Delitti dal Vangelo secondo Giovanni
 
di Carlo Musso


I primi capitoli


Boccadasse

Restava un dito d’acqua nel bicchiere del vino. I due amici avevano appena finito di cenare e sedevano in silenzio, nella sala ormai deserta. Con calma accesero due sigarette. Il fumo saliva in lente volute e cominciò a formare una nebbiolina azzurrognola sopra le loro teste. Le luci erano basse e il respiro del mare, con il suo odore salmastro, giungeva smorzato attraverso i vetri, al di là dei quali tremolavano le lampare dei pescatori.
A quell’ora tarda l’antico borgo di Boccadasse si mostrava ai due giovani, che lo vedevano per la prima volta, come un piccolo presepe appoggiato sulla riva del mare, con le sue casette arroccate una sull’altra, la piccola spiaggia ingombra di barche e reti stese ad asciugare e poi dimenticate, e l’uscio illuminato della ‘Latteria igienica Amedeo’, tappa obbligata per gli amanti del gelato che ogni sera, anche d’inverno, la prendevano d’assedio.
Un cameriere di mezza età se ne stava appoggiato allo stipite della porta, aspettando che i due americani si decidessero a chiedere il conto, per poter andare a casa anche lui. Avevano l’aspetto tipico dei giovani yankee: i capelli tagliati corti, i visi abbronzati, gli occhi vivaci e intelligenti.
– Allora, vecchio mio: finalmente ci siamo! – disse il più giovane dei due, scostandosi un corto ciuffo di capelli neri dalla fronte, con un gesto indolente.
– Finalmente… – rispose l’altro, lisciandosi i baffetti color paglia.
Mortimer Vulcan Jr., unico erede dell’immensa fortuna della famiglia Vulcan, era sul punto di sposare Giuditta, la figlia di Lazzaro Croce, l’uomo più ricco d’Europa, realizzando così una joint-venture tra le più spettacolose della storia dell’alta finanza.
– Sono davvero contento per te, – riprese l’amico, – e anche per Giuditta, s’intende. È da quando vi conosco che penso che avreste dovuto sposarvi.
Mortimer sorrise, come se fosse convinto che l’altro lo prendesse in giro.
– Davvero, Morty! Non sto scherzando. Anche se vi ho conosciuti quando ancora non stavate insieme, ebbene: fin dall’inizio ho pensato che eravate fatti uno per l’altra.
– Forse pensavi che i nostri soldi fossero fatti per stare insieme… – scherzò Mortimer. – Dai, Lou, non ti arrabbiare, – aggiunse, vedendo che l’amico si stava risentendo. – So bene che parli sul serio. E te ne sono grato.
Fumarono per un po’ in silenzio, poi il futuro sposo riprese a parlare con un tono di maggiore intimità.
– Ti sono grato perché è anche merito tuo se siamo arrivati a questo giorno. Non ne abbiamo mai parlato, ma quando io e Giuditta abbiamo attraversato la nostra crisi peggiore, qualche anno fa, la tua presenza discreta al fianco di entrambi, separatamente, è stata determinante. Da parte mia lo sapevo da tempo, ma recentemente Giuditta mi ha confessato che anche per lei è stato così.
Lou si mise a giocherellare con il nodo della cravatta, visibilmente imbarazzato. Nonostante l’apparenza esuberante e la battuta sempre pronta, Lou MacRoss era in realtà molto riservato, e i complimenti lo mettevano a disagio. A dispetto della giovane età, era una delle firme di spicco del ‘New York Times’ e i suoi articoli erano letti ogni giorno da milioni di persone. Nel giro di una decina d’anni era diventato il miglior cronista di nera del giornale e, ultimamente, si era conquistato un ruolo di prestigio anche come sagace commentatore politico. Pochi erano in grado di tenere testa alle sue raffinate battute di spirito e alle domande dirette e spietate con cui metteva a nudo i punti deboli dell’interlocutore, senza mai perdere il suo disarmante sorriso. Ma di fronte ad una lode sincera nei suoi confronti, si trovava in imbarazzo.
– Non credo di aver fatto nulla di speciale… Ho soltanto cercato di comportarmi da amico. Anche tu avresti fatto lo stesso. E ricordati che se ho cercato di evitare che voi due vi separaste, – aggiunse con nuovo impeto, – è solo perché so che vi amate davvero, e il vostro non è un matrimonio di convenienza. Bada bene a non farmi ricredere!
Fece quest’ultima affermazione agitando l’indice sotto il naso dell’amico, anche se il sorriso che l’accompagnava rendeva meno aspra la minaccia.
Finalmente spensero le sigarette e chiamarono il cameriere, che li guardava con evidente antipatia. Li salutò invece con grande cordialità, dopo che alcuni biglietti verdi furono passati dalle loro mani alle sue tasche.
I due uscirono nell’aria fresca della sera e si misero a passeggiare sugli scogli, nel tentativo di prolungare l’incanto di quella serata così speciale.
Dopo che i Croce, dieci anni prima, avevano lasciato New York per tornare in Italia, Mortimer aveva trascorso dei periodi a Genova presso di loro, per stare con Giuditta, ma per Lou era la prima volta. Il contrasto tra i grattacieli della Grande Mela e il borgo di pescatori dove l’amico l’aveva invitato a cena non poteva essere più violento.
– Perché non rimanete a Genova? – chiese, mentre con lo sguardo abbracciava lo skyline di Boccadasse. – È una città così tranquilla… penso che ti farebbe bene.
– E così vorresti che io ti lasciassi libero di combinare tutti i tuoi intrighi senza il mio controllo? – ribatté Mortimer. – Nossignore! Se è vero che tu mi hai impedito di fare un grosso errore con Giuditta, anch’io ho intenzione di starti appresso perché tu non possa fare troppi danni…
E i due amici proseguirono la loro passeggiata a braccetto, nel buio della notte.
 

Il 'pescatore di uomini'

Il faro intermittente della Lanterna scandiva il tempo con un ritmo asimmetrico: luce, buio, luce, buio, buio, buio, luce, di nuovo buio, luce...
Dalle finestre del suo ufficio, all’ultimo piano del complesso del World Trade Center, Pierre Simon guardava come ipnotizzato quel lampo che appariva e spariva di continuo. L’anno precedente era stato nominato capo dell’ufficio investigativo della sezione mediterranea del Tribunale Europeo, che aveva la sua sede a Genova. E da allora, ogni sera, subiva il fascino strano di quella luce che lo scrutava come un moderno ciclope e sembrava chiedergli conto di quello che aveva fatto nel corso della giornata. Era la città stessa, attraverso il suo simbolo, che lo interrogava in una sorta di laico esame di coscienza.
In quel momento, però, non pensava tanto al giorno appena trascorso, ma piuttosto all’indomani. Quando, due mesi prima, aveva ricevuto l’annuncio del matrimonio di Mortimer Vulcan Jr. con Giuditta Croce e l’invito per il ricevimento, era rimasto sorpreso. Da anni non aveva contatti diretti con i suoi amici del periodo americano, sebbene ne seguisse a distanza le vicende. E anche dopo il suo trasferimento a Genova, seppure a malincuore, aveva evitato accuratamente ogni occasione d’incontro con Giuditta, perché non voleva in nessun modo creare dei legami potenzialmente imbarazzanti con i discussi fratelli Croce. Inoltre, non voleva farsi raggiungere dal suo passato. In un secondo tempo, tuttavia, era stato preso da una strana eccitazione e da vaghe speranze. Infine, poi, si era sentito depresso come dieci anni addietro e aveva deciso che non sarebbe andato.
Quella sera, però, la Lanterna lo stuzzicava: “E vai… no, no, non andare… ma sì, vai… no, forse no…”. Mise i piedi sulla scrivania e si accese un sigaro.
Sebbene avesse solo trentasette anni, Pierre Simon era conosciuto da tutti come il miglior poliziotto d’Europa.
Ma, come spesso accade nelle storie importanti, la sua carriera di investigatore era cominciata quasi per caso.

Una dozzina di anni prima, i ricchi abitanti della costa Est degli Stati Uniti erano tormentati dalle imprese del ‘soffiatore di vetro’, un ladro gentiluomo specializzato in furti di diamanti. Le sue gesta duravano ormai da molti mesi e si diceva che avesse accumulato un bottino di decine di milioni di dollari. E tutto senza lasciare mai la minima traccia. Non c’erano sistemi di allarme in grado di resistergli, al punto che, in quel periodo, alcune ditte del settore rischiarono seriamente di fallire. Le società di sorveglianza più qualificate venivano invariabilmente buggerate da quello che, ormai, tutti indicavano come ‘il nuovo Fantomas’.
La psicosi del fantasma fece persino cambiare alcune abitudini consolidate ad una particolare sottoclasse di ricchi americani: i collezionisti di diamanti. Prima di tutto, molti di loro non si azzardavano più ad uscire di casa la sera, per sorvegliare di persona le proprie gioie: con ciò, i cocktail e le serate di beneficenza cominciarono ad andare deserti. Inoltre si rifiutavano di affidare le loro collezioni ai caveau delle banche dopo che alcuni di essi furono completamente ripuliti dal fantasma, all’apparenza con la massima facilità. Infine, quasi tutti accettavano di pagare alle società di assicurazione premi sempre più elevati, nella speranza che questo potesse spingerle ad un maggior impegno per smascherare il ladro. Ma, ahimè, nessuna di queste precauzioni riuscì a scoraggiare il ‘soffiatore’. La stampa, non sapendo che altro scrivere, cominciò a parlare di ‘mistero’ e di ‘soprannaturale’.
Un giovane studente della Polythecnic University di New York lesse uno di questi articoli e pensò di divertirsi un po’. Da qualche settimana aveva conosciuto un giovane fisico francese che studiava per un PhD in elettronica e telecomunicazioni nel suo stesso laboratorio. I due avevano preso ad andare a mensa insieme e, durante i pasti, parlavano di molte cose. Pierre Simon, questo era il suo nome, oltre ad avere un alto concetto delle proprie capacità – e, a dire il vero, era molto in gamba – era un autentico illuminista. Non perdeva occasione per attaccare qualsiasi idea che non fosse rigorosamente razionale, e prendeva tutto maledettamente sul serio. Proprio per questo il suo compagno si divertiva a provocarlo in vari modi, e non passava giorno senza che lo sfidasse a spiegare razionalmente qualche strano fenomeno, dalla telepatia ad una guarigione miracolosa o supposta tale. Dato che al giovane Simon l’abilità dialettica non mancava, quasi sempre riusciva a far prevalere il suo punto di vista; anche perché l’altro – per la verità – una volta finito il pranzo e ritenendo di essersi divertito a sufficienza, diventava accondiscendente e gliela dava vinta.
Quella mattina entrò nel laboratorio tutto contento, sventolando ‘USA Today’ in evidente segno di sfida.
– Vediamo se riesci a spiegarmi questo, m’sieur! – gli disse allegramente, gettando il giornale sul tavolo, aperto sulla pagina in cui campeggiava il titolo: “Nuova impresa del ladro fantasma! La polizia getta la spugna: ‘È un mago’”.
Man mano che Simon leggeva l’articolo con grande attenzione, un sorriso beffardo si disegnava sul suo volto. Il suo amico lo osservava leggermente perplesso. Anche nel corso delle discussioni più animate non gli aveva mai visto un’espressione del genere.
“Questa volta sta escogitando qualcosa di grosso”, pensò, “non vorrei aver esagerato…”.
Sollevando la testa con una smorfia mefistofelica, Pierre Simon disse: – Non ti spiegherò un bel niente, mio caro yankee! Tanto non riuscirei mai a persuadere quella tua testa dura. Nossignore: farò qualcosa di meglio… – ed esclamò ad alta voce: – Lo prenderò!
Tutti i presenti nel laboratorio si voltarono verso di lui, incuriositi. Contento di avere richiamato su di sé l’attenzione di una platea pronta ad ascoltarlo, Pierre Simon scandì: – Prenderò il ‘soffiatore di vetro’. Entro una settimana.
E ci riuscì.

Un mese dopo aveva cominciato a lavorare come consulente per l’FBI. Da allora in poi, grazie alla sua abilità nel far catturare invariabilmente i criminali a cui dava la caccia, anche per via del suo nome e in contrasto con il suo freddo razionalismo e la sua avversione alla religione e al cristianesimo in particolare, non senza ironia era stato soprannominato il ‘pescatore di uomini’. Proprio lui, che credeva solo nell’uomo e nel progresso, nella legge e nella capacità di farla rispettare, veniva accostato a Simon Pietro, il pescatore di Galilea, colui che aveva sempre considerato il primo di una lunga schiera di impostori!
Dopo alcuni brillanti successi, grazie ai quali la sua fama di infallibilità aveva varcato l’oceano per sbarcare nel Vecchio Continente, aveva ricevuto un’offerta importante da parte dei servizi segreti francesi ed era tornato definitivamente in Europa. Lì, nel giro di pochi anni, aveva sgominato la ‘mafia del bingo’, che taglieggiava le sale da gioco con un giro d’affari di milioni di euro, e aveva smascherato, in un drammatico confronto televisivo, il ministro dello sport, coinvolto in un affare di tangenti sulle corse dei cani.
Il colpo decisivo, però, era stata l’eliminazione del ‘piranha’…

Pioveva da due giorni, ininterrottamente, e tirava un vento gelido dall’oceano. Era autunno inoltrato e alle quattro del pomeriggio era già buio pesto. Avvolto in un pastrano nero, Pierre Simon se ne stava acquattato dietro una roccia, in attesa che il suo uomo facesse ritorno alla capanna sulla scogliera.
Da una settimana faceva la posta a quel rudere fatiscente, ma finora non si era fatto vivo nessuno. Sapeva che dall’esito della sua indagine dipendeva la vita di chissà quante ragazze innocenti, oltre che una parte importante della sua carriera. Per questo non aveva abbandonato il campo nonostante una brutta bronchite che lo tormentava senza tregua.
Tre mesi prima era stato ritrovato in un canale nelle campagne intorno a Brest lo scheletro quasi completamente spolpato di una giovane ragazza, scomparsa da casa da alcuni giorni. Nonostante la polizia avesse cercato di mantenere il segreto, la notizia si era sparsa rapidamente. La gente si chiedeva che specie di animale avesse potuto fare un simile scempio. Prima si era pensato ad uno squalo che avesse risalito la corrente; ma non era possibile, dato che il ritrovamento era avvenuto una cinquantina di chilometri nell’interno. Qualcuno aveva suggerito che potesse trattarsi di un coccodrillo scappato da qualche circo o allevamento privato, ma in tutta la regione non c’era traccia né dell’uno né dell’altro.
La voce che aveva riscosso più credito era quella di una colonia di piranha, anche se sembrava del tutto inverosimile che dei pesci tropicali potessero sopravvivere nel clima rigido della Bretagna.
Solo quando in un altro torrente era stato trovato un secondo cadavere, divorato alla stessa maniera, le autorità avevano deciso di rendere pubblici i risultati delle autopsie. Non c’erano dubbi: le vittime erano state uccise a colpi di coltello e poi divorate da una mandibola umana… L’incubo era servito!
Le indagini della polizia proseguirono con energia, ma senza clamore, nella speranza di riuscire a sorprendere il cannibale prima che questi si sentisse braccato troppo da vicino e si dileguasse.
Dopo che altre due ragazze scomparvero senza lasciare traccia, però, a fianco della polizia scese in campo l’esercito, con un dispiegamento di forze mai visto prima da quelle parti, anche per evitare che la popolazione si organizzasse per proprio conto e la situazione sfuggisse completamente di mano.
Tuttavia, il ritrovamento dei due corpi sbranati, uno nelle acque di un vivaio di trote e l’altro nelle fogne di un piccolo villaggio di pescatori, fecero esplodere la situazione. Gruppi di vigilanti armati cominciarono a battere le campagne e solo per miracolo furono evitate esecuzioni sommarie di persone sospette da parte della gente inferocita.
La quinta sparizione indusse il ministro degli interni a chiedere l’intervento dei servizi segreti. Erano passati quasi tre mesi dal primo delitto e non era stato fatto nessun progresso significativo nelle indagini.
A Pierre Simon fu data carta bianca, purché riuscisse a risolvere la faccenda in un modo o nell’altro. Chiese e ottenne di poter agire da solo. Si chiuse nel suo ufficio per tre giorni e lesse migliaia di pagine di rapporti, guardò centinaia di fotografie, esaminò i referti dei medici legali e volle vedere personalmente i corpi devastati delle vittime.
Per due giorni percorse la Bretagna in lungo e in largo, per visitare i luoghi dei ritrovamenti e interrogare – cosa estremamente penosa – i familiari delle povere ragazze.
In capo a una settimana si era fatta un’idea piuttosto chiara della situazione e aveva cominciato i suoi appostamenti intorno alla casetta sulla scogliera.
Proprio quella sera, durante una perlustrazione nei dintorni, era stato informato della sparizione di una sesta ragazza.
“Ci siamo”, aveva pensato mentre raggiungeva il suo punto di guardia, dietro ad una grossa roccia a picco sul mare. La notizia non l’aveva disorientato. Anzi, era quello che sperava di sentire da giorni. Nella sua testa si era fatto un quadro preciso del modus operandi del suo uomo, ed era sicuro che sarebbe andato proprio lì, dove lui lo aspettava, per fare il suo sporco lavoro.
I fari di un furgone si fecero largo tra la pioggia e l’oscurità, lungo la strada sterrata che conduceva alla capanna.
Pierre estrasse la rivoltella dalla tasca della giacca e rapidamente si lasciò scivolare lungo la scarpata fino al retro della casa. Conosceva quel percorso a memoria, dopo le ispezioni che aveva compiuto più volte, e sapeva esattamente come fare ad entrare.
Si era appena nascosto dietro una tenda, quando sentì le ruote del furgone stridere sull’acciottolato dello spiazzo davanti alla porta d’ingresso. Il motore si spense. Un minuto dopo una chiave girò nella serratura e una sagoma scura si stagliò nel riquadro della porta aperta. Alla luce incerta della notte apparve un individuo grottescamente piccolo, con due gambe corte e sottili e un’enorme gobba deforme che superava la testa di almeno mezzo metro. Sembrava quasi impossibile che potesse esistere un essere così malfatto… Tutto divenne chiaro, però, quando l’uomo lasciò cadere a terra con malagrazia un sacco, da cui si levò un gemito.
“È ancora viva, naturalmente”, pensò Pierre, trovando per l’ennesima volta la conferma a una sua precisa deduzione. Ma, proprio in quel momento, sentì un prurito in gola e all’improvviso gli venne da tossire. La bronchite, che aveva trascurato per non interrompere l’indagine, voleva prendersi la sua rivincita.
“Dannazione! Non adesso… ancora pochi secondi…”, pensò, mentre tratteneva disperatamente il respiro nel tentativo di ricacciare in fondo ai polmoni il rantolo che avrebbe rivelato troppo presto la sua presenza.
La luce si accese, rivelando un uomo di mezza età che si sfilò un anonimo cappotto nero, tutto bagnato, e lo posò con calma su un appendiabiti. Era di statura media, con pochi capelli scuri sparsi sulla testa e un paio di occhiali dalla montatura spessa su un naso un po’ schiacciato, da pugile. Indossava un completo grigio scuro stazzonato e una cravatta nera con il nodo malfatto. Era un uomo assolutamente qualunque, proprio come lui si aspettava.
Il cannibale si chinò sul sacco e sciolse il nodo che ne chiudeva l’estremità. Pierre intravide il volto pallido di una ragazza: era imbavagliata e perdeva sangue dal naso. Gli occhi erano sbarrati e fissavano con terrore l’uomo, che aveva tirato fuori da sotto la giacca un coltello da macellaio con la lama coperta di macchie scure.
– Cof! Cof! Sei in arresto! Cof! – disse il poliziotto tra due colpi di tosse, uscendo allo scoperto e puntandogli la pistola. Il folle alzò verso di lui uno sguardo assolutamente privo di espressione. Gli occhi scuri, che lo fissavano attraverso le spesse lenti da miope, parevano due pozze d’acqua morta. Dopo qualche istante, come se non fosse successo niente, tornò a guardare in basso e meticolosamente appoggiò la lama alla gola della ragazza, per scannarla.
Il primo proiettile lo colpì al braccio destro, facendoglielo rimbalzare di lato con violenza. La mano, divenuta insensibile, perse la presa e il coltello andò a sbattere contro il muro di fronte con rumore metallico. Senza un gemito il ‘piranha’ infilò la sinistra nella tasca dei calzoni e ne estrasse una pistola di piccolo calibro che puntò con calma verso il poliziotto. Il secondo proiettile lo centrò in mezzo agli occhi facendogli saltare il cranio, mentre ancora prendeva la mira. Cadde all’indietro, in un lago di sangue.
Una settimana dopo Pierre Simon veniva nominato investigatore capo del Tribunale Europeo per la sezione mediterranea.

Così era giunto a Genova.
– A Genova! – si disse seccamente. – Tra tutti i posti che ci sono, proprio qui dovevano mandarmi…
Non è che lui ce l’avesse con Genova o con i genovesi. Anzi, la città gli piaceva molto, con i suoi carruggi2, le strade contorte e le case ammassate tra il mare e le colline. Amava passeggiare sul lungomare di mattina presto, quando non c’era nessuno e poteva restare solo con se stesso. Si era preso una piccola mansarda nel centro storico, con vista sui tetti, dove i suoi unici vicini erano i gatti e i pipistrelli.
Genova, però, significava inevitabilmente anche la famiglia Croce, e con essa il passato che aveva cercato di dimenticare, inutilmente.
Aveva conosciuto i Croce durante il suo soggiorno a New York. Lazzaro Croce aveva trasferito per alcuni anni la sede del suo impero finanziario negli USA, quando la situazione dell’Europa, che stava faticosamente diventando una vera nazione, aveva attraversato un periodo di grande instabilità. Il suo punto di contatto, per la verità, non era stato il vecchio, ma piuttosto la figlia Giuditta, geniale e affascinante studentessa di legge, assidua frequentatrice di aule di tribunale e studi legali. Attraverso di lei aveva stretto amicizia con altri giovani brillanti: Lou MacRoss, promettente talento del giornalismo newyorkese; l’estroso Waldo Badmington, perdigiorno nullafacente dalle infinite e sorprendenti conoscenze negli ambienti più in dell’alta società della costa Est; Mortimer Vulcan Jr., degno figlio di Mortimer Vulcan, magnate dell’editoria, del petrolio e di quasi ogni altra possibile fonte di ricchezza (incluso il traffico illegale di armi e forse di altre cose, secondo i meglio informati), nonché eminente membro del Congresso; e poi Elen Eden, l’amica del cuore di Giuditta…
Schiacciò il mozzicone del sigaro nel portacenere. Ripensare al periodo americano gli faceva sempre lo stesso effetto: riapriva vecchie ferite e gli ricordava l’unica, vera sconfitta della sua vita.
 

A mille miglia, nel cielo

Dal finestrino guardava le nuvole qualche chilometro più in basso e il blu scuro del cielo davanti a sé. Con la fronte contro il plexiglas e il mento appoggiato ad una mano, Elen Eden sospirò come può sospirare una ragazza romantica mentre assiste ad un tramonto a undicimila metri di quota.
Avevano lasciato New York da oltre tre ore, e sapeva che avrebbe dovuto dormire se voleva essere in forma il giorno seguente, al matrimonio della sua migliore amica. Ma era troppo emozionata all’idea di rivederla dopo mesi, e in un’occasione così importante!
Era forse un po’ gelosa? Se l’era chiesto seriamente, dato che era una ragazza buona e sensibile. Ma aveva concluso che no, non era gelosa. Aveva sentito di ragazze che erano andate completamente giù di testa quando le rispettive amiche del cuore si erano sposate; pensava anche di essere riuscita a capire, almeno in parte, quale potesse essere la logica che stava dietro una simile reazione… Ma non era il suo caso! Lei era semplicemente strafelice per Giuditta, e anche per il caro, vecchio Morty! Che coppia perfetta erano quei due!
– Gradisce qualcosa da bere? – Un giovane steward (anche piuttosto carino, per la verità) le stava proponendo un assortimento di bevande. Da buona salutista, Elen allungò automaticamente la mano verso un bicchiere di salsa di pomodoro, ma si fermò a metà strada. Per un istante inarcò graziosamente un sopracciglio e poi, con una scrollatina di spalle, prese un calice di spumante.
– Al diavolo! – esclamò, gratificando il giovanotto di un incantevole sorriso che lo fece arrossire fino alla punta delle orecchie.
Il vino ebbe uno strano effetto sulla ragazza, che non era assolutamente abituata all’alcool. Dapprima si sentì euforica e prese a ridere da sola, pensando all’indomani, alla gioia di riabbracciare l’amica e a come sarebbe stata bella vestita da sposa; ma poi i ricordi ebbero il sopravvento e divenne un po’ malinconica. Anche se doveva ancora compiere trent’anni e aveva davanti a sé la prospettiva di una brillante carriera come esperta d’arte e di moda, in quel momento le sembrava che il periodo più bello della sua vita fosse scivolato ormai irrimediabilmente dietro le sue spalle e che alcune occasioni non sarebbero mai più tornate.
Le prime stelle fecero la loro comparsa nel cielo, che stava diventando sempre più scuro. Come richiamato da quell’immagine, lo sguardo della ragazza scivolò verso il bracciale di brillanti che aveva al polso. L’aveva tirato fuori quel pomeriggio da un astuccio di velluto nero, dopo tanto tempo… Non l’aveva mai messo prima. Per anni si era limitata a guardarlo di tanto in tanto, specialmente nei momenti più tristi e malinconici: tutte le volte se ne rimaneva qualche minuto a sospirare, chiedendosi se non avesse fatto l’errore più stupido della sua vita, finché, con una certa fatica, riponeva il monile nel cassetto fino alla volta successiva.
Neanche lei avrebbe saputo dire perché quel giorno se lo fosse messo al polso, appena prima di uscire per andare all’aeroporto. E adesso lo guardava con dolcezza, accarezzandolo con la punta delle dita. Due lacrime rotolarono giù dai suoi occhi grigi, lasciando lungo le guance una striscia nera di rimmel.
 


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