I Doria a Genova
Una dinastia mancata
 
di Paolo Lngua
 


Genova non ha espresso, a differenza degli altri piccoli Stati italiani del Medio Evo e del Rinascimento, una sua “dinastia”. La struttura della Repubblica è rimasta sempre oligarchica, come a Venezia, e non si è mai trasformata in Signoria o Principato. All’interno però delle poche decine di “clan” familiari patrizi che per quasi nove secoli hanno retto il piccolo Stato, la famiglia Doria ha svolto, con ruoli diversi ed in epoche differenti, una funzione di “primato”, sia pure tra pari.
Mercanti-banchieri-guerrieri e anche signori feudali fuori della dimensione urbana e ligure, con presenze in Sardegna, in Oriente e soprattutto nella penisola iberica, i Doria compaiono già come protagonisti della vita pubblica genovese all’indomani della Prima Crociata. Da quel momento, tessendo un fitto intreccio di parentele, di alleanze e di accordi (ora stabili, ora effimeri), i Doria diventano protagonisti della Storia, quali esponenti di primo piano, referendari degli imperatori Federico Barbarossa e Federico II, oltre che interlocutori di Angioini, Aragonesi, Castigliani e principi dell’area musulmana (araba e turca).
I Doria sono al centro dei profondi cambiamenti, nel periodo “aureo” della Genova nella seconda metà del XIII secolo, nonché capofila dell’azione che porterà all’annientamento politico di Pisa. Dai capostipiti Martino, Ansaldo, Simone, Pietro, Nicolò, Babilano, Pagano, dalla costruzione del quartiere privato di San Matteo, con l’abbazia gentilizia e con la creazione della suggestiva sepoltura di San Fruttuoso, si arriva alla gloria degli Oberto e dei Lamba, vincitori della Meloria e di Curzola.
Nel XVI secolo, con Andrea, ammiraglio e principe dell’Impero di Carlo V, i Doria conoscono il loro apogeo e si inseriscono tra le grandi famiglie della nobiltà europea, grazie alle parentele, alla gloria militare e alle immense ricchezze accumulate nel corso dei secoli dai ben 32 rami, molti dei quali sopravvivono con un ruolo di spicco ancora ai nostri giorni.
L’aquila coronata nella storia di Genova
Genova, come del resto Venezia, tra la fine del Medio Evo e l’inizio dell’Età Moderna non ha trasformato la sua struttura comunale né in Signoria né in Principato. Nessuna delle sue famiglie patrizie ha dato vita ad una stabile dinastia. Nel contesto italiano, è un’anomalia che ha indotto, soprattutto gli storici del secolo scorso, a rileggere la vicenda delle cosiddette “Repubbliche Marinare” (ma in particolare quella di Genova, forse per l’esiguità della sua dimensione territoriale) addirittura come marginale alla storia della Penisola che, ancor oggi, è più comodamente intesa come una complessa interazione di situazioni “di terra”. Infatti, tutti coloro che hanno compiuto un minimo di studi portano con sé la memoria generalizzata d’un incalzare di eventi che hanno come epicentro la pianura Padana, con “picchi” di riferimento a Firenze e alla Roma papale, con un minimo di interesse nei confronti della Repubblica del Leone e con uno sguardo verso il Mezzogiorno feudale e arretrato, dove aleggiano i bagliori del Vespro e delle contese tra Angioini e Aragonesi.
E Genova? Genova appare, soprattutto agli Italiani (ché gli altri Europei ne hanno un’opinione assai più robusta, e non infondatamente), come un’eresia della Storia, una realtà ora minimale, ora sfuggente, che sembra scavalcare lo scorrere dei secoli balzando da Guglielmo Embriaco ad Andrea Doria, dalla Prima Crociata a Lepanto oppure rientrare per fissare – a livello di aneddotica – la “rivolta” del Balilla (di cui tutti ignorano il contesto), il comportamento da “matrigna” nei confronti di Cristoforo Colombo (altro falso storico) e la cessione della Corsica alla Francia un anno prima della nascita di Napoleone. È vero che Genova si risolleva per meriti patriottici nel Risorgimento: ma per i soliti vecchi storici conformisti, non poco merito le derivava dall’essere stata inglobata nel Regno di Sardegna, sotto la croce bianca dei Savoia.
Tutto qui? Tutto qui, mistificazioni a parte, solo parzialmente rimosse grazie agli storici del XX secolo. Ma c’è un altro evento che un po’ tutti, almeno per schemi grossolani, ricordano puntualmente: la congiura del Fiesco, con la feroce vendetta del vecchio Andrea Doria. Saranno Schiller e tanti divulgatori, affascinati da quella fosca e ancor oggi un po’ misteriosa vicenda, a suggerire l’ipotesi d’una possibile sanguinosa disputa per ottenere, con circa un secolo di ritardo sull’assestamento politico dei piccoli Stati italiani, la signoria della Repubblica. La “congiura”, che richiama analoghi, ma non omologhi, episodi legati ai Medici, ai Visconti o agli Sforza, lascia trapelare una sorta di leadership di fatto, anche se non codificata istituzionalmente e dinasticamente, sulla Genova del XVI secolo. Ma ecco che s’inserisce il tarlo del dubbio: “dittatura” d’un eccezionale protagonista oppure d’una famiglia? Non è facile, e forse neppure possibile, rispondere in maniera schematica. Anche perché, nella storia di Genova, nulla o quasi è schematico o riconducibile a un quadro razionale e coerente. Un fatto, se si esamina il lungo periodo, è sicuro. Il Communis Januae medievale e la Res publica rinascimentale corrispondono a una struttura oligarchica: un’oligarchia non certo rigida, ma dinamica, con realtà che le vicende umane dissolvono e con altre che invece s’irrobustiscono e s’inseriscono, ora automaticamente ora con la forza e con il sangue. Dall’oligarchia si genera un patriziato, “nuovo” o “vecchio” poco importa, ma che si struttura secondo una gerarchia verticale che sarà poi codificata da Andrea Doria nel 1528, con l’introduzione del dogato biennale (che si dissolverà con la stessa Repubblica nel 1797, con il turbine napoleonico), susseguente al tormentato dogato perpetuo (1339-1528). E, nella gerarchia non scritta, già nel XIII secolo, l’acme della potenza genovese, i Doria sono una delle quattro “grandi” famiglie (con gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi) che “supervedono” affari e politica. E i Doria – soprattutto quando negli ultimi vent’anni del Duecento saranno i protagonisti della vittoria su Pisa (definitiva) e su Venezia (provvisoria) e, divisi già in una trentina di rami, occuperanno feudi in Liguria, in Sardegna e per tutto il Mediterraneo sia a Oriente sia a Occidente, dando vita anche a una politica dinastica di alleanze e di matrimoni – finiscono per assumere una sorta di primato, mantenuto nei secoli, come qualcuno ha insinuato, proprio per aver resistito alla tentazione di assumere la signoria del territorio ligure, del Commonwealth genovese e della città dalle rivalità feroci e dai veti incrociati paralizzanti. La saga dei Doria, letta in questa dimensione, assume in filigrana il tracciato d’una storia assimilabile a quella di Genova stessa: i Doria, che sin dalla notte della loro misteriosa origine si stabiliscono in un luogo sacro e iniziatico, il Campus Fabrorum, già sede d’una Domoculta, possono a buon diritto essere considerati espressione coerente del genius loci, nelle virtù e nei difetti.
Nei Doria, quintessenza della “genovesità”, si ritrovano nel tempo le caratteristiche di “omogeneità” nella continua mobilità dei comportamenti. Cinismo utilitaristico, colto in una spregiudicata incoerenza? Forse è questa peculiarità caratteriale che fa definire i Genovesi da parte di un iroso Alighieri come “uomini diversi” e “pien d’ogni magagna”. Proprio per questo, e i Doria non fanno eccezione (anzi, sublimano qualità e difetti), sono, con buona pace del Sommo Poeta, nel “mondo spersi”, ma non per punizione, bensì per fare fortuna.
Non è agevole, parlando dei Doria, cercare di trovare un leit motiv della loro saga che possa in qualche modo condurre a una reductio ad unitatem: esiste, in parole povere, una continuità di comportamento e di scelte della grande famiglia nel corso di quasi novecento anni? La risposta logica e razionale è negativa, anche perché i Doria sono una famiglia che, come si è detto, si muove sempre e comunque nel contesto di un’oligarchia, all’interno della quale solo in alcuni periodi, anche discretamente estesi, svolge un ruolo di supremazia “bilanciata”. E poi, va ripetuto, i Doria a Genova non sono una dinastia regnante: solo tale condizione può portare a linee di comportamento abbastanza univoche e a perseguire obiettivi coerenti. In realtà i Doria, sin dai primi segni della loro esistenza e della loro presenza ai vertici del Comune, si presentano come un “clan” folto, ricco di decine di rami, all’interno dei quali si biforcano e triforcano nuclei specifici con diversi capostipiti. I Doria perseguono a Genova potere economico e politico (che poi è una condizione costante della gestione della cosa pubblica); i Doria danno vita in Liguria e in Sardegna a piccoli regimi feudali che si muovono con margini più o meno stretti di autonomia rispetto alla madrepatria; i Doria sviluppano una presenza per tutto il Mediterraneo, seguendo il complesso fenomeno dell’espansione coloniale a “granchio” di Genova, mediante l’assegnazione di “terminali” e concessioni territoriali dove svolgere le tradizionali attività di commercio, di finanza e di mediazione.
Pure, tra tanta “anarchia” comportamentale – che implica di volta in volta, a seconda dell’opportunità e del momento, scelte politiche apodittiche – un embrione di elemento chiarificatore esiste e, in qualche modo, può essere isolato e sottolineato. In primo luogo, occorre esaminare lo stemma che, con poche variazioni, tutti i rami della famiglia mantengono: l’aquila coronata dalle ali spiegate e dagli artigli aperti e divaricati, certamente assunto dal XIII secolo.
È il simbolo del potere imperiale; è la scelta ghibellina. Ecco il primo punto: i Doria sono da sempre dichiaratamente ghibellini anche se, questo non va mai dimenticato, la divisione a Genova assume un aspetto assai differente rispetto al resto d’Italia; in particolare sarebbe fuorviante tentare di riprendere un parallelo con la Firenze di Dante o con i Comuni lombardi in guerra contro il Barbarossa.
Resta un fatto incontrovertibile: i Doria, accanto alla scelta ghibellina, che li assimila e li accomuna all’altra grande famiglia genovese, gli Spinola, quasi sempre alleati strettissimi, coltivano un rapporto preferenziale con il partito “popolare”, quello dei mercanti, degli artigiani, dei guerrieri e della borghesia (diremmo oggi) minuta che è alle spalle della nobiltà e del patriziato. In questo si distinguono nettamente dall’altra grande famiglia, con la quale scoppierà uno scontro sanguinoso e risolutivo alla metà del XVI secolo, i Fieschi. Questi ultimi, com’è noto, daranno alla Chiesa due papi (Sinibaldo, l’Innocenzo IV grande antagonista di Federico II; Ottobono, l’Adriano V pontefice per un mese), decine di cardinali e centinaia di vescovi, abati, prelati, monaci e preti secolari, identificandosi come i capofila, con gli alleati Grimaldi, del partito guelfo. Ovviamente questa dicotomia, nel corso dei secoli, va presa con le molle e non va applicata a fatti ed eventi come un “letto di Procuste”, perché, a seconda delle ondivaghe circostanze dettate dagli interessi specifici delle famiglie e dei clan, ci furono alleanze anomale e incrociate, assidui intrecci di matrimoni e patti d’azione, magari destinati a resistere l’espace d’un matin, oppure a convivere, all’interno delle stesse famiglie, attraverso i diversi rami più o meno collegati, tra lampanti contraddizioni.
Basti un esempio: Genova fu a tratti guelfa e ghibellina, ma quando quest’ultima fazione ebbe il sopravvento, alla fine del XIII secolo, fu proprio quella che inferse il colpo di grazia alla ghibellinissima Pisa, mantenendo rapporti alterni con il massimo defensor della causa guelfa, ovvero il sovrano angioino. Ecco i Doria: ghibellini e “popolari”, anche se la più ferrea restaurazione aristocratica fu opera di Andrea Doria, tanto per restare nel campo delle contraddizioni. Eppure, già nell’Età Moderna, si incontrano esponenti della famiglia interpreti del nuovo pensiero illuministico, assertori della nuova scienza, delle idee volterriane. Protagonisti della caduta della Repubblica aristocratica ai tempi di Napoleone, anche se la plebe, convinta di aver guadagnato un’illusoria libertà, rovesciò, mutilò e trascinò nel fango le grandi statue di Andrea e Giovanni Andrea Doria, simbolo odioso del vecchio regime. E ancora, nel XIX secolo, ci sono Doria scienziati, sinceri democratici e persino filorepubblicani. E, ai giorni nostri, sopravvive il ruolo politico della famiglia con esempi di impegno sul fronte del sociale e dell’area progressista, accanto ad altri comportamenti più analoghi al ruolo tradizionale di una famiglia aristocratica. Tutto e il contrario di tutto? Ebbene sì, questa è la storia, ma, sia consentito, è soprattutto Genova.
Ci si imbatte nei primi Doria di cui abbiamo notizie certe, a Genova, all’indomani della Prima Crociata conclusa con l’espugnazione di Gerusalemme da parte di Goffredo di Buglione (1099), grazie anche al determinante apporto dei Genovesi, guidati da Guglielmo Embriaco, detto “Testa di Maglio”. Anzi, l’origine leggendaria della famiglia si mescola in qualche modo con l’epopea crociata. Val la pena, per il fascino della favola, ricordare l’ipotesi più fantasiosa che vede un imprecisato – e ignoto a qualsiasi fonte documentale – Arduino dei visconti di Narbona, sposo, nella prima metà dell’XI secolo, di una Oria od Orietta della Volta, figlia di Corrado esponente di una delle grandi famiglie viscontili che formarono il primo patriziato urbano, nell’appannarsi del ruolo della marca obertenga, della quale era amministratore il visconte, che risiedeva abitualmente nei castelli extraurbani delle vallate alle spalle della città. “Illi de Auria” erano quindi un clan familiare che risiedeva, forse in un primo momento, al di fuori della Porta Aurea, ovvero Portoria. Avrebbero poi, nell’espandersi della città verso le zone che oggi corrispondono a piazza Corvetto, a via Assarotti, a piazza Manin e dintorni, scambiato appunto le loro proprietà con un’ampia area, quella del Campus Fabrorum, che corrisponde all’attuale complesso di San Matteo.
Le famiglie dei Doria, con i servi e gli addetti alle loro attività economiche, si installarono quasi certamente sull’onda di una scelta strategica. La famiglia, ad un certo momento, aveva deciso di inurbarsi e di svolgere un ruolo, prima economico e poi politico, diverso da quello tradizionale della piccola aristocrazia agraria, conduttrice di magri fondi rustici. Commercio, finanza, mediazione e soprattutto l’appalto delle gabelle sembrano le attività prevalenti di una gens che intreccia matrimoni politici (certo è il legame, ricorrente e frequente, con i della Volta e con gli Spinola, a loro volta insediati in via Luccoli e in via San Luca) e che allarga con una crescita travolgente i propri orizzonti. D’altro canto, il comportamento dei Doria non è dissimile da quello di altri nuclei familiari dell’oligarchia municipale genovese che si va, via via, formando.
Il Comune, infatti, si costituisce come una realtà politica autonoma sulla base delle celebri “Compagne”, organizzazioni private di cittadini che condividono interessi comuni e che si stanziano in aree territoriali ben distinte all’interno del nuovo assetto urbano (una sorta di quartieri) e dalle quali emerge l’organizzazione politico-amministrativa-giurisdizionale dei consoli, ogni anno eletti diversi per numero e distinti in ordinari e dei “placiti”, ovvero con compiti di amministrazione della giustizia.
Le consuetudini di derivazione giuridica romana e quindi l’autonomia di fatto legislativa e giurisdizionale sono riconosciute a Genova sin dal 958 da un decreto di Berengario II e Adalberto, re d’Italia. È il primo passo per ammettere un’autonomia di fatto e una sudditanza solo sostanzialmente formale al marchese obertengo che resta attestato nella Lunigiana.
Al giro di boa dell’anno Mille, la Liguria, intesa come un territorio abbastanza simile a quello attuale, modifica il suo baricentro che si sposta, in termini strategici, dalle “ali” (la Lunigiana e l’area Intemelia) verso il centro dell’arco, cioè Genova. È la “orizzontalizzazione”del territorio costiero in funzione subalterna al maggior centro, rispetto alla divisione verticale, con sbocco tripartito al mare, delle “marche” ottoniane.
Da quel momento, l’accrescimento di potenza e di autonomia di Genova vola su ali esponenziali.
La guerra contro i Saraceni, la ripresa, dopo la fine della grande crisi economica e sociale durata molti secoli, dell’Europa centrale, il recupero di una cultura marittima e tecnologica, forse agguantata dopo il periodo longobardo grazie a un rapporto mai interrotto con Bisanzio, un ruolo di “poliziotto del mare” non comprovato, ma probabile come delega dei regni franchi e della casa di Sassonia; ecco l’acceleratore della storia per quella che diventerà, in meno di un secolo, la futura Superba.
Dalla piccola nobiltà d’origine viscontile (il più celebre di tutti è il visconte Ido, dal quale discenderebbe forse Guglielmo Embriaco), poi inurbata grazie alla poderosa molla di attrazione della ripresa della città, nasce il patriziato che darà vita alla Compagna e alla futura oligarchia destinata a controllare le strutture elettive e i consolati.
Il detonatore definitivo viene dalla Crociata in seguito alla quale Genova, diventa interlocutore dell’Impero bizantino e apre rapporti commerciali diretti con l’Oriente, fonte di merci preziose e, come diremmo oggi, d’alto valore aggiunto. Dopo gli Usodimare, i Grillo, gli Embriaci, i della Volta, i Vento, ecco sorgere nel volgere di mezzo secolo i Doria, gli Spinola, che potrebbero essere addirittura due rami dello stesso ceppo, e i Grimaldi.
Per i Fieschi l’origine è del tutto differente: siamo di fronte ad una piccola aristocrazia extra-urbana che assumerà il titolo di conti di Lavagna. L’ipotesi più probabile dell’origine del loro cognome – Fliscus – fa pensare a possibili appaltatori di gabelle imperiali: un elemento che, in qualche modo, li accomuna ai Doria.
La dicotomia tra aristocratici del territorio, ancorati a un modello feudale (Fieschi), e patriziato urbano commerciale-finanziario (Doria), ha suscitato in passato ipotesi storiografiche suggestive, quale in primo luogo l’interpretazione della storia politica del Comune marinaro come “una corsa a due”. La celebre congiura del 1547 ha indubbiamente proiettato quest’ombra palpitante all’indietro nei secoli: come in tutte le suggestioni c’è del vero, ma non c’è alcun fondamento concreto e neppure una spiegazione valida, frutto di comportamenti coerenti nel corso dei secoli. Certo le due grandi famiglie, come del resto gli Spinola e i Grimaldi, ma anche, tra il Trecento e il Quattrocento, i Fregoso e gli Adorno, furono sovente avverse e alla testa di fazioni in lotta tra loro. Ma ci furono, nello stesso tempo, periodi di tregua, accordi familiari e persino complesse alleanze a largo respiro: Sinibaldo Fieschi, padre del Gian Luigi che ordì la congiura, fu il più sicuro e fedele alleato di Andrea Doria al momento della sua prise de pouvoir e colui che si diede da fare più di chiunque per stroncare la Savona filofrancese, nemica di Andrea.
 


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