Donne immigrate e mercato del lavoro
in provincia di Genova
 
a cura di Maurizio Ambrosini, Deborah Erminino, Francesca Lagomarsino
 

le prime pagine


L’immigrazione al femminile:
tra discriminazione e protagonismo

di Maurizio Ambrosini

L’immigrazione a Genova si è caratterizzata in questi ultimi anni come un fenomeno prevalentemente femminile, e ha trovato spazio nell’organizzazione sociale della vita urbana soprattutto nell’ambito delle attività domestiche e di cura, che assumono particolare rilievo in una città dall’età media elevata. Ai margini della società, altre donne sono invece ricercate e inserite come operatrici del mercato della prostituzione, attività storicamente radicata nel tessuto di una città portuale come Genova. Questo doppio volto dell’immigrazione femminile tende a polarizzare l’attenzione, quasi occultando storie e percorsi che non rientrano nel duplice schema, e nello stesso tempo sollecita ad approfondire le tendenze e i tratti peculiari dell’immigrazione femminile.


1. Tra inserimento e discriminazione

Negli ultimi anni l’attenzione verso le migrazioni femminili è molto cresciuta a livello internazionale. Il cambiamento è avvenuto nei fatti, giacché è aumentato il numero di donne che emigrano, e che emigrano da sole, per cercare lavoro, al pari degli uomini, in un altro paese. Donne che assumono la responsabilità di breadwinner, procurando le risorse economiche per provvedere alle necessità della propria famiglia, acquisita o ascritta, e talvolta di entrambe. Donne che danno vita a catene migratorie al femminile, come pure a ricongiungimenti familiari rovesciati, in cui sono i mariti a raggiungerle all’estero. Donne impegnate in lavori che, sebbene modesti e svalutati, si inseriscono in processi determinanti per la vita quotidiana e il funzionamento delle società riceventi. Donne che aumentano anche nei flussi di rifugiati e richiedenti asilo, come pure negli spostamenti indotti del traffico di esseri umani e della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. In parallelo, è cambiato anche lo sguardo dei ricercatori, grazie soprattutto al contributo di numerose studiose, parecchie delle quali a loro volta di origine immigrata, che hanno introdotto una prospettiva di genere negli studi sulle migrazioni.
Il loro contributo ha indotto a rileggere anche il passato, ponendo in rilievo il fatto che già in epoche precedenti le donne emigravano, spesso da sole, per svolgere occupazioni come quelle di balia, cameriera, operaia in alcuni settori (come le confezioni), senza contare il traffico di donne da avviare alla prostituzione, che non è affatto una novità dei nostri giorni.
In una sorta di continuità, attraverso il tempo e lo spazio, ci si è resi conto che oggi come ieri, nei paesi occidentali ma anche in paesi emergenti come quelli del Golfo Persico o dell’Estremo Oriente, le donne immigrate sono impiegate nel lavoro domestico e in altri tipi di servizi alle persone e alle famiglie.
Sebbene i dati siano sempre incerti e relativamente affidabili, oggi si stima che dei 15-16 milioni di immigrati da paesi esterni residenti in Europa, circa il 45% siano donne (Kofman e altri, 2000).
La femminilizzazione è dunque riconosciuta come un tratto saliente dei fenomeni migratori contemporanei (Castles e Miller, 1993; Koser e Lutz, 1998), e la diversificazione interna delle migrazioni di donne apre nuove prospettive di ricerca (Kofman, 1999).

In questo scenario, la prospettiva su cui si sono basati la maggior parte degli studi, anche recenti, sulle migrazioni femminili, è quella dell’analisi dei processi discriminatori di cui le donne migranti sono vittime. Si parla al riguardo di una doppia, tripla, a volte anche quadrupla discriminazione. Si vuole intendere che le donne migranti sono discriminate anzitutto in quanto donne, oltre che come immigrate (Brettel, Simon, 1986): sono svantaggiate da stereotipi di genere che si sommano agli stereotipi “etnici”, o comunque miranti ad etichettare gli immigrati in senso collettivo e svalorizzante. A queste due forme di discriminazione, spesso ne viene aggiunta una terza: la discriminazione di classe. Razza, genere e classe, formano così quella che è stata definita una “trimurti” di caratteri che definiscono il ruolo delle donne immigrate nelle società riceventi (Campani, 2003).
A volte viene aggiunto un quarto attributo, che aggrava la condizione di una parte delle donne immigrate: il colore della pelle, e in modo particolare l’essere definite “nere”.
L’incrocio tra condizione di immigrata e genere appare comunque l’aspetto più significativo. Alle donne immigrate si applicano stereotipi che ne restringono severamente le possibilità di impiego e di espressione di sé: in Italia, come negli altri paesi mediterranei, gli ambiti occupazionali di fatto accessibili si limitano quasi soltanto al lavoro domestico e assistenziale, con qualche estensione verso imprese di pulizie, settore alberghiero e simili. Ma anche nel Nord Europa e negli Stati Uniti si osserva una concentrazione abnorme delle donne immigrate in attività tradizionalmente femminili, nell’ambito soprattutto dei servizi alle persone. Tra le “attività femminili”, si possono far rientrare anche l’intrattenimento e la prostituzione, dove però la partecipazione delle donne straniere non di rado, come vedremo in seguito, è tutt’altro che volontaria.
Pone invece qualche dubbio – o almeno richiede delle specificazioni – l’uso della categoria di “razza” per interpretare la condizione delle donne migranti: è senz’altro sostenibile che esiste una gerarchizzazione delle donne immigrate all’interno delle società riceventi, influenzata dall’apparenza fisica, tale per cui, per esempio, le famiglie autoctone preferiscono come collaboratrici familiari donne originarie di determinati paesi mentre rifiutano di assumerne altre per via di una nazionalità sgradita. Se si vuole parlare di razza in senso stretto, il discorso però va articolato: le donne africane di colore sono generalmente oggetto di discriminazione, ma alcune componenti nazionali, in Italia come in altri paesi, hanno dato origine da diversi anni a reticoli specializzati nella fornitura di collaboratrici familiari, grazie anche all’appoggio iniziale di congregazioni missionarie e istituzioni religiose: capoverdiane, eritree e somale, benché africane e di colore, trovano da anni lavoro presso le famiglie italiane. Meno fortunate sono in molti casi le donne albanesi, benché bianche ed europee; o almeno lo sono state per anni, come conseguenza della cattiva reputazione del gruppo nazionale a cui appartengono. Al vertice della gerarchia, comunque, non troviamo donne bianche, bensì normalmente asiatiche, come le filippine, che in Italia (e in altri paesi) spuntano i salari migliori e lavorano nelle famiglie di condizione più elevata. Si tratta, inoltre, di stratificazioni abbastanza mobili e fluide, variabili non solo da una nazione ad un’altra, ma anche da una città ad un’altra, e modificabili nel corso del tempo. A Genova, come in altre grandi città italiane, l’arrivo dapprima di donne provenienti dall’America latina (Perú, Ecuador) e più recentemente dall’Est europeo, sta rimescolando la graduatoria delle “preferenze”, pur mantenendo ferma la segregazione nel settore domestico-assistenziale.1 Se quindi per “razza” si intende la “diversità” rappresentata dalla provenienza da paesi più poveri, il discorso tiene; se si fa riferimento esplicitamente al colore della pelle, necessita di qualche approfondimento.
Qualche distinguo merita anche il terzo termine della “trimurti”, la classe sociale, intesa come classe operaia. I primi due termini, razza e genere, indicano infatti delle caratteristiche ascritte, non modificabili, che sono all’origine dei processi di etichettatura e quindi delle esperienze dirette o indirette di discriminazione. La collocazione di classe è invece una caratteristica acquisita, e appare piuttosto come la conseguenza delle prime due. Molte donne immigrate provengono infatti dalla classe media, non di rado hanno ricevuto un’istruzione superiore e hanno svolto occupazioni impiegatizie: a volte hanno uno status sociale, all’origine, più elevato di quelli dei datori di lavoro che le impiegano. È l’esperienza migratoria che schiaccia verso il basso il loro capitale umano, categorizzandole su basi collettive e aprioristiche (la provenienza da determinati paesi) come adatte a svolgere determinate occupazioni e non altre. Anche in seguito, sembrano essere sempre le due caratteristiche ascritte a condizionare le loro chance di mobilità rendendo assai ardua la fuoruscita dalle nicchie segregate in cui hanno trovato le prime occupazioni. Con il termine “classe” spesso si intende, in senso lato, l’inserimento in occupazioni che comportano una marcata subalternità sociale, come quella di domestica, connotata in termini di isolamento e scarso riconoscimento nella società: un lavoro atipico, alla dipendenza di famiglie e non di aziende, che stenta a vedersi riconosciuto un valore economico e sociale, nonostante la sua rilevanza nella vita quotidiana delle società riceventi.

2. Il lavoro di cura: una dislocazione dell’accudimento su scala mondiale?

L’impiego di donne immigrate in attività domestiche (di pulizia e di cura) è sempre più comune nel mondo sviluppato, e in Europa questo settore rappresenta il più importante serbatoio di opportunità occupazionali per le nuove arrivate, in condizione giuridica regolare o irregolare (Anderson, 2000, 2002).
Il fenomeno ha dunque dimensioni mondiali e rispecchia una tendenza “all’importazione di accudimento e amore dai paesi poveri verso quelli ricchi” (Hochshild, 2004: 22). La tradizionale divisione di ruoli tra uomini e donne tende a trasferirsi su scala globale: i paesi ricchi del Primo Mondo assumono la posizione di privilegio che spettava un tempo agli uomini, accuditi e serviti dalle donne nella sfera domestica, essendo impegnati nel lavoro nel mercato esterno; gli immigrati dai paesi poveri assumono invece le funzioni femminili, sostituendo le donne nel prodigare servizi domestici, accudimento e cure pazienti alle persone (Ehrenreich e Hochshild, 2004).
Benché manchino dati comparativi affidabili, gli studi sull’argomento concordano nel vedere l’esperienza italiana, al pari di quelle degli altri paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo, come particolarmente interessata da questi fenomeni: una tendenza confermata indirettamente anche dai dati relativi all’ultima sanatoria (2002).2
Seguendo un cliché paradossale, che potremmo definire iper-funzionalistico, le donne immigrate appaiono come la parte più accettata dell’universo dei migranti; quella che nel suo complesso suscita meno timori e resistenze, anche quando è irregolare; quella che trova più facilmente lavoro, e tutto sommato incontra meno difficoltà anche sul versante abitativo. Per contro, quali che siano i loro livelli di istruzione, le esperienze professionali pregresse, le competenze, le capacità e le aspirazioni, la nostra società stenta ad offrire alle donne immigrate occupazioni diverse da quelle di collaboratrice familiare e addetta all’assistenza di persone anziane.3
Una domanda di lavoro femminile così caratterizzata in campo domestico-assistenziale si rivela del resto molto congruente (con un termine della nuova sociologia economica, si potrebbe dire embedded) con il modello “familistico” di welfare, tipico del nostro come degli altri paesi mediterranei, posto in rilievo in modo particolare da Esping-Andersen (2000): il sistema di protezione sociale italiano è basato essenzialmente su trasferimenti di reddito, soprattutto sotto forma di pensioni, e meno su servizi pubblici alle persone e alle famiglie, rispetto ai paesi dell’Europa settentrionale e centrale. In questo modo alle famiglie (e più precisamente alle donne), implicitamente, vengono delegati svariati compiti di cura altrove assunti dagli apparati pubblici. Ma una simile architettura del welfare riflette un assetto sociale tradizionale, in cui gli uomini lavorano fuori casa, assumendo il ruolo di breadwinner, mentre le donne si occupano dei compiti afferenti alla sfera domestica o, come alcuni dicono ricorrendo a categorie marxiste, “riproduttiva”. Ora questo assetto scricchiola sempre più, da quando anche le donne sposate sono entrate massicciamente nel mercato del lavoro extradomestico ed è aumentato il numero di anziani da assistere, mentre non ha fatto grandi progressi la redistribuzione dei compiti domestici all’interno delle famiglie.4 Sul versante dell’assistenza agli anziani i limiti del modello italiano sono particolarmente evidenti, giacché assistenza domiciliare pubblica e assegni di cura non bastano a fronteggiare i fabbisogni, e il ricovero in strutture protette comporta costi economici e sensi di colpa.
L’impiego di collaboratrici familiari, e in maniera crescente di donne immigrate, serve allora a puntellare le difficoltà sempre più evidenti delle famiglie (e delle donne sposate italiane) nel reggere carichi domestici e assistenziali crescenti (Luciano, 1994; De Filippo, 2000). Come ha notato Andall (2000), l’emancipazione delle donne italiane dall’incombenza delle attività domestiche e di cura non retribuite, a seguito dell’ingresso nel mercato del lavoro extradomestico e in assenza di una dotazione adeguata di servizi pubblici o di una diversa distribuzione dei carichi familiari, è stata ottenuta in molti casi delegando ad altre donne una parte dei compiti ad esse socialmente assegnati. Più precisamente, il ruolo di moglie o madre (o anche figlia di genitori anziani) viene segmentato in diverse incombenze (Anderson, 2000), di cui quelle più pesanti e sgradevoli, o tali da richiedere una presenza continuativa, vengono attribuite ad altre donne, le collaboratrici familiari, sempre più spesso straniere, mentre le datrici di lavoro italiane si specializzano in compiti di regia, coordinamento, relazione con l’ambiente esterno, oltre a tenere per sé, nei limiti del possibile, le attività più dense di connotazioni affettive e dimensioni gratificanti.

Dobbiamo però distinguere a questo punto almeno tre profili professionali del lavoro domestico-assistenziale (cfr. per es. Parreñas, 2001).
Il primo, generalmente il più faticoso ed esigente, anche in termini psicologici, è quello di assistente a domicilio di anziani con problemi di autosufficienza. Oltre ai normali compiti di cura della casa, vengono qui richieste prestazioni di tipo assistenziale e para-sanitario, come quelle di lavare, tenere in ordine, mettere a letto e alzare le persone assistite, tenere sotto controllo il loro stato di salute, a volte medicare, somministrare farmaci, curare le piaghe da decubito. Ma si richiede anche compagnia e sostegno emotivo, o in altri termini una disponibilità allargata a sostituire i familiari assenti nel sollevare il morale e far passare il tempo agli anziani assistiti. Cruciale è poi la domanda di co-residenza, e quindi l’impegno ad accudire le persone anche di notte e possibilmente nei giorni festivi. In questo segmento del mercato è larghissimo l’impiego di donne immigrate in condizione irregolare, per la convergenza di diversi fattori: per la pesantezza delle condizioni occupazionali e la convivenza forzata con i datori di lavoro; perché la domanda di assistenza privata interessa anche anziani e famiglie con redditi modesti, che non potrebbero permettersi di ricorrere a personale contrattualmente in regola; infine, specialmente per le persone appena arrivate, un lavoro di questo genere consente di risolvere il problema abitativo, di rendersi pressoché invisibili nei confronti di eventuali controlli e anche di risparmiare somme relativamente elevate da spedire in patria. Si sono quindi osservate spesso delle catene, in cui donne della medesima nazionalità si avvicendano sullo stesso posto ogni tre mesi, usufruendo del visto turistico. Ma vi sono anche donne che rimangono per anni in questa condizione, non potendo regolarizzarsi né cambiare lavoro, e altre che vengono a trovarsi improvvisamente in grandi difficoltà, prive di lavoro e di un tetto, quando muore o viene ricoverata in una struttura protetta la persona che accudivano. A volte poi, per ragioni di fatica fisica, sono impegnati in queste incombenze anche uomini. Un aspetto positivo di questa situazione sacrificata è invece quello di poter enfatizzare la dimensione sanitaria dell’attività svolta, presentandosi e sentendosi come infermieri impegnati in un’attività socialmente apprezzata come la cura di anziani e malati.
Il secondo profilo è quello della collaboratrice familiare fissa, co-residente, un’occupazione che sembrava destinata ad un declino irreversibile per carenza di candidati disponibili. Proprio l’arrivo di donne immigrate l’ha invece rivitalizzata, riportando in auge quello che è insieme un simbolo di status delle famiglie abbienti e un sostegno non più soltanto a stili di vita agiati, ma al difficile compito di conciliare occupazioni professionalmente impegnative, gestione della casa e cure familiari, in un paese in cui gli standard di qualità della vita domestica si sono relativamente elevati. Anche qui troviamo parecchie donne prive di permesso di soggiorno, retribuite al di sotto dei livelli contrattuali, ma anche persone regolarmente assunte. Il lavoro in questo secondo ambito è solitamente meno pesante, ma non meno costrittivo per l’autonomia personale e la vita privata. Se i giorni di riposo e gli orari sono generalmente più rispettati, la qualità del rapporto di lavoro dipende molto dall’atteggiamento della padrona di casa e dei suoi familiari. In ogni caso, è frequente anche in questo caso la domanda di coinvolgimento emotivo e relazionale, di vendere non solo tempo e lavoro concreto, ma anche sentimenti e stati d’animo. Dal punto di vista delle persone coinvolte, vengono spesso apprezzati i ritmi meno faticosi, la convivenza con famiglie abbienti, nonché, quando ci sono, il lavoro con i bambini.
Il terzo caso è quello della colf a ore. Rappresenta spesso un’evoluzione dei primi due, per quanto riguarda le donne straniere, ma può anche trattarsi del primo sbocco occupazionale per le donne giunte insieme ai familiari o al seguito del marito. Il vantaggio di questa occupazione è infatti quello di svincolarsi dalla convivenza con i datori di lavoro, di acquisire autonomia personale, di poter organizzare una propria abitazione (per le donne sole di solito insieme ad altre donne connazionali), oppure di poter ricongiungere la propria famiglia. Ciò implica però una certa capacità di muoversi nella società ricevente, di interagire con diversi attori locali, di gestire accordi di lavoro, tempi e spostamenti.
Per le immigrate che sono passate attraverso l’impiego fisso rappresenta una sorta di “promozione orizzontale”: essendo preclusi sbocchi più qualificati, rappresenta un passo avanti sotto il profilo dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, con il superamento degli aspetti più costrittivi ed emotivamente stressanti della convivenza. Qui infatti il lavoro si avvicina di più ad un normale scambio contrattuale, di un certo numero di ore da dedicare allo svolgimento di compiti assegnati dal datore di lavoro in cambio di una determinata retribuzione, anche se non perde del tutto le connotazioni della dipendenza personale. Diminuisce invece la convenienza economica, perché l’autonomia abitativa e la necessità di provvedere autonomamente al vitto comportano dei costi: è in questo senso una riprova del fatto che le scelte lavorative delle persone non rispondono unicamente a criteri di natura economica. Nello stesso tempo, il lavoro è spesso più faticoso fisicamente, perché i compiti lasciati alla colf a ore sono normalmente quelli più gravosi, e anche perché, per conseguire un reddito maggiore, è diffusa la tendenza a sommare più rapporti di impiego, con i relativi spostamenti urbani e prolungamenti della giornata lavorativa. Per le sue caratteristiche di punto d’arrivo della modesta carriera delle collaboratrici familiari, si tratta di un’occupazione svolta con maggiore frequenza da donne in possesso di permesso di soggiorno e insediate ormai in maniera relativamente stabile all’interno della società ricevente. Molto diffuse restano invece le irregolarità contrattuali e retributive, come l’omesso versamento dei contributi, nonché le forme di impiego “grigie”, o di “nero parziale”, come la messa in regola per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente prestate, oppure di un solo rapporto di lavoro tra quelli realmente vigenti: sono arrangiamenti che rispondono ad una convergenza di interessi tra le parti, giacché le famiglie risparmiano, mentre le lavoratrici monetizzano la rinuncia totale o parziale ai versamenti contributivi aumentando la retribuzione immediata.

3. Un lavoro etichettato

Resta come tratto comune la “doppia discriminazione” di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti. Le prestazioni che la società ricevente richiede a queste donne derivano semplicemente dalla loro identità femminile, con il corollario della provenienza da società “tradizionali”, che si presume le predisponga positivamente a prendersi cura della casa e di persone che si trovano in una condizione di debolezza. Tutto ciò che sanno o sanno fare in più rispetto alle normali incombenze “femminili” (e “tradizionali”) non ha semplicemente rilevanza, non è richiesto e neppure tenuto in considerazione. La relativa facilità nel trovare occupazioni di questo genere, anche (e forse soprattutto) in mancanza di un regolare permesso di soggiorno, ha come contrappunto una drammatica e perdurante difficoltà a uscirne per inserirsi in attività più qualificate. Ne derivano alcune conseguenze. La prima è la saldatura tra uno stereotipo etnico e uno di genere: essere donna, immigrata, originaria di determinati paesi, ed essere considerata “adatta” per mansioni di collaboratrice familiare o assistente domiciliare, sono due dimensioni che tendono a collegarsi strettamente, fino a coincidere. Una serie di assunti circa le attitudini di certe popolazioni a occupare posizioni di servizio corrobora questo modo di vedere le donne immigrate: si attribuiscono loro, sulla base del semplice connotato “etnico” della provenienza da determinati paesi, attributi di gentilezza, docilità, correttezza, amabilità, che le renderebbero particolarmente adatte a rivestire certi ruoli (naturalmente subalterni).5
La seconda conseguenza investe le scelte e le prospettive delle donne immigrate: poiché il mercato del lavoro le ricerca per assistere gli anziani e occuparsi delle abitazioni, mentre inibisce le aspirazioni di promozione, molte donne si adattano alla situazione rinunciando a perseguire ambizioni di miglioramento sociale. Con il tempo, sembra verificarsi per alcune collettività da anni inserite in questa nicchia occupazionale una sorta di adattamento al ribasso tra offerta e domanda di lavoro: arrivano persone meno istruite e volitive, talvolta in età matura (per esempio, da alcuni paesi dell’Europa orientale), consapevoli di avere di fronte un destino da collaboratrice familiare o assistente di anziani.
Non mancano poi i riscontri non solo di un’estesa violazione degli obblighi contrattuali, ma anche di abusi e prepotenze. Isolamento sociale, inosservanza dei limiti di orario e delle giornate di riposo, fino a casi di ricatti e violenze sessuali, sono stati rilevati da alcune ricerche che individuano nel settore casi tipici di riproposizione di forme di lavoro servile (Carchedi, Mottura e Pugliese, 2003). Anche senza generalizzare le condizioni più gravi, è possibile convenire sul fatto che in questo ambito, specialmente quando il lavoratore non possiede un permesso di soggiorno, si riscontrano situazioni che riportano indietro le lancette dell’orologio della storia, intrise come sono di aspetti premoderni, di legami personali, di dipendenza dalla benevolenza dei datori di lavoro estesa a vari aspetti della vita privata.
Per contro, se si guarda alle rappresentazioni che del rapporto danno i datori di lavoro, si colgono gli aspetti della protezione accordata, delle relazioni interpersonali instaurate, di uno scambio di attenzioni che vanno ben oltre i termini contrattuali, di una disponibilità a venirsi incontro e a cercare forme di accomodamento reciproco per comporre i diversi interessi in gioco. Le stesse lavoratrici spesso pongono in risalto l’importanza dei rapporti umani allacciati, che compensano le zone d’ombra nella formalizzazione dei contratti e nel riconoscimento dei diritti.
Proprio in questa densità relazionale, forse, consiste il problema. Nell’epoca moderna il lavoro si è separato dalla casa (del lavoratore e del datore di lavoro), assumendo una fisionomia asettica, standardizzata, oggettivata in mansioni e ruoli, affrancata da rapporti di dipendenza personale. Organizzazioni sindacali e contrattazione collettiva hanno contribuito potentemente a questo processo di regolamentazione, che costituisce una parte integrante della cittadinanza dei lavoratori nelle economie sviluppate. Il ritorno del lavoro domestico “fisso” (e dell’assistenza a domicilio, che ne rappresenta una versione più esigente) rappresenta per molti aspetti una riedizione della versione pre-moderna dei rapporti di lavoro. Ritorna la benevolenza come scelta discrezionale dei datori di lavoro. Ritorna la crucialità delle relazioni personali come componenti costitutive dei rapporti di lavoro. Ritorna la sovrapposizione tra abitazione e luogo di lavoro. Ritorna un’asimmetria profonda nei rapporti, insieme alla dipendenza reciproca tra datori di lavoro e lavoratrici. Ritorna un contesto in cui il “padrone” è anche “patrono”, conosce poco il linguaggio dei diritti ma è disponibile ad assumere un ruolo di protezione verso la lavoratrice che accoglie sotto il proprio tetto.
È anzi un lavoro che stenta ad essere riconosciuto come tale, affonda nell’invisibilità sociale, si intride di componenti informali, si confonde con le relazioni di mutuo aiuto tra le persone. È persino difficile rintracciarlo nelle statistiche ufficiali e individuarlo nei dati occupazionali. Anche nelle definizioni si coglie una fatica nell’identificarne la natura di lavoro a tutti gli effetti: nell’ultima sanatoria, così come in altre fonti e poi in numerose indagini e pubblicazioni che ne hanno ripreso le categorie, si distingue il lavoro “subordinato” (quello prestato alle dipendenze di aziende) dal lavoro “domestico”, come se quest’ultimo non fosse subordinato ad un datore di lavoro.
Ma le anomalie di questo lavoro si estendono ad altri aspetti.
Per ragioni di disponibilità e flessibilità (a senso unico) il reclutamento delle lavoratrici, specialmente nel caso delle aiutanti domiciliari, tende a seguire criteri opposti a quelli della promozione dell’integrazione sociale. I datori di lavoro assumono informazioni sulla situazione familiare delle candidate e scelgono preferibilmente persone sole, senza figli da accudire, magari arrivate da poco e quindi senza troppe pretese. In altri termini, sembra che la buona aiutante domiciliare per svolgere bene il suo lavoro debba essere socialmente isolata.6 Anche l’instaurazione di legami e relazioni all’esterno del contesto domestico viene accettata finché non deborda dai limiti di tempo libero assegnati o non entra in tensione con la presenza assidua richiesta dal lavoro di cura.
L’isolamento sociale riguarda pure il rapporto con i servizi pubblici e la difficoltà a scambiare informazioni, a costruire reti di saperi, a elaborare i vissuti o anche soltanto a ottenere indicazioni circa il lavoro di cura, che non siano eventualmente mediate dal caregiver o dal medico di famiglia. Per le stesse ragioni, l’aiutante domiciliare è molto spesso sola nel ridefinire le pratiche di cura e le modalità di assistenza, interpretando le istruzioni ricevute e mediandole con l’esperienza, la visione, la sensibilità che le è propria e che risente dell’influenza dei contesti in cui si è formata (Tognetti Bordogna, 2004: 208-209). Orari, ritmi di vita, abitudini alimentari vengono negoziati in un reciproco sforzo di adattamento che coinvolge la figura del caregiver, a volte altri parenti, al massimo il medico di famiglia, ma sempre esperito in una dimensione ristretta, familiare, informale, poco permeabile al rapporto con i servizi istituzionali, che di fatto non riuscirebbero comunque a raggiungere quanti ne avrebbero bisogno.
Pesantezza delle condizioni di lavoro, costrizione dell’autonomia e della vita privata, ristrettezza delle relazioni e dell’ambiente di vita, fatica fisica, assenza di prospettive, fanno sì che l’occupazione di aiutante domiciliare sia sovente considerata come una soluzione provvisoria, o venga comunque abbandonata dopo alcuni anni se si intravedono possibilità alternative. Queste, come abbiamo visto, consistono di solito nel lavoro domestico a ore, che si associa con il conseguimento dell’autonomia abitativa e può favorire il ricongiungimento familiare.
In questo senso, la sanatoria è stata per parecchie donne l’occasione per attuare scelte di rottura dello schema: con sorpresa e recriminazione da parte delle famiglie datrici di lavoro, non poche lavoratrici, quando hanno potuto godere della libertà di movimento derivante dalla legalizzazione del loro soggiorno in Italia, hanno lasciato il posto per cercare sistemazioni diverse.
Vale anche l’inverso: famiglie che non hanno potuto reggere gli oneri di un contratto di lavoro regolare e hanno rinunciato all’aiutante domiciliare, o hanno scelto di tornare ad un regime di informalità totale o parziale del rapporto di impiego.


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