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La conquista della
maggioranza
Mussolini, il PNF e le elezioni
del 1924
di Alessandro Visani
Prefazione
di Giovanni Sabbatucci
Tutti coloro che hanno studiato la fase
terminale della crisi dello Stato liberale in Italia concordano nel ritenere che
le elezioni del 6 aprile 1924 abbiano rappresentato uno snodo decisivo nel
processo di transizione verso la dittatura fascista. Fu la protesta contro il
clima di violenza e di intimidazione che aveva caratterizzato le operazioni di
voto a segnare il destino di Giacomo Matteotti. E fu la reazione alla crisi
Matteotti che spinse Mussolini ad avviare, o quanto meno ad accelerare, quella
stretta autoritaria che, nel giro di un paio d’anni, avrebbe fissato
definitivamente i tratti della “dittatura a viso aperto”. Questa drammatica
sequenza, frequentemente e minutamente ricostruita dalla storiografia, non può
però essere compresa se non si tiene presente il quadro che si era determinato
già prima delle elezioni, per l’effetto combinato della legge Acerbo e
della manovra politica condotta da Mussolini e dal Pnf in sede di preparazione e
di compilazione della “lista nazionale”. In altri termini, come già ho avuto
occasione di sostenere ormai parecchi anni fa, il fascismo non dovette aspettare
l’esito delle elezioni per essere certo di ottenere la maggioranza dei seggi, e
con essa la possibilità di stravolgere leggi e ordinamenti dello Stato liberale
e di stroncare, ove necessario, ogni velleità delle opposizioni. E questo a
prescindere dal progetto istituzionale che Mussolini aveva in mente (posto che
ne avesse uno ben definito) nella fase immediatamente successiva alla conquista
del governo.
Questo lavoro di Alessandro Visani, frutto di una ricerca attenta e
intelligente, ha il pregio di far luce sul quadro appena delineato, appuntando
la sua attenzione soprattutto sulla fase precedente alle elezioni ed
evidenziando in particolare le tecniche di persuasione, gli slogan, le trovate
propagandistiche attraverso le quali il governo e il Pnf riuscirono nell’impresa
di sovrapporre la propria immagine a quella della nazione, senza per questo
rinunciare ad agire come parte, anzi come parte chiaramente faziosa e talvolta
anche apertamente violenta. La violenza, che pure non mancò soprattutto nelle
aree già a suo tempo investite dall’offensiva dello squadrismo agrario, costituì
però un sovrappiù, un elemento non essenziale per la vittoria del “listone”. Un
elemento che, se da un lato rispondeva all’incoercibile pulsione autoritaria del
partito dominante, dall’altro poteva aiutare (ma solo aiutare) a stravincere: a
dare cioè alla vittoria quelle proporzioni quasi plebiscitarie che avrebbero
reso apparentemente superfluo il dispositivo ultra-maggioritario della legge
Acerbo (apparentemente, perché senza quella legge non vi sarebbe stata una lista
nazionale e il Pnf non avrebbe nemmeno potuto aspirare alla conquista della
maggioranza assoluta). Per vincere, stante quel dispositivo, e stante la
scontata divisione delle opposizioni, era più che sufficiente controllare le
modalità di formazione dell’unica lista in grado di aspirare al successo: lista
che, com’è noto, se effettivamente vincente, sarebbe stata eletta in blocco a
patto di ottenere almeno un voto in più del 25% del totale.
Il punto-chiave dell’intera vicenda sta probabilmente proprio qui. E su questo
punto Visani giustamente insiste. Un partito come il Pnf, che deteneva le leve
fondamentali del potere ed era già organizzato e strutturato come un partito di
massa (era la prima volta nella storia politica d’Italia, nota l’autore, che
queste due prerogative si riunivano in uno stesso soggetto politico) non poteva
non prevalere in modo schiacciante su quel coacervo di leadership personali
ormai indebolite, di clientele in declino, di posizioni spesso contrastanti cui
si era ridotto il fronte dei fiancheggiatori di parte liberal-democratica. A
determinare la disfatta degli Orlando e dei Salandra (disfatta già consumatasi
in sede di compilazione delle liste e poi confermata dalla distribuzione dei
voti di preferenza) non furono dunque soltanto la scarsa lungimiranza e lo
scarso coraggio politico manifestato nell’occasione da quei leader. Fu anche uno
squilibrio strutturale, le cui premesse erano già visibili nelle precedenti
elezioni del ’19 e del ’21, quando la classe dirigente liberale conservava
ancora una sia pur precaria egemonia.
Il secondo punto importante che viene affrontato in questo lavoro riguarda i
temi, lo stile e le modalità organizzative della campagna elettorale. L’analisi,
pur senza trascurare la dimensione nazionale, è condotta soprattutto sull’Italia
centrale, in particolare sulla circoscrizione Lazio-Umbria. Un contesto per
molti aspetti significativo, proprio in quanto “mediano” rispetto ai casi-limite
delle regioni già “rosse” (dove l’opposizione conservava comunque alcuni punti
di forza) e del Mezzogiorno (dove era in atto l’assorbimento da parte del
listone delle vecchie clientele liberal-democratiche). Il contesto laziale,
dominato dalla presenza di una capitale carica di storia, si prestava invece
assai bene alla prima sperimentazione e all’utilizzazione propagandistica di
cerimonie e ritualità che sarebbero poi state tipiche del fascismo fattosi
Stato. In questa fase, e in questo contesto, si può dunque cogliere bene il
passaggio graduale, e in quanto tale non pienamente avvertito dalla maggioranza
della pubblica opinione, che prepara – attraverso la sistematica confusione fra
i tre livelli: partito-governo-Stato – il successivo processo di appropriazione
e di reciproca compenetrazione tra fascismo e istituzioni, ovvero la costruzione
del regime vero e proprio. L’enfasi sull’operato del “governo nazionale”
(espressione mai sino ad allora usata con tale frequenza), la crescente
personalizzazione ed esaltazione della leadership da parte della stampa
fiancheggiatrice, la valorizzazione propagandistica dei successi dell’esecutivo
in politica estera o in politica economica: tutto concorre a creare un quadro di
fittizia e forzata concordia in cui la dialettica politica viene degradata a
spiacevole inconveniente, anche se non è del tutto negata, e il ruolo
dell’opposizione appare già puramente residuale, anche se ancora non è
ufficialmente cancellato.
Quelli cui si è accennato sono dunque momenti di passaggio e di ambiguità
istituzionale. Ma solo ponendo attenzione a questi momenti è possibile
ricostruire con qualche attendibilità una vicenda complicata come quella che
portò alla fine dello Stato liberale e alla nascita della dittatura. Una vicenda
nella quale gli inganni degli uni e i fraintendimenti degli altri, gli azzardi
vincenti e le debolezze suicide, contarono almeno quanto la violenza, praticata
o minacciata. O anche di più, come nel caso degli eventi analizzati in questo
libro.
Premessa
Le elezioni politiche del 1924
rappresentano un punto di svolta per la storia italiana e un momento decisivo
della parabola mussoliniana. Con quelle elezioni Mussolini si dotò di una
maggioranza parlamentare certamente più affidabile di quella che lo aveva
sostenuto nei primi mesi della sua esperienza ministeriale.
Più tardi, all’indomani del delitto Matteotti e a seguito dell’impasse delle
opposizioni aventiniane, in un contesto in cui la sopravvivenza politica di
Mussolini era assai meno scontata di quanto si possa credere, quello “zoccolo
duro” di deputati fascisti eletti nelle elezioni del 1924 si rivelò prezioso per
aprire la strada a quelle riforme legislative note come “leggi fascistissime”
che diedero inizio a quel rapido processo di smantellamento e di definitiva
liquidazione dello Stato liberale che portò infine all’instaurazione della
dittatura e alla costruzione degli assetti di base dello Stato totalitario.
Buona parte della storiografia italiana, anche quella più recente, ha
generalmente attribuito lo straordinario successo ottenuto dalle liste nazionali
(o “listone fascista”, come fu definito dalle opposizioni) al meccanismo
elettorale (la famosa legge Acerbo) e al generale clima di violenza e di
intimidazione che caratterizzò in molte parti d’Italia le settimane della
campagna elettorale.
Si tratta però di un giudizio solo in parte sufficiente a giustificare il
risultato della consultazione, che non tiene in debita considerazione altri
importanti fattori che, di fatto, contribuirono in maniera determinante al largo
successo ottenuto dalle liste governative. Trascurare questi fattori o
semplicemente non tenerne conto (qualunque sia la ragione di tale scelta)
significa rinunciare a capire i meccanismi e le dinamiche, lo sfondo e i motivi
che permisero in Italia la fine della democrazia.
Fondamentale fu il ruolo giocato dalla legge Acerbo, ma non nel senso che in
genere le viene attribuito. Paradossalmente, infatti, il peso della nuova legge
elettorale si fece sentire non al momento delle elezioni (in sede di
applicazione) ma prima, cioè nelle settimane dedicate alle trattative per la
formazione delle liste ministeriali. La legge Acerbo ebbe l’effetto di favorire
la corsa di molti deputati e notabili liberali che finirono per offrire i propri
voti e quelli delle loro clientele per far vincere delle liste (quelle
nazionali) caratterizzate da una larga maggioranza di candidati fascisti che,
probabilmente, in un’altra situazione, difficilmente sarebbero riusciti ad
entrare in Parlamento. In un certo senso è lecito affermare che la vittoria
“nazional-fascista” maturò già alcuni mesi prima dell’aprile 1924 e cioè in
coincidenza del voto alla camera (estate 1923) sulla riforma elettorale.
Altrettanto decisivo si dimostrò l’apporto offerto dal PNF, non solo e non tanto
in qualità di partito armato e strumento meramente coercitivo. Per la prima
volta nella storia italiana (e di “prime volte” nell’ambito delle vicende
relative alle elezioni del ’24 ce ne sono – come vedremo – più di una) un
governo ebbe la possibilità di presentarsi al giudizio degli elettori con alle
spalle un partito di massa (in quel momento il più forte e il meglio
organizzato) a sua volta affiancato dal sindacalismo fascista e dalle
associazioni dei combattenti e dei reduci, il cui contributo non è certo da
considerarsi secondario. E ancora, è proprio in occasione della campagna
elettorale che il PNF diede vita ad una serie di azioni propagandistiche di
massa che a ben vedere rappresentano l’esordio di iniziative che troveranno una
più compiuta applicazione negli anni del regime, in un contesto diverso quindi,
ma con modalità in fondo molto simili. Tali “eventi”, organizzati dal partito di
concerto con i vertici governativi, ebbero l’effetto di intimorire gli
avversari, di galvanizzare i fascisti e di impressionare fortemente l’elettorato
in genere, certo non indifferente a simili inediti esperimenti.
Queste iniziative non furono però le uniche attuate dal governo. Mussolini, in
primo luogo, si dimostrò assai abile nel veicolare a livello di percezione
collettiva una ben precisa immagine di sé e del governo da lui
presieduto. Egli fu particolarmente attento, come vedremo, a favorire la
circolazione di tale immagine che finì per essere amplificata da buona parte
della stampa nazionale, la quale contribuì non poco – in alcuni casi in maniera
anche inconsapevole – alla diffusione dell’idea che quello mussoliniano fosse un
governo “diverso” dai precedenti, il primo, dopo gli anni difficili
dell’immediato dopoguerra, a segnare una netta inversione di tendenza
nell’azione concreta così come nei valori di riferimento.
L’opinione pubblica italiana nei mesi del primo esperimento governativo
mussoliniano si divise tra coloro che guardavano con malcelato entusiasmo
all’esperimento dell’uomo nuovo dopo anni di caos e di incertezza e chi,
invece, affiancava ad un ben più freddo atteggiamento ricorrenti perplessità
circa il movimento fascista e la sopravvivenza, all’interno di esso e nel paese
tutto, di tendenze intransigenti contro le quali si indirizzava – o sembrava
indirizzarsi – l’azione dello stesso Mussolini. Perplessità, quelle, che in
altri settori – democratici e liberali – si trasformarono ben presto in una
aperta denuncia del carattere totalitario del fascismo contro il quale ogni
tentativo più o meno sincero di “normalizzazione” era destinato ad infrangersi.
Giunto al potere, il futuro duce giocò con grande abilità una partita a
tutto campo con l’obiettivo a breve termine di conquistare una
maggioranza affidabile all’interno del parlamento, concreta conditio sine qua
non per attuare un progetto ben più ampio i cui sbocchi erano stati
lucidamente intuiti da pochi e contro il quale, nel contesto della primavera del
1924 e più tardi al momento dell’Aventino, le forze democratiche non seppero
attuare un’efficace azione di contrasto.
L’obiettivo di questo libro è dunque quello di fare luce sulle altre ragioni
che contribuirono al largo successo mussoliniano, al di là della questione delle
violenze fasciste che richiederebbe, è bene dirlo con chiarezza, uno studio a
parte. Ancora oggi, infatti, manca un lavoro organico che analizzi in maniera
sistematica la realtà delle singole circoscrizioni che vennero a formare il
composto quadro complessivo dello scenario nazionale nei mesi che vanno dalla
conquista del potere fino al momento delle consultazioni del 6 aprile. Realtà
specifiche, queste, molto diverse tra loro già ad un primo sguardo.
Si pensi, ad esempio, alle vicende che caratterizzarono l’azione fascista
nell’Emilia, dove il rassismo fu protagonista, e lo si confronti con un contesto
tanto diverso quale quello del meridione e delle isole (in cui altri fattori
assunsero una valenza primaria nel favorire il raggiungimento di un risultato
senza precedenti, in alcuni casi di tipo addirittura “plebiscitario”), oppure
con quello dell’Italia centrale al quale spesso in questa ricerca si fa
riferimento, soprattutto a livello delle fonti utilizzate. Ecco allora che un
“modello unico”, universalmente applicabile all’intero quadro nazionale, non
risulta possibile. Ogni regione appare come una storia a sé e solo un lavoro
sistematico di scavo nei fondi di archivio, di analisi e di confronto, potrebbe
permettere di avvicinarsi sul serio alla realtà dei fatti e di misurare la
natura e il peso dell’azione coercitiva fascista. Un lavoro, questo, lungo e
difficile, ma che rappresenta l’unica strada per andare al di là di quanto
possibile ricostruire affidandosi solo alla cronaca giornalistica della stampa
d’opposizione.
In questa sede, allora, ci si è limitati a suggerire altre strade, differenti
punti di vista, prospettive nuove, certo non ancora sufficienti ma comunque
utili a fare luce su un momento, quello della “conquista della maggioranza”, che
appare come una tappa fondamentale non solo della vicenda fascista, ma della
storia italiana in senso più ampio, concreta condizione per attuare quella
svolta autoritaria che di lì a poco altre ragioni finirono per favorire.
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