, ma fai presto ad arrivare in Piemonte. A me piace però,
più del giro in autostrada da Savona. E abitano lì?”.
“Sì, a Cisano, dove con precisione non lo so ancora”.
“Va ben, senti Ravera, io vado su che avrò da firmare la mia bella pila di carte
e devo parlare con il magistrato per quella faccenda là dell’albanese
accoltellato in stazione. Quando arriva, tanto Perseghetti te la annuncia al
telefono, tu chiamami un attimo, che voglio prendermene una vista, magari è una
bella gnocca. Tanto adesso verifica con la scuola, che non andiamo ancora a fare
una figura da pici”.
“Va bene commissario”.
Ravera buttò il bicchierino nel bidone e si diresse verso il suo ufficio.
Quando il commissario Rebaudengo entrò nell’ufficio denunce, la signora Fabiola
Ferretti era seduta sulla poltrona accanto alla scrivania di Ravera. Proprio
bella gnocca no, non era il tipo della figona vistosa, straccetti firmati e
ferramenta d’oro appeso a polsi e orecchie, però brutta non era: si sarebbe
potuta definire strana, sì, era strana. Faccia tirata, occhiaie profonde,
sembrava che avesse pulito la stufa e poi si fosse sfregata le dita sotto gli
occhi, niente trucco, ma per il resto una signora graziosa, anche se doveva aver
passato i quaranta. Il commissario si presentò tendendole la mano e lei gliela
strinse, restando seduta, un po’ contratta sulla sua poltrona: perlomeno aveva
una stretta decisa e la mano asciutta. Lo guardò in faccia, accennando
faticosamente un sorriso, lui disse qualche frase di circostanza ed invitò
Ravera a continuare la loro conversazione. Si sedette alla scrivania vuota
dell’altro ispettore.
“Andate pure avanti, io mi limiterò ad ascoltare, l’ispettore Ravera non ha
bisogno dei miei suggerimenti. È solo che si tratta di una situazione abbastanza
rara nella nostra zona e volevo conoscere i dettagli. Avevo poco da fare in
ufficio, in questo momento”, concluse con un sorriso amabile, ricordando la
montagna di cartacce che lo aspettava, in attesa di una firma.
“Avevamo appena concluso la parte relativa alle generalità del marito. Ho
chiamato la scuola, signora, per sicurezza ed effettivamente il professore non
si è presentato a lezione, senza una telefonata per avvertire. La signora
Ferretti mi stava dicendo che già questa di per sé è una stranezza, trattandosi
di una persona estremamente precisa, ed anche a scuola erano perplessi. Ah
tenga, commissario, questa è una foto del professor Oddone”, e gli allungò la
foto dell’uomo, una foto a colori nella quale il tipo sorrideva all’obbiettivo,
stagliandosi con un maglione celeste sullo sfondo di un bosco di conifere. Il
commissario Rebaudengo la osservò per un tempo lungo, durante il quale tutti
tacquero, come in attesa. Alla fine la restituì all’ispettore e quel gesto fece
ripartire la conversazione. Se quella fotografia avesse suscitato la curiosità
di Rebaudengo non trasparì dalla sua faccia impenetrabile, dall’aria più
assonnata che severa.
“Riprendiamo, signora. Lei prima ha detto che suo marito è uscito sabato sera
intorno alle undici, giusto?”.
“Sì, mi ricordo di aver istintivamente guardato l’ora quando ho visto l’auto
uscire dal giardino”.
“In che stato d’animo era suo marito, quando è uscito?”.
“Avevamo litigato piuttosto aspramente”.
“Perché?”.
“È inutile che glielo nasconda, tanto, facendo qualche domanda in giro, lo
verreste a sapere comunque: non era un esempio di fedeltà coniugale”.
E si voltò a guardare il commissario che taceva, la bocca nascosta dalle dita
intrecciate, il mento appoggiato sulle mani. Quella frase, “non era un esempio
di fedeltà coniugale”, le era uscita non con l’acrimonia della moglie
invelenita, ma con una grande stanchezza, perché così si sentiva in quel
momento: stanca.
“Lo so cosa state pensando adesso: che mio marito è scappato dopo un’ennesima
scenata di gelosia e che non gli può essere successo niente di più grave che
trovarsi ben lontano da qui in compagnia di un’altra donna, vero?”.
Rebaudengo si risvegliò dalla sua catalessi, si tolse le mani dalla faccia e le
appoggiò sulla scrivania, come un bravo scolaro diligente.
“Signora Ferretti, noi non pensiamo niente, perché una delle prime cose che
c’insegnano e che ognuno di noi si sforza di ricordare ed osservare sempre, è
quella di non trarre conclusioni affrettate. Certo, quella che ha illustrato lei
non è un’ipotesi da trascurare, ma non è l’unica. Sappiamo troppo poco, o
meglio, non sappiamo niente di suo marito, quindi dobbiamo evitare qualsiasi
giudizio. Ci racconti, per quel che si ricorda, come si sono svolti i fatti
sabato sera, come siete arrivati al punto di rottura, quando lui, presumo data
la stagione, ha indossato il cappotto, ha quasi certamente sbattuto la porta e
s’è messo alla guida della sua auto. A proposito, di che marca è la vettura?”.
“È una Wolkswagen Golf, non proprio l’ultimo modello, quello prima, è grigio
scuro metallizzato”.
“Per caso ricorda il numero di targa?”.
“Sì, ma proprio per caso, perché sono andata io la scorsa settimana a pagargli
il bollo”.
“Allora Ravera, annotalo, così segnaliamo l’auto anche agli altri. Torniamo alla
sera di sabato”.
“Si ricorda esattamente da cosa si è originata la discussione?”, riprese
l’ispettore.
“La sequenza degli eventi è diversa, rispetto all’ipotesi che ha fatto il dottor
Rebaudengo, o meglio, poi è andata proprio a finire così, ma noi non abbiamo
litigato e poi lui è uscito, noi abbiamo litigato perché lui voleva uscire”.
“E come ha spiegato questa volontà?”.
“Dicendo che era stanco di fare quello che stava facendo”.
“Cosa stava facendo?”.
“Stava leggendo un testo piuttosto complicato, so che doveva preparare una serie
di conferenze per un’associazione culturale”.
Ravera aveva la convinzione che saltare di palo in frasca avesse una sua oscura
utilità:
“Avete figli?”.
“No, non ne abbiamo”.
“Era un’abitudine per suo marito isolarsi a lavorare con i suoi libri anche di
sabato sera? Non andavate al cinema o a cena fuori? Come trascorrete la sera del
fine settimana?”.
“Spesso a casa, nessuno dei due ci tiene molto a mettersi in ghingheri e uscire
a passeggio. Il cinema sì, qualche volta, se passano un bel film”.
“Vada avanti: lui sospende il suo lavoro e le comunica la sua intenzione di
uscire: solo?”.
“Sì, perché io mi sono offerta di accompagnarlo a sgranchirsi le gambe, a far
due passi insomma e lui mi ha detto, senza mezzi termini, che non mi voleva tra
i piedi. Di lì ho pensato che s’incontrasse con qualcuna e abbiamo cominciato a
litigare”.
“Quant’è durata la discussione?”.
“Mezzora, sì, più o meno: ho guardato l’ora ma solo dopo che lui era uscito”.
“Eravate nella stessa stanza, quando lui leggeva voglio dire?”.
“No, lui era nel suo studio, quando non vuole essere disturbato se ne va lì, ha
il suo lettore cd, si mette le cuffie, ascolta Bach di solito, ma può anche
cambiare, dipende dall’argomento della lettura e se ne sta ibernato per due o
tre ore, poi ricompare e lentamente riprende contatto con il mondo dei comuni
mortali”.
“È andata così sabato sera?”.
“Sì, solo che c’è stato meno del solito, considerando che abbiamo finito di
cenare intorno alle nove”.
Rebaudengo si alzò così di scatto che la signora Ferretti fece quasi un salto
sulla seggiola, mentre Ravera guardò per un attimo il suo capo negli occhi,
cercando d’indovinare cosa gli avesse preso. Niente, forse niente, s’era solo
stufato di ascoltare quella conversazione che stava assumendo dei toni sempre
più tristi. Si avvicinò alla signora, tendendole la mano per la seconda volta:
“Signora Ferretti, adesso noi dirameremo la foto di suo marito, la sua
descrizione, targa, modello e colore della vettura a tutte le forze dell’ordine,
sul territorio nazionale per cominciare, e cercheremo di raccogliere qualche
informazione tra le persone che lo conoscono. È inutile fare ipotesi per ora, ma
non si può certamente escludere che il professor Oddone ritorni a casa
spontaneamente tra qualche ora o tra qualche giorno. Ci lasci anche, mi
raccomando, i numeri dei cellulari di tutti e due e c’informi subito nel caso si
rifacesse vivo, oppure qualcuno le raccontasse d’averlo visto”.
Appoggiò la mano alla maniglia, dedicò un’occhiata d’intesa a Ravera, troppo
breve per essere notata da chiunque non fosse uno sbirro, salutò ancora una
volta e richiuse la porta dietro di sé, lasciando finire all’ispettore il suo
lavoro di routine.
Camminare lungo la battigia non era il massimo delle sue aspirazioni, il mare lo
innervosiva e gli faceva sempre venire in mente un pezzo di canzone che diceva:
“…che si muove anche di notte e non sta fermo mai…”. E dire che lui era un
ipotiroideo e l’aria marina gli avrebbe fatto anche bene, ma non ci poteva far
niente, non gli piaceva. Il mare era appena tollerabile durante l’inverno come
in quel momento, che sulla spiaggia ci trovavi poca gente, qualche mamma con
bambini che il giorno dopo sarebbero stati puntualmente a letto con la febbre a
trentotto e il mal di gola, un po’ di vecchietti e un discreto numero di cani al
lavoro con il legnetto da riportare (e i bisogni da occultare con un’abile
pedata di sabbia dei padroni). D’estate no, d’estate il mare non è pensabile
come luogo di piacere, ma soltanto come punizione: questa più o meno era la
filosofia del dottor Bartolomeo Rebaudengo, commissario di polizia ad Alassio,
amena località turistica della riviera ligure ponentina. Lui uomo di Ceva,
laboriosa cittadina del basso Piemonte, profondamente cuneese, cresciuto a fette
di “raschera”, dolcetto e bagnacauda, con quell’accento così atrocemente
piemontese da dissipare qualsiasi dubbio sulla sua provenienza, da pochi anni
lavorava tra turisti e albergatori, occupandosi però di un territorio ben più
vasto della sola Alassio. La competenza di quel commissariato si estendeva in
entrambe le direzioni della costa ligure per un bel pezzo, pertanto a lui ed ai
suoi uomini non toccavano soltanto casi di turiste in lacrime per aver perduto
il portafoglio, ma delinquenza di vari livelli e di varia competenza, droga,
immigrazione, prostituzione, furti, rapine e ogni tanto pure qualche morto
ammazzato.
Adesso non è che non avesse gatte da pelare, per la faccenda dell’albanese della
stazione ferroviaria gli toccava collaborare con un magistrato pignolo e
noiosissimo, mancavano elementi significativi sulla banda dei piromani dei
cassonetti, e dire che erano arrivati al diciottesimo tra Albenga e Alassio,
eppure nella sua passeggiatina sull’arenile non riusciva a smettere di pensare
alla signora Fabiola Ferretti.
Gli suonava strano che un uomo potesse preferire la consultazione di opere
erudite alla compagnia della signora Fabiola, oltretutto in un momento che
avrebbe dovuto essere di riposo o di svago, come il sabato sera. Oddio, saranno
pure stati fatti suoi, magari il professore aveva raggiunto un discreto livello
di saturazione in quel matrimonio senza figli che durava da parecchio, magari la
moglie in privato era una rompipalle, oppure le mancavano gli argomenti o, che
ne so, aveva acquisito un alto tasso di acidità da menopausa imminente o forse
già in atto. Spiegazioni per quella malinconia da weekend tra estranei che era
trapelata dalle parole della donna potevano essercene tante, certo è che a lui
sarebbe piaciuto, non conoscendola, incontrarla per caso e chiacchierare un po’
con lei. Aveva begli occhi, di un verde duro, come certe rocce che si trovano
sulle Alpi Marittime e che si sfaldano in lamelle sottili, capelli rossi, chissà
se poi era davvero il suo colore, con le donne non si può mai dire, però avrebbe
potuto esserlo, visto che s’intonava perfettamente con gli occhi e un bel viso
regolare. Non era vistosa, senza trucco, d’altronde dopo due giorni come quelli
che doveva aver passato, non s’era certo posta il problema di truccarsi per
andare alla polizia a denunciare la scomparsa di suo marito. C’erano state poche
occasioni per vederla sorridere, però si capiva che aveva un bel sorriso.
Ma non era l’aspetto fisico quello che l’aveva più incuriosito, piuttosto le
sfumature psicologiche e quella più appariscente era stata la riservatezza. Non
era ancora diventato vecchio facendo quel lavoro, non poteva dire di sé d’essere
un veterano nella valutazione del prossimo, però sbirri non si diventa e
soprattutto non si va avanti se non s’impara a lavorare anche con l’istinto ed
il suo istinto non gli stava dicendo proprio niente perché s’era ritrovato
davanti ad un muro.
Probabilmente la signora Ferretti aveva pianto a casa sua, aveva avuto paura,
magari aveva anche fracassato qualche libro di quelli tanto cari alla sua metà,
aveva inveito, aveva spiato dietro alle finestre per due notti, illudendosi al
minimo chiarore che fossero i fari dell’auto del marito, aveva visto due albe
senza che fosse successo niente e alla fine aveva deciso di andare alla polizia.
Ebbene, di tutto quel subbuglio, di quello stare male, tra improperi e speranza,
tra solitudine e paura, non era emerso niente, soltanto stanchezza composta.
Ecco sì, emerso era la parola giusta: la signora Fabiola era impenetrabile, come
certi laghetti ai piedi dei ghiacciai che sono sì azzurrissimi, ma totalmente
impenetrabili, ci metti una mano dentro, gelo a parte, e non la vedi più anche
se è venti centimetri sotto il pelo dell’acqua.
Bevve un caffè nel bar di fronte al commissariato, uscì con le mani sprofondate
nelle tasche e si diresse verso la porta di metallo videosorvegliata. Guardò in
alto, mentre aspettava che Villari gli aprisse, sì, doveva essere lui ad aver
dato il cambio a Perseghetti, c’erano nuvole che minacciavano acqua e gabbiani
che veleggiavano, spinti dal vento di burrasca, più veloci di schioppettate.
Strani posti, dove non nevicava mai e quell’unica volta che lo faceva, se lo
faceva in tutto l’inverno, venivano giù delle frittelle marce d’acqua che si
spiaccicavano a terra o sul parabrezza peggio delle cacche dei gabbiani.
Entrò nell’ufficio denunce dopo aver bussato. Non gliene fregava niente d’essere
lui il superiore, gli avevano insegnato così in collegio dai preti a Mondovì e
per lui bussare alla porta del presidente della Repubblica o a quella dello
stanzino delle scope era uguale.
“Avanti”. La voce era ancora quella di Ravera. Ci sperava che fosse ancora lì,
perché era con lui che voleva parlare.
“Commissario è lei? Ma non c’era bisogno di bussare!”.
“L’ho imparato dai preti, insieme a un sacco di altre cose che non ho voglia di
ricordare. Ma che orario fai?”.
“Oggi ero qui dal mattino, poi quindici-diciotto, come la Prima guerra
mondiale”.
“Mmm, suona bene.
“Prima, quando c’era la vedova del professore…”.
“Ma cosa dice, commissario, la vedova?”.
“O boia faus, ho detto la vedova?”.
“Eh, sì, ha detto ‘la vedova’”.
“Lascia perdere, Ravera, chissà dove avevo la testa. Sai perché l’ho detto,
adesso che ci penso?”.
“No, dottore, non lo so proprio”.
“Ho preso il caffè al bar e tutto il tempo ho fissato una bottiglia di Veuve
Clicquot magnum che sta vicino alla cassa. Guarda in che modo scemo lavora certe
volte la nostra testa. Vabbe’, lascia perdere… Quando c’è stata la moglie del
professore, ti ha dato la carta d’identità, giusto?”.
“Certo dottor Rebaudengo. Ho già controllato sullo SDI. Fabiola Ferretti, nata a
Torino…”.
“È piemontese!”.
“Sì dottore, come lei. Allora, nata a Torino il 27 aprile 1959, incensurata,
tutto in ordine, suo padre aveva una cartoleria e la madre casalinga, al
pomeriggio aiutava in negozio. Aveva un fratello, Leonardo, che è morto
nell’'81, un incidente in motorino. I suoi l’hanno fatta studiare, ha
frequentato il liceo classico, poi l’ISEF, sempre a Torino. Non è entrata nella
scuola però, ha sempre lavorato in palestre private. Ad un certo punto, nell’'87
la troviamo in Liguria, il padre nel frattempo è morto, e da sei anni la signora
Ferretti lavora in un grande centro benessere, una roba megagalattica, piuttosto
esclusivo alla periferia di Albenga, vicino all’uscita dell’autostrada. Lei fa
fare ginnastica alle consorti dei vip locali, tra una sauna, una lampada e un
massaggio. In quel centro lì c’è annessa una palestra un po’ più democratica,
con sala pesi, che la sera è frequentata soprattutto da uomini. Due sere alla
settimana fanno karate e altre discipline di autodifesa, m’han detto un nome
israeliano ma non me lo ricordo, e lì la si può incontrare. Ci va sia per
allenarsi che per insegnare, dev’essere un grado alto, se non cintura nera, c’è
vicina. Catello, della Polstrada, l’ha vista spesso allenarsi in sala pesi, ha
detto che ci va giù dura, non da confidenza, ma non è mai scortese. Qualche
parola la scambia, ma non gliene frega niente di rimorchiare, quindi ne ha
parecchi che le muoiono dietro, anche se non è più giovane”.
“E cosa ci fa con un professore di filosofia?”.
“Aspetti, non ho finito. È iscritta al CAI e va a camminare in montagna, le sue
montagne, sa commissario! Marguareis, Mongioje, Mondolé, ma nessuno del suo
gruppo conosce il marito. A proposito, lo ha sposato nell’'89, a trent’anni
belli giusti. Lui allora ne aveva trentotto. Sono sempre andati d’accordo, pare,
o meglio non si dice niente di diverso, fanno vita ritirata, ma qualche volta
lei lo segue a conferenze, presentazioni di libri e altre menate del genere”.
Bartolomeo Rebaudengo sapeva che l’ispettore Armando Ravera era un tipo
determinato, ma che fosse riuscito a mettere su tutto ’sto romanzo in così poco
tempo, suscitò la sua ammirazione.
“Come hai fatto…?”.
“Classe naturale, dottore”.
“Adesso lascia un attimo perdere tutto, non perché non sia importante, ma
mettilo da parte. Quando lei era qui, tu tutta ’sta roba non la sapevi ancora,
giusto?”.
“Certo, dottore”.
“Ecco, dimmi, che impressione ti ha fatto?”.
Ravera se ne stette zitto un po’, guardando fuori il selciato del giardino,
l’ufficio denunce era al piano terreno, era come se fossero stati in giardino,
martellato da gocce grosse come tinozze. Con la fine di gennaio le giornate
avevano cominciato ad allungarsi, ma quel pomeriggio sembrava dicembre, erano
soltanto le tre e mezzo e c’era scuro come all’imbrunire.
“Non so se adesso riesco a raccontarle che impressione mi ha fatto questa
mattina, perché anche se faccio finta di non saperle tutte queste cose su di
lei, ora le so… Posso provarci. M’è sembrata, così, a pelle, una donna
intelligente che sa di poter contare, o perlomeno vuole così, su doti che non
siano quelle della bellezza e della seduzione: è questo che mi spinge a pensare
che sia intelligente. Se si truccasse e si mettesse quelle scarpe con il tacco
fino, invece di farsi la treccia, che sembra mia nonna, andasse da un
parrucchiere alla moda, avrebbe la fila di spasimanti. D’accordo che non era il
momento, ma neppure per un attimo ha civettato, ci sono donne che non possono
farne a meno, civetterebbero perfino davanti al plotone d’esecuzione. Mi sono
spiegato?”.
“Benissimo, e mi trovi d’accordo su tutta la linea”.
“E per finire, un’ultima cosa: non mostra i suoi stati d’animo a parte quell’accenno
alla lite di sabato sera e alle scappatelle del marito, però lo ha fatto con
molta calma. Ci teneva, ecco sì, ci teneva a dare un’impressione di
autocontrollo, non voleva che si capisse che stava male e quanto. Ha avuto anche
lei, dottore, questa sensazione?”.
“Forse è solo molto riservata, magari orgogliosa e non le piace essere
compatita. Sa benissimo, come lo sappiamo noi, che dietro alla sparizione del
marito potrebbe esserci una faccenda di corna, e non vuole assolutamente cadere
nel ridicolo. Resta il fatto che è una persona poco decifrabile.
Però, Ravera, è mezz’ora che parliamo di lei. Cosa hai raccolto su di lui?”.
Ravera partì con la sua cronaca.
“Alfonso Oddone, nato a Savona il 23 febbraio del 1951. Liceo classico e corso
universitario a Torino, non a Genova, come sarebbe stato prevedibile. È noto che
la facoltà di filosofia a Torino è più illustre di quella di Genova. Lui si è
laureato con Nicola Abbagnano”.
“Ravera, abbi pazienza, da quando sai che Torino per filosofia è meglio di
Genova? E, aspetta, come fai a sapere chi è, o meglio, chi è stato Nicola
Abbagnano?”.
“Non mi sottovaluti, dottore. Io, tanto per cominciare, non ho la più pallida
idea di chi sia stato Nicola Abbagnano, immagino fosse un professore famoso,
magari uno che ha scritto dei libri importanti per quelli che studiano, poi, per
quanto riguarda il prestigio di Torino rispetto a Genova, perlomeno negli anni
in cui c’era il professor Oddone, che allora non era professore ma soltanto
studente, me l’ha raccontato una mia amica che insegna alle medie dove va mio
figlio, il grande. Torniamo alla faccenda”.
“Torniamo alla faccenda!”, ripeté il commissario, e si sistemò sulla seggiola
per i visitatori, dove al mattino s’era seduta la signora Ferretti, perché
all’altra scrivania stava il legittimo proprietario, l’ispettore Lo Manto il
quale, schiacciando qua e là qualche tasto, fingeva un interesse per il video
del suo computer che in realtà era tutto rivolto alla conversazione tra gli
altri due.
“Allora, può darsi che i futuri coniugi si siano conosciuti a Torino come no, ma
direi che di questo a noi non ce ne frega molto. Laureato brillantemente, il
prof è tornato in Liguria dove ha vissuto fino ad oggi. Il padre faceva il
ferroviere e quando è arrivata l’età della pensione la famiglia ha lasciato
Varazze e si è trasferita a Ortovero, dove la madre possedeva e possiede tuttora
una casa di campagna con un appezzamento di terra intorno. Il professore ha
girato un po’ di scuole, prima medie, poi medie superiori, ma di tipo tecnico e
poi ha vinto il concorso per il liceo, tutti tirano ai licei, vuoi mettere, e lì
è rimasto. Ha fatto lo scapolone per un po’, aveva trentotto anni quando ha
sposato la ginnasta, va bene se la chiamo così?”.
“Perché no! Cosa si sa di lui?”.
“Fedina penale come un lenzuolo appena uscito da una fabbrica tessile! Simpatie
sinistresi un po’ spinte negli anni giovanili, ma senza nessuna segnalazione
politica, mai pestaggi, mai atteggiamenti aggressivi, insomma è un filosofo, non
un leader. È conosciuto come uno tranquillo, metodico ma non noioso, è molto
amato dai ragazzi”.
“E sulle donne?”.
“Lì qualche piccolo casino c’è stato, ma poca roba. Ancora prima di sposarsi,
allora insegnava all’istituto tecnico di Ceriale, un marito l’aveva aspettato
fuori della scuola e gli aveva tirato un pugno in faccia davanti ai suoi
studenti: il prof s’è beccato sei punti e il naso rotto, l’altro una bella
denuncia. Un’altra volta è rimasto coinvolto in una causa di separazione,
inchiodato dalle foto di un’agenzia investigativa, ma ne uscito indenne. Dopo la
separazione non ha più frequentato la signora in questione, anche se lei deve
avergli rotto le palle e anche minacciato per un po’. S’è beccata una diffida ed
è finita lì. Rosaria Benvenuto ex Maritano si chiamava. Poi ha continuato a
barcamenarsi per un po’ e alla fine s’è sposato. Dopo non ci sono granché
notizie sul suo conto, non perché abbia rigato dritto, ma perché non s’è mai più
fatto beccare”.
“Quindi la moglie non ha niente più che sospetti nei suoi confronti?”.
“Quanto siano fondati non lo sappiamo, dipende anche un po’ da lei”.
“In che senso?”.
“Bisogna vedere se è di quelle sospettose, che annusano gli abiti, che frugano
nelle mutande prima di cacciarle in lavatrice, che sbirciano nel portafogli
incustodito o violano la posta, adesso con il telefonino, basta un attimo,
mentre uno è sotto la doccia, per vedere le ultime chiamate effettuate e
ricevute. Se devo essere sincero a me non è sembrata una tipa così, però non si
può mai dire”.
“Le hai chiesto stamattina se è la prima volta che non rientra a dormire o se è
già capitato?”.
“Ha risposto che liti con porta sbattuta e fuga in macchina ce ne sono già
state, ma ad una certa ora s’è sempre recampato a casa”.
“Certa ora, quale?”.
“Le due o le tre. Qualche volta, dopo un pianto è finita a tarallucci e vino,
qualche volta c’è stata la chiacchierata chiarificatrice e la sfilza di buoni
propositi il mattino dopo”.
“Mmm…”.
“Mmm, cosa, dottore?”.
“Non lo so e nemmeno potrei immaginarlo perché, ripeto, non lo conosco, eppure
non me lo vedo il professore di filosofia, uno che di sabato sera prepara le sue
astruse conferenze, che sbatte porte e scappa in macchina, è una roba da
adolescenti”.
“Me l’ha insegnato lei, quando le avevo detto, si ricorda, che quelli di Cuneo
sembrano tutti così pacifici, quasi un po’ rimbambiti, con rispetto, che per le
faccende di cuore e di sesso siamo tutti degli adolescenti e da tali ci
comportiamo!”.
“Hai ragione Ravera, me lo ricordo, eppure… Fammi un attimo rivedere la foto del
prof Alfonso”.
Ravera trafficò un attimo all’interno del fascicolo che aveva da poco aperto e
gli allungò la foto. Bruno, brizzolato sulle tempie, viso regolare, abbronzato,
più che un professore di filosofia ricordava quel tipo d’uomo che fa la
pubblicità agli amari. Certo che unendo il bell’aspetto e la parlantina
raffinata della persona colta, le femmine dovevano essergli cascate in braccio
come albicocche mature e, per quanto sostenuta da una bella intelligenza e da
una buona dose di fiducia in se stessa, la cosa forse non aveva fatto tantissimo
piacere alla signora Fabiola.
“Il telefono del prof è sempre spento?”.
“Talmente spento che sembra morto. Vediamo un attimo, adesso mi attivo con le
compagnie telefoniche, se riusciamo almeno ad individuare il settore. Certo che
se lui l’ha neutralizzato in qualche modo, che ne so, l’ha buttato via o l’ha
scassato, non solo per non essere disturbato e individuato, ma addirittura per
non cadere nella tentazione di chiamare qualcuno, non lo troviamo di sicuro.
Sinceramente dottore, non mi sembra il tipo da avere agganci con i delinquenti,
insomma non credo che sia capace di procurarsene uno taroccato, mi spiego? E poi
che se ne farebbe, se è con la morosa, non ha di sicuro voglia di parlare con
altri!”.
“Sì, però se le cose sono andate così, se perdura questo isolamento, mi viene il
dubbio che non si sia trattato di un atto compiuto d’impulso, sembrerebbe quasi
che dietro ci sia stata una pianificazione. Invece il racconto della moglie
indica esattamente il contrario… A meno che…”.
“A meno che… cosa?”.
“A meno che lui non abbia fatto finta d’arrabbiarsi, eccetera eccetera, che sia
stata una messinscena a beneficio della signora. Però che utile avrebbe avuto?”.
“Che utile ne avrebbe avuto, commissario? Che ne so…”.
“Poco, mio buon Armando, perché se avesse voluto andarsene con un’amante con la
quale era già d’accordo, la cosa più semplice sarebbe stata quella di andarsene,
punto e basta… ti pare?” e poi, senz’aspettare una risposta: “Intanto fammi un
piacere, neh: fatti preparare un elenco del movimento telefonico fino al momento
in cui il cellulare ha smesso di comunicare e, già che ci sei, fattelo fare
anche di quello di casa”.
“Agli ordini capo. Qualcos’altro?”.
“No, direi che abbiamo messo in moto tutto quello che c’era da mettere in moto,
adesso dobbiamo aspettare che succeda qualcosa, non possiamo inventarci più
niente. Io vado di sopra nel mio ufficio. Buon lavoro Ravera”.
“Grazie dottore, anche a lei”.
Chiuse la porta e si diresse verso le scale che portavano al suo ufficio.
Villari stava parlando al telefono con qualcuno e nemmeno lo vide passare, così
gli rimase la mano a mezz’aria in un debole, inutile cenno di saluto.
Aveva già dedicato troppo tempo alla faccenda del professore Alfonso Oddone,
magari quello era a trombare allegramente in un alberghetto della Costa azzurra
e lui invece era lì a fondersi le meningi cercando di entrare nei grovigli
mentali altrui: tutta colpa del laghetto alpino, dell’azzurro impenetrabile
della signora Fabiola, dei suoi occhi color delle rocce delle Alpi Marittime.
Torna indietro
|
|