Il dubbio
 
di Maria Masella


le prime pagine del libro


La notizia del ferimento di Anselmi me l'hanno data appena ho messo piede in Questura. Proprio Anselmi che non ha mai commesso imprudenze andare a beccarsi un proiettile da uno sbandato dilettante che cerca di fare un colpo in un supermercato e quando lo beccano spara: è il commento di tutti quelli che con Anselmi hanno lavorato per anni.
Sembra che non sia una cosa grave, poco più di un colpo di striscio.
Ma proprio lui che da anni non si è più trovato coinvolto in una sparatoria: fra sciatica e pazienza gli si dava sempre lavoro d'ufficio! Da neppure un anno ha ottenuto il trasferimento a Cuneo per stare vicino alla figlia più giovane che ha sposato uno di lì.
E così, andando da casa alla Questura, ti trova un pazzo che esce dalla Standa con pistola spianata in pieno centro città.
Conosco poco Cuneo ma via Roma e i suoi portici li ricordo bene.
Anselmi fa l'eroe e si becca una pallottola.
Destino, dicono tutti.
Facile dirlo.
Nel mio bilocale più servizi passo la notte a chiedermi se è vero che per ognuno di noi c'è un destino in agguato.
Telefonerò alla moglie.
No, chiederò un giorno di permesso (da secoli non faccio pause) per andare da lui.

La piana dopo Mondovì è neve candida tagliata da alberi spogli, mentre ghiaccio fangoso forma cumuli ai bordi della carreggiata. Odio la neve. Cuneo è grigia, sommersa nella sua campagna nevosa, placida.
Anche Anselmi è grigio, fra le candide lenzuola rimboccate del letto d'ospedale. Non sembra sorpreso di vedermi, eppure io sono sorpreso di essere lì.
È dopo aver esaurito i convenevoli di rito che mi dice: "Pensi, commissario, volevo chiamarla...".
Si blocca e non è da Anselmi lasciare un discorso in sospeso: sarà lo choc del ferimento.
"È capitata un cosa strana a fine anno".
Ora sono i primi di febbraio: è passato un mese abbondante. I tempi di Anselmi non si sono ristretti, anche per il trasferimento erano anni che ne parlava.
"Ma sa, commissario, cercavo di saperne di più. Sa, era una cosa che non sapevo come prendere. Sa, una cosa delicata. Sa, non volevo sembrare indiscreto o mettere in discussione situazioni... che insomma...".
Se dice ancora una volta "sa" urlo; che venga al dunque. Lui e la sua delicatezza... Su niente si è mai sbilanciato da quando lo conosco.
"Non un delitto. Nessuno ha mai avuto il minimo dubbio. Se non era suicidio quello, niente lo era".
Io me ne sto seduto accanto al suo letto e aspetto che venga al dunque. Delitto, basta la parola, anche se negata, a farmi sentire diverso. Annuisco, anche se non so a cosa.
"Sa, commissario, trovato fra Natale e Capodanno dalla donna di servizio. Un suicidio, commissario, nessuno l'ha mai posto in dubbio".
"Certo, Anselmi, ho capito".
"Tutto nudo nella vasca, ormai l'acqua era fredda ghiacciata, con le vene tagliate".
Non ho capito niente, ma annuisco. Comunque riesco ad immaginarmi la scena: l'acqua torbida di sangue e la donna delle pulizie che urla.
I vicini. La polizia. Ma perché Anselmi voleva chiamarmi?
"Io controllavo che tutto il materiale necessario per l'inchiesta fosse in ordine". Si ferma e mi guarda: naso affilato e mascella prominente.
Lo chiamavo il mio Scalfaro e dicevo: "ne ho uno dietro e uno davanti"; ora non ne ho più nessuno dei due. "Sì, Anselmi, lo so quanto è abile nel lavoro di catalogazione del materiale".
"Sul motivo dell'insano gesto nessun indizio, così era importante cercare di capire. La foto l'ho trovata nell'album".
Mi pare ovvio. Ma quale foto?
"Basta, basta!". Mi volto, la suora sta avanzando decisa. Batte le mani. Razza contadina, sembra che scacci galline. "Per oggi basta, il mio paziente me l'ha stancato anche troppo. Ora deve riposare".
"Sua moglie, commissario. Una sua foto".
La suora è sempre più minacciosa. "Via, via!".
Sono già in piedi quando riesco a chiedergli: "Era sposato?".
"No, no, commissario. Una foto di sua moglie: la signora Francesca".
E la suora mi chiude fuori in corridoio.
Lo percorro verso l'uscita come un ebete. In uno slargo due sedie di plastica, una macchina di bibite calde e una di acqua minerale, un portacenere colmo sotto la scritta VIETATO FUMARE.
Cerco le monete e mi prendo un caffè, corto, amaro. Fiele in bocca ma non è per quel brodo che dicono caffè: è per mia moglie Francesca. La sua foto nell'album di un suicida in un'altra città: ci possono essere infinite spiegazioni tranquillizzanti ma riesco a pensare solo che lei, in qualche modo, sia coinvolta in una brutta storia.
E Anselmi è irraggiungibile nella sua camera d'ospedale!
Se i rapporti con mia moglie fossero normali potrei telefonarle e chiederle se conosceva il morto...
Il morto!
Non so neppure il suo nome.
Prendo la piantina di Cuneo: dall'ospedale alla Questura non sembra un tratto lungo, ma so quanto sono ingannatrici certe città di pianura e prendo un taxi.
"Commissario Mariani Antonio, Questura di Genova".
Mi sono appena presentato che un agente di passaggio mi riconosce come un collega di Anselmi, si qualifica come agente Torielli e commenta: "Parlava spesso di lei, commissario. Di come conduceva le indagini". Si blocca e riprende a raffica: "Che da lei c'era tutto da imparare. Noi lavoriamo spesso insieme".
Annuisco perché non so cosa dire e restiamo per qualche eterno secondo immobili come idioti. Ma sono venuto con uno scopo. "Anselmi mi ha accennato a una indagine relativa a un caso di suicidio. Un caso già chiuso, senza problemi...".
L'agente continua senza esitazioni: "Il suicida della vasca da bagno?".
Annuisco.
"Un caso così semplice da non essere neppure un caso. E poi succederà anche da voi che nelle feste di Natale i casi di suicidio sono più frequenti: dolori, solitudini si sentono di più".
"Sì, capita anche da noi". Lo fisso e continuo: "Ma Anselmi mi stava accennando che qualcosa l'aveva incuriosito quando la suora è venuta e mi ha cacciato".
"Tremende, sono tremende quando ci si mettono, ma con questi montanari dalla testa dura è l'unico modo per avere ordine e disciplina".
Ordine e disciplina. Da come lo dice deve essere quella la sua aspirazione massima. Non è la mia. Preferisco un po' meno ordine e un po' più di giustizia; in quanto alla disciplina... Non ho mai capito come la penso.
Intanto lui sta continuando: "Che cosa è che ha incuriosito Anselmi? Qui non ha detto niente".
"Dovremmo parlarne in un posto più riservato". Io sono un commissario e lui un semplice agente: tono corretto, educato ma fermo.
"L'ufficio di Anselmi?".
"Ottimo".
È davvero l'ufficio di Anselmi: riconosco l'impermeabile appeso ad un gancio dietro la porta. So che nel primo cassetto ci sarà una confezione di Pasticche del re Sole e una di Maalox.
Mentire. Devo mentire. Ma restando sul vago. "Forse vedermi gli ha ricordato un caso di cui ci siamo occupati insieme, un caso che potrebbe aver attinenza con il vostro suicida".
Mentre ci sediamo Torielli ripete ancora una volta che nessuno ha mai messo in dubbio che proprio di suicidio si tratti. "Se lo ritiene utile posso farle vedere la documentazione. Anche senza richiesta ufficiale. Anselmi non l'avrebbe di certo ritenuta necessaria".
Annuisco. Mi lascia solo. Quando ritorna ha un bel fascicolo.
Non mi è mai piaciuto leggere i rapporti ufficiali, e poi cerco una foto. Le foto del morto. Comincio dai campi lunghi, come se entrassi a vederlo: stanza da bagno, un po' antiquata ma in ordine. Se non fosse per la vasca con il corpo abbandonato e un rivolo di sangue ormai rappreso che dal bordo ha percorso la fiancata fino alle piastrelle del pavimento e si è allargato su un tappetino.
Altra foto: primo piano del contenuto della vasca. L'acqua è torbida per il sangue ma il morto ha l'aspetto sereno che anche in altri suicidi ho trovato. Come se ormai che la decisione è stata presa ed è irrevocabile tutto si stia appianando.
Primo piano sui polsi: li ha tagliati con cura.
Primissimo piano sul portasapone: accanto ad una saponetta quasi nuova c'è una lametta. Nessun segno apparente di sangue ma sulla saponetta c'è un'impronta scura.
Il rapporto della scientifica non lascia dubbi: la lametta è stata sciacquata, ma conserva ancora tracce di sangue (gruppo del morto) e l'impronta sulla saponetta è del morto.
Alzo gli occhi verso Torielli. "Sembra tutto chiaro".
"Chiarissimo. Che sia un caso di suicidio mai nessuno l'ha messo in dubbio. In casa solo le sue impronte e qualcuna della donna a ore. Che nell'ora presunta del...". esita e poi aggiunge: "...del fatto era al lavoro da un'altra famiglia alla parte opposta della città, verso la strada per Dronero. Ci sono testimoni".
"Mi scusi, non sono pratico di Cuneo. Il morto dove è stato trovato?".
"Ma a casa sua!".
"Dove? Questa via non mi dice niente".
Mi risponde senza guardare la documentazione. Dice il nome della via e aggiunge: "Poco lontano da piazza Galimberti, lato buono, verso corso Nizza. Palazzo d'epoca".
"Viveva solo?", e mentre chiedo sfoglio in cerca della foto che ha attirato l'attenzione di Anselmi.
"Solo. Solissimo. Non riceveva nessuno, salvo la donna a ore".
"Età?".
"È tutto scritto lì sul fascicolo, ma se ricordo bene quaranta o giù di lì".
Controllo e commento. "Ha un'ottima memoria, agente Torielli".
Arrossisce e cerca di darsi un contegno giocherellando con il fascicolo. "È che Anselmi mi sta insegnando a curare di più il lavoro d'ufficio. Lo chiama così".
Annuisco: lo so.
"Così quando ho un caso mi dà una mano a tenere tutto in ordine. Qualche mese fa ho avuto un richiamo perché avevo perso un referto di laboratorio...".
"Così il caso era suo, non di Anselmi...".
"Vedo che ha capito. Anselmi lo diceva sempre che lei, commissario Mariani, capisce al volo". Una pausa. "Sì, il caso era mio, per la documentazione, ma Anselmi mi ha aiutato".
"Una gran brava persona". Lascio che la lode si depositi nel silenzio e riprendo: "Qualche idea sulle cause del suicidio?". Anche se so che è una domanda assurda. Peggio che chiedersi quelle di un omicidio.
"Niente. Ma proprio niente. Niente sospetti di mali incurabili: poco tempo prima aveva fatto un controllo completo, ce l'ha detto il suo medico curante. Sano come un pesce".
E si è ucciso in una vasca piena d'acqua. I nostri modi di dire a volte sono tragiche ilarità. "Problemi finanziari?".
"Il professor Airoldi?".
Lo guardo.
"Il morto era professore. No, non medico. Laureato in lettere classiche".
"Insegnante?".
"No, si occupava di traduzioni, di saggi critici. Tutte cose di alto livello".
"E ci viveva?".
"Non aveva bisogno di lavorare per vivere. Uno sfizio, un passatempo. Ecco cos'era il lavoro per lui. Suo padre era avvocato, l'avvocato Airoldi, uno dei più famosi di Torino. E sua madre, Jole Maria Demarchi, aveva terre. No, no, il professor Airoldi non poteva avere problemi finanziari".
"Una relazione?". E chiedendolo sento uno strano raschio in gola; apro il cassetto: le pasticche sono lì. Devo trattenermi per non prenderne una.
"Nessuna storia. I vicini non hanno mai visto donne, se non quelle poche con cui aveva rapporti di lavoro".
"Chi erano?".
"Il professor Airoldi era un vero letterato, solo carta e penna. Ogni tanto una vecchia dattilografa andava da lui per mettergli gli articoli o le traduzioni in bella".
"E così nessuna idea del motivo...".
"A volte un motivo non c'è". Torielli ha la faccia di chi mai ha sofferto davvero. "Sono colpi di testa, la ragione che s'offusca. Se si pensasse... Nessuno si ucciderebbe". Tossicchia. "Ora io dovrei andare...".
"La ringrazio, agente. È stato molto gentile e chiaro nelle sue spiegazioni. Lo dirò ad Anselmi". Mi alzo, gli porgo la mano, stringo la sua. "Questa sera riparto. Pensavo di andar via subito, ma ancora un saluto ad Anselmi lo darei volentieri. Magari nell'ora di visita regolare". Riprendo in mano il fascicolo con aria distratta. "Se potessi nel frattempo darci ancora un'occhiata... Così per capire meglio quello che mi dirà Anselmi e farlo stancar meno".
"Ma sì, certo. In fondo siamo colleghi. Lo tenga pure quanto le serve. E quando va via lo riporta all'ufficio", accenna un gesto alle sue spalle, "quello solito. Ma non ho compilato il modulo per ricordare che l'ho preso. Sono tutte scocciature assurde. Siamo tutti colleghi".
Accenno un gesto di comprensione. "Anche da noi è così. Se stiamo a compilare tutte le scartoffie che ci danno, nemmeno un ladro di polli metteremmo dentro".
E su questa complicità ci lasciamo.
Ora il fascicolo me lo guardo con comodo, senza un estraneo che mi tiene d'occhio. Il pensiero che devo cercare la foto di mia moglie, forse, è stato accantonato.
Il morto. La sua faccia. Il modo in cui si è ucciso.
Airoldi Gualtiero. Mi leggo i dati personali: anni quarantadue. Un uomo normale, nessuno lo direbbe un bell'uomo ma non è neppure brutto. Una non-bellezza che dipende dall'essere anonimo, non da altro. Non è grasso, anzi, ma il viso liscio sembra senza drammi.
Uno zelante ha accluso piantina dell'appartamento.
Ingresso, sala, salotto, tinello, cucina, camera del morto, una seconda camera, più grande, studio, secondo studio, due bagni: il più grande è quello dove il morto è stato trovato.
Le foto sono primi piani di vasca e morto.
All'appartamento sono stati già tolti i sigilli, visto che non ci sono dubbi sul fatto che proprio di suicidio si tratti (è scritto così); un precisino, non è la grafia di Anselmi, sarà Torielli e l'avrà scritto su suo consiglio; ha annotato che le chiavi dell'appartamento sono state consegnate ad Airoldi Gerardo, residente a Genova (segue indirizzo: conosco la via, Quinto residenziale), fratello del morto. Ma che la portinaia ne ha una copia, come ha da anni.
Nel fascicolo nessuna foto. E non potrò vedere Anselmi prima di stasera. Ore vuote. Mi sono preso nota dei dati che penso possano servirmi e ora è il momento di rendere tutto.
Nessuno fa storie: sono amico e collega di Anselmi, l'eroe del giorno, "e quindi che conti pure su di loro".
Esco: l'aria è di un freddo diverso da quello delle mie parti, un freddo che sa di monti, che vien giù dalle Alpi attraverso la piana e sa di neve.
Più che l'occhiata alla piantina è l'istinto di bestia infreddolita a spingermi verso via Roma e i portici.
Odori di muri vecchi, di vino e di dolci. Non come Sottoripa, che sono molo verso l'avventura e fanno respirare mare alla città; qui sono solo un'estensione delle case.
Salgo verso piazza Galimberti lasciandomi alle spalle la Questura e attraversando portici sempre meno bassi e negozi sempre più eleganti. È una mia impressione o anche l'odore sta cambiando? Meno di stallatico, più di scappamenti di auto.
Arrivato alla piazza riapro la piantina e cerco la via. Torielli aveva ragione: è un palazzotto sobrio, solido, per gente che ha mezzi non dall'ultima ora.
Fissato al vetro del portone il cartello affittasi. Mi avvicino: mq. 220, ultimo piano, rivolgersi in portineria. Già che sono lì do un'occhiata ai nomi sui campanelli.
Non c'è nessun Gualtiero Airoldi, ma nell'ottone lucido fa bella mostra un avv. Gustavo Airoldi. È un numero alto, probabilmente un ultimo piano.
Ho voglia di salire e dare un'occhiata, senza toccare niente, senza chiedere altre indagini alla scientifica; un'occhiata per cogliere l'atmosfera. Si è ucciso, con fredda determinazione, un uomo che non aveva, all'apparenza, alcun motivo sensato per desiderare la morte.
Un uomo che aveva la fotografia di una donna che è, forse, mia moglie.
Affittasi: la tentazione è troppo forte. Entro nel portone: uno di quei portoni vecchio stampo, con i legni lucidi, la pianta vera nell'angolo e la guardiola con i vetri scorrevoli. Ho appena messo un piede sulla passiera protetta da una striscia di telina bianca che una voce mi blocca: "Desidera?". È un accento largo, piemontese, di donna di mezza età.
Mi giro: la donna è forse un po' più anziana della sua voce, ma tutto il resto è in regola: scialletto all'uncinetto e calzini di lana. "Ho visto il cartello...". Non concludo per non mentire, almeno tecnicamente.
"E lei è di fuori, di fuori città, neh?".


Torna indietro