Dea del caos
 
di Giampietro Stocco
 

Uno


Se ne stava lì da parecchio, ormai, le mani dietro la schiena, a guardare i lavori in corso nella piazza. Era estate, faceva caldo, e la polvere si sollevava ogni volta che la pala mollava il suo carico di terra e sassi. L’operaio, instancabile, scavava. Riempiva una carriola, che poi un altro manovale trasportava via. Marco si era sempre chiesto come sarebbe stata la sua vita da pensionato. Se davvero si sarebbe ritrovato a fissare istupidito i lavori manuali. “Beh, eccomi servito, e con gli interessi”, pensò, mentre, con un gesto incerto, si detergeva il sudore dalla fronte usando il fazzoletto che, con un vezzo antiquato, portava al taschino.
Twonk… Twangg… Twonk…! Twangg… Forse quel suono di terra smossa lo allenava un po’ alla morte. Tra poco avrebbe compiuto sessantotto anni. Ben portati, oh sì. Negli ultimi tempi, però, certi pensieri si erano fatti sempre più frequenti. Come i sogni… Specie da quando, un paio di anni prima, aveva lasciato il lavoro. Un vuoto incomprensibile, almeno per lui, che da tanto aveva aspettato quel momento, quando si sarebbe potuto riprendere la vita. Quella vita che la redazione gli aveva succhiato via giorno dopo giorno, e che adesso invece gli appariva come una nuda impalcatura. Un po’ come i ponteggi che stavano montando quegli operai. Beh, sì, c’era Bianca. Sua figlia aveva adesso ventinove anni, e gli era subentrata al lavoro grazie a una sapiente opera di diplomazia. Marco sorrise al ricordo dei sentimenti protettivi con cui prima aveva fatto anticamera, e poi direttamente perorato la sua causa.
Adesso le parti si erano invertite. Da quando si era ambientata al lavoro, più che sua figlia, Bianca era ormai diventata una specie di seconda moglie. O una mamma. Papà copriti. Papà stai attento alle correnti d’aria. Papà dove vai. Papà tieniti occupato. Ed ecco la seconda grande verità della vita da pensionato. Dopo avere capito che i lavori di scavo piacciono ai vecchi perché esorcizzano la sepoltura, adesso Marco scopriva che il cosiddetto rimbambimento non era solo una dimensione del proprio io soggettivo. No. Erano proprio gli altri, i tuoi figli, a decretarlo. Considerandoti, improvvisamente, incapace di badare a te stesso. E vuoi per debolezza, vuoi per comodità, tu finivi per adeguarti. Anche perché, in fondo, non è così male quando gli altri fanno le cose per te, no? Certo, ti assillano. Ma vuoi mettere se una volta ti senti male e non c’è nessuno pronto a raccoglierti? No, no, pensò Marco reprimendo il disagio. Decisamente la vecchiaia aveva i suoi lati apprezzabili, specie per chi come lui aveva poca voglia di badare a se stesso.
Si guardò intorno: Genova, la città che era diventata sua. Le facciate dei palazzi patrizi in via di restauro, le strade, un cantiere a cielo aperto. Grandi cose si stavano facendo nella capitale della Repubblica Democratica. Repubblica Democratica Cisalpina, questo il nome completo di quella curiosa astrazione che era diventato un bel pezzo di nord-ovest dell’Italia. Erano passati i tempi grami, quelli in cui gli sventurati abitanti di Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lucchesia e Lunigiana avevano dovuto fare i conti con l’austerità e la penuria di materie prime. Erano stati gli anni eroici: quell’Italia che il fascismo aveva continuato a tenere in mano indisturbato dal 1922 al 1975, aveva finito per spezzarsi. Prima in due, poi in tre, dopo l’ingloriosa quanto tardiva fine del regime di Galeazzo Ciano.
Curioso Capo del Fascismo, l’ex conte di Castellazzo. Prima fedele genero di Benito Mussolini, poi avversario implacabile della Germania fino a convincere il suocero a rimanere fuori dalla guerra nell’agosto 1939. Una decisione che Mussolini trasformò poi in neutralità nel giugno del ’40, sebbene i carri armati nazisti fossero già a Parigi. Aveva avuto paura, il Duce. E il genero notoriamente antitedesco aveva avuto buon gioco nel convincerlo che non valeva la pena di gettare migliaia di vite per un tavolo di pace che non avrebbe visto la Germania fra i vincitori. Era cominciata così, rifletté Marco, con una decisiva intuizione politico-strategica, l’irresistibile ascesa di Ciano. Considerato come l’artefice dell’estraneità italiana al conflitto più devastante di tutti i tempi, il ministro degli esteri del fascismo era il candidato ideale a succedere a Benito Mussolini, quando questi morì improvvisamente nel 1944, in seguito a un attacco di cuore. Appena un mese dopo che Adolf Hitler era stato disintegrato dalla bomba di von Stauffenberg. Con la pace imminente, e la Germania sconfitta, Ciano si ritrovò portato al vertice del regime grazie a un patto fra i ras. Grandi, Bottai, Farinacci: duri e morbidi, tutti d’accordo nel mettere in mani considerate manovrabili il destino di un intero Paese. Perché la neutralità in guerra aveva regalato al fascismo il dono più prezioso: un futuro.
All’inizio Ciano sembrò seguire le aspettative. Poi, pian piano, anestetizzò l’Italia. La cianizzò, si cominciò presto a dire con un discutibile quanto efficace neologismo. Con il suo stile bonario e mondano Ciano era riuscito ad appianare tutti i contrasti. Aveva tranquillizzato il Paese, sì, ma lo aveva anche portato alla periferia dell’Europa. Al riparo da tutto, compreso ogni tentativo di modernizzazione. Fino al 1975. Anno fatale, ricordò Marco. In Spagna morì Francisco Franco, e fu come stappare una bottiglia di spumante calda: la schiuma ne uscì a fiotti. Ciano si ritrovò vecchio e stanco, e nuovi protagonisti scalpitavano già per emergere.
Il pensiero di Marco andò di nuovo a lei, come molte volte era stato negli ultimi tre decenni. E nei sogni… Maria De Carli, l’astro fulgido in un ormai smorto firmamento in orbace. Alla fine del 1975 era la gerarca più dura del regime. Come avesse fatto una donna a frequentare la rigida scuola di Julius Evola, era un mistero che nessuno, nel PNF, era riuscito a svelare. Lo stesso mistico e irraggiungibile Maestro non aveva voluto chiarirlo. Stava di fatto che Maria De Carli, da evoliana che era, si era spostata sempre più su posizioni neonaziste. Nemmeno questo era molto popolare nella tranquilla e quasi post-fascista Italia di Galeazzo Ciano. Tuttavia, la nuova gerarca scalò con facilità tutti i gradini del potere. Sembrava che il fascismo trovasse nuova linfa negli scritti e nei discorsi di Maria De Carli. Come se improvvisamente, dopo un lungo e appiccicoso letargo, qualcuno facesse entrare aria e sole e riscoprisse qualcosa di semplice e nello stesso tempo esaltante.
Ciano, intimorito dal carisma della De Carli, usò una strategia duplice. Da un lato le diede sempre più spazio, dall’altro accentuò le caratteristiche pseudo-democratiche del suo regime, riscoprendo Parlamento ed elezioni e facendo tornare in patria gli esuli politici. Una danza sul filo dell’abisso, che lo portò a concordare di malavoglia con il re Umberto II un’innovazione che piacque molto alla gente: sostituire la vecchia Marcia Reale con l’inno repubblicano Fratelli d’Italia. Il re Savoia era dapprima insorto: quella ridicola marcetta rappresentava molto per la casa regnante. La gente, però, aveva gradito, e Ciano non mancò di far notare al Re che in quel modo l’Italia monarchica e fascista aveva guadagnato altri metri su quella corda tesa sopra un terrorizzante nulla.
Ma l’equilibrista era destinato a cadere. Fu un fuoco incrociato. Prima, le pallottole dei terroristi. Il fuoco più ardente si rivelò però quello dei progetti di Maria De Carli. L’Italia già fascista doveva ora essere un alleato dell’Unione Sovietica. Al nuovo patto Ribbentrop-Molotov si oppose proprio la Germania post-nazista del presidente Albert Speer. Così, nel 1976, il vecchio Galeazzo Ciano, in procinto di essere catturato dagli insorti guidati da Maria De Carli, fu infine portato a Berlino da una divisione aviotrasportata tedesca. Un blitz da manuale: Ciano da anni stava preparando la sua buonuscita, e aveva un accordo segreto con Albert Speer. I piani per un’invasione-lampo dell’Italia erano pronti dalla fine degli anni Sessanta, e così pure i preparativi presso basisti nel Nord-est, alti quadri militari antifascisti attratti dalla promessa di un futuro realmente democratico. Questo spazio all’inizio angusto fu sapientemente allargato dai servizi segreti tedeschi, che negli anni avevano riempito di infiltrati gli stati maggiori dei comandi di Trentino, Veneto e Lombardia. Fu così che l’allora Reichspräsident riuscì a venire incontro all’improvvisa richiesta di aiuto inoltrata da Ciano. Isolato dai golpisti a Palazzo Venezia, grazie a una linea inutilizzata da decenni, l’ultimo duce del fascismo era riuscito a chiamare direttamente Albert Speer.
Partì la cosiddetta Operazione Gallo: gli aerei della Luftwaffe si materializzarono improvvisamente sui radar delle torri di controllo dell’Italia centro-meridionale. Un’intera divisione di paracadutisti si ritrovò a occupare una Roma del tutto impreparata, e a sventare il colpo di Stato dei radicali del regime. Maria De Carli scomparve nel bombardamento della zona sud-est della capitale. Il suo corpo sarebbe stato faticosamente identificato solo molti giorni dopo. Mentre i soldati tedeschi scrutavano sospettosi la folla dare il suo turbolento addio al fascismo, Ciano fu portato in Germania, dove si sarebbe spento in totale solitudine sette anni dopo: a Weimar, poco prima del suo ottantesimo compleanno.
L’intervento tedesco, il fallito golpe e per di più una mezza insurrezione popolare: l’Italia non resistette alla tensione e si spaccò. Della vecchia monarchia coloniale di Umberto II restò ben poco: Somalia ed Etiopia si autoproclamarono indipendenti, il Dodecaneso venne annesso pacificamente dalla Grecia, la Dalmazia, con le Tre Venezie e la Lombardia, entrò in un protettorato germanico.
Tempo due anni, Marco lo ricordava ancora bene, il Regno d’Italia terminò la sua storia. Nel 1978, in seguito al rapimento e all’assassinio del presidente del consiglio incaricato Aldo Moro, organizzato e portato a termine dai terroristi di Lotta Socialista, si andò al referendum istituzionale. La repubblica vinse in modo schiacciante, e si formò un governo di centro-destra. Ma non era finita. I comunisti gridarono ai brogli elettorali e si asserragliarono nelle regioni in cui erano maggioranza. Per non rischiare la guerra civile, la nuova Repubblica Italiana non intervenne militarmente e lasciò che gli insorti proclamassero a loro volta la Repubblica Democratica Cisalpina, con capitale a Genova. Sembrava un grottesco graffio a forma di “L”, quasi un colpo d’artiglio inferto all’Italia da ovest a est, attraverso l’Appennino e la Pianura Padana. Ma la nuova Repubblica era soprattutto un’astrazione: c’era poco a legare storicamente i territori che la formavano. Tuttavia, quest’astrazione stava per festeggiare ora il primo quarto di secolo. Un genetliaco che sarebbe stato adeguatamente celebrato, rifletté Marco, continuando a guardare i lavori in corso.
Distolse per un attimo la sua attenzione dai ricordi per accendersi una sigaretta. Un vezzo che aveva preso negli ultimi anni, poco prima di andare in pensione. “Adesso ci manca anche il fumo in terza età”, gli aveva detto Bianca sbuffando, la prima volta che lo aveva sorpreso con la cicca in bocca. Alle volte sapeva essere davvero indisponente. Lei e il suo salutismo sinistrese da quattro soldi… Già, Bianca… Quanto tempo era passato dagli anni più duri, forse anche quelli più belli della loro vita… Nel 1980, in piena guerra non dichiarata fra le due Italie, il ragazzo-padre, profugo improvvisato, aveva attraversato con una bimba di quattro anni quella che allora era una delle frontiere più pericolose del mondo: la linea tra Marche e Romagna. Un’impresa coraggiosa, compiuta solo per sfuggire alla vita già sonnecchiante di una nuova Repubblica che assomigliava sempre più al vecchio Stato borbonico. Marco si mosse convinto verso il sogno di un qualcosa di diverso, il socialismo cisalpino. Socialismo Cisalpino... Sorrise. Roba da Rivoluzione Francese… E un po’ rivoluzionario si era davvero sentito, mentre, bimba in spalla, aggirava nottetempo cavalli di Frisia e campi minati.
Marco e la piccola Bianca erano stati tra gli ultimi a poter varcare quella frontiera, che poi fu definitivamente chiusa. Finirono per stabilirsi a Genova. Città del nuovo slancio, era scritto sui grandi manifesti propagandistici appesi davanti ai decadenti palazzi liberty di piazza De Ferrari. Città della tristezza, sarebbe stato meglio dire. La nuova capitale era ben diversa allora… Fumi neri e maleodoranti di acciaierie e industrie chimiche, palazzi patrizi trascurati e polverosi, un porto dove attraccavano solo le navi dei paesi alleati dell’URSS. Scafi cupi e malpresi, gente cupa e malpresa. Una città cupa e malpresa, che non faceva nulla per salvare nemmeno le apparenze. Perfino la televisione, in un momento in cui perfino nella sonnolenta Repubblica Italiana si moltiplicavano le stazioni private, si presentava ancora sciatta e scontrosa. L’unico canale televisivo pubblico proponeva notiziari recitati da giornalisti terrei e servili e una programmazione al confronto della quale anche la vecchia Immagine Italiana, la televisione dei tempi di Ciano, coi suoi ingenui varietà copiati dagli americani, sembrava una boccata d’aria fresca. A Marco, però, andava bene. La sua esperienza di giornalista radiotelevisivo gli fruttò un lavoro decoroso, e la sua abitudine a obbedire fu ben ricompensata. Così lui e sua figlia Bianca sopravvissero a quei primi, durissimi anni, in cui l’Europa intera guardava con sospetto a quello che si definiva il “nuovo bubbone comunista conficcato nel cuore dell’Occidente”.
Finché, nel 1989, il sistema comunista in Europa improvvisamente collassò. Il segretario generale del PCUS, Juri Andropov, scampò a un attentato durante la tradizionale sfilata del Primo Maggio sulla Piazza Rossa. L’attentatore, un giovane esaltato tedesco di nome Mathias Rust, era incredibilmente riuscito a sorvolare Mosca a bassa quota a bordo del proprio Cessna e a sganciare una bomba incendiaria sul palco delle autorità. La nazionalità del sicario e la sconcertante facilità con cui aveva ridicolizzato i sistemi di sicurezza sovietici in un giorno fra i più emblematici della Rivoluzione d’Ottobre fecero montare il sangue alla testa a molti gerarchi comunisti. Andropov parlò al mondo di nuova aggressione germanica, e l’Armata Rossa cominciò a dispiegarsi ai confini occidentali. Il presidente del Reich tedesco, Kurt Waldheim, si appellò al nuovo Patto Democratico tra Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti d’America, l’alleanza militare creata dopo il 1976 per bilanciare il crescente antagonismo russo-tedesco. Gli occidentali ammonirono Mosca a non intervenire, pena l’appoggio alla Germania. L’Italia, o meglio, le Italie, rimasero alla finestra, con papa Leone XIV a emergere come unico testimone di pace. Nel mondo intero si cominciò a pregare affinché la Terza Guerra Mondiale non distruggesse la civiltà. Poi, improvviso, il colpo di scena. Al culmine dell’escalation politico-militare, tra scambi di accuse tra Berlino e Mosca e concentramenti di truppe sempre più ingenti in Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, cominciarono dapprima le insubordinazioni tra i soldati. Iniziarono i cechi, reclutati in gran parte nella provincia dei Sudeti a maggioranza tedesca. Poi gli ungheresi, e infine i polacchi, schierati a ridosso del confine con la cattolica Austria, parte del Reich dal 1938. Il quindici giugno del 1989, dopo due settimane di ribellioni isolate, le truppe del Patto di Varsavia insorsero apertamente e in massa contro l’Unione Sovietica. Contingenti interi abbandonarono le loro posizioni, decine di migliaia di uomini e migliaia di carri armati cominciarono una lunga marcia indietro. Nel nome del no alla guerra mondiale, il contraccolpo travolse prima i regimi comunisti satelliti, per arrivare infine a Mosca. A fine giugno, un triumvirato composto da Boris Eltsin, Michail Gorbaciov e Eduard Shevardnadze, su suggerimento del vecchio Andrej Gromyko, prese il potere per garantire la sopravvivenza stessa della patria del comunismo.
Il 2 luglio Gromyko morì, e il triumvirato si spaccò, precipitando il mondo di nuovo nell’angoscia. In nome del nazionalismo russo, Boris Eltsin riuscì a tirare dalla sua parte la smarrita Armata Rossa, ed ebbe buon gioco nel denunciare un falso complotto di Gorbaciov e Shevardnadze: li accusò di essersi alleati coi comunisti ortodossi, e mise fuori legge anche il vecchio PCUS, proclamandosi capo di Stato provvisorio. Gorbaciov e Shevardnadze fuggirono in Occidente, mentre nell’intera Unione Sovietica le repubbliche dichiaravano la loro indipendenza. L’agonia del colosso sovietico, Marco lo ricordava con angoscia, durò ben due anni, durante i quali ad Occidente si passava dall’euforia al pessimismo più nero.
Prima le rivoluzioni romena e bulgara, poi le secessioni più clamorose, come quelle dell’Ucraina, della Bielorussia e delle Repubbliche Baltiche. Poi l’agghiacciante domino al contrario delle repubbliche asiatiche. A un certo punto sembrò che la Russia stessa fosse sull’orlo dell’implosione, e che la Germania potesse approfittarne. Contemporaneamente al crollo sovietico, sorse la Grande Alleanza Islamica: Siria, Egitto, Giordania e Iraq si decisero per una struttura sovranazionale in cui i diversi credi maomettani potessero convivere mantenendosi separati e la forza comune delle armi dissuadere le opposizioni interne dal giocare sull’instabilità creata dalla morte del colosso sovietico. I primi atti ufficiali della nuova entità araba furono firmare un patto di non aggressione con Israele e creare un focolare nazionale per i palestinesi, ritagliandolo tra Giordania e Siria, lontano dai confini dello Stato ebraico, e affidandone la presidenza all’ormai anziano Yasser Arafat.
Fu in quelle tempestose giornate della primavera 1990, proprio mentre in Medio Oriente nasceva la nuova e all’inizio indistinta nebulosa islamica, che la Repubblica Democratica Cisalpina visse il suo proprio travaglio e avviò il programma che la staccò dalla sua matrice politica comunista. Si cominciò col dire che la Rivoluzione d’Ottobre aveva cessato il suo effetto trainante, e che ora ciascun Paese che aveva seguito i principi del comunismo era libero di regolarsi come meglio credeva. Ivi compresa la Repubblica Cisalpina, che dava il benvenuto alla democrazia. Intanto, in Russia, Eltsin e i militari riuscirono a ricompattare il Paese riducendolo al solo e comunque enorme territorio dell’ex Repubblica Federativa, e organizzando dei veri pogrom anticomunisti. Ripulito il Paese, il quindici febbraio del 1991, Eltsin dichiarò finalmente sciolta la vecchia Unione Sovietica e fu poco dopo proclamato Presidente della Repubblica Russa. Sulla torre centrale del Cremlino il vecchio tricolore bianco, rosso e blu sostituì definitivamente il vessillo rosso con la falce e il martello. In quello stesso anno, dopo una guerra civile durata ventiquattro mesi, Serbia e Croazia uscirono dalla Repubblica Socialista di Jugoslavia, dichiarandone la fine. La Germania stipulò un accordo federale con la Slovenia e mantenne salda la presa sulle vecchie colonie italiane, dissuadendo i litiganti serbocroati dall’andare troppo oltre nella loro tradizionale ostilità. Alla fine del 1991, il mondo comunista si era così ridotto drasticamente. Rimanevano Cuba, la Corea del Nord e il Vietnam, sempre più vicini al colosso cinese. Quest’ultimo era riuscito a sedare le forti spinte democratiche interne e riusciva nell’estremo equilibrismo di far convivere il comunismo in politica col capitalismo in economia. Con la nuova Russia, condivideva la necessità di mantenere un mondo stabile per garantire un lento, ma progressivo arricchimento.
Dal canto suo, la nuova Russia era aggressiva quanto la vecchia, e in più poteva giocare la carta del capitalismo. Sotto la spinta del denaro che la mafia cominciava a far scorrere a fiumi nella vecchia patria del socialismo, anche l’ex Repubblica Italiana sorella, quella Democratica Cisalpina, cominciò a beneficiare di una pioggia tutta nuova. Su Genova, non più la vecchia fuliggine da carbon coke, ma pulitissimi, si fa per dire, rubli provenienti dalle casse delle sanguinarie famiglie che si stavano spartendo Mosca e Novy Petersburg, così era stata ribattezzata Leningrado. Denari che furono destinati all’abbellimento di una città per troppo tempo mortificata. Soldi che cominciarono a far lavorare di nuovo pale, picconi e bulldozer, aprendo nuove vie, strade e piazze a una massiccia emigrazione fatta di arabi, caraibici, sudamericani e slavi, alcuni ricchissimi, la maggior parte ancora più malpresa dei genovesi.
…Twangg… Twonk!... Twangg… Twonk! Era insieme il suono della fine e dell’inizio. Con dita incerte Marco tirò fuori dal portafoglio liso un vecchio tesserino professionale. Dalla foto sorrideva una faccia di almeno trent’anni più giovane. “Marco Diletti, Immagine Italiana”. La vecchia televisione di Stato voluta da Ciano. La confrontò con quella più recente, un documento plastificato di tipo militare, il volto invecchiato e incupito. “Marco Diletti, Servizi Informativi di Stato”.
“Accidenti, da giornalista mi hanno trasformato in un poliziotto e me ne accorgo soltanto adesso”, mormorò. Ma c’era poi tanta differenza?
“¿Qué pasa, tovarich? ¿Te gustan los cubanos?”.
Marco sobbalzò al termine russo, noto a Genova ormai da quasi un quarto di secolo come appellativo formale da usarsi con gli sconosciuti. A rivolgergli la parola era stato l’operaio scavatore, che aveva continuato a fissare, ora se ne rendeva conto, per più di mezz’ora di fila. Giovane, più o meno l’età di Bianca, muscoloso, aveva creduto che il pensionato fosse in cerca di compagnia maschile a pagamento. Non era una rarità, nell’altrimenti austera Repubblica Democratica. Un modo più o meno tollerato in cui si riequilibrava il flusso del denaro.
Marco sorrise all’equivoco, scosse la testa e si girò per allontanarsi. Stava per muovere il primo passo verso piazza della Repubblica Operaia, un tempo piazza De Ferrari, quando una mano robusta gli calò sulla spalla.
“Marco Diletti, vero? Che ne dice di un caffè davanti alla statua di Giuseppe Garibaldi? È l’unico eroe italiano di cui questi bastardi non si siano appropriati, magari li rassicurava il fatto che già di suo portasse la camicia rossa…”.


Torna indietro