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Donne e crimine
Antologia del giallo ligure femminile
a cura di Anselmo Roveda
dal libro
Paola Pettinotti
Cuore di mamma
Mia moglie sta lavando i piatti.
Gesti consueti, normalissimi. Ma dopo dieci anni di matrimonio mi è chiaro come
in realtà trasudino di irritazione repressa.
Oggi è il nostro anniversario. E quindi, come ogni anno, saremmo dovuti andare a
mangiare a Portofino, e poi a pomiciare al faro, come la prima volta. Un rituale
fisso, codificato nei minimi dettagli, a cui ho sempre partecipato con gioia,
anche quando ormai il ricordo di quel primo incontro amoroso si era già sbiadito
nel tempo, e un bambino era nel frattempo intervenuto ad allietare il nostro
matrimonio. Per altro felicissimo: quasi mi vergogno a dirlo, ma io amo
profondamente mia moglie.
Sennonché quest’anno la ricorrenza salta: per motivare la mia defezione mi sono
inventato questa balla del cliente inglese che si ferma solo per poche ore a
Santa Margherita, e che devo assolutamente accompagnare ad una cena d’affari
importantissima. Tutta colpa di Sonia, mia cognata. L’esatto opposto di Laura.
Quanto mia moglie è snella, elegante, piena di classe, così la sorella ha
un’aria leggermente bovina, un non so che di volgare dovuto ai chili di troppo,
ai capelli troppo rossi, al trucco troppo abbondante. Da che la conosco, mi fa
un sangue pazzesco. Contrariamente ad ogni logica, le due sono legatissime.
Frequentazione assidua dunque: all’inizio ho cercato di reprimere l’attrazione
nei suoi confronti; poi ho iniziato a farle una corte discreta, in sordina, di
quelle che chi vuol intendere intenda. Dieci anni allusivi di mezze frasi e
mezzi sguardi; finché, improvvisamente, la settimana scorsa, al compleanno di
mia nipote Ylenia, non me la sono trovata appiccicata addosso. Nel corridoio che
dalla cucina di casa sua porta al salotto, con un vassoio di tramezzini in una
mano e l’altra mano artigliata alla mia nuca, il soffio caldo del fiato
nell’orecchio. Di più non avevamo potuto osare, perché di la c’era tutto il
parentado, e soprattutto suo marito, una bestia d’uomo che mi avrebbe suonato
come un tamburo al minimo sospetto. Il giorno dopo mi era arrivata una
telefonata in ufficio: Sonia mi informava che mio cognato stava per assentarsi:
la bestia fa il camionista e mercoledì sera sarebbe partito per la Calabria.
Lasciandola sola, e aveva calcato quel sola in un modo da farmi drizzare
l’uccello. Mi aspettava quello stesso mercoledì sera da lei, visto che era anche
riuscita a liberarsi dei figli. Prendere o lasciare, unica possibilità, unico
giorno. Che disgraziatamente coincide con l’anniversario mio e di Laura.
Che intanto ha finito di lavare i piatti, e dispone con precisione maniacale nel
vaso le dodici rose rosse a gambo lungo che le ho regalato, una per ogni anno da
che ci siamo conosciuti. Uscendo dall’ufficio, le ho comprato anche una torta da
Seghezzo, benché il pensiero che l’avrebbe mangiata da sola mentre io mi scopavo
sua sorella non mi ha aiutato a dissipare i sensi di colpa.
Mi sento falso come Giuda ed eccitato come un pivello.
Bacio Laura che mi porge freddamente una guancia, ed esco. Il vento di mare mi
scompiglia i capelli, facendomi sentire stupendamente giovane.
Mia cognata mi accoglie avvolta in una nuvola di profumo dolciastro e mi stampa
sulle labbra un bacio da scossa elettrica.
Squilla il campanello. Sonia si batte una mano sulla fronte con aria di scusa:
si era dimenticata della vicina, in cerca di non so quale ricetta. La liquida in
fretta, ma lo sguardo che quella ci lancia uscendo non ha nulla di benevolo.
Eppure siamo ancora quasi innocenti. Per il momento.
La porta non si è ancora richiusa che me la ritrovo di nuovo incollata addosso
come una piovra. Senza levarmi la lingua di bocca si libera del vestito
sbattendomi sotto il naso una biancheria da troia che mi fa schizzare la
pressione alle stelle. Se pensavo di essere io il seduttore mi devo ricredere: è
Sonia la belva assatanata. Assatanata e rumorosissima: sembra che l’universo
intero debba essere testimone del fatto che lei sta scopandomi. Confesso che
all’inizio lo trovo gratificante; ma quando la prima eccitazione si spegne e
comincio ad accusare una certa stanchezza, non posso fare a meno di riflettere
che solo una parete di cartongesso ci separa dall’appartamento della vicina, il
che è decisamente imbarazzante.
Mia cognata forse non ha una grande fantasia, ma una resistenza da fondista.
Comincio a non poterne più e sto quasi iniziando a rimpiangere la tranquilla
pomiciata al faro con la mia legittima consorte quando si spalanca la porta
della camera da letto. Come evocata dai miei pensieri ecco apparire Laura:
sapendo che Sonia era sola ha avuto la bella pensata di venire a mangiare con
lei la torta che le ho regalato; oppure, cosa più credibile, quella del dolce è
solo una scusa per controllare la validità dei suoi sospetti.
È stupefacente come una donna di classe possa trasformarsi trovando il proprio
marito a letto con la sorella. Infine mia moglie tace, stremata, ed esce
sbattendo la porta. La seguo a ruota, dopo essermi rivestito alla bell’e meglio,
lasciando mia cognata da sola con la torta.
Mi soffermo sul lungomare, inebetito, non so per quanto tempo, sotto lo sguardo
astioso della statua di Garibaldi. È la fine. La fine di un matrimonio felice,
di una vita serena, piena di ogni gioia e benessere. Per una stupidaggine, per
una scopata che non mi ha neanche dato la soddisfazione promessa.
Infine mi faccio forza e mi dirigo verso casa, dove rientro quasi strisciando.
La prima cosa che noto sono le rose rosse nel secchio dell’immondizia, la
seconda l’espressione di Laura che siede rigida in poltrona guardando una
telenovela. Non è un buon segno, in genere disprezza quel genere di programmi.
Mio figlio Tommaso sta finendo di fare i compiti sul tavolo del salotto, ma
probabilmente capta qualcosa nell’aria perché si defila in camera sua
silenziosamente. Al di là del mormorio inconsulto dello schermo, il silenzio si
fa denso come la cotognata che Laura ha fatto ieri, e che troneggia sul bancone
dell’angolo cottura in una pila di barattoli.
Alla fine mia moglie spegne il televisore.
“Parleremo domani” sibila. “Per questa notte dormi qui”.
Non oso chiederle il mio pigiama né una coperta, così passo la notte
rivoltandomi sul divano in preda ai brividi di freddo fino alle cinque, quando
rinuncio del tutto al sonno e mi metto a fare zapping. Finché non mi addormento
su una replica di Star Trek, sognando il dottor Spock che si scopa furiosamente
Sonia. C’era anche Laura nel sogno, ma sembrava contenta.
Il mattino l’atmosfera continua ad essere spessa. Mia moglie affetta il pane con
violenza, quindi lo spalma forsennatamente di burro, proprio lei che col
colesterolo ci sta sempre attenta; mio figlio tace, e ci guarda preoccupato di
sottecchi, mentre si ingozza di Nutella senza che nessuno lo riprenda.
Squilla il telefono. Laura sobbalza ma non si muove, così è Tommaso che corre a
rispondere sporcandosi la felpa di Nutella. Mio malgrado provo un moto di stizza
– possibile che a dieci anni continui a sbrodolarsi? – subito rintuzzato da un
certo senso di colpa. Cos’è un po’ di goffaggine, quando suo padre si scopa la
cognata, e per di più si fa beccare in flagrante? Sì, lo devo ammettere: dopo il
primo disperato mea culpa, ora quello che più mi brucia è l’essermi fatto
sorprendere come un pirla.
“È la zia” annuncia Tommaso. “È preoccupata perché lo zio non chiama”.
Laura non fa mostra di aver sentito, così tocca me alzarmi ed andare al
telefono. All’altro capo, Sonia sta balbettando qualcosa sul fatto che Gualtiero
le telefona sempre quando arriva, e invece questa volta non l’ha ancora fatto.
Il cellulare è acceso, ma squilla a vuoto.
Colgo lo sguardo omicida di Laura e taglio corto.
In ufficio ricevo la seconda chiamata. È mia suocera, che fra un singulto e
l’altro mi informa che hanno ritrovato il camion di Gualtiero completamente
vuoto. Di lui nessuna traccia.
Non ho nessuna voglia di vedere Sonia, ma le circostanze lo impongono.
Quando arrivo a casa di mia cognata c’è già tutta la sacra famiglia, ad
eccezione di mia moglie. Dando prova di grande sensibilità Tommaso e Ylenia
stanno litigandosi a gran voce la PlayStation, mentre Mirko piagnucola in un
angolo. I miei suoceri si torcono le mani, e la madre di Gualtiero sembra un
cadavere. Sonia, gli occhi rossi da fare spavento, mi spiega che questa volta il
carico del camion era composto da roba di altissimo valore. Evidentemente la
notizia era trapelata, e mio cognato era stato fermato dopo pochi chilometri,
sulla strada della Ruta. Gualtiero passava sempre di lì per evitare le code fra
Santa e Rapallo, prendendo poi l’autostrada al casello di Recco, e i ladri
evidentemente dovevano saperlo. Il camion era stato abbandonato in uno spiazzo a
lato della strada, davanti ad una villetta. Lì era rimasto indisturbato finché
questa mattina i proprietari della villa non avevano chiamato i vigili per far
rimuovere l’ingombro. Nella cabina di guida sono stati trovati i segni di una
colluttazione; di mio cognato nessuna traccia.
Di Gualtiero onestamente non me ne frega niente, non l’ho mai sopportato e ho
sempre trovato penoso dover condividere con quella specie di orango i pranzi
domenicali e le vacanze: sostenere quindi che la sua sparizione mi rattristi
sarebbe a dir poco ipocrita. Inoltre, in questo preciso frangente, ho miei cazzi
matrimoniali da risolvere, e visto lo stato ansioso di Sonia, non vorrei che si
facesse scappare una frasetta di troppo sul nostro ancor recente incontro. Sono
quindi abbastanza sui carboni ardenti, e incomincio a non sopportare più quest’amorevole
assemblea in preda all’isterismo; né la vocetta acuta di mio nipote che da
quando sono entrato non ha fatto che trapanarmi le orecchie. È impressionante
come lui e Ylenia somiglino a mio figlio. Essendo cugini la cosa può sembrare
ovvia; lo strano è che non abbiano nulla in comune né con le rispettive madri né
con i nonni. Deve trattarsi di un qualche cromosoma recessivo, che
malauguratamente ha deciso di riemergere di botto. In ogni caso, sono tutti e
tre decisamente brutti.
Quando finalmente riesco a tornare a casa con Tommaso scopro che Laura , per la
prima volta in dieci anni, non ha preparato la cena. Ordino una pizza, che
mangiamo in silenzio.
Ormai mi sono trasferito sul divano in pianta stabile, ma visto il gelo che
promana da mia moglie non posso dire che una certa distanza fra noi mi
dispiaccia. Per quanto sappia benissimo come sia vendicativa e testarda,
continuo a ripetermi che ci sono speranze, visto che l’amo ancora e che anche
lei, malgrado tutto, non può non amarmi, che è solo una crisi momentanea. Anche
la sparizione di Gualtiero gioca a mio favore: è nei momenti di crisi che le
famiglie si rinsaldano. Inoltre mia moglie ha un innato rispetto per le
convenienze e non farebbe mai nessun colpo di testa in queste circostanze.
Parlare di divorzio mentre suo cognato è scomparso non sarebbe fine, ecco tutto.
Quindi ho ancora un po’ di tempo per cercare di recuperare dei punti.
Poi, lunedì viene fuori il cadavere. Era chiuso nel bagagliaio di una vecchia
Mercedes nascosta in un garage abbandonato. Gualtiero era morto soffocato dal
monossido di carbonio: impossibile capire se i rapitori l’avessero fatto apposta
o fossero dovuti scappare in fretta e furia lasciando acceso il motore della
macchina. Fatto sta che il garage, benché vecchio, ha una saracinesca che chiude
benissimo, e il povero disgraziato si era ritrovato ben presto senza ossigeno.
Sebbene io l’abbia sempre considerato un subumano, devo dire che un po’ mi
dispiace che abbia fatto una fine così stupida.
“Se lo sentiva” continua a ripetere mia suocera. “Se lo sentiva, povera anima!
Aveva appena fatto un’assicurazione sulla vita in favore di Sonia, proprio come
se già sapesse...”.
E alza gli occhi al cielo sollecitando il parere di Laura riguardo a quest’arcana
premonizione del defunto, ma mia moglie continua a rimanere cementata in un
gelido silenzio.
Non mi sarei mai aspettato una reazione così dura, visto anche il legame
strettissimo che ha sempre avuto con la sorella: invece, a dispetto
dell’enormità del dramma, non le ha concesso una sola parola di conforto,
nemmeno per telefono; al funerale però è impensabile che non partecipi, se non
altro per le convenienze.
Così ci troviamo tutti al cimitero in una giornata grigia e piovosa, che già
sembra preludere all’autunno. La terra smossa ai lati della fossa esala un
sentore quasi di funghi.
La pioggia si fa più intensa, e apriamo tutti gli ombrelli. In nero,
pallidissima, Sonia è l’immagine stessa della dignità e della sofferenza; non
riesco a capacitarmi che si tratti della stessa donna che mi ha accolto pochi
giorni fa in tanga di simil-leopardo.
Non sono pensieri consoni alla circostanza, e cerco di distrarmi guardandomi
intorno. Così li noto: stanno un po’ discosti, come se pregassero su un’altra
tomba, ma è evidente che è il nostro funerale a interessarli. All’inizio
attraggono la mia attenzione solo perché la donna apre un incongruo ombrello
rosso; ma subito è il bambino a calamitarmi lo sguardo. È un normale ragazzetto
sui cinque anni, con la faccetta triste, se non che assomiglia come una goccia
d’acqua ai nostri figli. È difficile sbagliarsi: non ce ne sono tanti in giro
con i capelli rossi, le orecchie a sventola e il naso a palla. Potrebbe essere
un parente alla lontana, di cui finora ho ignorato l‘esistenza. Ma allora perché
restano appartati, fingendo palesemente di piangere un altro morto?
Mi avvicino a Laura e glieli indico, ma lei si allontana bruscamente e va a fare
le condoglianze alla sorella. Le vedo parlottare sottovoce: tira aria di
riappacificazione, finalmente.
Quando mi volto di nuovo la donna e il bambino sono spariti, e per quanto cerchi
con lo sguardo non colgo più nessuna traccia dell’ombrello rosso.
La sera torno sull’argomento ma Laura mi zittisce con rabbia. Non tutti i
ragazzi con i capelli fulvi assomigliano ai nostri; pensassi alle mie colpe che
era meglio.
Il giorno dopo è il caso a illuminarmi: devo andare in macchina a Genova, e
sull’Aurelia prima di Rapallo c’è il solito imbottigliamento per lavori in
corso. Così prendo la strada della Ruta; mi accorgo di essere senza sigarette;
intravedo con la coda dell’occhio un bar-ristorante-tabaccheria, con un tir
fermo davanti. Forse per un messaggio dell’inconscio accosto e scendo. La
barista è la donna del cimitero, senza ombra di dubbio.
Ci rimugino su tutta la notte, ma ormai un’idea me la sono fatta. Quando torno
al bar è poco più dell’alba, la donna sta aprendo con la faccia di una che non
dorme da parecchio. Non è nemmeno stupita per la mia visita, solo stanca. Crolla
subito servendomi tutta la storia insieme ad un caffè pessimo. Il figlio è di
Gualtiero e lei era la sua amante da anni. Troppi per continuare ad andare
avanti di nascosto. Così avevano colto l’occasione di quella consegna speciale
per organizzare un colpo e mettere qualche soldo da parte in vista del divorzio.
Secondo il progetto, mio cognato doveva giusto prendersi un po’ di botte e
venire rinchiuso nel bagagliaio di una macchina rubata, lasciata in bell’evidenza
in modo che lo salvassero subito. Ilde non aveva idea di chi fossero i complici,
sapeva solo che a vendita effettuata dovevano mandare i soldi in un pacchetto a
casa della mamma di Gualtiero, che era stata preavvertita di non aprirlo e
consegnarlo al figlio, in quanto si trattava di una sorpresa per il compleanno
di Sonia, che non doveva saperne niente. Tutto congegnato alla perfezione, e
invece era andato a catafascio.
La donna tace, triste in un bar triste, stringendosi in un golfino scialbo come
la sua faccia.
È solo in macchina che mi rendo conto in pieno della gravità dei fatti. Ora, che
il mostriciattolo di Ilde e i miei nipoti si assomiglino è logico, dato il
comune padre. Quello che non torna è la somiglianza di Tommaso, mio figlio. Ho
sempre pensato che quei brutti capelli rossi e tutto il resto discendessero per
via materna; visto che così non è ne devo dedurre che anche Tommaso sia figlio
di quel bastardo.
Ho ancora bisogno di una controprova, ma so dove trovarla.
Quando mi vede apparire alla sua porta, la madre di Gualtiero corre a rimettersi
la dentiera e mi offre un bicchierino di marsala facendomi accomodare in
salotto. A dispetto del groviglio di vipere che mi si agita nello stomaco piloto
la conversazione con gran tatto finché non mi mostra gli album di famiglia. Per
quanto ne sia ormai sicuro, sobbalzo riconoscendo le note fattezze nel padre di
Gualtiero e in altri parenti. Prima di uscire le chiedo con aria indifferente se
era arrivata la sorpresina per Sonia, e la vecchia si asciuga una lacrima. Sì,
certo, e lei era già venuta a prendersi il pacchetto, l’ultimo regalo del
marito, che cosa dolce e straziante!
Per le scale mi caccio in bocca un’intera confezione di gomme alla menta per
scacciare il sapore del marsala, che detesto. Ma tanto so che non basterebbe un
camion di chewing gum per levarmi l’amaro dalla bocca.
Rimango fermo nel parcheggio con le mani artigliate al volante e il cervello in
pappa. Ci vuole poco a fare due conti. Quando ho conosciuto Laura, Sonia e
Gualtiero erano già fidanzati e i tre si frequentavano moltissimo. Poi
tacchete!, lei mi restò incinta e dovemmo sposarci di corsa. Visto però che il
padre era il subumano posso solo dedurne che Laura non mi ha mai amato, mi ha
usato e basta.
Penso a Tommaso: ora che so che non è mio figlio, il tiepido affetto che ho
sempre provato nei suoi confronti non è cambiato; anzi, visto il suo bagaglio
genetico quasi mi pento di aver preteso tanto da lui e, se non amore, sento un
moto di comprensione autentica. Verso Laura invece provo un caos di sentimenti
contrastanti. Innanzi tutto liberazione: dal momento che non è più un’onesta
madre di famiglia ma un’emerita troia, sento tutti i miei sensi di colpa svanire
all’istante. Mi viene anche un’improvvisa, assurda voglia di sbattermela,
fotterla di brutta maniera, davanti e di dietro; soprattutto però provo rabbia,
una rabbia tremenda che mi sconquassa le viscere, tale che devo correre in cerca
del primo cesso.
Dicono che cagare aiuti a riflettere, e io alla seconda scarica ho deciso la mia
linea di condotta. Innanzi tutto riempirla di schiaffi, poi scoparla, e solo
alla fine chiederle spiegazioni e chiarimenti.
Appena girata la chiave di casa avverto un incongruo odore di cibo aleggiarmi
intorno. È impensabile che nel momento cruciale di una tragedia si diffonda
aroma di salsa di noci per il corridoio. Mi sento ancora più offeso, se
possibile.
Le due sorelle se ne stanno in cucina tutte allegre. La vedova inconsolabile
addirittura balla su una hit di Sanremo, le tettone ballonzolanti nel grembiule
a fiori rossi.
Nel vedermi mia moglie non sobbalza in preda alla vergogna come avevo
immaginato, ma mi squadra con un’occhiataccia gelida.
“Beh? Non dovresti essere in ufficio?”.
La scena non sta andando come previsto. Le sputo lo stesso in faccia quello che
ho scoperto aspettandomi di vederla impallidire. O arrossire, l’importante è
vederla contorcersi sotto i miei occhi. Le due donne invece continuano a
cucinare tranquillamente.
“Siediti, va” dice infine Laura. “E prenditi qualcosa da bere”.
Mio malgrado obbedisco e rimango a fissare il matterello che corre sulla
sfoglia.
“E bravo, ci sei arrivato. Sei un perfetto imbecille ma hai buone capacità
logiche”.
Trangugio un sorso di Martini. È bello sentirsi apprezzato dalla propria moglie.
“A questo punto tanto vale raccontarti ogni cosa, perché in un modo o nell’altro
ci arriveresti e finiresti solo per incasinarci tutto. Sì, io ho... avevo una
storia con Gualtiero. E Sonia era d’accordo. Filava tutto benissimo finché non
sono rimasta incinta. Non volevo avere menate tipo fare la ragazza madre, e poi
qualcuno avrebbe potuto chiedersi chi era il padre. Così ho deciso di
incastrarti. Se non ci fosse stato un inconveniente non l’avresti mai scoperto e
saresti morto cornuto e contento”.
“Un inconveniente la chiami, quella troia!”.
Sibila Sonia dando un tale colpo nel mortaio che la salsa di noci schizza fin
sul muro di fronte.
“Sì, ti dicevo” continua mia moglie, “tutto andava perfettamente quando qualche
mese fa abbiamo scoperto che quel porco di Gualtiero ci tradiva entrambe. Era
troppo, capisci? Dovevamo vendicarci. Ma dovevamo aspettare il momento giusto.
Sonia l’ha convinto ad accendere un’assicurazione sulla vita in suo favore, e
appena ha scoperto l’inciucio del furto che lui stava organizzando abbiamo
deciso di sfruttare l’occasione. In effetti è andato tutto come lui aveva
previsto, solo che io avevo seguito la scena di nascosto e appena i complici se
ne sono andati ho portato la macchina in quel garage. Tu non hai idea di come
sia stato difficile trovare il posto giusto!”.
Deglutisco a vuoto. Avvolta in una nube di farina, l’aria compunta e
soddisfatta, Laura sembra una pubblicità della moglie perfetta.
“E qui entri in scena tu, mio caro. Non è detto che Sonia avesse bisogno di un
alibi, ma è sempre meglio agire con prudenza. Nel momento in cui i ladri
sequestravano Gualtiero, la vicina l’ha vista in casa con te, poi ha sentito il
vostro... divertimento. Infine sono arrivata io, subito dopo avere rinchiuso il
porco nel garage, e anche la mia scenata non dev’essere passata inosservata da
buona parte dei condomini. Inoltre così, con un colpo solo, mi sono liberata
anche di te, che non ne potevo più da anni”.
“Potevi... potevate divorziare, tutt’e due. E basta”.
Mi squadrano con compassione.
“Sì, bravo! Che figura ci facevamo con i parenti? Una donna per bene non è mai
la prima a chiedere il divorzio. E poi che futuro potevamo garantire ai nostri
figli con quei due soldi degli alimenti? Così invece io e te divorziamo, ma tu
ti assumi tutta la responsabilità e la colpa, chiederò i danni morali, pagherai
come una banca. E la povera Sonia, che tu hai biecamente sedotto, verrà presto
perdonata da tutti, anche perché è rimasta così tragicamente vedova, e si becca
l’assicurazione e i soldi del furto”.
Ingollo un altro sorso di Martini e cerco di passare al contrattacco.
“Adesso che so tutto come potete pensare ma ne stia zitto? Non vi mando in
galera proprio per i ragazzi, ma vi farò pentire di tutto questo!”.
Laura nel frattempo ha finito di tirare la sfoglia e mescola in una ciotola
bietole, uova e formaggio.
“Il cellulare di Gualtiero. Non quello rimasto sul camion, l’altro, lasciato a
casa, che la povera vedova, sconvolta, si è dimenticata di dare alla polizia,
chiudendolo in una scatola con gli altri oggetti del defunto. Può rimanere lì
anni magari, ma i messaggi restano in memoria. Due messaggi che Gualtiero ti ha
mandato, in cui dice che ha scoperto la tua tresca con Sonia e che ti farà
vedere lui quando tornerà dal viaggio di cui tu sai tutto”.
“Ma io non ho mai ricevuto...”.
“Ma certo che no, stupido! È stata Sonia a mandarti quei messaggi che io ho
cancellato dal tuo cellulare prima che tu potessi leggerli. E Gualtiero non
usava più quel telefono da parecchio, ma questo ovviamente non lo sa nessuno.
Fatto sta che stanno lì, scritti, con tanto di data e tutto. Se tu ti metti a
fare lo stronzo vanno dritti in mano alla polizia, e se anche magari non ti
condannano finisci in un mare di merda”.
“Ilde!” esclamo. “Vi siete dimenticate di Ilde!”.
Le due bastarde mi guardano con aria di sufficienza.
“La madre di Gualtiero ci ha chiamato poco fa raccontandoci della tua visita.
Abbiamo fatto due più due, e abbiamo telefonato subito a quella troia di Ilde,
che ha confermato che avevi scoperto la prima parte della storia. Ovviamente ci
è rimasta male quando le abbiamo spiegato come erano andate davvero le cose, ma
non è stupida e ha capito la situazione perfettamente. Ha un figlio anche lei e
deve pensare al suo futuro. Diciamo che siamo giunte ad un accordo. Come vedi è
tutto a posto. Ora sta a te. Un dignitoso divorzio, con tanto di alimenti, o un
mare di merda. Pensaci pure ma non troppo, che vogliamo chiudere la faccenda”.
Sotto le dita velocissime delle due sorelle, il tavolo si è ricoperto di
pansoti.
“Ma come fate?” mormoro.
“Oh, ma è facile!” risponde mia cognata. “Devi prendere la pasta fra pollice e
indice, poi piegarla...”.
Laura reprime un sorrisetto
“Dai, non fare la scema! Cosa vuoi, caro, siamo due donne ferite che si sono
vendicate, ma soprattutto siamo due madri che vogliono il meglio per i loro
figli. E adesso, se vuoi scusarci... non mi pare il caso di invitarti a cena,
capisci?”.
Esco barcollando. L’istinto materno me l’ero figurato diversamente, qualcosa
tipo angelo del focolare e non angelo sterminatore, ma si vede che delle donne
non ho capito mai niente.
L’unica certezza che ho è che non riuscirò mai più a mangiare pansoti con
la salsa di noci vita natural durante. Peccato.
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