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I diplomi imperiali per
i feudi di Savignone, Mongiardino, Vergagni
(Fieschi - Spinola - Crosa)
di
G.B. Crosa Di Vergagni
Introduzione
La
raccolta
I diplomi imperiali di investitura, che costituiscono il nucleo portante di
questa pubblicazione, sono conservati presso un archivio familiare pervenuto
fino a oggi attraverso i discendenti in linea diretta della famiglia Fieschi dei
conti di Lavagna del cosiddetto ramo di Savignone. L’occasione del riordino di
questi documenti è stata anche un’opportunità per condurre una schedatura al
fine di mettere a disposizione dello studioso materiale di particolare interesse
per la storia genovese fra XVI e XVIII secolo.
La raccolta si compone di un totale di 108 diplomi imperiali – per la maggior
parte pergamene originali, pochi sono gli atti pervenuti in copia autentica –
che vanno dal 19 giugno 1548 fino al 24 dicembre 1792, vale a dire
dall’investitura dell’octava pars di Savignone a Ettore Fieschi q. Giacomo da
parte di Carlo V fino all’ultima rinnovativa di investitura del feudo di
Mongiardino ad Agostino Fieschi q. Ettore da parte di Francesco II.
Si tratta di un corpus di carte assolutamente eccezionale, poiché tratteggia la
storia delle relazioni dell’impero con la famiglia Fieschi del ramo di Savignone,
ma, allo stesso tempo, ripercorre anche frammenti di storia di alcune famiglie –
Spinola e Crosa di Vergagni – che nel corso dei secoli hanno intrecciato le loro
vicende con quella fliscana, soprattutto grazie alla reciproca politica
matrimoniale. Nella raccolta, infatti, si ritrova una parte di diplomi relativi
agli Spinola in quanto, nel 1607, con le nozze di Tomassina Spinola con Ettore
Fieschi q. Innocenzo, questa, ultima erede del feudo di Mongiardino, portò in
seno alla famiglia del marito questo territorio, oggetto di una dura e lunga
battaglia legale che la vide contrapposta allo zio Benedetto Spinola. Così come
un altro piccolo nucleo di carte riguarda il feudo di Cantalupo, anche questo
pervenuto per alcune porzioni ai Fieschi attraverso la famiglia Spinola.
Ben più complessa risulta la vicenda del feudo di Vergagni, in quanto fu oggetto
di una controversia che vide coinvolte tra XVII e XVIII secolo le famiglie
Spinola, i duchi di Nevers, Urbano Fieschi – che subentrò nel possesso del feudo
nel 1707 quando questo fu revocato a Giovanni Battista Spinola per fellonia –,
Stefano Doria e Giacomo Filippo Crosa, in un complesso intreccio di
compravendite, rivendicazioni e ricorsi al Consiglio Imperiale Aulico che si
protrasse per quasi tutto il XVIII secolo.
Le carte narrano anche alcune vicende curiose come, ad esempio, la
partecipazione della Repubblica di Genova per mezzo denaro al feudo di Savignone
a seguito di una delle molteplici liti tra i cosignori sulla destinazione delle
ripartizioni del feudo. Si trattò di una partecipazione puramente simbolica, ma
fu un diritto che la Repubblica esercitò nel corso dei secoli, chiedendo agli
imperatori la riconferma dell’investitura.
Il feudo di Savignone fu sempre saldamente in seno alla famiglia Fieschi,
all’interno della quale vi era la consuetudine dei matrimoni tra cugini proprio
per evitare dispersioni in caso di assenza di eredi maschi e di esclusiva prole
femminile. L’unico episodio che andò contro questa pratica consolidata fu la
vendita di una porzione di feudo fatta da Ugo Fieschi q. Nicolò. Personaggio di
rilievo all’interno del casato, Ugo si sposò in prime nozze con Barbara Fieschi,
anche lei discendente del ramo XI, per riunire le proprie quote di feudo. Per
ragioni ancora da chiarire ma, probabilmente, dovute a motivazioni di carattere
finanziario a seguito della sua partecipazione alle guerre di religione in
Francia, nel 1626 Ugo promise alla Repubblica di Genova di vendere la sua parte
di Savignone, cosa che, però, di fatto, fece nel 1630 ma a Giovanni Andrea Doria
q. Andrea, ingenerando una lite con i suoi cugini che rivendicarono, con
successo, il diritto di prelazione del feudo, facendo rientrare dopo una lunga
vertenza anche la quota di Ugo in seno alla famiglia.
Altro fatto di rilievo nella vita del feudo di Savignone fu la sua divisione,
che fu decisa di comune accordo tra i due fratelli Innocenzo e Gerolamo Fieschi
q. Ettore e confermata dall’imperatore Leopoldo I nel 1687; una divisione di
breve periodo che durò solo poche generazioni, poiché, a seguito dell’estinzione
del ramo di Gerolamo, la totalità del feudo passò nuovamente ai discendenti di
Innocenzo.
La
schedatura
Le pergamene sono sempre state conservate per generazioni in seno alla famiglia
e nel corso del recente riordino si è a lungo dibattuto se ripartire le carte
seguendo un ordine cronologico e familiare o solo cronologico. Vista la
complessità delle famiglie, al loro interno divise in numerosi rami, si è
preferito adottare questo secondo criterio, vale a dire la catalogazione dei
diplomi imperiali nel solo ordine cronologico, in modo da rendere più agevole la
consultazione dei documenti, aiutando lo studioso con il corredo di sintetici ma
esaustivi alberi genealogici in Appendice.
I documenti sono in ottimo stato di conservazione, i più antichi consistono di
un’unica pergamena ripiegata in più punti; altri sono carte di pergamena molto
sottile, rilegate con cordicella in seta gialla e nera, talora con fili d’oro,
in alcuni casi corredati di copertina in velluto di seta rosso. Le copie
autentiche sono su carta, rilegate sempre con cordicella in seta gialla e nera e
corredate dei sigilli, in genere a secco, della cancelleria imperiale. Solo in
alcuni documenti sono pervenuti anche i sigilli pendenti in cera, colati
all’interno di custodie lignee.
Nelle prime voci della schedatura, l’autore ha riportato parti “tecniche”
dell’atto come la data, cronologica e topica nella stessa voce, l’imperatore
concedente il beneficio, il feudatario impetrante (talvolta più signori) e la
tipologia del documento, con una voce specifica relativa allo stato di
conservazione.
Il commento, di cui alla seconda parte, contiene parte degli studi portati
avanti per anni dall’autore, ed è uno strumento fondamentale per chiarire – di
volta in volta – gli aspetti più strettamente genealogici, le vicende
successorie all’interno del feudo, le controversie tra i vari rami della
famiglia e, molto spesso, con altri casati. In molti casi sono state aggiunte
notizie provenienti dal ricco materiale d’archivio conservato presso la
famiglia.
Il
feudo di Savignone
Il 19 giugno 1548, in Augusta, l’imperatore Carlo V emanava un diploma verso
Ettore Fieschi q. Giacomo, investendolo dell’octava pars di Savignone. L’atto
rappresentava il punto di arrivo di una delicata trama politica tessuta da
Ettore Fieschi – in quel momento il più autorevole rappresentante del ramo
fliscano cosiddetto di Savignone – all’interno del delicato scenario politico
successivo alla congiura di Gian Luigi Fieschi – ormai deceduto ma
rappresentante del ramo cosiddetto di Torriglia – e che vedeva coinvolta la sua
famiglia, la Repubblica di Genova e l’impero.
La congiura, infatti, aveva messo in tutta evidenza la debolezza della struttura
repubblicana e la possibilità di rivendicazioni, anche violente, da parte di
famiglie che un tempo godevano di un peso politico ben maggiore in città. Per
questo, l’ambasciatore imperiale a Genova, Gomez Suarez de Figueroa,
all’indomani dei fatti, si premurava di relazionare a Carlo V quanto accaduto,
sottolineando che aveva già preso contatto con “Jeronimo hermano del Conde de
Fiesco, requirendole y exortandole a dexar las armas, como feudatario y
pensionario de V.M.” e specificando che, a seguito di questo colloquio, tutti i
fratelli di Gian Luigi avevano lasciato la città portando con sé tutta la loro
gente “assi forasteros como naturales, que era de gran numero, y restituido las
dos portas que havian tomado”.
Nell’emergenza dei fatti si distingue subito la duplice azione di Figueroa:
l’immediato contatto con i fratelli dell’autore della congiura e il richiamo ai
legami di vassallaggio e fedeltà che legavano la famiglia all’impero.
Il giorno successivo ancora Figueroa, scrivendo a Ferrante Gonzaga, evidenzia
come l’episodio debba essere represso con fermezza “para refrenar la ynsolencia
de algunos mal inclinados, por que si no lo hace se podria seguir otro mayor
ynconveniente del passado, y no sera en mi mano podello estornar ni remediar”.
L’esame dello scambio epistolare tra gli aventi causa all’interno della congiura
mette in evidenza il ruolo dei fratelli di Gian Luigi, la volontà di vendetta di
Andrea Doria, i tentativi del governo della Repubblica di rassicurare Carlo V
circa la fedeltà della città all’impero e i resoconti, sia di Figueroa sia di
Ferrante Gonzaga, sullo stato della situazione politica genovese.
A nessuno di questi pare di ravvisare un coinvolgimento del ramo di Savignone
fino a quando, sempre nel mese di gennaio 1547, una “persona degna di fede”
riferisce per lettera dei contatti di Ettore Fieschi con il papa e il duca
Farnese circa un progetto per riprendere il controllo della città di Genova,
organizzando una falsa spedizione navale verso il Regno di Napoli, in modo da
far accorrere le galee di Andrea Doria e di Ferrante Gonzaga in soccorso del
Regno, lasciando sguarnita Genova, dando così la possibilità ai nuovi congiurati
di entrare con le galee nel porto e di prenderne il controllo. Tuttavia, a
questa lettera non fece seguito alcun commento in nessuno dei dispacci
successivi, segno che si trattava chiaramente di menzogne messe in circolo da
qualcuno – forse Andrea Doria? – interessato alla completa sconfitta della
famiglia.
L’argomento principe, infatti, oltre alle rassicurazioni sulla continua fedeltà
della Repubblica e sul suo ritrovato equilibrio politico, verte sulle
spartizioni dei beni di Gian Luigi e dei suoi fratelli, oggetto delle
rivendicazioni prima di tutto di Andrea Doria, quasi a risarcimento dei danni
personali che aveva subito a causa della congiura, di Adamo Centurione, di
Ambrogio Spinola, di Antonio Doria, dei Landi e della stessa Repubblica. Tra i
vari feudi di cui si parla, non si fa mai cenno all’octava pars di Savignone,
che pur rientrava tra i beni concessi dall’imperatore Massimiliano a Geronimo
Fieschi nel 1496.
Nell’ambito di una situazione così fluida e complessa si dipana la politica di
Ettore Fieschi. Grazie agli stretti rapporti di parentela con Antonio Doria –
uno degli uomini di fiducia dell’impero a Genova nella repressione dei
congiurati – e alle influenti conoscenze presso la curia papale, Ettore riesce a
smarcarsi dalla politica dei cugini. Nonostante il tentativo operato da altri di
coinvolgere anche il ramo di Savignone nella congiura, la posizione di Ettore
appare chiara, fedele alla Repubblica e alle sue tendenze filo-spagnole. L’esito
di questa linea politica sfocia nel diploma del 19 giugno 1548, con il quale
l’imperatore Carlo V gli concede l’octava pars di Savignone. Nella prima parte
del documento si legge quanto accaduto a seguito della congiura di Gian Luigi
Fieschi, cioè la confisca dei beni del ribelle, la successiva donazione ad
Andrea Doria con l’eccezione dell’ottava parte di Savignone unita alle tre
“ville” di Sorrivi, Braia e Ternano appartenenti alla giurisdizione di Montoggio,
concesse al dilectus Ettore Fieschi proprio per la fedeltà da lui dimostrata
all’impero.
Se l’infeudazione dell’ottava parte di Savignone può essere letta nell’ottica di
una sorta di certificazione da parte dell’imperatore di un territorio che
precedentemente era stato concesso ad altri da un suo precedessore e nella
volontà del feudatario, segnatamente Ettore Fieschi, di non dare adito a
successive rivendicazioni da parte dei cugini ormai riparati in Francia, ben più
complesse da rintracciare sono le ragioni che spinsero Ettore Fieschi a
trasformare Savignone, che da secoli era una signoria del casato fliscano, in
feudo; un passaggio avvenuto molto più tardi rispetto all’infeudazione
dell’ottava parte, il 25 febbraio 1564.
La critica più recente è concorde nel ritenere che, nel corso del XV secolo,
nonostante i comuni urbani avessero saputo ridurre drasticamente la signoria
rurale nelle campagne, si assiste a una ripresa dell’istituto del feudo che
viene visto “come strumento di raccordo e disciplinamento di quei nuclei di
potere signorile che non erano mai stati eliminati dai comuni”. Tale processo
viene codificato dall’imperatore Massimiliano I con la creazione del Consiglio
Imperiale Aulico nel 1498. Il fenomeno e la sua successiva persistenza è stato
visto come “elemento portante della crisi” dell’intera società italiana del
Cinquecento e del Seicento, ovvero come segno e indicatore di una sua
costituzionale e insuperata debolezza, nonostante gli splendori dell’età
comunale e rinascimentale”.
La politica di Ettore Fieschi, quindi, si inserisce all’interno di uno scenario
internazionale più ampio. Senza dubbio Carlo V aveva ridato fiato ai
particolarismi signorili e aveva giocato un ruolo effettivo di sovrano dei
feudatari imperiali. A Genova, per di più, si era visto quale determinante peso
politico aveva assunto l’impero nello scacchiere delle relazioni tra la
Repubblica, il regno di Spagna e gli equilibri interni tra le famiglie patrizie.
Nell’ambito della consolidata legislazione feudale, il feudatario aveva ormai
un’ampiezza di poteri tali da garantirgli un’autonomia giurisdizionale nei
fatti. A partire dai glossatori bassomedievali, infatti, il rapporto tra il
signore e il vassallo viene visto come un modello ideale, in quanto il signore
concedeva un fondo in godimento (beneficium) delle cui sorti il concessionario
diveniva sostanzialmente padrone. “In tal modo il signore e il feudatario
rimanevano, ciascuno a modo suo, in una situazione di dominio e di possesso,
soltanto che il dominus possidet civiliter et in solidum mentre il vassallus
possidet naturaliter et in solidum” [...]. Con ciò si conferì al feudatario una
situazione reale di assoluto prestigio fondata sulla immediata relazione di
fatto con la cosa e contraddistinta da effettività e ampiezza di poteri”.
Il feudatario, di conseguenza, aveva una serie di benefici. Innanzi tutto poteva
alienare in parte e a certe condizioni il feudo anche senza l’assenso del
signore, anche se, nel caso specifico dei Fieschi di Savignone, la famiglia
attuò nei secoli una politica di conservazione dell’integrità del feudo, anche e
soprattutto con matrimoni tra parenti. Inoltre, il vassallo poteva livellare il
feudo o alcune sue parti e poteva a sua volta subinfeudare il bene concesso;
senza contare che era suo diritto amministrare la giustizia, in genere con il
merum et mixtum imperium, e aveva la facoltà di riscuotere nel territorio
infeudato determinate entrate che lo stato gli concedeva.
A conti fatti, vista la delicata situazione politica, Ettore Fieschi e gli altri
cosignori di Savignone videro un ampio vantaggio nella trasformazione della loro
antica signoria in feudo. Un territorio ampio e variegato, posto a cerniera di
alcuni importanti valichi appenninici, lungo vie di transito che dalla
Repubblica di Genova conducevano verso i regni del nord, e che nel corso dei
secoli successivi fu arricchito da altri feudi provenienti dall’accurata
politica matrimoniale che già in passato aveva caratterizzato la famiglia.
Marina Firpo
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