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La cucina della
Riviera dei Fiori
161 ricette testate da
Delio Viale
di Claudio Nobbio
Prefazione
La Liguria è una striscia di terra che si
allunga sulla costa del Tirreno come una lucertola e si addentra verso la
collina e le montagne.
Potrei guidare a memoria nel tratto che va da Diano Marina a Ventimiglia, tante
sono le volte che l’ho percorso e potrei indovinare dove ci troviamo dal profumo
che esce dalle mille cucine disseminate lungo il percorso.
Se è vero, come capii quando l’università di Upsala, Stoccolma, mi chiese di
scrivere una relazione sulla cucina italiana, che la cucina nazionale non
esiste, bensì prosperano innumerevoli cucine del territorio, fatta eccezione per
la pasta e fagioli ed il soffritto che soli hanno diritto di esporre la bandiera
italiana, questo è ancora più vero per questo estremo lembo di Liguria.
Ci sono paesi vicinissimi con dialetti, tradizioni, cucina completamente
differenti.
Un esempio è Apricale che dista da Isolabona due soli chilometri, una distanza
pedonale. Spesso si fa fatica a capirsi se ognuno degli interlocutori parla il
proprio dialetto.
“Ligure parla a to lenga”, disse qualcuno, ma avrebbe dovuto dire “Ligure parla
le tue lingue”.
In cucina è la stessa cosa.
Il baccalà in casseruola di Isolabona è diverso da quello in bianco di
Badalucco. Il coniglio abbrustolito di Apricale e la testa di capra in
casseruola di Pigna o di Rocchetta Nervina meritano un viaggio, ma bisogna
scoprirli paese per paese.
Da bambino seguivo mia nonna e la capra per ore prima di arrivare alla campagna
e raccogliere olive, uva, cavolfiori, fagiolini, ecc.
Il pranzo era costituito da una pagnotta, pomodoro, foglie di basilico, olio di
olive taggiasche e sale grosso.
Oppure il “cundigliun”, pomodoro, peperoni, cipolle, basilico, ed in tempi più
recenti anche il tonno. Aglio a volontà, come nella vicina Costa Azzurra.
Ducasse mi invitò recentemente al Cafè de Lyon per provare le sue leccornie, ma
mentre ne gustavo il profumo, il mio pensiero correva al “pan bagnà d’antan”.
A proposito Ducasse mi spiegò perché si fanno tintinnare i bicchieri nel
brindisi: per godere di tutti i sensi, sapore, colore, profumo, tatto e udito,
appunto.
“Santè”, a tutti gli inguaribili bevitori di Champagne.
Se ne trovano di tutte le marche al supermarket di Mentone, due passi da
Ventimiglia e alla curva del Latte, vicino alla frontiera, residenza di Nico
Orengo che qui ambienta le sue storie.
La bouillabaisse è nata a Sanremo in piazza Bresca (dedicata al marinaio che in
piazza San Pietro ebbe il coraggio di gridare “Aiga ae corde” e salvare così
l’obelisco che si stava innalzando mentre le corde si stavano strappando, a
rischio della vita. Il papa lo graziò e gli chiese cosa volesse per premio. “Che
Sanremo mandi al Vaticano le palme pasquali”, rispose. Fu accontentato ed ancora
oggi a San Pietro, nel giorno delle palme, Sanremo e Bordighera sono presenti).
La bouillabaisse è nata a Sanremo, dicevamo.
L’oste della trattoria di Piazza Bresca faceva mettere in una pentola che
bolliva a fuoco lento, (“buiila basciu”, da cui il nome) le teste e le code dei
pesci, e dava la zuppa che ne derivava ai poveri che si affacciavano alla porta
di servizio, fino a che i clienti cominciarono a chiederla per loro e a
esportarne la ricetta fino a Marsiglia che è diventata capitale di questo piatto
squisito.
Lo stesso vale per la Pissa a l’Andrea, o Pissaladière, partita e ritornata da
Sanremo a Nizza, l’odierna sardenaira o machetusa.
Della mia infanzia nel Ponente ricordo i ravioli di borragine, il coniglio con
olive, patate e vino rosso, come lo cucinava Idaelisa, mia madre, oppure
tagliato a tocchetti, sbollentato, infarinato e fritto che cucinava mia zia Rosa
a Beausoleil (questa ricetta non la troverete nell’elenco perché è tradizione
soltanto personale, ma vi consiglio di testarla) ricordo anche le acciughe
salate, le pansarole, lo zabaglione e in cucina, nell’armadio-dispensa, nel
ripiano più alto, una grappa fatta nella vigna di Pian del Re, dove abitarono i
Celti Liguri tremilacinquecento anni fa, che a sette anni per prenderla e
assaggiarla dovevo arrampicarmi sulla sedia di paglia.
Ma mille sono le varianti di questi piatti in tutto l’entroterra, da Dolceacqua
a Buggio, a Diano Castello, Diano Calderina, Riva Santo Stefano, Triora dove
ancora preparano gli intingoli delle streghe, ma di cui non vi daranno mai la
ricetta perché dovrebbero indicarvi quali erbe usare e dove andare a
raccoglierle, a Villa Viani dove il comandante Lanteri tenta invano di
introdurre piatti esotici scoperti in anni e anni di navigazione, Grimaldi,
Latte, Ceriana, Perinaldo, il paese dell’astronomo Cassini, padre delle sonde
che volano tra le stelle.
A proposito di personaggi, i piatti che vi raccontiamo erano il cibo dei nostri
compaesani, Dulbecco (premio Nobel), Natta (sia il segretario pci che il Nobel),
Calvino (scrittore), Francesco Biamonti da San Biagio della cima (suo allievo),
De Amicis, Angelo Silvio Novaro che a proposito di Diano scrisse che Dio stese
un giorno un fazzoletto di fiori su quel tratto di costa e vi diede il nome di
Diano. Eugenio Scalari era compagno di banco di Italo Calvino al Liceo Cassini
di Sanremo, essendo suo padre direttore dei giochi al Casino.
Sempre in provincia Alfred Nobel riflettè a lungo sulla formula della dinamite
prima di inventare il premio che porta il suo nome e i suoi soldi.
E quanti altri prima e dopo sono passati da questa provincia fortunata, vero
ministro Scaiola?
Morlotti, pittore passato alla storia, durante i soggiorni bordigotti si faceva
portare dai suoi amici pittori Maiolino, Barbadirame, Borgna, su per
l’entroterra della Val Nervia, dove Bacì gli teneva in fresco un passito di cui
non si è ancora perso il profumo.
Ma tutto questo cosa c’entra con le ricette?
C’entra eccome.
“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei” non è un motto scritto a caso. Palati fini
come quello di Gigi De Santis, per anni responsabile della guida dell’“Espresso”
e raffinato giornalista gastronomo, hanno detto che questa cucina è tra le più
leggere, più sane, più mediterranee. La pasta che si fabbrica a Imperia, le
olive taggiasche che crescono su queste colline, e tutte le erbe, i sapori che
si trovano tra le rocce esposte al sole sono gli ingredienti insostituibili dei
nostri piatti.
I Celti Liguri abitarono ai Balzi Rossi e a Pian del Re. Percorrevano la via del
sale per andare avanti e indietro verso il lionese, ma la felicità di vivere
nell’attuale zona di confine, li fece fermare stabilmente lasciando senza sale i
lionesi.
Con Delio Viale abbiamo fatto delle ricerche, abbiamo recuperato appunti scritti
anni fa anche con la collaborazione del medico gastronomo Salvatore De Pasquale.
I nobili, quando c’erano ed avevano palazzi come Borea d’Olmo o i Conti di
Ventimiglia, ancora presenti sul territorio, tenevano in casa dei quaderni di
ricette di famiglia che davano al cuoco per essere sicuri di cosa mangiavano.
Anche da qui abbiamo pescato antiche ricette.
Poi da tutte queste formule Delio ha messo in atto arti magiche, unto pentole,
casseruole, padelle, e ognuna di queste ricette è stata provata, testata,
assaggiata e fatta assaggiare alla zia Rina che ha il palato impeccabile grazie
alle tante degustazioni sperimentate, per anni, davanti alle sue mitiche pentole
dell’oro.
L’intento di questo libro è raccogliere e tramandare quanto di buono, gustoso,
appetitoso è cucinato e continua a essere cucinato nel Ponente.
Ma non era possibile raccogliere tutto. Le nostre particolari abitudini e
tradizioni ci hanno fatto scegliere alcune ricette piuttosto che altre,
approfondire di più i sapori di alcune vallate, ma ogni scelta nella vita come
nella pentola è strettamente personale.
Abbiamo cercato di fare il nostro meglio. Se avete commenti scriveteci. In
prossime edizioni di aggiornamento terremo presenti tutti i suggerimenti.
Un’altra cosa non bisogna dimenticare.
Viviamo nella terra dei fiori colorati, più o meno profumati, coltivati nelle
fasce e nelle serre, selezionati, classificati, oppure liberi e selvatici.
Sulla tavola della Riviera non deve mai mancarne un mazzo.
Il profumo e i colori dei fiori del Ponente fanno bene alla tavola.
Per bere si è soliti importare vini dal Piemonte, dal Chianti, i bianchi dal
Veneto, ma se trovate del buon Rossese, Vermentino, Intruso, Pigato o qualche
altra spremuta d’uva locale, l’abbinamento sarà anche migliore.
L’acqua andate a prenderla alla domenica alle fonti sulle nostre montagne con le
vostre damigiane, taniche, fiaschi, bottiglioni. Ce ne sono tante e vi faranno
pensare all’alchimista che vicino alla fontana trovò l’amore, come ci racconta
Coelho.
Potreste incontrare anche qualche venditore di miele di acacia. Prendetelo per
il vostro benessere. Oppure scegliete quello di castagno, anche se è di colore
più scuro, vi farà passare tutte le malinconie.
Una volta tra queste valli, colline, montagne si coltivava la canapa e si
produceva l’assenzio. Poi nel 1903 l’assenzio fu vietato prima in Francia e a
seguire in Europa.
L’assenzio aveva ottanta gradi e probabilmente era quella quantità di alcool che
faceva sognare e non il profumo di anice che emanava.
Ora è di nuovo permesso produrlo, per concessione della cee, anche se i gradi
saranno inferiori.
Varrebbe la pena di riprendere questa tradizione. Le bacche per l’assenzio
trovano qui terreno e clima favorevole.
Beppe Grillo da anni conduce una battaglia per il ripristino della coltivazione
della canapa, per il momento senza esito, ma non senza speranza.
Per concludere vi abbiamo scritto anche la ricetta dello zabaglione. Va bene a
tutte le ore del giorno e della notte e vi regalerà un sorriso.
Salute e saluti.
Claudio Nobbio
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