La crêuza degli ulivi
Le donne di Bacci Pagano
 
di Bruno Morchio
 

capitolo primo
Agosto in città

Era un’altra notte di passione. Una di quelle notti che a Genova vengono sul finire di agosto, schiacciate da una calura viscida e spugnosa di umidità. Quando ogni cosa appare sospesa in un’immobilità senza respiro e non si avverte neppure un alito, una bava d’aria. Dallo stradone saliva un’afa che rimbalzava contro il muro dell’antico convento di San Silvestro. Ed entrava tutta in casa mia. L’unica luce accesa nel deserto del mio palazzo disabitato. Da ore ormai mi crogiolavo in un inferno dilatato e immenso, come il silenzio della notte. Non un’auto, un motorino né una voce umana nella città addormentata. C’era solo da aspettare il nuovo giorno. E le frustate del solleone, sempre più incarognito, come se si piccasse di lasciare il segno prima di passare le consegne alla Vergine.

Avevo fatto la spola tra il terrazzino e il fastidio inutile del letto, cercando invano un po’ di refrigerio. Neanche il ventilatore a piantana dello studio-ufficio, che avevo sistemato in camera da letto, riusciva a lenire la morsa dell’afa. Eppure era acceso al massimo. Pensieri sconnessi si rincorrevano nella mia testa. E si arrotolavano nelle lenzuola sudate, nel letto sfatto.

– Che giorno è? Probabilmente sabato. Già sabato, e poi domenica. Odore marcio di weekend. Solo come un cane rognoso. Odore marcio di weekend e di un cane rognoso chiamato Bacci Pagano.

Tra il ricordo e l’immaginazione vedevo bianche casette stagliarsi come dipinte contro il verde riarso della macchia mediterranea. E contro il blu del cielo e del mare di Grecia. Cartoline mentali, putrefatte in un rebìgo di scazzo e di insonnia. Più di tutte mi rodeva una cartolina mai partita e mai arrivata, che ogni mattina avevo cercato infilando il naso nella buca delle lettere.

«Saluti da Kassos, stronzo!». Firmato Mara.

Lo avevo saputo dalla dottoressa Aliprandi, il mio avvocato. La mia amica Genoveffa Aliprandi, detta Gina. Che poi sarebbe Gena pronunciato all’inglese, come Geena Davis e Gena Rowlands. Ci conosciamo dai tempi del liceo. E non abbiamo mai smesso di frequentarci. Anche perché, di tanto in tanto, lei mi cerca per il suo lavoro. A un avvocato penalista fa sempre comodo contare su un esperto investigatore privato. Specialmente se, come me, oltre che esperto, quel detective è assolutamente fidato. Un’amica coi fiocchi, la vecchia Gina. Buona forchetta, eccellente bevitrice e accanita fumatrice di sigarette. Nelle sere giuste, non disdegna di farsi anche qualche canna. Single irriducibile e vetero-femminista ben conservata e mai pentita, in tribunale come a letto tratta gli uomini che si interessano a lei come se fossero carta straccia. Li usa e li getta. Con l’eccezione dei pochi, selezionati amici coi quali intrattiene rapporti insieme camerateschi e protettivi. Tra la caserma e la nursery. Quelli che non ha mai portato né in tribunale né a letto, forse per paura di rompere qualcosa. Io sono uno di loro. È arrivata alla soglia dei cinquant’anni con un entusiasmo per la vita che certe volte mi lascia di stucco. Come se tutti i dolori, il marciume e le fregature del destino le scivolassero addosso senza scalfirle l’anima. Quell’anima candida della mia amica Gina Aliprandi.

Due settimane prima ci eravamo incontrati, una sera, per cenare insieme in collina, sotto il pergolato della trattoria del Garbo. Tutti e due alla ricerca di un po’ di refrigerio. Avevamo appena finito un piatto di tortino di acciughe con contorno di fiori di zucca fritti, innaffiato con un bianco di Coronata prodotto proprio là, sulla collina di fronte. Lei aveva acceso una sigaretta ultralight col filtro, la quinta della serata. Io guardavo in lontananza le luci di Cornigliano, affondate in un bagno di foschia che le faceva apparire opache e sporche. E intanto caricavo la pipa col Balkan Sobranie. Ordinammo due bicchieri di vodka ben ghiacciata. I tavoli intorno erano tutti occupati e la brezza della notte portava un vago brusio, in cui si afferravano scampoli di pigre conversazioni da agosto in città. Gina esibiva una bella abbronzatura da tropici che, sotto la cascata di capelli ormai grigi, faceva risaltare il candore del suo sorriso affettuoso e tranquillo. Era un vezzo anche quello, una specie di marchio generazionale. Non tingere i capelli, parlare come un portuale e non portare il reggiseno. Al suo cospetto dovevo avere un’aria alquanto malaticcia, col mio pallore verdastro e la magrezza accentuata dai troppi pasti saltati per il caldo e il malumore. La dottoressa Aliprandi era appena tornata da una lunga traversata in barca a vela. Da Venezia a Cipro. Mi stava spiegando che aveva attraversato le Cicladi. Mikonos, Paros, Santorini. E proprio mentre piegava verso Creta....

Qui arrivò il colpo. Duro. Più duro di quanto mi aspettassi.

«Una sera abbiamo mollato l’ancora alla fonda, al largo di un’isoletta chiamata Kassos. Vicino a noi c’era un’altra barca, un diciotto metri da fare un’invidia... Batteva bandiera italiana. Sul ponte schiamazzavano. Abbiamo lanciato un urlo e quelli hanno risposto. Una ragazza che sembrava niente male ci ha salutato e ci ha chiesto da dove venivamo. Era quasi buio e subito non l’ho riconosciuta. Ma quella voce leggermente rauca mi suonava così familiare...».

Merda.

«Era proprio Mara. E non era sola. Ci hanno invitato a bordo e abbiamo cenato insieme».

Merda e rimerda. Non potei fare a meno di chiedermelo. Per caso la mia vecchia amica Gina si stava divertendo alle mie spalle? Era questa l’impressione che mi davano tutti gli amici, quando parlavano di Mara. Di Mara e di me. Del resto, perché accanirmi tanto, dal momento che avevo fatto di tutto per farmi piantare in asso?

Mara e Vittorio, il suo bel collega psicopenetrante dai biondi capelli e la carnagione perennemente abbronzata. Psicologo come lei, ma dotato di debita attrezzatura erettiva sempre pronta all’uso. Diciotto metri di carena. Il dottorino che se l’era portata in vacanza sulla barca di papà. E dove? Non a Paros, a Mikonos o a Santorini. Perché non c’è gusto, lì ci vanno tutti. E già. Ci sono stato perfino io che, fra tutti, sono sicuramente il più stronzo. Per bere fino in fondo l’amaro calice, appena a casa, avevo aperto l’atlante del Touring Club e mi ero messo a cercarla, quel buco di culo di isola. Caso, o Kassos, come la chiamano i greci. Sta nel Dodecaneso, uno sputo da Karpatos in direzione di Creta.

– Visto che sono posti ad alto rischio sismico – pensai – speriamo che un bel terremoto se la inghiotta. Col dottorino e con la sua barca a vela. Ma Mara no, che lei si salvi e ritorni a rotolarsi in questo letto sfatto. Sfatto e desolato come quel cane rognoso di Bacci Pagano.

Non sono mai stato geloso. Non ho mai fatto problemi se Mara si scopava altri uomini. Specie negli ultimi tempi, qualche volta è successo e non ho fatto una piega. La verità è che lei, per abitudine, per evitare complicazioni o forse solo per pigrizia, di malavoglia scopa con più di uno per volta. E ora era in vacanza con l’altro, il bel Vittorino figlio di papà. A Kassos. E io ero in stradone di Sant’Agostino che mi respirava addosso la calura vomitata da un sole rabbioso come me. Precipitato in un silenzio duro come la sua assenza. E guardavo la notte morire. E il pallido lucore delle stelle che tremolavano in quell’aria maccaiosa. E la strada rischiarata dal giallo sporco dei lampioni che illuminavano quattro macchine posteggiate e dimenticate lì, sotto le merde dei colombi che nidificano nel muro di San Silvestro. Magari, se andavo nel cesso, verso levante potevo vedere sorgere l’alba.

– Sì, proprio una bella idea del belino.

Di lì a poche ore avevo un appuntamento. Alle dieci in ufficio, in casa mia.

Come una sassata in uno stagno, due giorni prima era arrivata, inattesa, una telefonata che mi chiedeva un appuntamento. Urgente. Urgentissimo. Non poteva aspettare. Era una questione di vita o di morte. Pareva che proprio le scappasse e, se passava troppo tempo, finiva che se la faceva addosso. E non andava bene che una signora della buona società, che abitava in uno splendido appartamento affacciato sulla spianata di Castelletto, con tutta la Genova antica ai suoi piedi, si bagnasse le sue profumate mutandine di pizzo per colpa di uno sfigato detective morto di fame. Che aveva pure la pretesa di farsi le ferie in santa pace. Magari senza lavorare. Magari rodendosi il fegato. E, perfino, senza mettere il naso fuori di casa e dimenticandosi di mangiare e di farsi la barba.

Al telefono si era presentata col piglio perentorio di chi non è abituato a fare anticamera. La signora Esmeralda Amidei Dominici, moglie del cardiochirurgo Amidei. Il luminare del bisturi. Sapevo che, di recente, era approdato a Genova dopo burrascosi trascorsi in terra lombarda. Un personaggio tanto illustre quanto chiacchierato, per via di certi traffici non troppo chiari con le cliniche private. Proveniva da Milano e si vociferava che, standogli lo stipendio di primario alquanto stretto, fosse stato un po’ troppo zelante nel far transitare malati immaginari, in dubbia urgenza di operazione, dal reparto del suo ospedale meneghino a certe rinomate cliniche private convenzionate con la Regione Lombardia. Dove a suon di milioni, venivano riportati in salute a spese dell’erario, scantonando le lunghe trafile dell’ospedale. Su segnalazione di qualche onesto cittadino e del tribunale del malato, un magistrato della procura tanto sospettoso quanto ostinato aveva formulato una accusa precisa. Quelle severe diagnosi erano, per così dire, eccessivamente pessimistiche e non rispondevano all’effettiva condizione di malattia di quei soggetti. Sempre nei casi in cui costoro esistevano davvero. Perché, in certe fattispecie, i controlli anagrafici effettuati a posteriori dai carabinieri non avevano dato esito alcuno. A colpi di decine di milioni di lire, venivano sottoposti a interventi di alta chirurgia coronaria evanescenti fantasmi dall’identità incerta e alquanto rarefatta. Inoltre, quelle laboriose trafile erano, a dire del magistrato, artatamente allungate da una gestione alquanto creativa e non precisamente trasparente del reparto e del suo personale. Considerato che in quelle cliniche private lo stesso Amidei aveva in passato prestato la propria rinomata opera di luminare della cardiochirurgia, si configurava quello che si chiama un vistoso conflitto di interessi. Dal quale era derivato un fondato sospetto di interesse privato in atti d’ufficio. Ne era nata una bagarre giudiziaria a colpi di ricorsi in penale che avevano rimpinguato le tasche di alcuni avvocati di grido. Alla fine tutto si era risolto in una bolla di sapone. E qualche giudice terzo, ligio alla propria imparziale terzietà, aveva sentenziato che le prove erano insufficienti per mandare l’illustre figlio di Ippocrate alla sua destinazione naturale. Cioè a San Vittore. Il dottor Amidei ne era così uscito candido come una verginella. Vittima sacrificale di un uso tutto politico della giurisdizione. E il suo avvocato aveva trionfalmente rilasciato ai giornali dichiarazioni di fuoco contro la giustizia persecutoria e giacobina delle procure rosse, al punto di vedere assicurata, per sé e per il suo cliente, una promettente carriera nelle file politiche della destra. Non ci fu neppure ricorso in appello. Ad Amidei l’insufficienza di prove bastava e avanzava. Anche perché, col nuovo codice di procedura, essa suona “perché il fatto non sussiste”. Ma della carriera politica il dottor Amidei non sapeva che farsene, e dopo quel gran trambusto fece il grande passo e si trasferì di città e di ospedale. E venne a Genova, dove, tra l’altro, c’è il mare. E il clima è assai più dolce che nella cosiddetta capitale morale d’Italia. La procura milanese non ricorse, e sarebbe toccato allo stuolo dei malati, quelli veri, pagare fior di avvocati che li difendessero e li facessero risarcire. Specie a quelli che, non potendo contare su una regione tanto ricca da garantire le operazioni in clinica a spese dello stato, dovevano sopportare le lunghe attese degli ospedali pubblici. Ma, ammesso che riesca a sopravvivere abbastanza a lungo, chi non può pagarsi un’operazione che gli salva la vita, come potrà mai permettersi un avvocato che gli faccia valere il diritto di ottenerla in tempi congrui?

Quanto a me, dovevo rassegnarmi a incontrare l’imperiosa consorte del primario chirurgo. E non potevo presentarmi a quel rischioso rendez-vous con la faccia di un ectpoplasma sprofondato nell’insonne abisso di una crisi abbandonica. Non c’erano santi, almeno qualche ora dovevo dormire.

Intorno alle cinque del mattino ingollai una pasticca di Felison e, dal mobile bar del soggiorno, tirai fuori due bottiglie. Tequila Sauza e Cointreau. Trascinai le mie mutande boxer a righe gialle e blu, un regalino di Mara per qualche mio compleanno, fino al vano cucina. Dove versai nello shaker una parte di Cointreau e tre di tequila, molto ghiaccio e una spruzzata di limone. Agitai per bene, a lungo. Come se in quello shaker ci fosse l’azzurro acceso del mare di Kassos. E la barca a vela del papà di Vittorio. E Vittorino. E tutti gli strizzacervelli, analitici e non, che infestano la terra. Finché ne uscì un margarita che aveva lo stesso seducente profumo di una bella donna ubriaca. E di una promessa di sonno. Lo versai nel bicchiere e andai a sorseggiarlo sul terrazzino. Volentieri avrei spezzato quell’ottuso silenzio mortifero con le note di un concerto di Mozart, ma a quell’ora non mi sembrava il caso...

Il caso. Caso. Kassos...

«Saluti da Kassos, stronzo!».

Col vetro del bicchiere ghiacciato tra i denti, mi soffermai a guardare, alla mia sinistra, la sconfinata oscurità del mare. Nel buio, oltre le luci del porticciolo turistico e delle officine navali, come una lama il fascio intermittente della Lanterna tagliava l’aria gonfia di umidità e di salsedine. Mi accorsi che, a poco a poco, quei fendenti giallognoli andavano stemperandosi verso est. Quasi risucchiati da un diffuso chiarore. Anche se non potevo vederla, sapevo bene cos’era. Sul monte Fasce, spietata e inesorabile, stava salendo l’aurora. La canicola del nuovo giorno sarebbe sopraggiunta col sonno finalmente propiziato dal mio margarita.

La signora Esmeralda Dominici in Amidei suonò alla porta del mio ufficio mentre mi infilavo la polo Lacoste color albicocca e gli ultimi jeans puliti che mi erano rimasti. Mancavano cinque minuti alle dieci. Avevo fatto la doccia e mi ero diligentemente rasato. Stavo nel vano cucina, in equilibrio su una sola gamba. In una mano i calzoni e, nell’altra, la seconda tazza di caffè per tirarmi fuori dai fumi della notte. Attraversai il corridoio e aprii la porta. La donna non era sola. L’accompagnava un uomo sulla sessantina, allampanato e magro. Leggermente ripiegato in avanti, come una canna di bambù battuta dal vento. Quella postura, e la sua altezza accentuata dalla corporatura filiforme, facevano sì che la sua presenza mi desse l’impressione di incombermi addosso. Appena li vidi, un pensiero bizzarro mi attraversò il cervello.

– Esmeralda e il gobbo di Nôtre Dame.

In lui la magrezza del viso, di una carnagione chiara e slavata, esaltava un prorompente naso grifagno. Torreggiante sopra le labbra sottili, dalle quali spiccava una robusta dentatura coperta da una patina giallastra. Probabilmente quei denti non erano finti, erano proprio i suoi. Aveva i capelli bianchi, pettinati all’indietro, che parevano tirati con la brillantina. Due occhi vispi, chiari come un’acquamarina, che con una certa apprensione saltabeccavano tra me e la matrona. Dopo essersi accertato della mia identità, con tono secco e tagliente e una voce rauca da accanito fumatore, mi presentò la signora senza dire niente di sé. La donna mi porse la mano come se si aspettasse che gliela baciassi. Mentre li facevo accomodare nello studio, notai che l’uomo portava una maglietta un po’ consunta e dei calzoni che parevano sbiaditi e raccorciati dai troppi lavaggi. Calzava dei sandali da frate francescano, da cui schizzavano fuori le dita pelose dei piedi, armate di unghioni che reclamavano l’urgente intervento di una pedicure.

Mi suonò alquanto improbabile che quel signore fosse l’illustre dottor Eugenio Amidei.

Donna Esmeralda entrò nello studio con lo stesso impeto di una folata di vento. Profumata e incurante di quel che le stava attorno. Si sistemò giusto di fronte al ventilatore acceso e cominciò a parlare in tono concitato, come se la nostra conversazione telefonica si fosse svolta cinque minuti prima. Era una bella donna di corporatura sostanziosa ma non grassa, certo più vicina ai cinquanta che ai quaranta. Ben portati, e con una propensione a farsi notare ancora evidente. Indossava un luminoso vestito giallo trasparente, da cui emergeva un seno esplosivo a malapena costretto dal bianco reggipetto. Almeno una quarta taglia. Il vestito era abbastanza corto da lasciar esibire, appena seduta, un bel paio di cosce abbronzate che richiamarono subito un’occhiata di fuoco del gobbo. Un misto di concupiscenza, imbarazzo e forse fastidio per il fatto che me le aveva messe proprio sotto il naso. A quelle belle gambe corrispondeva un gradevole viso rotondo e pieno, senza una ruga, sul quale sbocciavano due carnose labbra accese dal rossetto carminio.

«Il dubbio, dottore. Mi deve togliere il dubbio!», attaccò avvampando.

Rabbia e pathos accentuavano un accento meridionale, inequivocabilmente siculo, appena spolverato da una cadenza milanese posticcia come il nero dei capelli. Erano lunghi e splendenti, e li portava raccolti sulla nuca in un muccio vistoso.

La guardavo senza capire. La guardava anche il suo misterioso accompagnatore, col busto curvo proteso verso di lei come a raccoglierne e a indirizzarne il discorso.

«La signora Amidei qui presente», chiosò, «intende dire che il pensiero d’esser tradita dal marito non le dà pace».

Il suo accento era invece puro genovese. Genovese del cuore di Genova. Genovese come me, da almeno sette generazioni.

«Siamo qui», esordì, ma subito si corresse. «Voglio dire, la signora è qui, e mi ha pregato di accompagnarla per chiedere il suo aiuto. L’ho consigliata di rivolgersi a lei su indicazione di un mio conoscente, il ragionier Fusterberg. Ha presente?».

«È il mio commercialista», tagliai corto.

«Una persona assolutamente fidata. Mi ha assicurato che lei è un professionista serissimo».

Cominciavo a spazientirmi.

«Qual è il problema?».

«Fedifrago!», urlò la matrona nuovamente avvampando, furiosa. «Se mi tradisce lo rovino. In galera, in galera lo mando quello spergiuro imbroglione!».

Il gobbo congiunse le mani e le protese verso quella di lei, supplicandola.

«Esmeralda, la prego, non faccia così».

Appena sentì il contatto, la mano della donna schizzò via come se avesse preso la scossa.

Quasi gli scoppiavo a ridere in faccia. La stessa scena del film Amici miei di Monicelli. Quando l’architetto Rambaldo Melandri, interpretato da Gastone Moschin, fa preciso quel gesto per placare la sua isterica compagna, e le sussurra: «Cippa lippa».

«Sono quasi certa che mio marito mi tradisce. Sicuramente se la fa con qualcuna delle sue giovani dottoresse. O peggio, con qualche troietta di infermiera dell’ospedale. Io lo so. A quel porco gli piace la carne tenera. Si vede che lo fa sentire ancora giovane e in forze. Solo parlarne gli fa rizzare la minchia».

Quasimodo sussultò.

«Esmeralda, per carità, si controlli...».

«Nient’affatto, mio caro ragioniere. Diciamo pane al pane e vino al vino. E poi, il dottore ha il segreto professionale ed è bene che sappia tutto! Tutto!».

Stava avvampando per la terza volta.

«Io ho provato a seguirlo, a controllare il suo cellulare, a spiare le sue telefonate. Sono anche capitata all’improvviso in ospedale senza avvertirlo. Ma quel marpione è sempre riuscito a farmi fessa. Lui è furbo come una volpe, e va matto per le pollastrelle. Lei capisce che, con la vita che fa, io non posso seguirlo dovunque. Congressi, consulti, conferenze all’estero. Quell’adultero ha cento, mille occasioni per tradirmi e ingannare la mia fiducia. E sicuramente lo fa. Lo fa tutti i giorni. E poi, quando io glielo rinfaccio, lui nega, giura e spergiura su sua madre e sui suoi figli. Sui suoi figli, capisce? Ma io non gliela farò passare liscia. In galera deve finire! In galera! Lì almeno dovrà mettere un freno ai suoi bollenti spiriti. Oppure rassegnarsi a farsi dei solitari, o a passare all’altra sponda. Sì, è così. Meglio segaiolo o finocchio che fedifrago!».

Questa volta al ragioniere sfuggì una severa occhiata di disapprovazione, a cui donna Esmeralda rispose infastidita con una scrollata di spalle. Lo sguardo dell’uomo cercò allora il mio, comunicandomi la sua muta profferta di scuse.

«Se ho capito bene, lei non è affatto sicura che suo marito la tradisca. Perciò vuole assumermi».

«Proprio così. Il dubbio, dottore. È il dubbio che mi rode. La prego, ridia serenità a una famiglia che un tempo è stata felice. Insieme abbiamo cresciuto due figli intelligenti e sereni. Quella più grande vive a Milano, è sposata e aspetta un bambino. Il piccolo studia in Inghilterra. Quando c’è stato il processo, io e mio marito abbiamo attraversato momenti difficili. E io gli sono sempre stata vicina. L’ho appoggiato. L’ho incoraggiato in tutti i modi…».

Ma ecco di nuovo, in un crescendo rossiniano, montare la rabbia e il risentimento.

«…e quell’ingrato così mi ricompensa. Tradendomi con qualche puttanella più giovane!».

«Lei però non ne è sicura».

«Sì che sono sicura. Ma non ho le prove. Mi trovi le prove, che lo mando in galera. Le trovi lei, dottor Pagano, se è così bravo come dicono».

Provai a fermarla e a fare un po’ di chiarezza in tutta quella confusione.

«Aspetti un momento, signora Amidei. Lei in realtà ha solo dei timori».

«Sì, il dubbio, il dubbio! Che quel maiale se la spassi alle mie spalle e poi spergiuri sui suoi figli... No, non mi chiami più signora Amidei. Io sono Esmeralda Dominici, figlia di Salvatore Dominici e di Rosalia Patanè. E non voglio più addosso la vergogna di quel cognome corrotto dall’intrallazzo e dal tradimento! Ma pagherà, eccome se le pagherà tutte! In galera...».

Mi dissi che, piuttosto che un investigatore privato, forse serviva uno psichiatra.

«Signora, ammesso che sia tutto vero, nessuno è mai finito in galera per aver tradito la moglie. L’adulterio non è un reato».

Un livido bagliore illuminò il suo sguardo, e sulle sue labbra si affacciò un torvo sorriso di soddisfazione. Bruscamente il suo tono s’acquietò e cominciò a parlare con voce ferma e piana.

«Si ricordi che lei è solennemente impegnato dal segreto professionale. Quel che vien detto qui, tra lei, me e il ragionier Traverso, non deve uscire da questa stanza per nessuna ragione al mondo. A meno che...».

Alla rabbia era subentrata una calma sinistra e inquietante. Ora sapevo il nome dell’accompagnatore. Era sempre meglio che niente.

«A meno che?».

«Io ho le prove, nero su bianco. Il dottor Teulada aveva ragione».

La guardai pieno di curiosità, senza capire.

«Il dottor Teulada è il sostituto procuratore che ha incriminato mio marito per truffa ai danni dello stato. Ma non ha potuto dimostrare nulla, perché non ha trovato il denaro. Non è saltato fuori con chiarezza che quelli delle cliniche private gli pagavano fior di tangenti per ogni paziente che lui gli inviava. Io quelle prove ce l’ho. La documentazione bancaria dei bonifici estero su estero. Tutto provato, in modo inconfutabile. E ci sono anche le prove che qualche politico di grosso calibro sapeva tutto e lasciava correre, perché ne traeva il suo vantaggio in campagna elettorale. Sa, le campagne elettorali costano...».

«Scoprendo questo marciume, lei rovinerà suo marito ma anche se stessa e la sua famiglia. Ha pensato ai suoi figli? Come la prenderanno?».

«Al diavolo i miei figli! Loro si fanno la loro vita, tanto è papà che paga tutto. Ma io, dottore, io... Mi guardi, mi guardi bene».

Dicendolo portò le spalle indietro e il petto in avanti, mettendo in mostra quelle due poppe che straripavano dal reggiseno.

«Io sono ancora giovane, e ho diritto alle attenzioni di mio marito. Mio marito, ha sentito bene? Io non posso permettere che lui pucci il suo biscotto in tutte le zuppe che gli offrono le troiette che gli ronzano intorno. E sicuramente lo fanno perché lui è il primario, quello che comanda. E perché è pieno di soldi. Ma io, io sola lo amo veramente, quel traditore fedifrago! Lo amo e mi piace perché, nonostante abbia passato i sessanta, è ancora un bell’uomo. Ed è il padre dei miei figli. Io non ho conosciuto altri uomini nella mia vita. Quando gli offrii il puro fiore della mia giovinezza, non avevo che diciassette anni. E non c’era maschio che per la strada non si voltasse a guardarmi. E ora che ho qualche anno e qualche chilo di più, lui non può permettersi di farmela sotto il naso, con tutte quelle sue sguadrinelle dell’ospedale!».

La sua era proprio un’ossessione. Le vedeva infestare ogni angolo della vita del marito. Come una moltitudine di bagoni da sterminare col flit.

«Se mi porta le prove della sua infedeltà, io lo rovino. È tutto pronto nelle mani di un notaio. Partirà una bella busta indirizzata al dottor Teulada, alla procura della repubblica di Milano. E lui finirà in galera come si merita!».

Il ragionier Traverso continuava a guardarla con preoccupazione mista a desiderio, proteso verso di lei come per ammortizzarne gli eccessi verbali. Quasi volesse evitare che mi arrivassero addosso. Ogni volta che lei andava sopra le righe, lo vedevo trasalire e socchiudere gli occhi in una smorfia che, man mano, si fece sempre più flebile. Finché mi parve del tutto rassegnato al fatto che il fiume di oscenità che usciva dalla bocca di donna Esmeralda non era in alcun modo arginabile. Mi chiesi perché si preoccupasse tanto. Dopotutto, non era mica sua sorella.

«Mi permetta una domanda, ragioniere. Lei a quale titolo è qui?».

Lo vidi in difficoltà. Gli uscì un confuso balbettio.

«Come le ho detto... io accompagno la signora...».

«Questo lo vedo da me. Ma perché è venuta proprio con lei? È un amico? Un parente?».

I loro ruoli parvero rovesciarsi. Fu la matrona a rispondere, togliendolo d’impaccio.

«Il ragionier Traverso è il mio... dirimpettaio».

«Intende dire un suo vicino di casa?».

«Non precisamente. Abita nel palazzo di fronte al mio. Di rimpetto. Le sue finestre guardano su quelle laterali del mio appartamento».

Stavo per strabiliare. Costei voleva farmi credere che veniva a parlare con un investigatore privato, di faccende tanto delicate e scottanti, accompagnata da un signore che era semplicemente il suo “dirimpettaio”. E per giunta fresco fresco, perché gli Amidei abitavano a Genova da non più di sei mesi. Inoltre, il dirimpettaio la chiamava “Esmeralda”. E non, come sarebbe stato più consono alla natura di un rapporto tra dirimpettai, “signora Amidei”. O, tutt’al più, “signora Esmeralda”.

– Delle due l’una – pensai – o questa è del tutto suonata, oppure c’è sotto qualcosa di non chiaro.

«Fatemi capire bene. Il ragionier Traverso sarebbe il suo dirimpettaio e basta».

Quasimodo piegò lo sguardo e la schiena verso il pavimento, mentre Esmeralda mi guardò con un contrariato stupore.

«Che vuol dire dirimpettaio e basta?».

«Vuol dire che io non andrei mai a raccontare una storia scabrosa come la sua al mio dirimpettaio. Che, peraltro, non so nemmeno chi sia».

In verità il mio dirimpettaio è la facoltà di architettura dell’università di Genova. Entrambi gettarono un’occhiata fuori dal balcone, e il ragioniere ebbe buon gioco per fare lo spiritoso.

«Non menta, dottor Pagano. Lei sa benissimo chi è il suo dirimpettaio».

«Posso sapere come vi siete conosciuti?».

Si guardarono, sorpresi dalla situazione in cui inaspettatamente si erano venuti a trovare. Da clienti a inquisiti. Ma la matrona non era il tipo da farsi intimidire da falsi pudori. Con aria provocatoria attaccò.

«A lei piace la cima, dottor Pagano?».

«La cima? Vuole dire la cima ripiena?».

«Certo, la cima genovese. Le piace sì o no?».

«Certo che mi piace. È uno dei miei piatti preferiti. Mia madre la cucinava da dio».

«Bene. Anche a noi piace molto la cima. Io e il ragionier Traverso ci siamo conosciuti perché entrambi compriamo la cima cucinata da Mario, il rosticciere di Castelletto. Gliela consiglio, dottore. Forse è anche meglio di quella di sua madre».

«Squisita, davvero squisita», ripeteva il ragioniere.

Ora non avevo più dubbi. Stavano nascondendomi qualcosa.

«Vada per la cima. Dopo le ferie andrò a comprarne tre belle fette. Me le farò tagliare col coltello, e non con l’affettatrice. La assaggerò, farò il confronto e poi saprò dirvi. Ma ora mi risponda, signora Amidei. Quali stanze del suo appartamento si affacciano sull’ala laterale del palazzo?».

Accusò il colpo e, visibilmente disorientata, smarrì il piglio aggressivo con cui mi aveva parlato fino a quel momento.

«Intende quello... di rimpetto al ragioniere?».

«Proprio quello».

Parve prendere tempo. Il gobbo non stava più nei suoi sandali e si muoveva nervoso sopra la sedia. La curva concava del busto si era ulteriormente accentuata verso la matrona, come se volesse avvolgere e risucchiare le parole che avrebbero potuto uscire da quella bocca senza vergogna.

«Mi faccia pensare...», divagò donna Esmeralda, quasi con sussiego. «C’è la camera di mio figlio, il maschio.».

«Che non c’è perché è a Londra».

«Non proprio a Londra, a Oxford. Poi c’è la stanza degli armadi, il mio bagno personale e... la mia camera da letto».

Il luogo degli intimi lavacri e la camera nuziale negletta dal marito puttaniere.

«Insomma, le stanze della sua intimità più privata».

E guardando fisso il ragioniere, che con palese disagio sostenne il mio sguardo, aggiunsi: «Di rimpetto».

Esmeralda ebbe un moto di fastidio.

«Ma che importanza ha tutto ciò? Da quando ci siamo trasferiti in questa città, io mi sento molto sola, questo è vero. Voi genovesi siete gente così chiusa e diffidente... Per me è stata una vera fortuna conoscere il ragionier Traverso, che mi ha colpito per i suoi modi gentili e per la sua signorilità. Abbiamo familiarizzato. Ma non si azzardi a insinuare alcunché di illecito, perché non glielo permetto! Cosa crede? Il ragioniere è un vero gentiluomo. Una persona perbene come oggi se ne trovano poche, sa?».

«Non lo metto in dubbio, signora».

Mi rivolsi a Traverso.

«Lei vive solo, ragioniere?».

«No. Abito con mia sorella, che è molto anziana. Ha sedici anni più di me».

Mi spiegò che non si era mai sposato. Era un funzionario del catasto ormai in pensione. E il suo hobby era l’astronomia.

Qui lo fermai.

«Lei guarda le stelle?».

«Certo», rispose compiaciuto. «Nelle notti serene trascorro ore e ore a scrutare il cielo».

«E per guardarle usa un cannocchiale?».

«Naturalmente».

Ora l’idea che, pian piano, si era venuta formando nella mia testa cominciava a prendere una plausibile consistenza. Decisi di continuare.

«Mi dica ancora una cosa. Nel suo appartamento dov’è sistemato il cannocchiale con cui scruta il cielo e le stelle?».

«Nel mio studio, naturalmente».

«Naturalmente».

Ormai era preso nella rete, e alla domanda successiva gli toccò rispondere con sincerità. Dove stava lo studio da cui il suo occhio, vispo e lungo, ulteriormente allungato dalla protesi del cannocchiale, coltivava la sua siderale passione per l’universo, per le stelle, i pianeti, Sirio, la via Lattea, Mercurio, Marte, Giove, Saturno? E, manco a dirlo, per Venere?

Col volto che avvampò di un rossore su cui l’imbarazzo e la vergogna tracciavano inconfessabili narrazioni del desiderio e della passione, a malincuore rispose.

«Di rimpetto».

Per festeggiare il piccolo successo del mio fiuto di cane scova-trifole e scopri-altarini, cavai fuori dal portapipe una bella canadese fiammata e cominciai a riempire il fornello col Balkan Sobranie.

Appena ripreso dalla botta, il ragionier Traverso, cogliendo l’attimo, mi chiese: «Visto che lei fuma, posso approfittarne anch’io?».

Dalla tasca dei pantaloni estrasse un pacchetto di MS e quasi di straforo ne accese una. Fu solo allora che mi accorsi che le unghie della mano destra erano ingiallite dalla nicotina. Il signor Pignasecca doveva tirarle proprio fino in fondo, le sue sigarette. Cominciò a succhiare la sua MS con boccate lunghe e frequenti che, in breve tempo, la ridussero a un mozzicone incenerito. Una specie di sedativo per tappullare il nervosismo che si era impadronito di lui, delle sue gambe lunghe e magre che forsennatamente si accavallano e si scavallavano da una parte e dall’altra. E dei piedi, che scalpitavano nei sandali.

E io sto qui e aspetto Bartali

scalpitando nei miei sandali...

Mi venne in mente la canzone di Paolo Conte, e stavo quasi per ridergli in faccia. Intanto decisi di lasciarlo sbollire e, accendendo la pipa, mi rivolsi a donna Esmeralda.

«Signora Amidei, da quanto dura questa storia?».

Un’ombra le attraversò il viso.

«Di quale storia parla, dottore?».

«Il presunto tradimento di suo marito».

Si rilassò, e poi nuovamente si inferocì.

«Da quando abitiamo a Genova. Da cinque mesi».

«E che cosa l’avrebbe fatta... precipitare?».

Mi guardò stralunata, come se parlassi arabo.

«Precipitare? Cosa vuol dire?».

Chissà da dove, il povero Traverso trovò la forza di dire la sua.

«Credo che il dottor Pagano voglia sapere perché lei si è insospettita...».

«Già. Prima d’ora non aveva mai avuto dubbi sulla fedeltà di suo marito?».

Corrugò le sue folte sopracciglia nere, con l’aria di una che scava nella memoria. Pensosa, e al tempo stesso vagamente sospettosa.

«Mi lasci pensare... No, prima che ci trasferissimo a Genova, avrei giurato che mai quel fedifrago si sarebbe spinto a tanto».

– Mai. La trahison a Milan, jamais.

«Ohibò. Fedele a Milano e a Genova adultero. E perché?».

Nuovamente mi guardò come se fossi un marziano.

«Perché cosa?».

La comunicazione non era il nostro forte. Proprio non eravamo fatti l’uno per l’altra. Grazie a dio, c’era Quasimodo il chiosatore a facilitarci la vita.

«Ma sì, Esmeralda. Perché proprio a Genova ha iniziato a dubitare di suo marito?»

Infastidita, scrollò le spalle, forse spinta dal dubbio che quelle assillanti didascalie finissero per farla passare per una un po’ dura di comprendonio.

«Ma io che ne so? Io so solo che lui non mi guarda più. Mi trascura. Non vede più in me la donna che gli offre il suo seno e il suo ventre. Mi capisce, sì o no?».

Evidentemente anche lei aveva la sensazione che non fossimo anime gemelle.

«Alla mia età, una donna ha ancora bisogno di sentire sul suo corpo lo sguardo libidinoso del suo uomo. Qualcosa di avido ma di pulito. Perché la nostra unione è stata benedetta da Dio. Quegli occhi voraci che ti fanno sentire il sangue pulsare e che danno la stessa ebbrezza dello champagne. Mi capisce, dottore?».

Detto così, col petto proteso in avanti e le cosce squadernate davanti ai miei occhi, sembrava quasi un invito a supplire alla negligenza del fedifrago. Anche se certo la nostra non sarebbe stata un’unione benedetta da Dio. Vidi il ragioniere, sempre più allarmato, accendersi un altro sedativo e supplicarla.

«Esmeralda, per favore...».

«E poi, ora che mi ci fa pensare, non è proprio vero che non ho qualche buona ragione per dubitare. In tasca, nella tasca dei calzoni, gli ho trovato questo. Guardi, legga».

Cominciò a frugare nella borsa di paglia e ne estrasse un borsellino di pelle di coccodrillo. Da quello cavò fuori un foglio ripiegato in quattro che, fremendo, aprì e subito mi porse. Come se le scottasse tra le dita.

Conteneva il testo di una poesia. Scritto a mano. Col lapis blu. In una bella grafia rotonda, sicuramente femminile. Quel testo dentro di me evocò subito qualcosa. Anche se, sul momento, non ricordai niente di preciso. Lì per lì pensai a una traduzione da qualche poeta straniero. Probabilmente spagnolo o ispanoamericano.

I sentieri della sera

diventano uno, di notte.

Su di esso verrò a te,

amore che ti nascondi.

Su di esso verrò a te

come la luce dei monti,

come la brezza del mare,

come l’odore dei fiori.

Dopo aver letto questi versi voltai il foglio. Sul retro, c’erano tre parole scritte a matita, in stampatello. Da una mano diversa da quella che aveva trascritto la poesia.

Bocca di rosa.

E, di seguito, una frase che poteva essere una constatazione o un invito.

Parliamo solo di poesia.

Anche quell’epiteto, probabilmente indirizzato a una donna, suscitò una fragranza di memorie lontane che mi parve lo stesso profumo esalato dalla poesia.

Quando alzai lo sguardo la vidi già sconvolta dalla vampa del furore. Traverso sussultò.

«Ecco la prova del tradimento! Ecco il nome della donna che mi ha rubato il marito! Anche per il culo mi prende, si rende conto?».

Provai ad arrestare quella piena montante.

«È la grafia di suo marito?».

Indicai il nome e la scritta. Lei mi guardò, sorpresa. Non tanto dalla mia domanda, quanto, forse, dal fatto che non se l’era ancora posta. Ebbe un momento di esitazione.

«Sì, direi che è proprio la sua».

«Quando l’ha trovato?».

«Dieci giorni fa».

«E a suo marito ha chiesto spiegazioni?».

Mi aspettavo che gliene avesse parlato. E che, su quei dolcissimi versi, si fosse scatenata una di quelle scenate che fanno tremare i vetri delle finestre.

E invece, tranquilla, mi rispose: «Nemmeno per sogno».

La scrutai sconcertato, senza dire una parola.

«Ho subito pensato che questa poteva essere una buona pista per scoprire la verità. E incastrare quel mentitore fedifrago».

«Ma non crede che, non trovandosi più il foglio in tasca, lui abbia capito che lei lo aveva scoperto?».

«È probabile. Ma si è guardato bene dal chiedermi qualcosa. Voglio proprio vedere con quale faccia...».

«Ha qualche idea su chi possa essere questa Bocca di rosa?».

Con la consueta intemperanza, manifestò tutto il suo fastidio.

«Se sapessi chi è Bocca di rosa, non venivo certo qui a sprecare il mio tempo e i miei soldi. È lei che deve scoprire chi è questa Bocca di rosa. E cosa fanno insieme, la puttana e quel porco di mio marito. E portarmi le prove. Le prove, ha capito?».

«Le bastano le prove? E se invece le portassi la testa di Bocca di rosa su un piatto, come ha fatto Giuditta con Oloferne?».

Indignata si rivolse a Traverso, che si era ripiegato ancora più su se stesso. Dava l’impressione di un cane che ha pisciato sul pavimento e si aspetta di essere bastonato.

«Ma da chi mi ha portato, ragioniere? Non ce l’aveva un investigatore meno impertinente di questo qui?».

«Ma Esmeralda», implorò il povero Quasimodo ormai del tutto in confusione. «Questo è il migliore che c’è sulla piazza».

«Sì, in questa città non c’è proprio una minchia».

Quando un milanese mi tocca Genova, mi sento punto sul vivo.

«Bene, signori», dissi alzandomi in piedi. «Sono lieto di aver fatto la vostra conoscenza».

Sorpresa dalla mia reazione, Donna Esmeralda avvampò. Ma non si mosse dalla sua poltrona. Invece, il ragionier Traverso scattò su dalla sedia e si allungò verso di me. Protese le mani giunte, per afferrare le mie e, implorando, sibilò.

«Dottore, la prego...».

Poco mancava che si mettesse a sussurrare: «Cippa lippa».

«La prego un corno! Andate a cercarvi un investigatore in Padania e non rompetemi più le scatole. Ne ho piene le palle delle vostre storie di corna!».

Ferma che sembrava brasata sulla sua poltrona, donna Esmeralda mi guardava con un’aria vagamente disgustata.

«Sa cosa penso di lei, dottor Pagano?».

«Qualunque cosa pensi, non cambierebbe la situazione. Questo caso non mi interessa. Rivolgetevi a qualcun altro. Milano è piena di ladri. E anche di poliziotti privati».

«Lei è proprio un maleducato, un vero cafone».

«Può darsi, ma non sono venuto io a cercarla».

Nuovamente cogliendomi alla sprovvista, il suo disgusto si trasformò repentinamente in un sorriso ammiccante e sfacciato. Da vera bagascia di razza.

«Però m’attizza, come essere al cinema. Sembra proprio uno di quei ruvidi detective americani, alla Marlowe. I tipi come lei mi fanno impazzire, sa?».

Forse non avevo sentito bene.

«Pazienza. Sarà per un’altra volta. E poi in agosto, per principio, non lavoro».

«Non importa. Comincerà a settembre, o quando ne avrà voglia».

«Non mi verrà mai voglia di occuparmi di un caso di corna come questo».

«Ma di incastrare un pesce grosso come mio marito e un politicone come l’onorevole Sangallo, mandandoli in galera per truffa ai danni dello stato, di questo gliene verrà voglia?».

– Cristo – pensai – l’onorevole Sangallo! Uno degli esponenti di spicco del principale partito di maggioranza. Ministro, fresco di nomina, del neoeletto governo di centro-destra.

Mi rimisi a sedere e tornai a guardare il testo della poesia.

I sentieri della sera

diventano uno, di notte.

Su di esso verrò a te,

amore che ti nascondi.

L’idea di fare il colpaccio ai danni di un losco maneggione come Sangallo, mi stuzzicava non poco. Losco e potente. Lui e gli altri suoi sodali. Tutti uniti sotto la bandiera di un garantismo tagliato su misura per i ricchi che possono pagarsi fior di azzeccagarbugli. E i poveracci in galera. E gli immigrati fuori a calci nel culo. I paladini della democrazia della televisione e del liberismo nostrano. Il liberismo coi soldi dello stato. Ma non era solo questo.

Quei versi muovevano in me qualcosa di profondo, che non riuscivo ad afferrare. Come se sprigionassero una musica che evocava un’infinita nostalgia. Una tristezza che tornava a risuonare da un lontano passato. Come se avessero qualcosa di familiare e mi riportassero a una cartolina mai partita e mai arrivata. Casette bianche. Cielo color cobalto. Mare blu. Infinitamente remoto. Dove una donna nuotava in compagnia di un altro uomo. E dove io non avevo saputo bagnarmi. Dove, forse, mai più mi sarebbe toccato nuotare. Semplicemente perché era dentro di me che quei colori erano sbiaditi per sempre.

Questi pensieri mi facevano soffrire. Dovevo immediatamente interromperli. E così, senza neanche riflettere, sbottai.

«D’accordo, accetto».

Ora non potevo più ritrattare. Neanche se la signora Amidei si fosse messa a fare le capriole sul parquet dello studio e a cantare O mia bela madunina.

I neri occhioni di donna Esmeralda lampeggiarono. La gioia e la soddisfazione avevano liquidato tutta la rabbia che la sua sboccata tracotanza aveva seminato in ogni angolo del mio ufficio. Al ragionier Traverso sfuggì un sospiro di sollievo che, per un attimo, raddrizzò perfino la curva della sua schiena.

Ci accordammo sull’onorario e, dopo che la donna ebbe firmato due copie del contratto con cui mi assegnava l’incarico, li accompagnai alla porta. Quando furono sul pianerottolo, richiamai indietro il ragioniere.

«Permette ancora due parole, tra uomini?».

Con una certa trepidazione rientrò in casa, lasciando la dirimpettaia sola sul ballatoio. Socchiusi la porta, e guardandolo fisso negli occhi gli sussurrai a bassa voce.

«In tutta franchezza, ragioniere. Posso dirle quello che penso?»

«Ma certo».

«Davvero non se ne avrà a male?».

«Anzi, la prego...».

«Io credo che, delle cose intime di quella donna, lei abbia una conoscenza davvero profonda. Sicuramente più del suo distratto marito».

Abbozzò e, dandosi un tono di falsa modestia, farfugliò.

«Effettivamente, potrebbe anche essere vero... Non per vantarmi, ma, con gli anni, ho sviluppato una certa intuizione psicologica che, forse, mi ha permesso di capire la sofferenza e i sentimenti più riposti della signora Esmeralda...».

«Lasci perdere la sofferenza e i sentimenti. Sono altre le cose intime a cui mi riferisco».

Panico. Mi guardò con la faccia di uno che caracolla sull’orlo di un precipizio.

«Altre? E quali?».

«La sua biancheria, ragioniere».

 

 


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