Cronache
Il lungo viaggio
 
di Umberto Albini
 

Prefazione

di Goffredo Feretto

Mentre scrivo queste poche righe, di fronte a me, sullo schermo del computer, è aperta la pagina di internet bookshop relativa alle opere di Umberto Albini attualmente disponibili in libreria. Si tratta di sei titoli pubblicati con Garzanti e di uno uscito con le Edizioni Levante di Bari.

Con Garzanti: Atene. l'udienza è aperta; Riso alla greca: Aristofane o la fabbrica del comico; Nel nome di Dioniso. Il grande teatro classico rivisitato con occhio contemporaneo; Euripide o dell'invenzione; Atene segreta. Delitti, golosità, donne e veleni nella Grecia classica; Maschere impure. Spettri assassini, amori e miserie nei drammi greci: con le Edizioni Levante: Testo e palcoscenico. Divagazioni sul teatro antico.

Tuttora sul mercato sono anche le traduzioni di Euripide e Aristofane.

Perché questa premessa? Per dire che, se è sempre impresa difficilissima e rischiosa presentare un libro, lo è ancora di più quando l'autore è del calibro del prof. Albini, praticamente un "mito" per tutti coloro che amano la cultura classica.

Unico conforto per l'inadeguato prefatore è la consapevolezza che, di norma, nessuno legge le prefazioni. I lettori, infatti (e quasi sempre a ragione) preferiscono andare diretti al testo, eventualmente riservandosi di dare una scorsa alle pagine introduttive soltanto dopo aver concluso la lettura e all'unico scopo di verificarne le carenze. A meno che, dopo la dicitura "prefazione di" non compaia un nome di spicco, talmente noto da servire come "traino" commerciale all'opera. Non è questo il caso! Dunque, chi si fosse già imprudentemente inoltrato a leggere fino a questo punto, può tranquillamente passare oltre con il consenso di chi scrive, anzi, con il suo plauso incondizionato.

La pubblicazione di questo Cronache costituisce un omaggio da parte della nostra editrice all'illustre studioso ligure, con il quale un indiretto legame era già stretto da tempo, giacché la figlia Adriana figura nel catalogo della Fratelli Frilli Editori come autrice di narrativa. Proprio con la sua "complicità" siamo entrati in possesso del dattiloscritto di questa silloge poetica.

È bastata una prima lettura per darne un giudizio incondizionatamente positivo.

"Scrive così bene che non sembra un professore" afferma Carlo Ferdinando Russo, con un pizzico di ironia, circa i saggi di Umberto Albini. Pur con tutte le dovute cautele e le necessarie distinzioni, lo stesso potrebbe dirsi anche di queste poesie. Non c'è, infatti, nulla di "professorale" in questi versi, non si percepisce nessun tono cattedratico. Soprattutto, non c'è il minimo sfoggio di cultura, neppure l'ombra di esibizione erudita (eppure, chi più di Umberto Albini avrebbe potuto permetterselo?).

Potremmo azzardare che si tratta di una poesia nel segno della semplicità. Quella che costituisce meta suprema, ardente conquista, frutto di lunga decantazione e purificazione.

S'affaccia alla mente il motto ovidiano aveo rarissima nostro simplicitas, rarissima è la semplicità ai nostri tempi. Rarissima perché la nostra sembra essere un'epoca in cui l'apparenza è più stimata della sostanza, la ricerca del meraviglioso e del sorprendente più apprezzata della schiettezza. Ma non inoltriamoci sul sentiero minato dell'elogio dei tempi andati, giacché lo sconsiglia il buon senso e lo vieta la stessa massima di Ovidio.

Abbiamo parlato di decantazione e purificazione: dunque di un cammino impegnativo, di un lavoro arduo su se stessi. Eppure i versi di Albini scorrono agili e morbidi, quasi fossero il risultato di una scrittura "di getto". Ci ripugna un poco usare quest'espressione, visto che probabilmente la considerazione di cui ha goduto e ancora gode (purtroppo) lo scrivere "di getto" è figlia del mito romantico dello scrittore posseduto dal demone dell'arte, una figura più sognata che reale, tuttavia abbiamo voluto usarla per indicare il fluire spontaneo della poesia del nostro autore, una poesia che non pare, come invece certamente è, il frutto di un affinamento progressivo: un traguardo, insomma.

Il pensiero corre immediatamente ai grandi vini – ci sia permesso il paragone irriguardoso – che difficilmente richiamano in chi li gusta l'idea del lento processo cui li ha sottoposti il produttore, degli anni trascorsi a maturare nelle loro botti, in fresche e buie cantine. Si bevono a piccoli sorsi soddisfatti e tanto basta. Potremmo aggiungere, per insistere ancora un attimo solo nell'immagine, che chi ama il vino "barricato" a tutti i costi, oggi di moda e gradevole forse al palato ma dal sapore artefatto, non si troverà certo in sintonia con questi versi che gli sembreranno troppo tradizionali e poco alla moda.

Cronache si divide in due parti: la prima, a sua volta, è formata da due sezioni, Il lungo viaggio (1954 –) e Tempo di disinganni e di bufere. Una nota accompagna la seconda parte: "Le poesie partigiane sono dedicate a Piero Salomone, strenuo difensore della libertà".

Dichiarandoci non all'altezza del compito di critici letterari, coloro che guidano – o almeno dovrebbero – alla comprensione del testo, alla sua analisi e approfondimento, ci limitiamo ad alcune osservazioni di lettori.

Il tema dell'amore occupa tutta la prima unità della silloge. Non l'amore astrattamente concepito, ma quello concretissimo per una donna in came ed ossa, la moglie, compagna di tutta la vita. Compagna di un viaggio ] come indica il titolo della prima sezione iniziato nel 1954 e interamente compiuto, fino ad oggi, tenendosi per mano.

L'amore, trasformando l'amante nell'amato, lo fa penetrare nel più intimo dell'amato e viceversa cosicché nulla dell'amato rimane escluso dall'unione con l'amante: lo diceva Sant'Agostino. Forse la citazione è fuori luogo e misura, dettata solo da reminiscenze di studi teologici. Resta il fatto, però, che qui il poeta dichiara esplicitamente che la propria esistenza forma un tutt'uno con quella della sua donna, quasi si trattasse d'un corpo solo: "e l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola".

Lo dimostrano alcuni intensissimi versi: "...c'è solo il tuo sorriso, I la tua bocca, / il tuo abbraccio: la certezza I che io sono vivo in te, attraverso te" (da Istantanee 2). E ancora: "Hai tra le mani il panno della vita, I sdrucito, lo riaggiusti, attenta, quieta" (da Panno sdrucito); "...Di nuovo, al mio ritorno, I la luce del tuo viso, il fermo filo I che mi lega all'eterno" (da Istantanee 7).

Sono vivo in te e attraverso te, tu sei colei che ogni giorno ritesse la tela consumata della vita e la fa nuova, il tuo sorriso è il filo che mi lega all'eterno.

L'eterno. Implicita affermazione di fede? Non sappiamo. E certo, tuttavia, che per il poeta il sorriso della sua donna è "sacramento" dell'eternità, segno vivente dell"oltre".

Anche se "La morte]bestia I è accovacciata ai nostri piedi", anche se "Tra poco prenderemo congedo", tuttavia "ci aspettano continenti nuovi I da esplorare, un altrove I che non ci separerà" (da I giardini di Alcina). L'amore, quando autentico, non può che concepire se stesso come immortale. La realtà lo nega, ma il sorriso dell'amato lo dichiara, sconfessando la morte.

In ultimo, una sola, breve nota: Quello che sei per me è una delle più luminose "poesie d'amore" che ci sia capitato di leggere.

Tempo di disinganni e di bufere è il sigillo poetico del tempo della riflessione, dell'interrogazione interiore. Ne è cifra, appunto, il disinganno.

I titoli delle liriche non lasciano dubbi: Mendicante al tempio, Et nunc di,nittis, Lamento di Arianna, Attesa, Ombre...

Inequivocabili i versi della prima: "...Il tempio è vuoto: I a chi dirò la preghiera, per chi I farò inutili offerte?". Nunc dimittis, servum tuum Domine, secundum verbum tuum in pace. Quia viderunt ocu/i mei salutare tuum, quod parasti ante faciem omnium populorum. Lumen ad revelationem gentium et gloria plebis tuaeIsrael: così pregava il vecchio Simeone, cui era stato profetizzato che non sarebbe morto senza vedere l'avvento del Messia. Lascia, o Signore, che io ora me ne vada in pace, ora che i miei occhi hanno visto la salvezza che tu hai preparata davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti.

Gli occhi del poeta, invece, nella sera del giorno che declina, non vedono la luce. Vedono che "l'intrico si è fatto pazzia", che "non sai più neanche amare te stesso", mentre "l'ordito si copre di ragnatele" e "persino i figli sono altro, adesso".

Un'immane tragedia s'è forse compiuta, giacché "il fiume porta carcasse di bestie" (da Et nunc dimittis).

E Arianna lamenta che "i segnali per trovare la strada / sono stati cancellati I e il Minotauro I si è appostato all'uscita" (da Lamento di Arianna). L'uomo]bestia è in agguato e ha messo in atto il più crudele – e demoniaco – degli inganni, assumendo il sembiante dell'eroe che ormai l'amore non può più proteggere.

Significativamente, l'immagine del corvo chiude l'ultima composizione: "Si allineano I crudeli corvi I su un muro diroccato" (da Riepilogo).

Il nero del corvo è il nero delle tenebre, il colore della morte.

Non se ne dispiaccia il poeta se ci azzardiamo, tuttavia, a ricordare che in alchimia il nero è anche l'inizio della Grande Opera, la prima fase attraverso la quale inizia il cammino verso la trasmutazione.

La seconda parte di questo Cronache denuncia amaramente che ingiustizia e violenza segnano il destino dell'uomo. Le liriche abbondano qui di echi del mondo classico e quelle che Albini definisce "poesie partigiane" sono inserite in un contesto tale da trasporre i fatti della guerra di resistenza sul piano del simbolo universale, lo stesso in cui vivono eternamente i miti. Lungi dallo sminuire l'orrore del sangue versato e della sofferenza vera di uomini veri, la trasposizione, se possibile, lo amplifica fino allo scandalo, all'urlo intollerabile, alla ferita non rimarginabile dell'anima. Infernal di sangue tinte, imperversano le Erinni, dee della vendetta: "Furiose le Erinni impugnano i serpenti / per colpire" (da L'imputato 1).

"Ci sarà tregua? I Non ci sarà tregua" (da Verità assurde).

Le divinità perseguitano chi ama la giustizia: "Ho amato la giustizia. I Proprio di questo mi accusano gli dei. Che cosa dovrò pagare? I Sì, il cielo mi perseguita" (da L'oppresso).

Tiresia, il cieco indovino tebano, ci sembra essere figura chiave. Non per nulla queste poesie appaiono soprattutto come visioni, squarci aperti e subito richiusi. Senza risposte.

Tiresia vede. E vede la nudità del cuore umano e l'infamia che ricela, vede nuda la condanna inesorabile della vecchia come della nuova Atene "turrita di grattacieli" (da Il cerchio si è chiuso).

Non c'è scampo. Forse soltanto una flebile speranza:

"Ma Dio deve ancora parlare" (da La spia).

Oggi, però, il suo silenzio ancora gela l'anima.

E il viaggio continua.

Goffredo Feretto

 


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