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Ego te absolvo
di Andrea Casazza | Max Mauceri
Capitolo primo
Un uomo solo al ristorante è uno
spettacolo tutto da gustare. Se ne sta lì, seduto dietro il suo tavolo in attesa
delle portate e, non avendo nessuno con cui chiacchierare per passare il tempo,
cerca di darsi un contegno in armonia con il suo carattere. Così il timido
cercherà, per esempio, di farsi notare il meno possibile dagli altri commensali.
I suoi gesti saranno ridotti al minimo indispensabile e pure il suo viso sarà il
più inespressivo possibile, con lievissimi sorrisi di circostanza quasi a voler
scusarsi di essere lì. L’arrogante, al contrario, farà di tutto per porsi al
centro dell’attenzione. Chiamerà il cameriere più volte del necessario, chiederà
spiegazioni minuziose sul menù. E quando verrà il momento di stendersi il
tovagliolo sulle gambe, prima di iniziare a pranzare, il movimento assumerà una
gestualità quasi teatrale, come un toreador che agita il telo rosso davanti al
muso del toro.
Quanti ne aveva visti, Batti, di personaggi strani sedersi al tavolo numero tre
di “Chez Maxime”, la vecchia trattoria di Borgo Incrociati. A sessantotto anni
suonati aveva sempre meno voglia di correre per il mondo in cerca di quella
fortuna che mai, nemmeno per un solo attimo, si era fermata a guardare la sua
faccia bruciata dal sole, dal vento e traversata da centinaia di rughe che la
rendevano mobile come una palla di gomma. A sessantotto anni aveva deciso che
preferiva restarsene lì, su quella sedia sistemata in un angolo della cucina
dello “Chez Maxime”, in prossimità della vecchia finestra che un tempo si
affacciava direttamente sulla via. Subito dopo la guerra, un architetto in vena
di speculazione edilizia, aveva aggiunto a quell’appartamento al piano terra una
veranda in muratura che successivamente sarebbe diventata la sala da pranzo
della trattoria. Ma quella finestra era rimasta lì, chissà perché, a dividere i
due locali. Inizialmente era stata usata come passavivande. Poi l’Armando,
proprietario dello “Chez Maxime”, aveva deciso che avrebbe contribuito a
migliorare l’arredamento del locale se fosse rimasta chiusa, ornata con due
tende di pizzo bianco e un vaso di gerani rossi sul davanzale. Così i camerieri,
cioè l’Armando stesso e Serena, per servire in tavola ora passavano dalla porta,
stando bene attenti ai due scalini che sembravano essere stati messi lì apposta
per inciamparsi.
Batti passava ore e ore seduto a quella finestra. Ormai era diventato il suo
posto. Lì, specie nei lunghi pomeriggi d’inverno, poteva chiacchierare con
Teresa, detta la “Terre”, moglie dell’Armando e cuoca della trattoria. E da lì,
nascosto dietro la tenda di pizzo, poteva sbirciare, non visto, verso la sala da
pranzo. In particolare verso il tavolo numero tre, un piccolo tavolino in grado
di ospitare un solo coperto. Due al massimo nei giorni di piena. E cioè mai,
visto che da anni la vecchia trattoria raccattava solo uno sparuto drappello di
clienti al giorno, il minimo indispensabile per non fallire.
Eppure lo “Chez Maxime” aveva conosciuto momenti migliori. Era stato nei primi
anni Sessanta, nel periodo del cosiddetto boom economico, quando la frenesia del
benessere (o forse solo l’illusione?) aveva pervaso anche Genova e i suoi
quartieri più antichi. A quel tempo Armando Torrazza (la sua famiglia era
originaria proprio di Borgo Incrociati) era rimpatriato dalla Francia dove i
suoi genitori avevano avuto il buon senso di emigrare al primo colpo di cannone
che aveva segnato l’inizio della guerra. Armando tornò con tre cose: una borsa
piena di franchi fatti non si seppe mai come; un’amante parigina, Francine
Guivarche, «raccattata certo in qualche bordello», sentenziarono i più maligni;
e un nome altisonante, Armand Torassà, che sulle prime trasse in inganno tutti.
Con i franchi Armando acquistò il vecchio appartamento del borgo che era stato
dei suoi nonni. Fece aggiungere la veranda e, con una gran festa alla quale
partecipò anche la banda del quartiere, inaugurò lo “Chez Maxime”. Qualcuno gli
fece pure notare che la dizione esatta sarebbe stata “Maxim” e non “Maxime”. Ma
lui aveva già fatto fare l’insegna, gli inviti, i cartoncini col menù. «Voi non
capite niente.», aveva così improvvisato una spiegazione «In francese, è vero,
si dice “Maxim”, ma nel dialetto parigino la dizione giusta è “Maxime”». Era,
ovviamente, una balla colossale che però gli fu perdonata quando offrì una
bicchierata gratis a tutto il borgo.
Gli affari andarono bene per qualche anno. La trattoria ospitava a mezzogiorno
operai, impiegati, commesse. E la sera, complici forse le belle cosce di
Francine generosamente scoperte da una serie di minigonne colorate ante-litteram,
una buona fetta di quella Genova bene che riscopriva il gusto della vita
notturna. “Trippe alla moda di Caen”, “Ragout all’alsaziana”, “Escargot”,
recitava pomposamente la carta vergata su un foglio di pergamena da un anziano
professore di calligrafia che abitava nel portone a fianco del ristorante e che
aveva barattato la sua opera con una serie di pasti gratis. Poco male se poi le
trippe erano normalissime trippe accomodate, se il ragout era spezzatino e le
escargot erano lumache cotte come a Genova si cuocevano da almeno trecento anni.
Il menù offriva anche il “gazpacho andaluso”. Con la cucina francese non ci
azzeccava proprio niente, d’accordo. Ma faceva così esotico!
La fortuna cominciò a girare nel giro di un paio di anni. Come tutte le mode,
anche quella di andare a cena da “Chez Maxime” nel vecchio borgo, tramontò quasi
di colpo. E il grande salone della trattoria, sera dopo sera, appariva sempre
più tristemente deserto. Per contro i commensali del mezzogiorno, interessati
più a un pasto frugale da consumare nella pausa di lavoro, cominciarono a
stufarsi delle escargot, del ragout e di Caen. L’elegante foglio di pergamena
venne ben presto dimenticato in un cassetto e le trippe accomodate tornarono ad
essere trippe accomodate, così come lo spezzatino tornò ad essere spezzatino.
Nel menù comparvero anche gli spaghetti e le trenette al pesto. L’apertura delle
prime tavole calde, sul fare degli anni Settanta, e delle prime paninoteche
diedero il colpo di grazia al locale. La bella Francine, stufa di mostrare le
cosce (fra le altre cose ormai anche un po’ cellulitiche) decise di abbandonare
la barca che stava malamente naufragando e fuggì insieme a un camionista suo
connazionale. Fu allora che don Filippo, il vecchio parroco del borgo,
spulciando negli archivi della chiesa cancellò anche l’ultimo tocco di esotismo
dallo “Chez Maxime”: «Armand? Ma che Armand e Armand! Quello è l’Armando, il
figlio dei Torrazza che emigrò in Francia con i genitori quando non aveva ancora
dieci anni».
Furono momenti difficili per la vecchia trattoria del borgo. Ma Armando non
mollò. Strinse i denti e andò per la sua strada. Con qualche cambiamento, è
ovvio. Il più evidente fu la Terre al posto di Francine. La Terre, genovese doc,
non aveva le gambe di Francine, pesava ottanta chili, ma non aveva grilli per la
testa e soprattutto sapeva cucinare: poche cose, ma bene. Assunta come cuoca e
pagata a percentuale, finì col prendere in mano le redini della situazione. Fu
lei a convincere Armando ad accettare la convenzione con una vicina ditta che
produceva giocattoli: quei diciotto commensali ogni mezzogiorno garantivano un
buon guadagno. Fu lei a spargere la voce nel quartiere che sarebbe stato
applicato uno sconto del dieci per cento a tutti i dipendenti della vicina
stazione ferroviaria di Genova Brignole che avessero deciso di tradire
l’asfittica mensa aziendale con lo “Chez Maxime”. E fu ancora lei che decise di
assumere una giovane cameriera, Serena, una mano in più per servire in tavola ma
anche per lavare i piatti, pulire i pavimenti, fare la spesa e tutti gli altri
lavori necessari per mandare avanti la trattoria.
Il passo successivo fu quello di mettere Armando davanti all’evidenza dei fatti:
«Non fosse per me», gli ripeteva almeno dieci volte al giorno «saresti già
fallito da un pezzo... Altro che dar retta alle fisime che ti ha messo in testa
quella francese, quella Francine». E pronunciato da lei, con quelle labbra
grosse, carnose che le riempivano mezza faccia, il nome Francine sembrava una
bestemmia. Fu un lavoro lento, metodico, la tessitura della tela da parte di un
ragno arguto, furbo, che sapeva perfettamente tirare il filo giusto al momento
giusto. Fatto sta che Armando un bel giorno capitolò e finì per sposarsela, la
Terre.
Il rito fu celebrato da don Filippo in una chiesa gremita soprattutto di
curiosi. Testimone per l’Armando, fu Serena che si presentò in un abito blu, a
dire la verità un po’ stinto dagli anni. Testimone per Teresa, fu Batti. «Un
carissimo amico di famiglia», lo presentò la sposa «È come se fosse mio zio». E
invece era l’amante ufficiale della Terre, donna sì di ottanta chili che le
conferivano un aspetto esteriore pacioso, ma capace di una sessualità vulcanica
che non riusciva a sopirsi né col passare degli anni né con la nuova condizione
di donna accasata.
Il ménage a due divenne ménage a tre con buona pace dell’Armando che si rassegnò
al fatto che Batti trascorresse quasi tutte le giornate allo “Chez Maxime”. C’è
da dire che nel suo piccolo dava anche una mano. Teneva compagnia alla Terre, ne
subiva in prima linea gli scatti di rabbia quando qualcosa non andava per il
verso giusto, facendo da parafulmine all’Armando che per questo aveva imparato a
essergli grato. Era diventato l’assaggiatore ufficiale di vini e liquori (e di
questo l’Armando gli era meno grato). E poi amava dare consigli praticamente su
tutto. Un’attività, quest’ultima, che gli veniva dalla supposta saggezza che,
asseriva lui, aveva accumulato durante un’intera, grama vita passata a
inventarsi giorno dopo giorno il modo con cui sbarcare il lunario. «Sapessi
tutte le avventure che ho avuto!», amava ripetere Batti accompagnando la frase
con la mano destra alzata verso il cielo e facendo vagare lo sguardo furbo verso
l’infinito. Ma se qualcuno gli chiedeva cosa avesse fatto in vita sua, quale
fosse stato il suo mestiere, lui candidamente rispondeva: «Io? Non ho mai fatto
nulla. Non ho mai lavorato. Lavorare? Sono buoni tutti. Provatevi un po’ voi ad
arrivare a sessantotto anni senza aver mai lavorato, senza aver mai chiesto
l’elemosina e senza essere diventato un barbone. Questo sì, che è difficile. Il
giorno in cui morirò sulla mia tomba voglio una lapide: “Qui riposa Batti,” deve
esserci scritto “che in vita sua ha sempre riposato”».
I “consigli” di Batti avevano la capacità di mandare in bestia l’Armando. Perché
non era infrequente, specie durante l’ora di punta, vedere la Terre che si
affannava ai fornelli, Armando e Serena che facevano la spola tra la cucina e la
sala da pranzo con pile di piatti sempre più alte in equilibrio sulle mani, i
volti sudati, i grembiuli sporchi, i piedi che facevano male nelle scarpe. E
lui, Batti, se ne stava lì imperterrito sulla sua sedia accanto alla finestra.
«Attento che ti sta cadendo la forchetta!», apostrofava l’Armando che andava e
veniva. «Terre, ho assaggiato il sugo... Manca il sale, aggiungine una presina».
Senza disdegnare, quando gli capitava a tiro, di allungare una manata sulle
chiappe di Serena che ogni volta lanciava un urlo simile a un nitrito. Viene da
sé che la sua attività di consigliere non era pienamente apprezzata dall’Armando
il quale talvolta sbottava e lo mandava pari pari a quel paese con maleparole
che si udivano fino in fondo alla strada.
La vita, allo “Chez Maxime”, proseguiva serena, placida, in un’atmosfera quasi
ovattata, così lontana dalla schizofrenica frenesia della “city” che pure
distava solo poche centinaia di metri dal vecchio borgo. Armando, la Terre e
Batti vivevano praticamente insieme nella trattoria che serviva loro anche da
casa. La sera, poco dopo le dieci, spegnevano l’insegna luminosa e tiravano giù
la saracinesca a metà. Poi si accomodavano in sala a godersi il tv color a 29
pollici che avevano acquistato come cambio merci (cioè in cambio di cinquanta
pasti di mezzogiorno gratis) dal negoziante di elettrodomestici all’angolo.
Quasi sempre si fermava anche Serena, la cameriera dai denti di cavallo, che
preferiva la quiete della trattoria ai continui litigi dei suoi genitori. E poi
il televisore che aveva in casa era un vecchio portatile di soli 18 pollici. La
fauna serale dello “Chez Maxime” era completata da altre presenze, sia d’inverno
«perché in casa mia c’è tanto freddo», sia d’estate «perché in casa mia fa
davvero troppo caldo», che si alternavano nella sala come spettatori non
paganti. Erano i solitari del Borgo, quelli che erano stati dimenticati dai
parenti e dagli amici e che ogni occasione era quella buona per mendicare un po’
di calore umano. Nelle loro case non c’era né troppo freddo d’inverno né troppo
caldo d’estate. C’era solitudine in tutte le stagioni.
I più assidui frequentatori delle serate televisive erano Tommaso, ex ragioniere
del catasto, uomo tutto d’un pezzo e politicamente un po’ nostalgico, tanto che
quando seppe che la famiglia dell’Armando era scappata in Francia durante l’era
fascista, non si fece vedere per quasi un mese. Poi il bisogno di compagnia fu
più forte della sua impuntatura. Dalle cose della politica era invece lontana
mille miglia Nena, insegnante di chitarra ai cui affari aveva nuociuto l’avvento
della musica beat, a metà degli anni Sessanta e la diffusione delle chitarre
elettriche che lei detestava. Era una donnina dall’aspetto dolce, rassegnato,
che vestiva con un’eleganza antica. Arrivava verso le nove di sera con la sua
gatta in braccio, «perché non ho cuore di lasciarla sola in casa», si
giustificava. Si sedeva vicino alla luce e guardava la Tv mentre faceva
l’uncinetto con la gatta che, ai suoi piedi, rincorreva il gomitolo di cotone.
C’era anche Ambrogio, ex guardia carceraria di Marassi, che era un fanatico dei
film gialli. E quando c’era da scegliere litigava sempre con Lucia, l’ex maestra
elementare, che preferiva i documentari naturalistici ma non disdegnava affatto
i drammoni d’amore, specialmente quelli con finale tragico. Forse per una
questione autobiografica, visto che nel Borgo correva voce che in gioventù fosse
stata la protagonista di una storia con un giovane portalettere che era stato
stroncato dal mal sottile proprio alla vigilia delle nozze.
La giornata dello “Chez Maxime” finiva sul far della mezzanotte, quando anche
l’ultimo ospite usciva dal locale. Armando e la Terre si ritiravano nella loro
stanza, proprio sopra la cucina, collegata alla trattoria da una scala interna.
A malincuore se ne andava anche Batti che, nonostante i risaputi rapporti che
aveva con la Terre, non osava turbare l’intimità notturna del talamo coniugale.
Per lui era pronta una cameretta nel sottoscala di una pensioncina in via
Canevari, a poche centinaia di metri di distanza. Non c’era nemmeno l’acqua
corrente, l’arredo era quel che era e la finestra si apriva a livello
marciapiede. Del resto i patti erano chiari: lui pagava poco e solo quando
poteva.
Un uomo solo al ristorante è uno spettacolo. Batti ne era sempre più convinto
mentre, dalla sua solita postazione, stava osservando, con la curiosità di un
entomologo verso un insetto, quel distinto signore in giacca e cravatta che era
entrato poco prima e che era stato fatto accomodare al tavolo numero tre. Non
solo, quella sera, era l’unico cliente dello “Chez Maxime”, ma per giunta era un
cliente decisamente anomalo. La trattoria, di sera, era ormai frequentata solo
dagli operai trasfertisti che alloggiavano nella vicina pensione di via Canevari.
E quel signore non aveva proprio nulla dell’operaio trasfertista. Innanzitutto
era proprio un vero signore, non tanto per la giacca, la cravatta e il cappotto
che aveva tutta l’aria del cachemire. Ma soprattutto per il suo modo di fare,
per i suoi gesti misurati e attenti che tradivano educazione e cultura. Per
quello sguardo abituato a soppesare gli interlocutori alla prima occhiata. Uno
sguardo capace di incutere rispetto e soggezione.
Eppure c’era qualcosa che non quadrava. Batti scostò la tendina di pizzo
azzurro, si assicurò di non essere visto e osservò meglio. Quell’uomo appariva
turbato. Profondamente turbato. Spiluccava senza fame la fetta di arrosto unto e
bisunto che Serena gli aveva servito e continuava a spiare l’orologio come se
aspettasse qualcuno e fosse in ansia perché non lo vedeva arrivare. Ad un tratto
prese dalla tasca il telefonino e cominciò a comporre un numero. Poi ci ripensò:
chiuse lo sportelletto del cellulare con gesto secco e lo rinfilò in tasca.
Riprese a mangiare senza appetito. Poi tornò a guardare l’orologio ed ebbe quasi
un sussulto quando la porta della trattoria si aprì. Era la Nena che arrivava
con la sua gatta sottobraccio. «Ciao Serena... Sono venuta a scaldarmi un po’. A
casa mia c’è tanto freddo...».
L’uomo del tavolo numero tre sembrò afflosciarsi su se stesso.
«Aspetta qualcuno!».
«Cosa stai brontolando, Batti?».
«Dico che quel tizio sta aspettando qualcuno».
La Terre si chinò per sbirciare la sala da pranzo sotto il bordo della tendina.
«È un bell’uomo. Starà aspettando la sua amante».
«Quello non è il tipo da avere l’amante».
«Beh, se è per quello neanche tu sei il tipo da avere un’amante...».
«Eppure ti dico che quel tizio è alle prese con un problema».
La Terre non era tipo che amasse il gioco sottile dell’introspezione
psicologica.
«Sarà, ma a te che ti frega? Piuttosto levati di lì che devo pulire e fra poco
comincia il film. Non voglio perdermi l’inizio che poi non ci capisco niente».
L’uomo del tavolo numero tre finì di pranzare con una mela e un caffè che sorbì
amaro. Pagò il conto ma non si alzò subito. Stette seduto al suo posto per
almeno un’altra mezzora, gli occhi fissi sul film che era già iniziato ma
contemporaneamente persi in un altro spettacolo di cui evidentemente solo lui
conosceva la trama. Verso le dieci, dopo aver dato un’occhiata per l’ennesima
volta all’orologio, si alzò per andarsene. Indossò il cappotto e, una volta
sull’uscio, si voltò per borbottare un saluto.
Capitolo secondo
L’uomo chiuse alle sue spalle la porta
della trattoria e si sollevò il bavero del cappotto. Fuori, in via Borgo
Incrociati, le pietre del selciato luccicavano di umidità. Un’umidità diffusa
che riempiva l’aria della notte di un odore di marcio e penetrava sotto gli
abiti in sottili brividi di freddo. In quell’autunno non ancora avanzato era
come se Genova fosse avvolta in una nube carica di pioggia sottile che non si
decideva a cadere. L’uomo guardò a destra e a sinistra come indeciso su quale
direzione scegliere. Per un attimo rimase immobile ad annusare la notte, poi si
avviò a passi decisi in direzione della stazione Brignole. Intorno non c’era
anima viva né rumori provenivano dalle case. Da una finestra del primo piano,
l’unica in tutta la via non ancora oscurata dalle persiane, traspariva un
baluginio azzurrognolo di televisore acceso che si rifletteva sull’impiantito
bagnato della strada creando oleosi giochi di luce. Camillo Ardeani infilò le
mani nelle tasche del cappotto e accelerò il passo. La destra incontrò il freddo
metallico del telefonino. Lo tirò fuori quasi senza pensarci. Ne aprì lo
sportelletto e un tenue bagliore illuminò lo schermo del cellulare. Nessun
messaggio. Che cosa era successo? Che cosa significava quel silenzio? Perché,
quella sera nessuno si era fatto vivo? Quell’appuntamento da “Chez Maxime” era
solo una trappola? E se sì, per quale ragione, con quali fini?
Ardeani si guardò attorno con occhi inquieti mentre il rumore secco dei suoi
passi rimbombava sul selciato. Sulla destra una grande vetrina lasciava
penetrare lo sguardo fra le ombre di vecchi mobili, statue di marmo, quadri con
pesanti cornici barocche, cianfrusaglie indistinte abbandonate su tavoli e
sedie. Un universo da bric-à-brac dal quale sembrava levarsi lo stesso odore di
muffa che permeava l’aria. Camillo Ardeani scorse il suo riflesso impastarsi
sulla schermata grigia del vetro antisfondamento, perdersi nel buio del negozio
come inghiottito da quella ridda di anticaglie sparse senza alcun ordine
apparente.
Conosceva molto bene quel tipo di negozio. In Borgo Incrociati c’era stato più
volte in passato. La prima volta agli inizi degli anni Settanta quando nella
strada non si era ancora aperta la ferita del crollo che la furia del Bisagno,
straripando, aveva causato. A parte quell’edificio nuovo, in cemento armato che
ne rompeva l’armonia, il borgo non era cambiato granché. Una piccola oasi, uno
scampolo di passato dimenticato dall’incedere delle nuove opere, protetto dal
ponte della ferrovia e dalla stazione che ne avevano separato il destino
urbanistico da quello di piazza Verdi, dominato dalle doppie torri vetrate del
complesso di Corte Lambruschini e, ancor prima, dagli spigolosi interventi
geometrici dettati dell’architettura fascista in piazza della Vittoria. Un
angolo di vecchia Genova incuneata fra gli argini del Bisagno, smodatamente
larghi in estate e pericolosamente stretti nella stagione delle piogge, e i
muraglioni di corso Monte Grappa dove la città iniziava a inerpicarsi verso
piazza Manin e le alture circostanti in un rincorrersi di palazzi ritti in punta
di piedi, lo sguardo rivolto al mare: vicinissimo eppure lontano e invisibile.
In Borgo Incrociati, Camillo Ardeani era capitato più volte per lavoro. C’era
venuto a caccia. In quei negozi di robivecchi uno sguardo attento, lo sguardo di
un professionista, poteva non di rado scoprire insospettati tesori. Almeno negli
anni Settanta in cui la conoscenza dell’antiquariato, quello vero, era
patrimonio di pochi e non era raro scoprire in un vecchio tavolo minato dai
tarli e magari mascherato da una mano di vernice, una preziosa frattina del
Settecento o, in una cornice smaltata, un pezzo art nouveau. Fare affari, in
quegli anni, non era difficile. Nonostante la caparbia ostinazione degli ignari
possessori di quei tesori, abituati a valutarne il valore quasi esclusivamente
spiando l’intensità dell’interesse dell’acquirente. Un criterio aggirabile con
una buona dose di psicologia del commercio e una sapiente gestione degli
sguardi. Bastava, in buona sostanza, sviare l’attenzione del venditore trattando
oggetti di scarso interesse e solo all’ultimo, quasi per noia o distrazione,
puntare con indifferenza l’indice sul pezzo che si voleva realmente acquistare.
E ad Ardeani non di rado era accaduto di ottenerli addirittura gratis, senza
sborsare una lira: come aggiunta, come regalia a un acquisto in blocco di cose
di poco valore pagate, quelle sì, decisamente più di quanto non valessero.
Camillo Ardeani sorrise fra sé rievocando nella mente alcune di quelle
ferocissime trattative. E ancor più pensando all’intenso piacere provato quando
finalmente quegli acquisti giungevano nel suo negozio di antiquariato in via
Giulia, a Roma. Quando, scartato il ciarpame destinato a essere rivenduto in
blocco e a poco prezzo ai robivecchi di Trastevere, metteva mano sulla chicca
della quale era riuscito a venire in possesso. A volte anche solo una vecchia
tela, un soprammobile, un paio di candelabri magari acquistati assieme a
un’intera camera da letto utilizzata come esca, per sviare l’avida attenzione
del venditore. Da quel quadretto, da quei candelabri era spesso in grado di
guadagnare sino a cento volte tanto quanto speso a Genova.
«Altri tempi», sospirò giungendo alla fine della strada e varcando l’ideale
soglia che mette il borgo in collegamento con lo sferragliante dominio della
stazione, rumorosamente nascosto dietro il palazzo delle Poste. Svoltò a destra
e proseguì sino ad imboccare il sottopassaggio pedonale di Brignole. Un lungo
tunnel dalle pareti piastrellate di bianco e spezzato, sulla sinistra, dalla
orbite oscurate dalle serrande di una manciata di piccoli negozi. Tane
claustrofobiche ingombre di mercanzie, apparivano di giorno alla luce bianca dei
neon. Loculi del commercio in cui d’inverno l’aria, veicolata dal vortice del
tunnel, entrava fischiando a ogni aprir di porta e, d’estate, si faceva
appiccicosa nel mulinare ininterrotto dei ventilatori.
Camillo Ardeani accelerò colto da una improvvisa inquietudine. L’eco dei suoi
passi rimbalzò sul soffitto a volta della galleria. Dall’altra imboccatura,
quella che si apriva su piazza Verdi e per il momento invisibile, il vento
giungeva impetuoso quasi a rallentarne il passo. Addossati alle pareti, sdraiati
a terra e protetti dalla corrente da un riparo costruito con grosse scatole di
cartone, due ragazzi dormivano imbozzolati in un largo sacco a pelo verde
militare, circondati da tre grossi cani neri anch’essi addormentati. Appoggiata
a due zaini traboccanti, una chitarra e una vaschetta per le elemosine. Le
teste, quasi interamente nascoste dai lembi del sacco a pelo, lasciavano
intravedere la bionda e lunga chioma di lui e i capelli tinti di azzurro con
larghe striature rosa di lei. Punkabbestia era la loro metropolitana tribù. Una
tribù alla quale i mass media avevano ormai da tempo dato dignità di esistenza
ai margini della società dei consumi. Nuovi barboni dall’anonimo passato e dal
futuro incerto, meno rassicuranti dei loro predecessori che sulla strada erano
finiti spinti quasi tutti dal bisogno o dal disagio e non da una frattura
insanabile con una realtà periferica emarginante e crudele. Una frattura segnata
da un’ostile aggressività che faceva paura e non lasciava alcuno spazio all’aura
che avvolgeva la figura del vecchio clochard al quale si faceva credito di una
scelta di vita e di libertà che, nella maggioranza dei casi, era frutto di un
romanticismo falso e peloso.
Le prime note dell’Internazionale ruppero il silenzio della notte facendolo
sussultare. La mano di Camillo Ardeani corse in fretta alla tastiera del
cellulare e ne pigiò un tasto ancor prima di estrarlo dalla tasca. Uno dei tre
grossi cani neri si mosse di scatto annusando l’aria con assonnata ferocia. Poi,
valutata l’assenza di pericoli, si riaccoccolò nascondendo il muso fra le zampe.
«Pronto…», disse a mezza voce Ardeani portandosi il cellulare all’orecchio.
Dall’altro capo del telefonino si sentiva il rumore di auto in una strada
stranamente trafficata, vista l’ora. Un sottofondo monotono spezzato da un
respiro pesante.
«Professore, lei non doveva venire a Genova».
«Chi parla, scusi». Ardeani lo chiese in un soffio non riuscendo a dissimulare
un guizzo di apprensione. Quella voce non l’aveva mai sentita. Vi aveva colto
una leggera inflessione meridionale, ma poteva anche essere frutto di un vago
accento straniero.
«Lei non mi conosce ma io conosco lei e conosco molto bene chi doveva incontrare
questa sera da “Chez Maxime”».
«Mi scusi ma non capisco…».
«Non è necessario che capisca, professore. L’importante è che domani lei se ne
torni a Roma e dimentichi le ragioni che l’hanno portata a Genova».
Camillo Ardeani era ormai giunto all’uscita del tunnel. Le luci di piazza Verdi
e della vicina stazione ebbero come un effetto tranquillizzante.
«Forse è meglio che mi dica chi è e che cosa vuole da me», replicò in tono
deciso.
«Il mio nome non ha importanza. Non le direbbe nulla. Le ripeto: lei non mi
conosce. Però segua il mio consiglio. Lasci stare, se ne torni a casa. Dia
retta: lei si sta infilando in un brutto pasticcio ed è ancora in tempo ad
uscirne».
«Non so di che cosa stia parlando».
«Non credo e comunque lo sapeva molto bene la signora con la quale aveva
appuntamento questa sera. Torni a casa, professore, dia retta. La vita è così
breve e incerta…».
L’ultima frase gli giunse impastata dal rombo di un camion. Un’improvvisa
impennata di rumore che rese più intenso il silenzio che ne seguì.
«Pronto, pronto…», urlò Ardeani. Inutilmente. Lo sconosciuto aveva riattaccato
lasciandosi dietro l’eco di quella velata minaccia.
Ardeani, fermo impietrito al semaforo di via de Amicis, schiacciò con poca
convinzione un tasto del suo telefonino: sul display apparve la scritta “numero
sconosciuto”. Lo ripose nella tasca del cappotto e attraversò la strada. Era
tardi, ormai, e le vetrine del bar all’angolo gettavano in strada una luce
gialla, calda e rassicurante. Ardeani entrò.
«Posso sedermi?», chiese all’uomo indaffarato dietro il bancone indicando uno
dei divanetti posti accanto alla vetrina.
«Spiacente ma stiamo chiudendo. Se vuole bere qualcosa al banco…».
«Mi dia una grappa. Una grappa bianca, per favore».
Il barista lo guardò con aria indifferente. Si voltò, prese dallo scaffale una
panciuta bottiglia di Nonino e ne versò una dose generosa in un flûte.
«Cinque euro… Scusi sa, ma sto chiudendo anche la cassa».
Ardeani gli porse una banconota da dieci e bevve un sorso di grappa. Trattenne
il liquore in bocca per qualche secondo assaporandone l’intenso aroma di
vitigno, poi lo lasciò precipitare in gola godendo del calore che diffondeva
nella sua discesa verso lo stomaco. Prese un altro piccolo sorso.
«Posso fumare?», azzardò lanciando uno sguardo nel locale completamente vuoto.
«Per me non c’è problema, fra un paio di minuti chiudo. In ogni caso la multa la
paga lei».
Si accese una Marlboro e ne aspirò la prima boccata con ingordigia. Il fumo e la
grappa scalfirono l’inquietudine nella quale aveva vissuto le ultime ore e il
senso di disagio che gli aveva lasciato dentro la telefonata dello sconosciuto.
Era dunque una donna il misterioso contatto genovese del quale gli avevano
parlato? Era lei che avrebbe dovuto raggiungerlo da “Chez Maxime” per
consegnarli il cofanetto? “Qualcuno che tu conosci”, gli aveva detto il suo
socio che si era fatto tramite di quell’incontro rifiutandosi però di svelargli
il mistero. Lui aveva pensato a un gioco, uno scherzo del tutto in linea con lo
stile dell’amico e non aveva insistito oltre per sapere di chi si trattasse.
L’importante era che l’affare giungesse in porto. Ma, chissà perché, aveva
pensato che il misterioso contatto genovese fosse un uomo e ora era sorpreso
nello scoprire che in realtà si trattava di una donna. Sempre che fosse vero.
Sempre che lo sconosciuto che gli aveva telefonato avesse detto la verità. Certo
doveva essere al corrente dell’affare. In caso contrario non avrebbe saputo del
suo appuntamento al ristorante di Borgo Incrociati, né tantomeno avrebbe avuto
il suo numero di cellulare. Chi poteva essere? In che modo e attraverso chi era
legato a quell’affare?
«Devo chiudere».
La voce del barista aveva un tono asettico appena addolcito dall’incedere
cantilenante dell’italiano che si parla a Genova. Camillo Ardeani intascò i
cinque euro di resto, svuotò d’un sorso il bicchiere di grappa e uscì, facendo
un cenno di saluto con la testa. «Buonanotte», disse con le spalle ormai volte
al bancone e lo sguardo in strada.
Fuori l’aria si era fatta più tiepida o forse era la grappa ad averlo riscaldato
ricacciando l’umidità che gli era entrata nelle ossa appena uscito dal
ristorante. In ogni caso non aveva molta strada da fare. Aveva fissato una
stanza proprio lì accanto, all’hotel Verdi.
La luce dell’insegna dell’hotel tingeva di verde la volta dei portici facendo a
pugni con il rosso di quella del cinema porno che apriva i suoi torbidi battenti
pochi passi più avanti. Nella hall i suoi passi furono attutiti dalla vecchia e
sdrucita passatoia bordeaux e solo il campanello che tintinnò al richiudersi
della porta a vetri scosse la signorina dietro il banco della reception.
«Buonasera signore. Che camera?».
La ragazza aveva i capelli corti e neri tagliati a spazzola, occhi nocciola, un
naso affilato e una voce arrochita. Non era bella, il fisico molto magro
fasciato nella divisa blu dell’albergo metteva in mostra due piccoli seni, ma
aveva un che di provocante nello sguardo. Poteva avere una trentina d’anni.
Camillo Ardeani le disse il numero della stanza e si scoprì a guardarsi di
sottecchi nello specchio quasi a misurare l’intensità residua del suo fascino.
Ai suoi tempi, come si dice, aveva fatto sfracelli giocando su una cultura
raffinata, su modi eleganti, su una discreta disponibilità di denaro e su un
viso spigoloso illuminato da due occhi blu intenso. Ora, a cinquantacinque anni,
poteva ancora dirsi un uomo interessante. I capelli dritti e costretti
all’indietro con persistenti dosi di gel si stavano tingendo di grigio e fili
argentei facevano capolino anche sulle basette e sulla barba che aspettava la
rasatura dell’indomani. Era alto poco più di un metro e ottanta e con gli anni
si era un poco appesantito. Una leggera pinguedine che l’abito scuro di sartoria
dal taglio impeccabile dissimulava perfettamente. Senza pensarci portò la mano
al nodo della cravatta regimental come per sistemarla al posto giusto sotto il
colletto della camicia blu scuro. Sì, poteva ancora piacere alle donne, decretò
con una certa soddisfazione sentendo su di sé lo sguardo incuriosito della
ragazza d’albergo. Prese la chiave che questa gli porgeva.
«Può svegliarmi domani mattina alle otto?».
Stava avviandosi verso le scale quando il suo telefonino iniziò a vibrare.
Lasciò che le note dell’Internazionale risuonassero per un po’, prima di
rispondere. Lo divertiva osservare lo sguardo interrogativo della gente che gli
stava intorno sentendo la suoneria del suo cellulare. Un inno che strideva con
il suo aspetto da ricco borghese come una locomotiva in frenata sui binari.
«Pronto…».
«Ciao Camillo sono io. Ho saputo che l’incontro è andato a monte. Forse è meglio
se torni a Roma».
«Come sarebbe? Eppoi, scusa, tu da chi l’hai saputo?».
«Lascia stare, è meglio parlarne a voce. I cellulari ormai sono come megafoni
planetari. Ci vediamo in negozio, in via Giulia, domani sera».
«Sei la seconda persona questa notte che mi dice di levare le tende da Genova.
Cos’è, fate parte del contro-ufficio promozione della città?».
«C’è poco da scherzare, Camillo. Soprattutto con la persona che ti ha chiamato
prima di me».
«Come, come? Tu allora la conosci?».
«Ne parliamo con calma, domani a Roma. Buonanotte».
Ardeani ripose in tasca il telefonino con un gesto di stizza. Diede un’occhiata
all’infilata di orologi appesi sopra la reception. A Tokyo erano già le otto e
mezza del mattino seguente, a New York erano ancora le sei e mezza del
pomeriggio. A Roma come a Genova il nuovo giorno era arrivato appena da mezzora.
Provò un senso di sgomento, di assoluta, improvvisa e insopportabile solitudine.
«A che ora smonta signorina?».
La ragazza lo guardò con aria divertita, tutt’altro che sorpresa.
«Fra mezzora, signore».
«Le andrebbe di portarmi dello champagne in camera?».
«Forse… chissà».
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