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Donne al margine
La prostituzione straniera a Genova
di Emanuela Abbatecola
Introduzione L’altra faccia dell’immigrazione femminile
di Maurizio Ambrosini
Oltre ad essere associate con le occupazioni domestiche e assistenziali, le donne immigrate vengono frequentemente identificate con il fenomeno della prostituzione, e della prostituzione esercitata sulla strada, nelle condizioni, più pesanti, rischiose, disturbanti per i residenti e le società locali (Ambrosini, 2005). Certo, sarebbe riduttivo sostenere che questi sono i due soli ambiti occupazionali accessibili alle donne immigrate, e che l’uno rappresenti il rovescio dell’altro. Si farebbe torto alle donne che cercano faticosamente altre strade per inserirsi nel mercato del lavoro, nell’ambito dei servizi, in alcuni settori produttivi in cui è richiesta manodopera femminile (alimentare, abbigliamento ecc.), in attività qualificate come la mediazione e l’interpretariato, in ruoli impiegatizi che cominciano timidamente ad aprirsi, e sempre più anche nel lavoro indipendente.
Resta tuttavia, nella percezione dell’opinione pubblica, una drammatica sovrapposizione tra l’arrivo di giovani donne immigrate e sviluppo del mercato del sesso, che trova riscontro nei numeri e nella visibilità del fenomeno, soltanto attenuata dalle trasformazioni avvenute negli ultimissimi anni, con il trasferimento al chiuso, su strade periferiche e in luoghi più appartati.
Occorre dunque considerare alcuni interrogativi che il fenomeno suscita e che stanno alla base dell’approfondimento svolto nella nostra ricerca.
Anzitutto, ancora una volta, l’ingresso e la rapida espansione di un’offerta straniera in questo ambito molto particolare di scambi economici suscita la questione relativa a una domanda interna molto ampia e insoddisfatta. L’evoluzione della prostituzione italiana verso forme meno visibili e più protette ha lasciato scoperto il segmento di mercato più pericoloso e disagevole, quello della prostituzione di strada. Così, come in altri ambiti, il ricorso all’offerta straniera sembra aver compensato i vuoti comparsi nel mercato interno. Come e più che in altri casi, tuttavia, gli operatori stranieri (criminali) che si sono inseriti non hanno semplicemente colmato dei buchi, ma si sono rapidamente imposti come protagonisti autonomi del “mercato”, stimolando anche una domanda aggiuntiva, grazie a prezzi competitivi, al fascino dell’esotico, all’offerta di ragazze molto giovani, alla stessa visibilità della “merce” in vendita.
Un’altra analogia istituita a livello intuitivo nel dibattito sull’argomento riguarda il rapporto tra l’emancipazione delle donne italiane e la loro sostituzione con donne straniere. Qualcosa di analogo a ciò che avviene alla luce del giorno e nella sfera domestica per il ricorso a collaboratrici familiari e assistenti domiciliari immigrate, sembra avvenire nel buio e per le strade con l’acquisto di rapporti sessuali a pagamento. Anche in questo caso, la ricca domanda occidentale sembra aver bisogno di reperire altrove prestazioni che celano rapporti sociali non più proponibili nei confronti delle donne autoctone. Come mostra Emanuela Abbatecola nella ricerca qui presentata, questa analogia è però meno scontata e indiscutibile di come appare.
Un terzo collegamento con la condizione di altre donne migranti riguarda l’incidenza di forme di specializzazione etnica. Come nel lavoro domestico-assistenziale, sono alcune componenti nazionali ad alimentare l’offerta di prostituzione, anche se con modalità diverse e cangianti, un fatto che ci rivela che sono all’opera reti sociali che hanno alcuni aspetti in comune con quelle operanti in attività lecite. La possibilità di distorsione dei rapporti fiduciari e di mutuo aiuto in “reti viziose” trova qui drammatiche conferme.
Analizziamo brevemente questo aspetto, peraltro oggetto di approfondimento nella ricerca empirica. I due gruppi più attivi sono stati per diversi anni quello nigeriano e quello albanese. Nel primo, non è stata superata una dimensione organizzativa “etnica”, poco strutturata, intrisa di elementi tradizionali, ma a suo modo efficace di gestione del traffico. Centrali appaiono le figure femminili, delle madame o maman, sia nella fase di reclutamento delle ragazze nei luoghi di origine, facendo balenare opportunità di lavoro e di guadagno, sia soprattutto nella gestione dell’attività in Italia: ospitalità abitativa, istruzioni tecniche, gestione dei guadagni, controllo dei comportamenti, passano attraverso l’oculata supervisione delle maman, che “acquistano” le ragazze facendole venire in Italia e vantano poi il diritto di rivalersi dei costi sostenuti. Gli uomini restano in posizione defilata, incaricati di presidiare il territorio, di svolgere ruoli di corrieri e guardaspalle. La gestione al “femminile” del traffico comporta anche una capacità di manipolare bisogni affettivi e relazionali, accrescendo il consenso e facendo della maman un modello da imitare: superato lo sconcerto e il disinganno per le promesse non mantenute, non poche ragazze nigeriane aspirano a finire di pagare il loro “debito” per poi mettersi in proprio, acquistando altre ragazze che lavorino per loro.
Il caso albanese appare più complesso e stratificato. Per alcuni anni, ha presentato modalità di funzionamento più rudimentali e violente, a base familiare e clanica: le ragazze venivano spesso attirate da “fidanzati” che le andavano a cercare nei villaggi di origine, convinte a partire per l’Italia, poi obbligate a prostituirsi, ricorrendo sovente a minacce e sevizie. A volte si trattava di veri e propri rapimenti. Con la strutturazione di organizzazioni criminali più efficienti e capaci di controllare il mercato, le ragazze hanno cominciato ad essere vendute dal primo gruppo, solitamente più improvvisato, ad un altro, e magari poi a un terzo, in grado di gestirne meglio l’attività sul territorio.
In Italia, il controllo a vista, la convivenza con gli sfruttatori, il frequente impiego della violenza, hanno caratterizzato il modello operativo del traffico albanese, che è risultato anche per questi motivi relativamente più esposto e vulnerabile all’azione repressiva.
Negli ultimi anni, sono però intervenute diverse innovazioni organizzative, che hanno reso più sfuggente e difficilmente penetrabile questo sistema criminale. L’area di reclutamento è stata allargata ad altri paesi dell’Europa orientale, cosicché frequentemente gli sfruttatori sono albanesi, ma le ragazze sempre meno. Sono cresciuti di pari passo i collegamenti con altre organizzazioni malavitose, e si è ampliata la pratica della compravendita delle giovani donne da avviare alla prostituzione in Italia e in altri paesi occidentali. Nelle inchieste, non raramente figurano persone di nazionalità diversa, italiani compresi: si parla al riguardo di un’evoluzione in senso transnazionale del traffico di donne destinate ad alimentare il mercato del sesso.
Anche le modalità di sfruttamento sono diventate meno rozze: alla strada si vanno sostituendo appartamenti e locali privati. L’attività ancora svolta per le strade viene spostata in aree più periferiche, appartate, o su percorsi extraurbani, in modo da risultare meno disturbante per i residenti. Sul territorio, le donne vengono spostate più spesso e rapidamente, in modo da ostacolare sia l’azione repressiva, sia l’instaurazione di rapporti personali più approfonditi da parte degli operatori delle associazioni impegnate nel settore. Nei rapporti con le donne prostituite, entrano più spesso in gioco anche in questo caso figure femminili, incaricate di simulare una gestione più morbida e dialogica. Il debito viene inoltre anche in questo caso usato diffusamente come strumento per ottenere sottomissione e obbedienza.
Nello stesso tempo, altri gruppi dell’est europeo sono entrati nel business della prostituzione, e nuove organizzazioni si propongono sulla scena, sovente riproponendo inizialmente le forme di sfruttamento brutali che le bande più esperte cercano di superare o di occultare. I rumeni sono oggi i principali protagonisti di questi nuovi inserimenti nel settore, quanto meno nel Nord Italia. Altre reti restano invece pressoché sconosciute e impenetrabili all’azione repressiva, come la prostituzione cinese, esercitata esclusivamente al chiuso.
Un punto assai discusso della questione concerne poi le svariate sfaccettature del rapporto tra coercizione e consenso, che si pone come un nodo cruciale delle relazioni tra organizzatori del traffico di esseri umani e persone coinvolte. Skeldon (2000), con riferimento all’Asia sud-orientale, ha sottolineato in proposito il passaggio da interpretazioni monolitiche delle donne come vittime, sostenute in particolare da correnti di pensiero femministe e da molte organizzazioni non governative, ad una visione più complessa del fenomeno, in cui entra in gioco la constatazione che la maggioranza delle donne entra nell’industria del sesso volontariamente e che il legame con la tratta non è così stretto come si credeva.
Le ricerche sul campo svolte in Italia tendono però quasi sempre a confermare l’idea della diffusione di gravi fenomeni di coercizione e sfruttamento, anche se è cresciuta la consapevolezza delle diversità dei casi e dei complessi intrecci tra scelte individuali e dominazione organizzata.
Come ha notato un’esperta che segue da anni progetti e iniziative sull’argomento
Sia che sappiano cosa vengono a fare, sia che ne siano all’oscuro, nessuna immagina, però, le condizioni in cui si troverà a vivere e a prostituirsi: con qualsiasi condizione atmosferica, per moltissime ore al giorno, almeno sei giorni su sette, senza interruzione sia che sia mestruata, sia che sia incinta (salvo il tempo per l’interruzione di gravidanza). Chi conosce qual è il capolinea del suo progetto migratorio pensa, comunque, di farlo per un breve periodo di tempo, il necessario per guadagnare un po’ di denaro e poi tornare… cosa che poi non avverrà quasi per nessuna, per costrizione o per scelta. Altro elemento che le accomuna e le rende particolarmente vulnerabili è la clandestinità, oltre alla giovane età e la scarsa, a volte nulla, conoscenza della lingua del paese in cui giungono (Da Pra Pocchiesa, 2001, p.14).
Se è ingenuo quindi pensare che le donne straniere che si prostituiscono in Italia o in altri paesi siano tutte vittime ignare o rapite con la forza, sarebbe altrettanto sbagliato acconsentire alla visione opposta, per la quale si tratterebbe di persone consapevoli che hanno deciso liberamente di guadagnarsi da vivere offrendo servizi di tipo sessuale, sottoscrivendo dei contratti con chi fornisce loro appoggio logistico e organizzativo in cambio di una parte dei proventi. Occorre dunque porre in luce i processi che concorrono alla costruzione sociale dell’offerta di prostituzione straniera, esplorando i territori intermedi tra i due poli dell’assoluta costrizione e della scelta libera e consapevole, come abbiamo inteso fare nell’indagine empirica.
Un efficace spunto in proposito è offerto da una ricerca del Cespi, che classifica quattro fattori che garantiscono la collaborazione delle persone oggetto del traffico con le organizzazioni che lo gestiscono: gli elementi cooperativi, il ricorso alla violenza, l’uso del ricatto, l’uso dell’inganno. Anche nel primo caso, tuttavia, la remissività e la lealtà degli individui sfruttati si regge su presupposti come la distanza tra le informazioni di cui è in possesso la rete dei trafficanti e quelle che giungono alle loro “dipendenti”. Inoltre, la relazione è di solito più consensuale agli inizi, mentre si deteriora nel tempo, quando emerge l’interesse della rete dei trafficanti a protrarre il più a lungo possibile il rapporto di sfruttamento, a deciderne le modalità e ad appropriarsi della maggior parte dei proventi (Pastore, Romani e Sciortino, 1999).
Si può aggiungere che tanto le situazioni di partenza, quanto le pressioni psicologiche, le minacce, la paura delle autorità, la mancanza di conoscenze della società ricevente e delle possibili alternative, rendono l’apparente cooperazione in vario modo condizionata da fattori che sovrastano e limitano l’espressione di scelte soggettive consapevoli e libere. È dunque sempre necessario domandarsi come sia stato costruito il consenso, e quali vincoli lo sostengano.
In primo luogo, lo squilibrio tra le possibilità d’ingresso nei paesi avanzati e l’aspirazione a partire genera un grande mercato per coloro che sono pronti a soddisfare la speranza di imprimere una svolta alla propria vita emigrando. Questo drammatico scompenso tra domanda e offerta di migrazione genera il primo e fondamentale anello del traffico di essere umani, rappresentato dal debito contratto, che comporta gravi forme di soggezione ai creditori. Nelle “normali” immigrazioni irregolari, i trasportati pagano il servizio o hanno qualcuno in grado di garantire e pagare per loro, rappresentato di solito dai componenti della rete familiare già insediati nella società ricevente. L’insediamento previo teste di ponte e legami affidabili è la risorsa principale che preserva i migranti in condizione irregolare dalla caduta in circuiti di emarginazione, sfruttamento grave o coinvolgimento in attività illegali. La migrazione in assenza di queste condizioni presenta in generale condizioni di rischio.
La soggezione ai trafficanti parte dunque, in generale, dall’esposizione dei costi necessari, la cui reale entità viene peraltro spesso illustrata soltanto in un secondo tempo, e calcolata secondo criteri che sfuggono alle persone trasportate. A questi elementi vanno aggiunti i fattori di debolezza derivanti dalla condizione di immigrata irregolare o clandestina, l’età molto giovane, la conoscenza scarsa o nulla della lingua e delle istituzioni del paese ospitante.
Alla costruzione del consenso contribuiscono altri dispositivi che servono a piegare la capacità di autodeterminazione delle donne immesse nel mercato del sesso. Nel caso nigeriano, si ricorda spesso il ricorso a rituali magici, come elementi di consolidamento del legame cooperativo. Anche queste pratiche servono a mantenere soggiogate le persone in una relazione che le vede vincolate con un giuramento di fedeltà a coloro che le hanno aiutate a passare la frontiera, le ospitano, le accudiscono, e ovviamente le sfruttano.
Ma questo non basterebbe se non dovessimo fare i conti anche con forme più sottili e ambigue di manipolazione della libertà personale. Già in una precedente ricerca, è capitato di cogliere persino una sorta di rammarico o di ambivalenza nei confronti dello sfruttatore (Abbatecola, 2002b). Rimangono a distanza di tempo tracce del fatto che le vittime, quando erano nel giro, avevano in lui l’unico punto di riferimento e, nonostante tutto, a volte aspiravano al suo affetto e competevano con altre per ottenerlo.
La manipolazione affettiva probabilmente è ancora più agevole e diffusa quando sono donne che sfruttano altre donne, come nel caso della rete nigeriana. Per esse, la maman è una confidente, una guida, una benefattrice. A volte diventa un modello da imitare. L’assunzione della consapevolezza del suo ruolo cruciale nella catena dello sfruttamento è di solito lo sbocco di un lungo processo di rielaborazione della propria esperienza e di presa di coscienza dei meccanismi del traffico. Ciò nonostante, come vedremo, raramente le nigeriane denunciano le maman o altri sfruttatori.
La solitudine, lo sradicamento, il senso di estraneità, la mancanza di informazioni, provocano reazioni emotive destabilizzanti, che solo ad un’analisi superficiale possono essere interpretate come espressioni di un fondamentale consenso nei confronti dello sfruttamento.
Nel processo di costruzione della cooperazione delle vittime del traffico, va richiamato infine il problema dell’asimmetria informativa (Pastore, Romani, Sciortino, 1999). Tra gli elementi che concorrono a istituire legami collaborativi e l’apparente relazione consensuale, un aspetto determinante deriva dal fatto che le uniche informazioni che arrivano alle donne vengono fornite dai loro sfruttatori. Queste donne non hanno in genere, fino al momento in cui riescono a comunicare con operatori, volontari, a volte persino con i clienti, altre fonti di notizie sulle loro condizioni, i loro diritti, le opportunità a cui avrebbero accesso se uscissero dalla prostituzione e si ribellassero allo sfruttamento.
Gli sfruttatori hanno buon gioco nel drammatizzare le conseguenze delle attività repressive della polizia e della giustizia italiana, così come nell’ingigantire le loro capacità di ritorsione nei confronti di chi tenta di sottrarsi al destino di prostituta. Pertanto la possibilità di autodeterminazione e di scelta da parte delle donne prostituite è in realtà drammaticamente vincolata da un set di opportunità informative molto ridotto, assai dipendente e manipolato dalle reti che le tengono sotto controllo, le hanno fatte entrare in Italia oppure le hanno acquistate per prostituirle.
Analizzare da vicino il fenomeno della prostituzione immigrata, come vedremo, mostra dunque quanto sia intricata l’area grigia che si situa tra l’assoluta costrizione e il libero consenso e quali sfaccettature possa assumere il condizionamento della volontà di altre persone a fini di sfruttamento.
Il confronto tra i casi della prostituzione, qui considerata, e quello dell’inserimento nei servizi domestici e assistenziali, studiato per il caso genovese in un’altra ricerca già pubblicata, consente infine di cogliere una serie di nodi che ineriscono alla condizione delle donne immigrate: la debolezza sociale e la soggezione derivanti dall’indebitamento e dall’ingresso irregolare; il ruolo ambivalente delle reti etniche; la faticosa e spesso frustrante ricerca di alternative e spazi di espressione individuale in contesti variamente vincolati; il peso dei vincoli familiari e della necessità di provvedere ai propri cari, come fattore condizionante nella ricerca di nuove soluzioni soggettivamente più vantaggiose.
La ricerca andrà certo proseguita, data la veloce evoluzione dei fenomeni considerati. Ma il lavoro attento di Emanuela Abbatecola rappresenta fin da ora un punto di riferimento per chi voglia comprendere e intervenire in maniera competente sul fenomeno della tratta e prostituzione straniera.
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