La danza delle cellue immortali
 
di Adriana Albini


Le prime pagine del libro

 

L’inverno genovese non era freddo, ma assai ventoso. In quel giovedì di febbraio mi spingeva verso la stazione come fossi una vela spiegata. La strada che portava ai binari era in discesa, una viuzza di mattoni rossi, alcuni consunti, altri sporgenti; da farsi di corsa, ogni volta, e rigorosamente con i tacchi bassi. La valigia non pesava molto, quello che pesavano erano i pensieri, da settimane ormai non riuscivo a scrollarmi di dosso un senso d’incertezza e d’insofferenza.
Quasi quarant’anni, ufficialmente “single”, non un vero marito ma un compagno di lunga data, niente figli, mi avvicinavo solo a quelli delle amiche, per accarezzarli, con tenerezza e, forse, invidia. Niente carriera, da dieci anni sempre lo stesso incarico. Ero patologa presso l’Istituto dove il Dottor Daniele Grandi, il mio fidanzato, svolgeva la professione di chirurgo. Era sembrato un brillante inizio, invece forse era già la fine. La scienza, la medicina, la convivenza: tutto perfetto. Eppure l’angoscia più che la speranza abitava le mie stanze. C’era qualcosa, dentro, che mi tormentava.
Il tempo delle riflessioni non c’era mai stato, con gli impegni che incombevano da mattina a sera, i giorni passavano ed io non trovavo le risposte.

Alla vigilia dei miei quarant’anni, sentivo che era arrivato il momento di pensare, di concedermi qualche giornata in compagnia della mia anima, nello scenario che da sempre mi aveva fatta sentire me stessa, la laguna. Sarei fuggita per un’intera settimana – la settimana di carnevale – una gioia turbata solo dalla sensazione che l’andarmene in ferie fosse quasi un crimine. Era da tempo che ci pensavo, in laboratorio e in corsia, avrei passato il carnevale a Venezia, nell’antica casa della nonna paterna, tra nebbie invernali e suggestioni. Non era stato facile convincere me stessa a questa fuga. Non me ne andavo mai, se non a ferragosto, e anche allora solo perché l’intera area delle colture cellulari, di cui mi occupavo personalmente, veniva chiusa. Ma l’esigenza di ritrovare me stessa aveva avuto il sopravvento. Quel giovedì avevo finito tardi al lavoro ed ero particolarmente stanca. Lasciai un breve messaggio di spiegazioni a Daniele, che era fuori Genova fino al mattino dopo. Preferivo non telefonargli, per paura che mi potesse dissuadere.
Acquistai il biglietto e salii sul treno che si era fermato al binario col prevedibile ritardo di dieci minuti. Mi ero concessa la prima classe: ancora una trasgressione, da aggiungere alla fuga. Non volevo udire alcuna conversazione, ma solo la voce di me stessa, quel borbottio interno che era iniziato mesi, forse anni prima, e che non mi ero mai presa la briga di ascoltare. A quell’ora i pendolari del lavoro e dello studio erano già rientrati a casa: la popolazione che frequenta i treni dopo le nove di sera è assai più varia e colorata. Gettai il giornale sul posto vicino al mio, rimasto fortunatamente vuoto. Avevo avuto il sospetto, mentre acquistavo quel fascio di carta, che per gran parte del viaggio non avrei provato il desiderio di aprirlo. Appoggiai il capo allo schienale e socchiusi le palpebre. Stavamo attraversando la periferia semi-industriale di Genova, un panorama di luci e vapori che non tenevo affatto a contemplare. Un refolo gelido di tanto in tanto mi colpiva il viso. Altri passeggeri aprivano e chiudevano la porta d’accesso allo scompartimento. I finestrini del corridoio erano abbassati, qualcuno strillava qualcosa a un cellulare. In altre occasioni mi sarei lamentata del freddo, invece in quel momento lo gradivo.

Dopo il cambio di treno a Milano lasciai vagare il pensiero alla mia vita, fino ad arrivare al capolinea. Venezia era un’isola che sprofondava, ma il processo era molto più lento che per i miei pensieri. Durava già da un millennio e mi auguravo che almeno un altro millennio fosse necessario alla totale scomparsa della Serenissima. Desideravo che i figli dei figli dei miei figli potessero trovare nelle sue calli e nei suoi campielli le risposte che io continuavo a cercare. Sempre che io avessi mai avuto figli: l’orologio biologico spostava rapidamente le sue lancette verso una situazione di improbabilità.
A locomotiva ferma, saltata giù dal predellino, corsi attraverso l’atrio lucido e scesi i gradini di fronte alla stazione a due a due. La valigia era quasi vuota. Avrei provveduto a riempirla girando alcune delle mie boutiques e calzolerie preferite; qualcosa che a Genova non avevo mai la voglia o il tempo di fare. Mi fermai a pochi passi dalla riva. Ascoltai il tranquillo sciaguattio del pontile sull’acqua. Nella tarda nottata non vi erano molti altri rumori. Nessun motore acceso, nessuna folla di turisti, ciarlatani e pendolari. Ero sola con Venezia, almeno per qualche minuto. Guardai l’orario del vaporetto, poi quello del motoscafo. Dovevo aspettare parecchio. Prima delle cinque di mattina il traffico lagunare era piuttosto rado. L’aria era particolarmente umida. Entrai nel pontile con un paio di altri passeggeri. Mi parve che vi fosse troppa luce all’interno, turbava la quiete dell’ora. Afferrai la valigia e uscii; sedetti con le gambe penzoloni sulla pietra della riva del canale. I miei occhi fissavano l’acqua. Non vi è nulla di più nero della nera laguna quando nulla vi si specchia. Non vi è nulla di più nero di quell’acqua appena increspata; tranne, quella sera, la mia disposizione d’animo.

Udii il vaporetto arrivare prima ancora di vederlo. Accostò lentamente all’approdo: potevo muovermi con calma senza rischiare di perderlo. Tutto era a rallentatore e volevo adeguarmi a quel ritmo. Respirai profondamente l’umido salmastro e marcio che esalava dal canale: l’odore della biologia e della storia mescolati insieme come un’essenza d’autore, un vero balsamo per i polmoni e per il cuore.
Avrei compiuto quarant’anni nel giro di pochi giorni e, forse, prima di allora avrei capito chi ero.

I pazienti di Daniele arrivavano alla comprensione della loro essenza proprio all’avvicinarsi dell’intervento. Al loro ingresso in ospedale si trovavano costretti a pensare: una cosa che qualunque adulto del mondo occidentale sa che è meglio evitare.
Si rendevano conto che la loro vita era in gioco. Molti malati, analizzando la propria esistenza scoprono che, giorno dopo giorno, ogni cosa si è svolta loro malgrado.

Salita sul vaporetto mi sedetti fuori nonostante il freddo invernale. Il viaggio lungo il tortuoso canal grande era assai lento, la casa di mia nonna si trovava all’ultima fermata prima del Lido, l’isola di Sant’Elena, nota soprattutto perché ospita lo stadio di calcio e il diporto velico. Risparmiata dai turisti se non per i pochi che alloggiano all’albergo che si è insediato nel vecchio collegio delle suore.

Sbarcai assonnata e con l’anima già in parte sganciata dalle catene del mio mestiere e di me stessa. L’appartamento era lungo la riva, appena incorniciato dagli alti alberi del viale.

Varcai il portone di ingresso di casa Manin, nel sestriere di Castello, che erano quasi le sei del mattino. Ero sola, più sola che mai. Mi aspettavano tre piani di scale senza ascensore. Feci le prime due rampe velocemente, poi rallentai, neanche io ero più una ragazzina. Certo, il problema era proprio tutto lì.
La nonna mi aveva lasciato le chiavi sotto lo stoino. Sicura com’era che nessun malintenzionato le avrebbe trovate, forse neppure cercate. Era andata via per qualche giorno con le amiche, al carnevale di Viareggio.
Aprii con lentezza ed entrai nell’atrio dell’appartamento con la consueta emozione. Tutto profumava di antico. Non tutto, per fortuna: sul tavolo di cucina trovai una scatola con dei biscotti fatti in casa e un biglietto: “Trattati bene e abbi cura di te. La Nonna”. Ecco, come sempre, mi sentivo a casa.
Appoggiai la borsa e feci il solito giro per le stanze, a cercare le memorie di un’infanzia lontanissima e di un’adolescenza sepolta nella mancanza di tempo per i ricordi.
A spezzare la magia del “trip” suonò il telefono. Risposi, anche se non ero a casa mia; me lo sentivo che era per me. Ed infatti la voce seccata di Daniele mi apostrofò: “Sono appena rientrato e ho letto il tuo biglietto” pausa d’effetto “non avrei mai creduto che te ne saresti andata davvero!”.
“Tu non hai mai bisogno di una vacanza?” risposi ribellandomi al rimprovero.
“Certo, è un po’ che ne accenni, ma non ricordi che oggi avevamo appuntamento con la divisione di dermatologia, il gruppo di Giacomo Forti, per le nostre collaborazioni con le colture cellulari, e tu invece... parti senza telefonarmi, tieni il cellulare spento e mi lasci solo due righe su un foglietto che vai a casa di tua nonna: sei la solita stravagante!”. A questo punto il tono burbero si fece bonario: “Va bene, mi arrangerò da solo, tu goditi la vacanza, però ti prego, cerca di essere qui mercoledì, abbiamo un intervento importante”.
Neppure una settimana mi era concessa. Sospirai: “Farò il possibile ma tu...” volevo dire: ‘Cerca di rimandarlo, l’intervento’, ma preferii non proseguire. Non ero così egoista, dopo tutto. “Niente, solo ciao e scusa”. Abbassai il ricevitore, senza aggiungere altro.
Lavoro, lavoro, sempre lavoro. Daniele non pensava ad altro e non voleva che io pensassi ad altro. Ero sicura che si fosse dimenticato che quel mercoledì, in cui mi voleva indietro a tutti costi, sarebbe stato, oltre a mercoledì delle ceneri, proprio il giorno del mio compleanno.

La ventata d’energia che m’aveva portata fino alla grande casa della mia infanzia si stava attenuando. La nonna era partita, lasciandomi un bigliettino e dei biscotti, Daniele mi giudicava un’irresponsabile, il cielo di Venezia era cupo, invernale. Conquistata da un’avvolgente malinconia mi diressi verso quella che era stata la mia camera e che poi era divenuta stanza degli ospiti. Mi sdraiai sul letto e mi addormentai di colpo. La stanchezza si era poggiata su di me come una coltre calda e pesante, dal profumo di lana. Dopo tutto in treno avevo passato la notte in bianco. I sogni arrivarono a frotte, senza un ordine preciso, quasi mi avessero attesa troppo a lungo.

Il più intenso mi riportava alla mente una delle nostre pazienti da cui avevo ricavato colture cellulari.
“Mi sento vacillare la terra sotto i piedi” aveva detto Laura quando ero andata a trovarla “mi sembra di vivere su un’isola che presto verrà sommersa”. Nei giorni del ricovero Laura Forti, colpita da un tumore invasivo al seno, mi guardava con aria quasi ipnotizzata dai suoi stessi pensieri. Aveva superato la paura per giungere a quella condizione in cui sembra che a un malato non importi più di quello che accade intorno a sé. Si sentiva in bilico pronta a lasciarsi scivolare. Viveva con la sensazione dell’inevitabile “Se mi tolgono tutta la mammella, ci sarà qualcosa di grave, no?”. Certo, il carcinoma era di notevole volume. Mi sembrava assurdo che Laura non si fosse accorta di nulla prima. Con tutta la pubblicità che facevamo in istituto e in giro per l’Italia sulle visite ginecologiche di controllo, la mammografia, gli screening, vi erano ancora delle pazienti, fortunatamente poche, che arrivavano in clinica così tardi. Laura si era recata dal medico solo per una noiosa perdita vaginale; la massa neoplastica, ancora asintomatica, che cresceva all’interno del suo seno le era passata inosservata. Lo specialista l’aveva scoperta facendo seguire all’esame pelvico un normale controllo senologico di routine. E a quel punto era forse troppo tardi. “Devono proprio togliere tutto...?”.
“Quasi” assentii.
“Coltiverete le mie cellule?”.
“Sì, poiché Lei ha gentilmente firmato il consenso”.
Mi ero sentita lacerata, tra l’ansia di ottenere importante materiale scientifico e il dolore per le infauste prospettive di chi l’avrebbe donato. Laura era sopravvissuta solo un anno e mezzo al suo tumore, negativo per il recettore estrogeno e metastatico; avevo saputo da poco che era mancata. Le sue cellule erano cresciute a fatica, i tumori mammari sono avari nel dare colture permanenti, ma alla fine si erano stabilizzate; ne avevo identificato un ceppo di staminali e le stavo caratterizzando, un importante studio. Già, ma lei non c’era più.

Dormii pesantemente e mi svegliai col mal di testa, forse lo stesso che mi aveva afferrata nel sogno. Cercai l’orologio a tentoni, per non alzarmi di colpo. Passai la mano un paio di volte sulla superficie del comodino prima di realizzare che non mi ero affatto slacciata il cinturino: ero crollata così, senza organizzarmi per un pisolino ufficiale. Quando il quadrante ed io allacciammo il contatto non riuscii a credere ai miei occhi: erano le quattro del pomeriggio e ciò significava che avevo dormito troppo e buttato via quasi interamente il mio primo giorno di vacanza.
Mi alzai a sedere sul letto: ‘ma perché ero sempre così pessimista?’ mi rimproverai. Anche dormire ogni tanto fa bene, e certo non avrei potuto farlo se fossi andata al lavoro.

Uscii alle cinque profumata della mia essenza preferita, i capelli ancora umidi dopo un bagno lungo e rilassante. Decisi che la prima meta sarebbe stata la più ovvia: piazza San Marco.
Salii sul motoscafo; era carico di passeggeri e i finestrini sporchi non lasciavano godere molta vista.
Quando scesi fui travolta dalla folla. Stentavo a credere quanti coriandoli e stelle filanti decorassero la pietra grigia. Da quando Venezia aveva rilanciato la tradizione del Carnevale, un nuovo richiamo turistico si era aggiunto agli altri già così numerosi. Decisi di evitare il ponte della Paglia, troppo affollato. Tornai indietro ed attraversai il rio di palazzo Ducale su quello della Canonica. Da lì guardai verso il Bacino di San Marco. Di fronte a me si stagliava il ponte dei Sospiri; i visitatori sul valico più vicino alla riva, quello che avevo appena evitato, si spingevano per ammirare e fotografare lo storico monumento. Io guardavo loro e per colpa di un continuo brusio non riuscivo a sentirmi compenetrata dal passato storico.
A quell’ora le maschere in giro erano poche: troppo tardi per i bambini, troppo presto per gli adulti. Poi era solo venerdì, sicuramente il carnevale sarebbe esploso soprattutto sabato e domenica, giorni di pieno fine settimana.
Il cielo si era tinto di grigio tutto il giorno e continuava ad essere cupo. Si preparava un suggestivo e malinconico tramonto di febbraio.
I passi mi condussero all’Antico Caffé Quadri. Sedetti al tavolino d’angolo, nella saletta interna più vicina all’Orologio. Le pareti erano ornate da riproduzioni raffiguranti proprio il carnevale. Piano piano iniziavo a lasciarmi assorbire dall’atmosfera. Ordinai un cappuccino, anche se l’ora non era la più appropriata. Il cameriere non fece una piega, abituato com’era ai turisti.
Contemplai il quadro sulla parete opposta al mio tavolo. Maschere con la bautta, il tricorno e il mantello danzavano davanti al campanile di San Marco.
Certo quell’abbigliamento era ben diverso da quello con cui nelle altre città e paesi ci si traveste a carnevale. Le maschere incutevano un certo timore e rabbrividii. Sembrava che le figure del quadro mi osservassero. O forse qualcun altro lo faceva.
Mi girai verso la piazza e un’ombra intercettò il corso del mio sguardo prima che potessi puntarlo sugli archi delle procuratie. Volto di cartapesta, bautta di seta e pizzo nero, tabarro pesante, tricorno calcato sulla fronte: una classica maschera veneziana era appoggiata alla colonna. La figura sembrava assorta, ma avrei giurato che mi stesse fissando. Distolsi lo sguardo infastidita e mi concentrai sul cappuccino appena arrivato. Sul piattino luccicava la stagnola marrone di un dolcetto. Sarebbe stato di cioccolata fondente, la mia preferita, lo sentivo. Aprii entrambe le bustine di zucchero: mi sembrava di aver bisogno di qualcosa di particolarmente dolce. Mescolai lentamente e la schiuma del latte si fuse al caffè in spirali brunastre.
Alzai di nuovo gli occhi: la maschera era lì, il “volto” candido puntato in direzione del mio viso. Dalle sottili fessure non potevo vedere gli occhi, ma li percepivo: stavano ostentatamente frugando nei miei. Mi parve una situazione intollerabile, anche se sicuramente stavo esagerando la mia reazione. Spostai la sedia, per essere fuori dalla traiettoria di quello sguardo penetrante. Ma la mia condizione non migliorò, perché dopo poco mi parve di sentire due affilati stiletti penetrarmi nella schiena. Mi riscossi e me la presi con me stessa. Ero una povera isterica esaurita.
Cercai di pensare al laboratorio, lo feci quasi con la rabbia della sconfitta, e fui contenta di allontanarmi da Piazza San Marco almeno con il pensiero.
Ma non durò molto.


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