La conquista della maggioranza
Mussolini, il PNF e le elezioni del 1924
 
di Alessandro Visani

Il primo capitolo


La legge Acerbo

Il 1924 si aprì nella consapevolezza – da tutti avvertita – che prestissimo si sarebbe giunti alle elezioni politiche di cui da tempo ormai si parlava. Di fatto, la campagna elettorale era iniziata da alcuni mesi e, in particolare, la definitiva approvazione della nuova legge elettorale anche al senato e la successiva rinuncia da parte di Mussolini a una proroga dei pieni poteri, avevano reso evidente l’imminenza della fine della ventiseiesima legislatura e la virtuale morte della camera eletta nelle elezioni del 1921. Il dibattito politico nell’estate del 1923 era stato dominato dalla questione della legge Acerbo, alla cui approvazione si arrivò tra polemiche e colpi di scena Le formidabili conseguenze che essa ebbe e la sua stretta organicità con tutta la strategia elettorale dei vertici governativi merita, in questa sede, di essere messa nel rilievo dovuto.
“Nella storia della crisi dello Stato liberale italiano il varo della legge Acerbo rappresenta un momento chiave, forse più della marcia su Roma, il cui esito lasciava ancora ampi margini per un ritorno alla normalità statutaria”. L’approvazione di quella legge fu – questa la tesi sostenuta da Giovanni Sabbatucci, pienamente condivisibile – un classico caso di “suicidio di un’assemblea rappresentativa”, accanto a quelli “del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Pétain nel luglio del 1940”. La riforma fornì all’esecutivo “lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statutaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta”.
La legge Acerbo rappresenta un unicum in rapporto alle leggi elettorali italiane. Fino a quel momento, infatti, ci si era avviati verso un progressivo allargamento dell’area di partecipazione al voto finalizzato ad accrescere la rappresentatività dell’istituzione parlamentare e ciò nel segno della transizione dal liberalismo di stampo ottocentesco alla democrazia di massa. La nuova legge elettorale voluta da Mussolini, al contrario, era un sistema molto diverso sia da quelli sperimentati nell’immediato primo dopoguerra sia da quelli poi applicati negli anni del pieno regime.
Essa prevedeva una serie di importanti novità alle quali conviene almeno accennare. In primo luogo era previsto un abbassamento dell’età minima per l’eleggibilità, che passava da trenta a venticinque anni, modifica questa in perfetta sintonia – ci sembra – con le esigenze di parte fascista, data la giovane età di molti tra i leader del partito. Del tutto organica alle necessità del PNF – vista l’escalation del partito negli enti locali – era anche la norma che prevedeva l’abolizione delle incompatibilità amministrative (sindaci e deputati provinciali in base alla vecchia legge non potevano presentarsi come candidati); e, ancora, fu concessa, a differenza che nel passato, l’eleggibilità dei pubblici funzionari (esclusi naturalmente prefetti, viceprefetti, funzionari e agenti PS, addetti ai Gabinetti ministeriali). Un’importante innovazione – oggettivamente positiva – era rappresentata poi dall’abolizione della busta libera, sostituita con la “scheda di stato”.
Le novità più importanti – dal punto di vista strettamente politico – riguardavano però il meccanismo della legge stessa. Essa modificava sostanzialmente il sistema di scrutinio di lista per i singoli collegi con rappresentanza proporzionale fino a quel momento adottato. L’art. 40 stabiliva che tutto il Regno veniva a costituire un unico grande collegio nazionale a sua volta ripartito in 16 circoscrizioni elettorali (15 in sede di applicazione) per ciascuna delle quali veniva determinato a priori il numero di seggi da assegnare alla maggioranza e alla minoranza (art. 41). Il collegio nazionale permetteva di stabilire quale fosse la lista più votata in assoluto. In base alla legge, tale lista avrebbe ottenuto automaticamente i 2/3 dei deputati e cioè 356 (su 535), a patto però di superare il 25% dei consensi su scala nazionale. I rimanenti 179 seggi sarebbero stati divisi, secondo il metodo proporzionale, tra le liste di minoranza. Le singole liste dovevano essere presentate in almeno due circoscrizioni (e ciò al fine di colpire le liste locali ed etniche). L’elettore aveva facoltà di esprimere delle preferenze, tre se i deputati assegnati alla singola circoscrizione erano più di venti, due negli altri casi.
Tecnicamente l’aspetto più importante era rappresentato dall’introduzione di un premio di maggioranza legato a un computo dei voti su base nazionale, un meccanismo questo che apparentemente aveva come obiettivo primario quello di garantire una maggiore stabilità, lasciando però al tempo stesso la possibilità ai partiti minori di essere rappresentati in Parlamento (cosa che naturalmente non avviene con i tradizionali sistemi uninominali). La questione del premio di maggioranza non aveva di per sé nulla di scandaloso, e anzi sembrava andare nella direzione di un’esigenza da tempo largamente avvertita da buona parte del mondo politico, preoccupato per la perdurante situazione d’instabilità che caratterizzava il contesto politico-parlamentare italiano del primo dopoguerra.
Come noto la causa di tale situazione era da molti attribuita al sistema elettorale proporzionale, giudicato non adatto alle esigenze contingenti vissute nel paese all’indomani del conflitto. L’unica alternativa possibile sembrò essere quella di una radicalizzazione del percorso avviato con l’introduzione del sistema proporzionale oppure di un sia pur parziale ritorno al passato. Ridiscutere la proporzionale non era tuttavia cosa semplice e gli stessi esponenti dello schieramento antiproporzionalista avevano non poche difficoltà nel proporre una soluzione capace di incontrare ampi consensi. È per noi estremamente significativo, specie in rapporto al meccanismo della legge Acerbo, quanto scriveva Antonio Casertano – che non a caso più tardi rivestirà il ruolo di relatore per la maggioranza all’interno della commissione di revisione della legge elettorale – già sul finire del 1921 dalle pagine della “Nuova Antologia”:

I partiti sono necessari nel regime parlamentare al buon governo della cosa pubblica, e però si debbono volere tre cose:
1. Che i governi cessino di essere governi di coalizione, per diventare governi di partiti affini sulla base di comuni programmi.
2. Che il regolamento della Camera sia modificato nel senso di rendere meno facili i gruppi e i sottogruppi, che costituiscono la degenerazione dei partiti.
3. Che anche la funzione pratica della proporzionale, a cui si deve originariamente lo spezzettamento dell’assemblea in più gruppi, sia modificata nel senso di rendere più agevole la formazione di partiti organici e forti.
4. Il doppio esperimento della proporzionale fatto in Italia ha rivelato un male organico assai più grave di quello sin qui esaminato, ed è la legalizzazione della lotta immorale tra i candidati dalla stessa lista […] Il rimedio a questo meccanismo per se stesso immorale non può trovarsi se non nella lista limitata, il cui successo sia successo per tutti, ponendo fondamentalmente tre principi:
a) La lista che riscuote il maggior numero di suffragi fra tutte le concorrenti deve ritenersi eletta per intero.
b) Ogni lista non deve contenere più di tre quinti di candidati per i posti disponibili.
c) I due quinti residui devono essere attribuiti proporzionalmente a tutte le altre liste col sistema del quoziente, concorrendovi anche la lista di maggioranza ove abbia riportato un numero di suffragi superiore ai tre quinti ottenuti.

Scrive Maria Serena Piretti: “Già da quest’intervento che si pone in netto contrasto con la logica sia politica che, meramente, numerica del sistema proporzionale si evince la consapevolezza che la base di partenza per la revisione è l’abbandono delle regole del gioco: mentre per le minoranze il sistema continuava a funzionare permettendo agli oppositori di sostenere il loro formale assenso al sistema, per il partito più forte, ancorché minoritario, deve essere abbandonato il principio di rappresentanza proporzionale affinché, su una maggioranza costruita, ma non reale, si pongano le basi per una futura stabilità dei governi”.
Tornando alle riflessioni sulla legge Acerbo che, come si è visto, rappresenta in un certo senso il logico sbocco a suggerimenti quali quelli del Casertano, a colpire sfavorevolmente alcuni osservatori erano altri aspetti e, in particolare, da un lato la sproporzione tra il previsto premio di maggioranza e l’esiguità del quorum richiesto, dall’altro la coincidenza tra il numero dei candidati e il numero dei deputati eletti della lista vincente, fatto quest’ultimo che veniva a rompere il consueto rapporto tra eletto ed elettore. Si trattava di uno stacco netto con tutta la tradizione liberale, che portava verso l’instaurazione di una sorta di “democrazia autoritaria di tipo plebiscitario”, un carattere questo che fu notato da non pochi osservatori del tempo. Nonostante queste riserve, come noto la legge Acerbo fu votata nel suo insieme – a scrutinio segreto e con una maggioranza che superò le più ottimistiche previsioni di parte governativa – da una Camera composta nella sua larghissima maggioranza da sostenitori inflessibili del proporzionale – socialisti e popolari – e da nostalgici del sistema uninominale, un fatto questo di straordinaria incredibilità sul quale la storiografia sembra essersi interrogata assai poco. Sul come si sia arrivati a tale soluzione vale la pena di soffermarci per un momento.
Come abbiamo avuto modo di accennare, in un primo momento Mussolini aveva sperato di ottenere su questa materia una delega in bianco nell’ambito della legge sui pieni poteri. In seguito era stato fatto anche un tentativo di varare la legge per decreto reale. Di fronte al duplice rifiuto del re, Mussolini aveva dovuto ripiegare su un iter normale, strada questa che si presentava tutt’altro che agevole vista la posizione della maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento e vista anche la manifesta simpatia di larghissima parte dei deputati liberali di maggioranza per un ritorno al sistema uninominale. Nel novembre del 1922 l’allora segretario del PNF Michele Bianchi, in un’intervista apparsa sul “Popolo d’Italia”, aveva parlato per la prima volta in modo esplicito di un sistema maggioritario che avrebbe assegnato i due terzi dei posti alla lista di maggioranza e il restante alle altre liste, suddiviso secondo il metodo proporzionale. Due settimane più tardi sarà lo stesso presidente del consiglio ad avallare la proposta di Bianchi che, come si vede, contiene già, in questa sua prima formulazione, tutto il succo della legge. In questa fase però si parlava ancora di “circoscrizioni prevalentemente regionali” e non ancora di collegio unico nazionale, un particolare questo certamente di non secondaria importanza.
La reazione del mondo politico italiano fu da subito negativa. Gli alleati liberali di maggioranza sembrarono mostrarsi assai perplessi, apertamente contrario fu l’atteggiamento dei popolari, mentre la stampa in genere espresse anch’essa parere negativo. In particolare, per quanto riguarda quest’ultima, è il caso di segnalare l’ostilità manifesta sia de “Il Corriere della Sera” sia de “Il Mondo” che sin da questo momento anticiparono quelli che sarebbero stati i principali argomenti di critica riproposti, come meglio avremo modo di vedere, nel corso di tutta la campagna elettorale. Anche all’interno del PNF vi era stato chi, come Farinacci, si era apertamente pronunciato a sfavore dell’ipotesi maggioritaria, preferendo ad essa il ritorno al sistema uninominale giudicato certamente più funzionale alle esigenze del rassismo provinciale che aveva nelle realtà locali le radici del proprio potere. Inoltre Farinacci, con questa sua clamorosa presa di posizione, di fatto veniva ad opporsi alla prospettiva di una “grande coalizione nazionale” che chiaramente era sottintesa al progetto maggioritario.
Nella primavera del 1923 una commissione nominata dal Gran Consiglio – della quale facevano parte sia Bianchi che Farinacci – finì per approvare a larghissima maggioranza un progetto di massima che in pratica ricalcava, nelle sue linee di fondo, gli indirizzi già espressi da Bianchi. Acerbo ebbe l’incarico di stendere il testo vero e proprio del disegno di legge sulla base delle indicazioni espresse dalla commissione, ma con un’importante novità, e cioè quella dell’adozione del “collegio unico nazionale” che, come abbiamo avuto modo di accennare, conferiva alle elezioni future un carattere di tipo “plebiscitario” riducendo ulteriormente gli spazi di manovra ai gruppi organizzati su base locale e contemporaneamente limitando ancora di più le opportunità delle forze di opposizione.
Le reazioni a tale aspetto della già contestata legge furono ancora una volta tutte negative. Protestarono, oltre che naturalmente le opposizioni, i leader liberal-democratici, Orlando, e in parte anche – sia pure in modo non manifesto – Salandra, così come gran parte della stampa, compresi alcuni fogli filogovernativi quali “Il Giornale d’Italia”, tutti fatti questi che rendono ancora più incredibile la successiva approvazione della legge.
Il 9 giugno 1923 il testo redatto da Acerbo fu presentato alla Camera e sottoposto all’esame di una commissione – detta dei “diciotto” – nominata dal presidente De Nicola secondo il criterio della rappresentanza dei gruppi. Tra i componenti ben quattro ex presidenti del consiglio: Giolitti (che fungerà da presidente) e Orlando per il gruppo della “Democrazia”, Salandra per i liberali di destra, Bonomi per il gruppo riformista, Grassi per i demoliberali, Falcioni per la “Democrazia italiana” (nittiani e amendoliani), Fera e Casertano per i demosociali, Lanza di Scalea per il gruppo agrario, Paolucci e Terzaghi per i fascisti, Orano (in realtà anche lui fascista) per il gruppo misto, De Gasperi e Micheli per i popolari, Chiesa per i repubblicani, Turati per il PSU, Lazzari per il PSI, Graziadei per il PCd’I.
La commissione iniziò i lavori il 15 giugno e all’interno di essa gli schieramenti si delinearono subito con chiarezza. Apertamente sfavorevoli la sinistra – e in particolare Turati, che si distinse nell’intransigente critica al progetto – e i popolari, questi ultimi però disponibili ad eventuali ipotesi di compromesso. A favore i tre fascisti e i sette commissari appartenenti ai gruppi democratico-liberali e conservatori. Il risultato finale fu, dunque, di dieci voti a favore contro otto.
A colpire, almeno apparentemente, fu l’atteggiamento degli appartenenti all’area liberale e democratica che certo non avevano mostrato particolari simpatie per la riforma elettorale ma che pure, alla fine, non solo assunsero un atteggiamento favorevole in sede di commissione ma anche al momento decisivo – che poi è quello che conta davvero – del voto alla camera. In particolare fu certamente la posizione di Giolitti a pesare non poco sull’esito finale di tutta la vicenda. Lo statista aveva già espresso mesi prima il suo punto di vista in una lettera a Camillo Corradini del 5 aprile 1923 che vale qui la pena di riportare almeno in parte perché illuminante sulla posizione dello stesso e di un certo interesse per noi anche in rapporto alle successive vicende:

Vedo che si sta per decidere sulla riforma elettorale, ma mi pare che si proceda per una soluzione che in pratica migliorerà di poco il sistema attuale e che in fatto sarà una grande disillusione di chi la propone […] Convinto come sono che la proporzionale fu ed è un vero disastro, io voterò, se proposto, il sistema maggioritario, ma credo che il solo modo per evitare ibride e dannose coalizioni è il collegio uninominale, sopprimendo anche il ballottaggio. È probabile, anzi certo, se il governo lo vuole, che passi il sistema maggioritario; ma siccome questo attenua ma non toglie i difetti della proporzionale, si può fare la facile profezia che dopo un tale esperimento si tornerà al collegio uninominale.

Dunque la posizione di Giolitti era in cuor suo già definita ben prima dell’estate 1923: il maggioritario come male minore in vista di un, a suo parere, inevitabile ritorno al vecchio sistema uninominale.
In fondo non molto diversa appare la posizione degli altri leader presenti in commissione. Orlando, dopo le riserve espresse in fase preliminare, finì per aderire al progetto proponendo solo alcune modifiche di dettaglio; Salandra, dal canto suo, dichiarò che “pur confermandosi avverso ad ogni più o meno perfetto congegno elettorale che sostituisca il numero all’uomo, il partito al cittadino”, avrebbe dato comunque parere favorevole intendendo esso come “atto politico” di sostanziale fiducia al governo, in ciò rimanendo coerentemente in linea con la sua posizione originaria. La sintesi più efficace dell’atteggiamento dei liberali la diede più tardi Amendola in un suo intervento dalle pagine de “Il Mondo”:

La verità è che […] molti, moltissimi non volevano la riforma elettorale proposta dal governo, mentre nessuno si proponeva, non diciamo di rovesciare il governo, ma nemmeno di limitare o intralciare il suo esperimento.

Ed effettivamente Amendola aveva sintetizzato al meglio la situazione di quel momento. Di fatto le correzioni suggerite dalla commissione si limitarono infatti a qualche ritocco di carattere tecnico, fatta salva la sostanza dell’impianto generale.
Approvato dalla commissione, il progetto fascista di riforma elettorale aveva dunque superato il primo passaggio fondamentale, passaggio questo importante, certo, ma sostanzialmente relativo in quanto la maggioranza “per gruppi” in seno alla commissione non coincideva con quella effettivamente esistente alla camera dove “se i popolari avessero mantenuto le loro posizioni e se almeno una parte dei riformisti di Bonomi e dei democratici amendoliani avesse votato contro il governo, il disegno di legge sarebbe stato respinto con largo margine”. Da questo momento però Mussolini diede vita ad una doppia manovra non nuova per lui: da un lato furono avviate trattative ad oltranza – più o meno alla luce del sole – con gli elementi possibilisti, il tutto unito alle ricorrenti promesse di “normalizzazione”; dall’altro i fascisti furono mobilitati proprio nei giorni in cui si entrò nel vivo del dibattito che si svolse dunque, come noto, in un clima di notevole tensione.
Gli interventi alla camera non segnalarono mutamenti sostanziali della situazione che, quindi, almeno apparentemente, continuava a non essere favorevole alla compagine governativa. I popolari, in particolare, avendo vista rifiutata la loro proposta di compromesso che prevedeva il loro appoggio in cambio dell’aumento del quorum necessario per far scattare il premio di maggioranza dal 25 al 40% e nel ridurre a 321 (ossia i tre quinti) i seggi assegnati alla lista vincitrice, non poterono far altro che confermare la loro opposizione. La linea da loro scelta, però, appare assai anomala. Il PP infatti, per bocca di De Gasperi, chiese di suddividere l’o.d.g. governativo – che confermava allo stesso tempo la fiducia al governo e approvava i principi generali della riforma – in due parti, annunciando al tempo stesso che il partito avrebbe votato a favore della prima, cioè la fiducia, e contro la seconda (approvazione di massima e passaggio agli articoli).
Il 15 luglio, a giochi sostanzialmente fatti, l’intervento alla camera di Mussolini determinò un inatteso rimescolamento delle carte; contro ogni previsione egli si dichiarò possibilista, liberale verso gli oppositori più autorevoli, morbido verso i socialisti, apertamente polemico verso i popolari:

La vostra collaborazione, o signori popolari, è piena di sottintesi. Il vostro stesso partito ha molti sottintesi. Voi dovreste applicarvi a chiarirli. Non so per quanto tempo ancora potranno restare uniti nella vostra compagine elementi che vogliono collaborare lealmente col governo nazionale ed elementi che vorrebbero collaborare, ma non possono, perché il loro sentimento non consente questo passo e questa collaborazione. Voi certamente mi conoscete abbastanza per capire che in sede di discussione politica io sono intransigente. I piccoli mercati dei due quinti o tre quarti o di qualche altra frazione di questa abbastanza stucchevole aritmetica elettorale non mi interessano, non mi riguardano. O si è o non si è. Sono così poco elettoralista che potrei darvi i trenta o quaranta deputati che vi interessano, ma non ve li do, perché ciò sarebbe immorale, perché sarebbe una transazione che deve ripugnare alla vostra coscienza, come ripugna alla mia. Insomma, non si può offrirmi una collaborazione maltusiana.

Uno degli aspetti della tattica mussoliniana in questa fase appare allora evidente: spaccare i popolari e spingere parte dei deputati del partito a votare la legge in cambio di un loro inserimento nella lista nazionale. Ad ogni modo la manovra di Mussolini riuscì in pieno. Subito dopo il discorso del presidente del consiglio i deputati popolari si riunirono in assemblea e, con una procedura a dir poco “equivoca”, decisero di astenersi sulla seconda parte dell’ordine del giorno. I colpi di scena non finirono qui. I deputati di destra, infatti, al momento del voto vengono meno all’impegno preso e, dichiarando di non voler votare una “fiducia a metà”, votano a favore dell’intero documento scompaginando ancor di più le file del partito.
I risultati di questa prima votazione ci offrono un quadro ben diverso da quello che solo pochi giorni prima ci si sarebbe potuti attendere. L’o.d.g. governativo ottenne infatti 303 voti favorevoli, 140 contrari e sette astensioni sulla fiducia e 235 sì, 139 no e 77 astenuti sul passaggio agli articoli. La legge però formalmente non era ancora approvata; rimaneva, appunto, la discussione sui singoli articoli e la possibilità non solo di possibili emendamenti migliorativi ma la stessa bocciatura in occasione del voto finale che, si badi bene, era previsto con scrutinio segreto.
Il risultato finale dimostra che il governo aveva utilizzato al meglio i propri margini di manovra. La legge passò infatti con 223 voti favorevoli, mentre i contrari addirittura diminuirono rispetto alla precedente votazione per il passaggio agli articoli (123). Come mai si era giunti ad un simile risultato e perché alla fine un folto gruppo di deputati formalmente contrari al progetto maggioritario finì per offrire la loro fiducia?
Certamente, come è stato scritto, a molto contribuì il generale clima di tensione vissuto dentro e fuori Montecitorio, il rischio – o la minaccia – di una eventuale sollevazione fascista, ipotesi questa ricorrente nei giorni di discussione della legge. Non pochi erano stati coloro che avevano espresso più o meno apertamente il timore di una radicalizzazione dello scontro politico, se non addirittura di un possibile ritorno alla guerra civile od una ripresa rivoluzionaria di marca fascista. Il fattore paura, in questo caso così come in altri, ebbe insomma un ruolo da non sottovalutare.
L’esito del voto finale, o meglio i motivi che ne determinarono i risultati, vanno però ricercati soprattutto, a nostro avviso, nell’atteggiamento di quella parte della camera che si era mostrata disponibile ad un qualche accomodamento o che comunque, a differenza della sinistra e dei fascisti veri e propri, si era mostrata meno rigida nei confronti della legge stessa. Parliamo insomma del cosiddetto “grande centro”, di quella parte di deputati popolari e liberali che avevano in un modo o nell’altro garantito la precaria sopravvivenza degli ultimi governi. Una parte dei popolari, come abbiamo detto, fu di per sé determinante per il passaggio della legge, ma è fuori da ogni dubbio che il grosso della maggioranza che votò la legge Acerbo è costituito da quei deputati liberali che pur non avendo particolari simpatie per il nuovo sistema elettorale proposto dal governo, comunque finirono per preferirlo – sottovalutandone in pieno le conseguenze – al sistema proporzionale che nei fatti ai loro occhi aveva rappresentato il punto di partenza del declino della classe dirigente liberale negli ultimi anni. Giudicare il loro atteggiamento a posteriori considerandolo errato o quantomeno sconsiderato è cosa sin troppo facile. Non bisogna dimenticare, da una diversa prospettiva, che in fondo gli stessi, nel fornire il proprio voto al passaggio della legge, vedevano – come poi detto dallo stesso Salandra – prima di tutto un “atto politico”, un ulteriore gesto di fiducia nei confronti di un governo che comunque – e per avere conferma di ciò basta dare uno sguardo alla stampa liberale moderata del tempo – sembrava promettere quel ritorno alla normalità da molti richiesto e soprattutto una possibile chance di riscossa per quella stessa classe dirigente liberale da troppo tempo in difficoltà. Si pensi poi allo stesso atteggiamento di Giolitti che già a partire dalla primavera aveva deciso in cuor suo quale linea seguire e con lui anche quei deputati che in un modo o nell’altro continuavano a considerarlo come un punto di riferimento.
Se ci si cala insomma nello specifico contesto dell’estate del 1923 la posizione del “grande centro” o comunque si voglia definire quella variegata area di deputati presenti alla camera, non appare tutto sommato così sorprendente. Ben pochi, è il caso di ricordarlo, avevano compreso in pieno quale fosse l’intima natura del fascismo e nulla era più estraneo alla mentalità di tanti liberali – e non solo – dell’idea che Mussolini potesse dare vita ad una dittatura stabile ed autoritaria, con le sue basi sociali e le sue istituzioni peculiari, un fatto questo che è bene tenere a mente soprattutto al momento delle elezioni in rapporto alle scelte fatte da larga parte dell’elettorato.
Ad ogni modo l’approvazione della nuova legge elettorale rappresentava il primo atto decisivo della generale strategia governativa che aveva come obiettivo primario quello di consolidare il proprio potere attraverso un passaggio elettorale che aveva come scopo, da un lato, quello di legittimare in modo definitivo la leadership fascista, dall’altro di superare le potenziali difficoltà future che sarebbero derivate dalla permanenza di una Camera, quale quella che ci si avviava a sostituire, in cui i deputati fascisti risultavano essere, come si sa, una ristrettissima minoranza. Senza la legge Acerbo almeno un punto determinante della tattica elettorale adottata dai vertici governativi sarebbe risultato inapplicabile. Ci riferiamo in particolar modo all’operazione di coinvolgimento dei leader di area liberale e moderata, intendendo con essi non solo i grandi nomi come Orlando o Salandra – la cui presenza era comunque fondamentale dal punto di vista dell’immagine – ma anche se non soprattutto di quei notabili di provincia che godevano di un seguito non trascurabile e che vedevano a loro volta nel coinvolgimento diretto – attraverso l’inclusione nella lista governativa – o anche indiretto, attraverso l’appoggio a favore di un referente, l’unico sbocco possibile per non rimanere clamorosamente tagliati fuori dalle vicende politiche del paese.
Detto in altre parole, i vertici governativi riuscirono nell’intento di sfruttare la riserva di voti proveniente dai settori liberali e moderati – ma non fascisti, si badi bene – per supportare delle liste dove la maggioranza dei componenti era iscritta al PNF e quindi, in sostanza e al di là delle polemiche circa “i fascisti della prima e seconda ora”, di provata affidabilità fascista, con tutte le conseguenze future che una tale risultante veniva a rappresentare.
E, ancora, l’impuntatura finale di Mussolini circa la questione del quorum ci sembra avere un preciso significato. Una percentuale quale quella del 40% o anche del 33%, come fu proposto da più parti in sede di discussione della legge – come abbiamo detto soprattutto dai popolari per bocca di De Gasperi – avrebbe reso inevitabile e necessario un accordo preventivo con le forze liberali in sede di formazione delle liste; la scelta definitiva del 25%, al contrario, poneva i vertici fascisti in una posizione privilegiata in quanto una simile percentuale era verosimilmente alla portata del solo PNF nel caso in cui – e tutto sembrava far credere che le cose sarebbero andate effettivamente così – le forze di opposizione e i liberali si sarebbero presentati divisi all’appuntamento elettorale.
La strategia di fondo di Mussolini, ad ogni modo, a quanto ci risulta, non intendeva comunque andare in questa direzione. La decisione di stabilire il quorum al 25% – ripetiamo – era di fatto funzionale al solo obiettivo di trattare da una posizione di forza al momento della formazione delle liste e della scelta dei nomi da inserire all’interno di esse, cosa che, come vedremo, puntualmente si verificò.


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