Delitto al Paul Klee
 
di Rosa Cerrato
 

Prima giornata
mattina


Il commissario Nelly Rosso aprì gli occhi, e li richiuse subito. Un’altra giornata, nooo! La primavera era così difficile, così pigra, e lei si sentiva così stanca. La sveglia non aveva ancora suonato, allungò la mano e la spense prima che il suo suono invadente ricacciasse indietro le ultime tracce del sogno. Lottò per riafferrarlo, qualche brandello le rimase in mano, ma il resto, l’importante, le sfuggì tra le dita dissolvendosi lentamente nella nebbia. Era stato un bel sogno, c’era sua madre, lei era piccola, c’era il suo gatto Negus… era inutile, il sogno si rintanò di nuovo negli angoli remoti dell’inconscio da dove era uscito, molto lontano dalla coscienza, e sospirando la donna si alzò.
Davanti al letto dell’Ikea, grande, semplicissimo, senza testiera, solo con un bordo di legno scuro tutt’intorno, alla parete di fronte, era appeso un enorme specchio senza cornice. Da quello specchio la sua immagine la salutava ogni mattina, sempre che lei avesse voglia di guardarsi. Quel giorno Nelly abbassò gli occhi, evitando di vedere riflessa la sua figura alta e robusta, piuttosto muscolosa per una donna, infilata in un informe pigiama che una volta era stato azzurro, i capelli rossi spettinati, il viso ancora gonfio di sonno, gli occhi semichiusi e si diresse svogliata verso il bagno. Forse una doccia fredda le avrebbe dato più energia per quella che si presentava come una giornata particolarmente pesante. Ma già, prima bisognava svegliare Mau.
Maurizio, detto Mau, dormiva raggomitolato come un feto, tutto scoperto, solo con le mutande addosso. Deve dormire raggomitolato per forza, pensò la madre, non ci sta più nel letto. Eppure era un normale letto da adulto, solo che lui era alto un metro e novanta, a diciassette anni, pardon, diciotto anni da un mese.
La madre sperò fuggevolmente che non crescesse più, la sua statura lo impacciava parecchio. Sovrastava tutti gli amici, i professori, lei stessa, che pure piccola non era, era alta un metro e settantotto.
“Mau, dai, svegliati, caro”.
Aveva parlato piano, sapeva che il figlio non amava una voce alta o brusca al momento dell’odiato risveglio mattutino.
Ci avrebbe comunque messo un poco ad alzarsi. Lo scosse con delicatezza, lui grugnì qualcosa, dunque si era svegliato. Lei infilò un cd nell’impianto stereo, premette “on”. La musica di Santana invase la piccola stanza, soft, very soft. Il ragazzo si voltò dall’altra parte con un gemito. Nelly entrò decisa in bagno e chiuse la porta dietro di sé.
La doccia migliorò la situazione e la donna che emerse dal docciaschiuma era parecchio più vitale di quella che ci era entrata. Con sua sorpresa Mau era già in cucina, un profumo delizioso di toast si diffondeva nell’aria. Il tavolo era stato preparato con cura, burro, marmellata, crostini, persino le uova sode. Caffè profumato che saliva gorgheggiando nella caffettiera.
“Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?” chiese Nelly allegra cercando di baciare il figlio.
Lui fu pronto a scansarla, dalla sua altezza non ci voleva molto a sottrarsi. Non si lasciava più baciare, da parecchio tempo in qua, e se glielo permetteva si vedeva che ci pativa.
“Hai scopato col tipo giusto, diciotto anni fa”, ribatté, ruvido.
Nelly lo guardò cercando di capire cosa c’era dietro quella disinvoltura, il padre di Mau era morto quando lui aveva solo due anni, non lo ricordava, forse ne soffriva.
“Magari dovrei parlargli più spesso di lui, raccontargli tanti piccoli particolari… se solo non facesse così male, ancora oggi…”, pensò. Decise di non approfondire. Era questa la sua collaudata strategia di sopravvivenza.
“Dev’essere proprio così, ho avuto una fortuna maledetta”, concluse, conciliante.
“I gatti hanno già mangiato” disse Mau, passando ad altro “se non gliene davo avrebbero mangiato me, le tue belve”, soggiunse, esagerando come sempre.
A Mau piacevano i cani, ma fin da piccolo era stato costretto a convivere con gatti su gatti. Gli ultimi tre, Pippo, Minni e Silvestro, perfetti esemplari di gatti europei tigrati in varie sfumature del grigio e del nero, stavano mangiavano sulla terrazza con l’eleganza della loro specie da tre scodelle colorate. Nelly si spalmò veloce un toast con burro e marmellata di arance amare e uscì sulla terrazza. Come sempre, la felicità la invase. La terrazza pomposamente detta erano cinque metri quadrati su due livelli con un piccolissimo gazebo al primo livello, ma la vista era da non staccare più gli occhi. Il mare, azzurro, quieto, occupava l’orizzonte; a destra, i monti si allungavano verso la Francia, a sinistra si intravedeva la costa fino a Portofino, con il suo promontorio che ricordava un gigantesco sauro sdraiato nel mare. E davanti, il porto, la Lanterna, e sotto il mare di ardesia dei tetti della città vecchia. I gerani sopravvissuti al suo pollice nero e sempre curati da Mau con amore profumavano perché lui li aveva già innaffiati, l’aroma delle erbe (sempre di Mau, perché lei non aveva né tempo né voglia di occuparsene) tra cui quello forte del basilico la colpì in pieno.
“Sai, Mau, che siamo fortunati, tu e io?”.
Mau non amava il sentimentalismo, e neanche lei, di solito.
“Dipende”, osservò laconico, infilandosi la giacca di jeans debitamente rappezzata.
Aveva spazzolato un numero incredibile di toast, e tre uova, ma nessuno l’avrebbe detto. Era magrissimo, allampanato, i capelli castano-rossicci lunghi fin sulle spalle e attorcigliati in dreadlock rendevano il volto ancora più lungo e scavato. Ma riuscivano a nascondere un poco l’acne giovanile e i punti neri che lo imbarazzavano tanto.
“Ciao, Ma”.
Prima che Nelly potesse dire qualcosa, era sparito.
Poco dopo anche lei uscì di casa, la piazzetta era ancora in ombra, i negozi cominciavano pigramente l’uno dopo l’altro ad aprire. Come sempre si infilò nel bar del primo vicolo a sinistra, quello di Beppe. Più che un bar era un’enoteca vecchio stile, di quelle che anche nel centro storico ormai ce ne sono poche. Non era pulitissima, ma dato che l’interno era piuttosto buio la cosa non saltava tanto all’occhio. Il bancone del bar era relativamente recente (vent’anni?), il resto del locale era come quando Beppe lo aveva aperto quarant’anni prima, arrivando dal Piemonte. Veniva da un paese vicino a quello dei genitori di Nelly, Beppe, ma lei l’aveva conosciuto lì. Alle pareti, scaffalature in metallo, da poco, le classiche, riverniciate tante volte di grigio per non mostrare i punti arrugginiti. Non si vedevano comunque molto, le scaffalature, perché tappezzate di bottiglie, le più incredibili, alcune, quelle più in alto, coperte di polvere. C’era veramente di tutto, di più: Fernet Branca stravecchio, liquore Strega, tremila cordiali – anche il Cordial Campari che sua madre aveva amato tanto – e Cynar, Stock 84, Vecchia Romagna, e tante, tante bottiglie di grappa, tutte le grappe d’Italia, e poi una mostra di vini da far invidia al Tecnhotel-Bibe: a Nelly bastava entrare lì perché le si aprisse il cuore. Ma era il cappuccino l’arma segreta di Beppe (anche se solo pochi habitué lo sapevano), perché era senza tema di smentite il migliore della città.
Era per così dire un cappuccino doppio. Mau si sarebbe di certo offeso se avesse saputo che sua madre, dopo che lui si era presa la briga di preparare, come tutte le mattine, la colazione, come tutte le mattine si faceva uno (a volte due) cappuccini da Beppe. Era come un vizio segreto, un modo tutto personale di iniziare bene la giornata, un rito, insomma. Quella mattina Nelly andava di fretta, non poté sedersi a chiacchierare con i soliti habitué che conosceva bene, pensionati per lo più. Questi stavano già discutendo di sport e di politica, e si disputavano l’unico “Secolo” fresco di giornata. Beppe (capelli grigi, polo bordeaux, robusto, occhi vivacissimi nel viso abbronzato e segnato dalle rughe) ne fu un po’ stupito, la chiacchieratina con la dottoressa Rosso faceva parte dell’inizio di giornata. Ma Nelly trangugiò alla svelta il cappuccino senza il quale non riusciva a mettersi in moto, e salutò, uscendo in fretta, seguita dallo sguardo interrogativo e deluso dei pensionati. Ci si discuteva bene, con il commissario. Ci si litigava anche bene, qualche volta.
La donna percorse veloce, a piedi, il tratto che la separava dalla galleria, quella vicino al grattacielo (il primo, costruito a Genova durante gli anni del fascismo, e rimasto perciò “il grattacielo”) mentre la varia umanità dei vicoli veniva via via sostituita dagli impiegati del centro, e, respirando appena, attraversò la galleria più veloce che poté, in direzione mare. Il traffico del mattino imperversava, l’aria era irrespirabile. Camminare le faceva piacere, ma rifletté, come tutte le mattine, che ci sarebbe voluta una maschera antigas per attraversare indenni la galleria che collegava il centro con la zona della Foce.
Ancora un breve tratto dopo la galleria, ed ecco apparire, a destra, l’edificio chiaro del liceo D’Oria, la scalinata di Colombo con le tre caravelle composte da fiori di stagione, e infine l’imponente edificio della questura. Alla sinistra si apriva, grandiosa, piazza della Vittoria, con i giardini di stazione Brignole sullo sfondo.
Il palazzo della Questura centrale era in puro stile fascista. Era stato costruito al tempo del Duce, come piazza della Vittoria lì vicino, con il suo arco ai caduti. Ma a Nelly piaceva. Le piaceva tutto del suo posto di lavoro, semplicemente. Per lei che veniva dalle brume del Piemonte Genova era sempre una sorpresa, un regalo, il cielo, spesso azzurro anche d’inverno, il mare non lontano dalla questura, il verde perenne dei giardini la mettevano subito di buonumore. Amava la città nonostante la puzza dei gas di scarico, il traffico sempre ingorgato a sfidare i diversi tentativi di risolvere il problema con traumatiche quanto inutili inversioni di sensi unici, e anche se i suoi abitanti spesso si davano da fare per confermare i peggiori luoghi comuni sui genovesi. Era una città con una qualità insostituibile: dato che tutti si facevano i fatti loro, tu eri libero. Libero di non essere elegante come a Milano, di non essere chiacchierone, di non cercare contatti, dato che quasi tutti li schivavano. Questo non impediva poche, buone, durature amicizie, e permetteva di vivere a modo proprio, senza dovere rendere conto a nessuno. Chi era cresciuto come Nelly in un paese dove tutti sapevano tutto di tutti e avevano per sport l’impicciarsi dei fatti altrui, sapeva ben apprezzare questa impagabile qualità. Questa amara libertà.
L’altra faccia della medaglia, la solitudine, non la interessava: c’era Mau, c’erano i gatti, c’era il lavoro, ogni tanto c’era... L’agente di guardia la salutò cortese, interrompendo il flusso dei suoi pensieri: “Buongiorno, dotto’”.
Poteva essere dottore o dottoressa, nel loro lavoro era uguale. Il ragazzo era giovane, nuovo di Genova. Veniva dalla Calabria, Nicola. Nelly gli sorrise.
“Ciao, Nicola. È già arrivato il dottor Auteri?”.
“No, dottoressa Rosso. Non si è ancora visto”.
Il vicecommissario Marco Auteri faceva squadra con Nelly. Di solito era in ufficio prima di lei. Anche Nicola lo sapeva, e sembrava perplesso.
“Ok, avvisami appena arriva”.
“Sarà fatto, dotto’”.
Il ragazzo seguì con gli occhi la dotto’. Era una tipa simpatica, gentile, non si dava arie di importanza come molti dei colleghi maschi che lui aveva conosciuto. Non era il suo tipo, troppo alta e massiccia, rossa per giunta, con i capelli ricci e un po’ di lentiggini, e poi vecchia (per Nicola tutte erano vecchie le donne oltre i trenta) però aveva dei begli occhi nocciola un po’ alla cinese, attenti e “perforanti”, questo è l’aggettivo che gli venne in mente. E la bocca era bella, grande, piena, sexy. Chissà se aveva l’amante, sposata non era, ma aveva un figlio, gli avevano detto. Lì dentro, naturalmente, si sapeva tutto di tutti. Poi gli immigrati in coda in attesa di permesso si misero a far baccano e lui chiamò un collega di rinforzo. Alla dottoressa Rosso non pensò più.
“Ma è possibile, tutte a me ’ste scartoffie del cazzo?” gemette Nelly.
Era seduta alla sua scrivania e rimirava sconfortata la montagna di posta e carte varie che vi era stata posata sopra da Valeria, l’agente che fungeva da segretaria. Valeria si affacciò alla porta che divideva l’ufficio di Nelly dal suo, le sorrise con aria di scusa e allargò le braccia senza parlare, tirava aria cattiva con il commissario Rosso quando si trattava di documenti da visionare. Ma si era riseduta da poco al suo posto che comparve sulla soglia Lojacono, collega di Nelly alla Omicidi, originario di Napoli, e entrò come un bolide nell’ufficio del commissario. Lei sollevò la testa dalle carte che aveva cominciato a esaminare rassegnata e lo guardò diffidente. Il tipo aveva un’abilità diabolica a sbolognarle tutte le inchieste spinose, noiose o comunque con poche probabilità di essere risolte in tempi brevi e di portare il benché minimo soffio di gloria. E una preoccupante tendenza a ottenere confessioni con metodi troppo persuasivi, che non piacevano a Nelly. Non aveva affatto l’aspetto di un violento o di un picchiatore, anzi era smilzo e affabile. Solo gli occhi rivelavano un lampo, uno spiraglio che il commissario Carmine Lojacono era un uomo molto pericoloso.
“A Nelly, che me dici? Hai già sentito che è successo al liceo di tuo figlio?”.
Nelly, che non aveva neanche fatto in tempo ad aprire il giornale, lo guardò interrogativa, mentre i peli della schiena le si rizzavano. Tutto ciò che, da vicino o da lontano, riguardava Maurizio la metteva sempre in stato di allerta.
“No, che è successo?”.
“Le comunicazioni sono confuse. Sembra che due o tre, che ne so, dei ragazzi siano improvvisamente usciti pazzi, hanno picchiato una professoressa e sono saliti sul terrazzo, il tetto della scuola. Sul posto ci sono Nucci con Mandelli e Sassu, ma hanno chiesto rinforzi…”.
Prima che il collega finisse la frase, Nelly era già in piedi.
“Si sanno i nomi dei ragazzi?”.
“No, ma sarà una delle solite ragazzate, al giorno d’oggi i guaglioni sono tutti fuori di testa, come i genitori, del resto, per carità”.
“Ci vado io. È arrivato Auteri?”.
Lojacono fece un ghigno, soddisfatto di poterle dare una seconda cattiva notizia:
“Il caro Marco ci mancherà per un paio di settimane. Ha appena telefonato la sua compagna che stamattina ha avuto un incidente d’auto venendo qui, niente di grave per fortuna, l’hanno portato al Galliera; se vuoi ti posso…”.
Prima che Lojacono avesse chiuso la bocca e finito di formulare la sua proposta, Nelly era scesa dabbasso, e, informatasi su che autista e che macchina erano libere, era già salita in vettura e procedeva a sirene spiegate verso il liceo di suo figlio. Lojacono, rimasto impalato in mezzo all’ufficio, cercò la battuta spiritosa:
“Troppo emozionali, voi donne” disse scuotendo la testa e misurando Valeria con aria provocatoria. “È questa la vostra inferiorità, basta che vi si tocchino i figli e date di testa. L’utero, si sa…”, ma fu gratificato dal muto disprezzo dell’altra, e si ritirò in buon ordine senza concludere la spiritosaggine.
Il liceo artistico Paul Klee era in centro, a mezza costa della collina sulla cui sommità si trovava la parte alta della città, e vi si accedeva da salita Bertani, passando per una creuza ampia, coperta da una mattonata rossa, e svoltando poi a destra in un androne. Dal buio del passaggio si sbucava in uno dei tanti angoli nascosti, misteriosi di Genova, di quelli che se non li conosci non ne scopri l’esistenza, se non del tutto per caso, neanche dopo trent’anni che vivi a tre passi da lì. Era un posto appartato, verde, tranquillo, non raggiungibile in macchina: da una parte, sulla destra, solo una specie di largo marciapiede a mattonelle, e poi una passerella che portava all’ingresso del liceo. Dato che il palazzo si trovava sul pendio della montagna, come molti edifici di Genova, disposta ad anfiteatro sul mare, emergeva per alcuni piani al disopra della passerella, e con gli altri piani scendeva fino alla base del pendio stesso. Dall’altro lato l’edificio si affacciava sui binari della funicolare che collegava il centro con corso Magenta, nella parte alta della città, la cosiddetta circonvallazione a monte. Quante volte negli anni precedenti Nelly aveva percorso quella strada per andare a parlare con il preside! La professionalità faceva sì che la donna si mostrasse calmissima, ma un’inquietudine sorda la possedeva.
Due ragazzi, forse tre. Che voleva dire? Con tanti ragazzi, guarda mai che proprio Mau... e perché poi lui?
Ma l’inquietudine non la lasciava. “Beh, ora saprai”, si disse.
L’auto della polizia si fermò nello spiazzo davanti alla chiesa-santuario di Padre Santo, Nelly fece cenno all’autista Marcello di aspettare e schizzò giù per la discesa. Avrebbe potuto far passare l’auto da sotto, arrivando ai piedi del liceo, l’unico accesso carrabile, ma ci sarebbe voluto più tempo. E lei non voleva perderne. Solo le ore di jogging al Righi la preservarono da un infarto: in pochi balzi era già davanti alla scuola. L’assistente Nucci salutò, appena la vide. Era stato avvisato del suo arrivo, la stava aspettando sul portone.
“Dottoressa Rosso, sono due ragazzi della IV A; c’era un normale controllo con cani antidroga, e all’improvviso è scoppiato il finimondo”.
“Un normale controllo, cazzo, e io non lo sapevo; un normale controllo antidroga nella scuola di mio figlio, io lavoro in questura e non lo so”, pensò la donna.
Del resto non era quello il suo settore specifico, di quello si occupava Santangelo, cui Nucci faceva capo.
“E allora? Cosa è successo? Il finimondo, intendo”.
“Uno ha cercato di scappare, magari in bagno, quando la professoressa di matematica ha detto che c’erano i poliziotti con i cani antidroga, lei ha cercato di trattenerlo, pare, ma quello l’ha spinta, la donna ha battuto la testa cadendo, è svenuta, il ragazzo deve aver perso la testa, un altro l’ha seguito, il motivo non è chiaro, sono scappati sul tetto, volevo quasi chiamare le squadre speciali per sicurezza…”.
“Le squadre speciali, ma ti sei impazzito, dove credi di essere, in un film di gangster in America?! Come… come si chiamano i ragazzi?”.
“Bagnasco Francesco e Tondelli Maurizio”.
Nelly se lo sentiva, ma fu un colpo lo stesso. L’aveva saputo dal primo momento, che Mau era in qualche modo coinvolto, anche se non c’era alcun motivo di supporlo. O no? O al giorno d’oggi c’è sempre e comunque motivo? Non c’era tempo di scavare nel passato recente per trovare qualche segnale strano, qualche premonizione.
“Uno è mio figlio. Tondelli Maurizio, per la precisione”.
La voce era neutra, adeguatamente ferma.
“Cristo!” scappò detto a Nucci.
In quel momento Nelly vide il preside, il professor Giacometti. Anch’egli la vide e la riconobbe, si avvicinò, era visibilmente sconvolto. Balbettava e non riusciva a concludere una frase.
“Commissario… dottoressa… è incredibile, inconcepibile, queste cose in una scuola… e poi Maurizio…”.
Lei fece un gesto per fermarlo, non era il momento di perdere la testa.
“Bisogna evitare conseguenze gravi per i ragazzi che sono nelle classi, saranno certamente spaventatissimi, si occupi di loro, preside, per piacere. Chi ha spinto la professoressa Galli?”.
“Il Bagnasco”, disse Nucci.
Il miglior amico di Maurizio, stracazzo, il suo miglior amico, quello che entrava e usciva da casa sua a tutte le ore, il compagno delle elementari e delle medie, un ragazzo bruno e magrolino, tutto occhi, naso e occhiali. Dolcissimo, idealista e del tutto innocuo. Com’era possibile?
“Avete preso contatto con i ragazzi?”.
“Se tentiamo di avvicinarci, quelli si buttano di sotto, hanno detto”, riferì Nucci in un soffio, guardandola preoccupato.
Nelly si avviò decisa verso le scale, ed era arrivata quasi in cima quando si udì uno sparo, e un urlo terribile, seguito subito da un tonfo. Il commissario capì immediatamente, ridiscese a razzo le scale e corse fuori seguita da Nucci e dal professor Giacometti, ma dovettero prima scendere anche le scale a lato dell’edificio e aggirarlo per metà, guidati dalle urla di Sassu, che sbraitava dal tetto e sembrava fuori di testa. In basso, tra le rade erbacce, sul cemento, ai piedi dell’edificio, come un sacchetto di stracci, c’era una figura raggomitolata su se stessa. Accanto un uomo, che Nelly registrò meccanicamente per il bidello della scuola, Gian. Questi era chinato sul mucchietto di stracci.
“Non lo tocchi, non lo tocchi”, urlò Nelly con voce che non riconobbe come sua.
Con la testa vuota di pensieri raggiunse per prima il ragazzo caduto, con cautela lo voltò. Francesco Bagnasco giaceva là, come una bambola rotta. Non si muoveva più. Doveva essere morto sul colpo, il volo era stato di almeno trenta metri. Solo l’esperienza e l’autocontrollo impedirono al commissario di svenire. Si riprese subito, ordinò a Nucci di chiamare il medico legale e la Scientifica, di avvisare il sostituto procuratore. C’era stato lo sparo, strano, le era sembrato ci fosse una strana eco, come se ce ne fossero stati due addirittura – chi cavolo aveva sparato? E Franci era stato colpito, prima di cadere? A prima vista era impossibile determinarlo. Nelly coprì il volto del ragazzo con la propria giacca, poi mentre Nucci restava accanto al cadavere si diresse nuovamente verso l’edificio della scuola.
Nel liceo era scoppiato l’inferno. Il preside era in preda a una crisi di nervi, la seguiva balbettando frasi senza senso e torcendosi le mani, i ragazzi, affacciati alle finestre, in paranoia, urlavano. Alcuni erano svenuti, i cani antidroga ululavano.
“Preside” sibilò Nelly “si riprenda immediatamente, veda di calmare i ragazzi con l’aiuto degli insegnanti, non stia lì a torcersi le mani, se no va a finire che ne casca qualcun altro dalla finestra”.
L’uomo respirò profondamente, recuperò all’incirca il controllo e si mise in moto. Nelly salì come Gesù sul Calvario le scale del liceo, tra le grida disperate dei ragazzi terrorizzati, i pianti, gli insulti, la terribile accusa:
“L’avete ammazzato, assassini, assassini”.
Mau stava seduto per terra vicino alla porta del terrazzo, guardato a vista da Sassu che gli aveva messo le manette. Mandelli stava lì impalato, terreo. Fissava dall’alto la piccola sagoma seminascosta nell’erba e coperta in parte dalla giacca blu di Nelly. La sua pistola d’ordinanza era per terra accanto a lui. Il ragazzo era ancora più pallido del poliziotto. Gli occhi erano dilatati, Nelly gli guardò bene le pupille, erano dilatate anche quelle. Era solo paura? Dopotutto aveva appena visto morire il suo migliore amico, era naturale che fosse sconvolto. “Non fare la mamma”, si disse fredda.
“Cos’è successo, Mau?”.
Il ragazzo girò quasi a fatica la testa verso di lei. Era evidentemente sotto shock. Aveva una calma strana, innaturale, ogni tanto era scosso da brividi.
“L’hai visto, cosa è successo. Quegli stronzi dei tuoi poliziotti hanno ammazzato Franci”.
La voce di Mau si spezzò.
“Io non sono arrivata in tempo a vedere cosa è successo. Vuoi raccontarmelo tu?”.
Il ragazzo stava per avere una crisi di nervi, le labbra presero a tremargli.
“Lui aveva un po’ di scitto, e si è cagato sotto per via dei cani poliziotto, voleva andare in bagno a buttarlo via, ma quella strega della Galli non lo lasciava uscire, si è messa davanti alla porta, lui ha perso la testa, l’ha spinta, lei è caduta, così Franci ha creduto di averla magari ammazzata, è andato in paranoia, io ho cercato di trattenerlo, farlo ragionare, l’ho seguito per questo, ma questi bastardi” indicò col mento i due poliziotti “a gridare e minacciare, arrendetevi, non fate i pazzi che arrivano le forze speciali, lui non capiva più niente, voleva buttarsi di sotto, io a cercare di convincerlo che era stata una stronzata scappare, che per un po’ di fumo non ti fanno niente, che la Galli non poteva mica essere morta per la caduta, ma era così fuori di testa, l’avevo quasi convinto, poi salta fuori quello lì” e indicò Mandelli “sul terrazzo e Franci ha preso in mano un pezzo di mattone, gliel’ha tirato contro, per paura, è saltato sulla balaustra e lui… gli ha sparato! Gli ha sparato, hai capito? L’hanno ammazzato loro, l’hanno ammazzato, lui che non faceva male a una mosca, lui…”.
Adesso i nervi cedevano del tutto, Mau scoppiò in lacrime disperate. Nelly vide, dall’alto, che il medico legale e la Scientifica erano arrivati, e chiamò il dottor Parodi. Questi, un uomo di mezz’età, rotondetto, pelato, guardò in su e la vide; dopo aver constatato che per Francesco Bagnasco non c’era più niente da fare salì rapido da lei, e, capita la situazione, rifilò a Maurizio un’iniezione calmante buona per un cavallo. Ma Mau non era il solo ad averne bisogno. Mandelli era pallido e tremava a sua volta. Sassu, vicino a lui, lo sosteneva.
“Non volevo, non volevo, non è possibile, sono inciampato e mi è partito il colpo, non avevo mica intenzione di sparare, volevo solo intimidirli, non è possibile che mi capiti una cosa così. Dopo trent’anni di servizio vado ad ammazzare un ragazzetto che ha l’età del mio ultimo mio figlio, o Dio, o Dio…”.
Nelly parlò brevemente con il dottor Parodi.
“Si può già dire qualcosa di preciso sulle cause della morte, dottore?”.
Parodi la guardò ironico: “Cascare da trenta metri d’altezza non è mai stato uno sport salutare”.
“Lei mi ha capito benissimo”.
“Certo che l’ho capita. Ha la testa ridotta malissimo, e il resto anche. Bisogna vedere, non mi pronuncio. L’ultima parola la lascio al nostro esimio Nardini”.
Nardini era l’anatomopatologo. Con Parodi tra l’altro non andava particolarmente d’accordo. Bisognava dunque aspettare per avere una qualche certezza. Era inutile insistere.
Dopo mezz’ora Mau era piantonato all’ospedale e dormiva un sonno benigno. Nelly, lasciato Mandelli alle cure di Sassu che tentava senza successo di confortarlo, fece automaticamente tutto ciò che si deve fare in questi casi, aspettò paziente il sostituto, cercando di estraniarsi dal caos scoppiato nella scuola e dentro di lei. Circa tre ore dopo, mentre la Scientifica era ancora all’opera sul terrazzo e nell’edificio, entrava dal vicequestore Esposito con un primo rapporto.
Il vicequestore era abbastanza giovane e alquanto carino, non sembrava affatto un poliziotto e non sembrava neppure un tipico meridionale. Invece era, come Lojacono, napoletano verace. A lui Nelly stava simpatica, anche se non si conoscevano molto bene perché Esposito era stato trasferito alla Mobile di Genova da pochi mesi, e lui stava simpatico a lei. Ma qui non si trattava di simpatia.
“Dottoressa Rosso, che mi dice?”.
Aveva intanto letto il rapporto e stentava a nascondere l’imbarazzo.
“Ci sono molte circostanze da chiarire”.
Nelly si stupì di avere la voce così ferma e sicura.
“Sì…”. Lui giocherellava con i fogli che aveva appena scorso. Poi si decise: “Parrebbe che suo figlio sia coinvolto nel fattaccio solo per amicizia con questo Francesco Bagnasco, che fosse sul tetto in veste di... diciamo di mediatore, per convincere il compagno a non fare pazzie”.
“È così”, confermò Nelly.
“Dato che al momento non è ufficialmente indagato per nessun motivo, penso che lei possa continuare l’indagine perché non esiste incompatibilità. Altro sarebbe, ne conviene, se risultasse qualcosa a carico del ragazzo”.
“Sì, grazie, dottor Esposito”.
“Ma il problema grande come una casa è questa disgraziatissima faccenda di Mandelli. Come può un uomo della sua età e esperienza commettere un errore tanto madornale? Quel povero ragazzo ammazzato come un cane, e adesso tutta la città ci salterà addosso. Come se la stampa non aspettasse altro che parlar male della polizia. Dobbiamo difenderli, e guai se non lo facciamo, ma se qualcuno di noi sbaglia tutti a buttarci la croce addosso…”.
Esposito continuava infervorato nella sua difesa d’ufficio, e Nelly taceva cercando di riportare l’ordine nella sua testa e nel suo cuore. Davanti agli occhi rivedeva il corpo senza vita di Franci, e le si trasformava in quello di Mau. E che Mandelli potesse aver sparato a Franci le sembrava un’assurdità tra le molte di quella folle giornata: proprio un uomo ragionevole e lento come Mandelli, tutt’altro che Rambo. La calma in persona.
“Non è appurato in via definitiva se è stato il proiettile sparato da Mandelli a uccidere il ragazzo, o se questo è caduto per lo spavento dal terrazzo. Se non le dispiace, dovrei occuparmi del riconoscimento da parte dei genitori di Fr… della vittima, interrogare Mandelli, se si è ripreso, sentire di nuovo M… l’altro ragazzo, intanto la Scientifica è ancora al lavoro sul posto… insomma, mi scusi”.
“È ovvio che Mandelli è sospeso fintanto che tutto non sarà chiarito e deve tenersi a disposizione. E mi tenga sempre al corrente degli sviluppi, io devo a mia volta informare il questore che è letteralmente fuori di sé. Mi raccomando, attenta alla stampa, non rilasci la minima dichiarazione”.
“Ovviamente”, assicurò il commissario, e uscì.
L’assistente capo Mandelli era seduto nell’ufficio di Nelly e sembrava un’anima in pena, non si dava pace. Le mani gli tremavano.
“Dottoressa Rosso, sono un uomo finito. Sono rovinato, ma soprattutto non mi perdonerò mai”.
Aveva gli occhi arrossati, Nelly sapeva che era sincero.
“Le indagini sono all’inizio, Mandelli. Calmati, la situazione non migliora se fai così. Non siamo neppure certi che Francesco Bagnasco sia stato colpito, prima di precipitare dal terrazzo”.
“Cosa vuole che migliori la situazione, ho assassinato un ragazzo, poco più di un bambino... anche se non l’ho colpito, è caduto giù per lo spavento, è come se gli avessi sparato”, e si nascose la testa tra le mani.
“Vai a casa, prenditi un calmante, domani sarebbe bene che avessi un incontro con la nostra psicologa”.
Alla parola “psicologa” Mandelli scoppiò a piangere senza ritegno. Gli sembrava di essere in un incubo, disse. E in quell’incubo era in buona e folta compagnia.
 


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