Il diario di Elisa
 
di Gianni perticaroli



25 giugno 2005

Ciao Jolly!
Spero non ti sia arrabbiato perché non ho avuto tempo di scriverti prima, ma finalmente i miei mi hanno permesso di stare fuori fino adesso. Sono quasi le due. Era ora. Hai visto che certe volte a rompere in continuazione poi si ottiene qualcosa?
Sono stata con la Chiara e la Vero al cinema. Abbiamo visto un film del cavolo. Volevamo andare in discoteca, ma non abbiamo trovato il passaggio.
A dire la verità c’era il tipo di cui ti ho scritto l’altra volta che voleva portarci, ma le altre non hanno voluto ed io ho preferito andare con loro.
Se non ti ricordi ti rinfresco la memoria.
Il tipo si chiama Luca e per me è proprio figo. La Chiara dice che lo trova un po’ strano, mentre la Vero sostiene che non sia carino proprio per niente.
Per me sono un po’ invidiose perché lui parla sempre con me e credo che prima o poi mi chiederà se ci mettiamo insieme. Ho questa sensazione e spero di non sbagliarmi.
Ti terrò al corrente.
Cos’altro è successo oggi...
Niente di speciale.
Ho trascorso quasi tutto il pomeriggio a casa. Sono andata con papà a fare la spesa e poi mi è toccato fare la balia alla Michela mentre i miei sono andati da qualche parte, anche se non so dove.
Chissà perché sono sempre un po’ nervosi e non passa giorno in cui non litigano. Quando ho chiesto alla mamma il motivo, mi ha detto che sono un po’ stanchi e che le ferie faranno bene a tutti.
A dire la verità mi sembra che anche durante le ferie dell’anno scorso le cose non andassero molto meglio.
Adesso ho proprio sonno ed è meglio che mi metta a dormire. Anche se sono in vacanza, non riesco mai a dormire fino a tardi perché la Michela si sveglia sempre presto e rompe a tutti.
A domani.
Buonanotte, amico mio!
 

1
Milano, domenica 4 dicembre 2005

La strada sterrata s’interrompeva bruscamente ed era impossibile riuscire a proseguire in auto. Sterpaglie, rami caduti e una buca profonda almeno un metro erano un deterrente sufficiente. Non sarebbe stato possibile oltrepassare quegli ostacoli nemmeno con un fuoristrada. Figurarsi con la sua berlina!
Ercole Ottaviani parcheggiò accanto ad una volante e scese dall’auto. Dal bagagliaio prese un paio di stivali di gomma che non esitò ad indossare. La pioggia degli ultimi giorni di novembre aveva reso quella strada una distesa di fango. Chiuse la macchina e si avviò a piedi. Dopo pochi passi ebbe la sensazione di camminare sulle sabbie mobili.
Percorse un breve tratto, evitò la buca e poi scorse un agente in divisa che gli si stava facendo incontro. Via radio aveva avvertito del suo arrivo.
L’agente indossava un paio di guanti di lattice. Precauzione indispensabile, per chi si trova sulla scena di un crimine.
«Buongiorno commissario. È di qua» disse indicando un luogo da qualche parte alle sue spalle.
«È arrivato qualcun altro della mobile?» chiese. Ottaviani era a capo della sezione omicidi all’interno della squadra mobile della questura di Milano.
«No, lei è il primo» rispose.
Ci aveva impiegato meno tempo lui partendo da casa che i colleghi di turno dalla questura. Se la stavano prendendo comoda. Guardò l’orologio. Erano le tre e quaranta. Si chiese quale potesse essere il motivo del loro ritardo.
Stava per chiamare per sapere dove si trovassero quando Ferrario e Mazzucchelli giunsero arrancando dietro di lui.
Sentì Mazzucchelli bestemmiare perché era affondato per un palmo nel fango. Ferrario, invece, camminava goffamente sulle punte senza però ottenere risultati migliori del collega. Quando lo raggiunsero, le loro scarpe erano da buttare ed il fondo dei pantaloni aveva raccolto talmente tanto fango da pesare qualche chilo.
«Abbiamo sbagliato strada» cercò di giustificarsi per il ritardo Ferrario.
Ottaviani non vi badò e chiese all’agente di condurli sul luogo del ritrovamento.
«Avete chiamato la scientifica e il medico legale?» gli chiese.
«Il medico legale sì. La scientifica non ancora. È meglio se la richiesta la fate voi» rispose.
Il percorso non pareva migliorare molto mentre si inoltravano nella boscaglia. Il sentiero si restringeva leggermente, ma consentiva il passaggio di due uomini affiancati. Il suolo, tuttavia, restava scivoloso e coperto da uno strato di fanghiglia che avrebbe impiegato secoli a seccarsi dato che il sole faticava ad infiltrarsi tra le fronde spoglie degli alberi.
Percorsero circa quattrocento metri, finché videro l’altro agente in piedi dinanzi ad un cumulo di terra. Con lui c’era un uomo un po’ in là con gli anni che teneva un pastore tedesco al guinzaglio. Il cane sembrava piuttosto agitato.
«Andate là» disse l’agente che li aveva accompagnati. «Io torno indietro ad aspettare il medico legale» continuò, e poi tornò sui suoi passi.
I tre uomini della squadra mobile raggiunsero l’altro agente della volante. Anche lui indossava dei guanti di lattice. Erano giunti dove non avrebbero mai voluto trovarsi in una domenica pomeriggio. In più il cielo era del colore dell’acciaio e l’aria di quei primi giorni di dicembre era gelida e tagliente come una lama. Una giornataccia, in tutti i sensi.
Il cumulo di terra era stato smosso di recente, probabilmente era stato il cane, ed aveva portato alla luce un’orribile scoperta. Il viso sfigurato di una donna era emerso da sotto il mucchio di terra.
«Chi è questo signore?» chiese poi Ottaviani all’agente, indicando l’uomo con il cane.
«È lui che ci ha chiamato» rispose.
«Fammi il piacere, accompagnalo dove abbiamo lasciato le macchine. Parlerò con lui più tardi. Oppure preferisce raggiungerci in questura?» chiese poi rivolgendosi direttamente all’uomo.
«Sì, è meglio. Così potrò portare a casa Tom. È abbastanza agitato per quello che ha scoperto» disse accarezzando il muso del cane.
«A più tardi, allora» concluse liquidandolo.
«Ferrario, chiama la scientifica» ordinò e poi si avvicinò al cumulo di terra.
Vi si accosciò accanto. Quel viso apparteneva ad una giovane, un’adolescente, forse. Ne era certo, benché i lineamenti fossero stati deturpati dall’orrore della morte. La pelle era leggermente avvizzita ed aveva il colore dell’avorio. Gli occhi erano chiusi ed erano stati sospinti entro le orbite dal peso della terra con cui era stata seppellita. Le labbra regolari erano socchiuse, come se fossero intente a proferire un ultimo sussurro. I capelli erano castani e tagliati all’altezza del collo. Un paio di cerchietti d’argento erano rimasti saldamente attaccati ai lobi delle orecchie.
Si rialzò. Non c’era più niente che potesse fare per lei. Nessuno avrebbe più potuto fare nulla per lei.
«Mazzucchelli, scatta qualche fotografia. Ferrario, vieni con me. Cominciamo a dare un’occhiata qua intorno mentre aspettiamo la scientifica».
Nell’allontanarsi Ottaviani tirò fuori dalla tasca interna del giaccone invernale un foglio ripiegato in quattro. Lo aprì e lesse il numero di telefono del magistrato di turno. Il numero era vagamente familiare. Si disse che doveva averlo chiamato durante indagini precedenti. Prese il cellulare e chiamò. Doveva avvertirlo di ciò che era stato portato alla luce. Il corpo di una ragazza ed un possibile caso d’omicidio. Avrebbe lasciato a lui la scelta se raggiungere il luogo oppure limitarsi ad essere informato sugli sviluppi.
Ottaviani compose il numero sul cellulare. Contò sette squilli prima che qualcuno rispondesse. Era domenica pomeriggio per tutti.
«Pronto?» rispose una voce femminile.
Ottaviani riconobbe la voce di Patrizia e capì perché il numero fosse familiare. Non sapeva che fosse entrata nella turnazione dei magistrati del tribunale. A dire il vero, ormai, non conosceva più molte cose di lei.
«Sono Ottaviani... Ercole» aggiunse. Di solito avrebbe specificato grado e ruolo, ma con lei non ce ne sarebbe stato bisogno.
«Ciao» rispose. Nella voce della donna risuonò una nota di sorpresa.
«Sei il magistrato di turno, vero?» domandò come se volesse mettere in chiaro il motivo della sua chiamata.
«Sì, certo. Cosa è accaduto?» domandò. La sorpresa era svanita ed aveva lasciato spazio ad un’insolita durezza.
Ottaviani le riferì brevemente il motivo della telefonata. Le spiegò cosa era stato scoperto e come intendevano procedere.
«Mi consigli di raggiungervi?» gli chiese. Un secondo dopo si era già pentita d’averlo fatto. Aveva già dimostrato di non aver più bisogno di lui.
«Non credo sia necessario. Ti terrò comunque aggiornata sugli sviluppi della situazione».
«D’accordo».
«Ci sentiamo presto» la salutò.

Il medico legale giunse verso le quattro e dieci, diede un’occhiata al viso della giovane donna, sentenziò che non poteva essere più morta di così e poi se ne andò. La sua visita durò un quarto d’ora in tutto, compreso il tragitto dall’auto alla scena del ritrovamento e ritorno. In effetti, non avrebbe potuto fare molto altro. Soltanto dopo l’intervento della scientifica avrebbe potuto aggiungere qualcosa.
Il lavoro della scientifica, invece, durò a lungo e proseguì anche ben oltre il tramonto, alla luce artificiale di alcune potenti lampade portate per evitare di dover interrompere la lunga operazione di disseppellimento. Era importante che gli agenti facessero le cose con la dovuta calma e cautela per evitare di danneggiare il corpo e cancellare eventuali tracce lasciate da chi l’aveva sepolta lì. Il suo assassino, probabilmente.
Era fuori discussione, infatti, che qualcuno l’avesse uccisa e poi l’avesse sepolta in quel luogo.
Alle sette e dieci, il corpo della giovane fu riportato alla luce. Ottaviani era nei pressi quando gli operatori della scientifica deposero i loro attrezzi di scavo.
In quelle ore non si era allontanato dalla zona. Aveva compiuto lunghe ed attente perlustrazioni in tutta l’area circostante, ma aveva soltanto potuto concludere che la pioggia aveva cancellato ogni traccia.
«Cosa ne pensi?» chiese ad uno degli agenti della scientifica che aveva appena cominciato a scattare alcune fotografie.
«Che era troppo giovane per morire» sentenziò in tono grave una voce alle sue spalle. Era quella di Paolo Arditi, uno degli ispettori della scientifica. Ottaviani l’aveva visto arrivare, ma ancora non avevano parlato.
Il commissario della squadra mobile annuì e poi si accosciò accanto al corpo. Era ancora vestita. Indossava gli abiti tanto comuni tra gli adolescenti. Un giubbotto rosa ancora allacciato sopra un paio di blue jeans sbiaditi. Ai piedi calzava un paio di scarpe da ginnastica. Le gambe affusolate ben allungate e le braccia sistemate lungo i fianchi lasciavano intendere che il corpo era stato deposto nella buca con attenzione. Forse nelle intenzioni di chi l’aveva fatto doveva essere un ultimo gesto d’affetto.
«Chi l’ha portata qui deve aver seguito il nostro identico percorso» riprese Arditi. Era un uomo di media corporatura, con i capelli corti color argento. Aveva quarantacinque anni, e da venticinque prestava servizio per la polizia. Da quindici anni lavorava al dipartimento della polizia scientifica di Milano.
«È così. Non ci sono altre strade per giungere sin qui» confermò Ottaviani. «Hai idea di come sia morta?».
Arditi si chinò accanto a lui e scostò il colletto del giubbotto allacciato sin sotto il mento. «Giudica tu» disse.
Una linea bluastra correva irregolarmente intorno al collo, come fosse una collana tatuata sulla pelle. Ecchimosi causate da strangolamento.
«È stata strangolata» esclamò. «Con una corda o un laccio» aggiunse.
Arditi annuì. «Credo che sia stata sorpresa e aggredita alle spalle».
Ottaviani annuì. «Hai già controllato se ha dei documenti con sé?» chiese poi.
«Intorno al corpo non c’è nulla. Né borsa, né zainetto. E non c’è niente nelle tasche esterne, a parte un lucidalabbra. Non ho controllato all’interno del giubbotto» rispose. Poi fece scorrere la cerniera e frugò tra le tasche interne. «Niente» disse.
«Niente cellulare, né chiavi?».
Arditi scosse la testa.
«Sono sicuro che le tasche siano state ben ripulite prima che fosse seppellita».
«No, aspetta, qui c’è qualcosa!» esclamò. «Era ben nascosta nella tasca interna».
Era una piccola chiave color oro. Era lunga circa tre centimetri ed era sottile, dello spessore di pochi millimetri. La testa simile ad un fiore stilizzato.
«La chiave di un lucchetto» disse Arditi.
«Di questo colore e con questa forma non ne ho mai visti. Secondo me è la chiave di un diario».
«Hai ragione» convenne l’ispettore della scientifica.


Torna indietro