|
Eravamo in centomila
Un secolo di derby sotto la Madonnina
di Alberto Figliolia | Davide Grassi | Mauro Raimondi
Prefazione
“Derby”,
a Milano, lo scriverei tra virgolette nerazzurre da una parte e rossonere
dall’altra.
Chiudo gli occhi e cerco fotogrammi stracittadini: in una domenica di nebbia
vedo San Siro a due anelli, le squadre schierate e la voce storica che chiama
all’appello, tra tanti volti, Sarti, Burgnich, Corso, Pelagalli, Lodetti,
Trapattoni, e via così, sulle note di un boogie che segnava un’epoca.
Un’altra Milano, forse, un’altra Italia?
Io non c’ero, me l’hanno raccontata la favola di Milan col coeur in man e
lo chiederei ai Bedin, ai Domenghini, agli Altafini, alle facce di allora,
quando per Gianni Brera avevamo “diritto di inorgoglirci per la città. In
nessuna parte del mondo sarebbe possibile oggi allestire un incontro così alto
di tono”.
Correva l’anno 1965, in campo non giocavano santi ma uomini, avversari sempre e
di gusto, nemici credo quasi mai. Era un’altra l’etica della sfida, un gioco in
cui i rossoneri erano la misura della forza dei nerazzurri e viceversa, così
semplice da essere difficile da spiegare. Intorno, altra cornice, altra maniera
di sfottere, di incazzarsi. Dove sei bar sport?
Il passato resta lì, indifferente, immortalato in una partita di calcio chiamata
derby attraverso una foto in bianco e nero che lascia immaginare più di quel che
si pensi... basta guardare gli occhi di quella gente e coglierne la bellezza, la
differenza. E noi? Noi non rimpiangiamo, non c’eravamo; se qualcosa c’è stato
non eravamo ancora nati, ma il racconto ci ha aperto un dubbio: e se il derby
più bello dovesse ancora venire? Io, il mio, lo ascolterò alla radio dalla voce
di Nando Martellini, senza anticipo né posticipo, arbitro Lo Bello di Siracusa,
in campo eroi in pasta d’uomo di tanti anni di storia. Mi raccomando solo una
cosa: che qualcuno inviti il signor Rivera; è da troppo tempo che non si vede a
San Siro!
Gianfelice Facchetti
Ho letto con entusiasmo e interesse il libro scritto a sei mani da Alberto
Figliolia, Davide Grassi e Mauro Raimondi: Eravamo in centomila. Un secolo di
derby sotto la Madonnina, un testo che sicuramente si farà apprezzare dal
pubblico sportivo, e non, della città milanese.
Scorrendo le pagine ho visto non solo la storia del calcio di Milano, ma anche
la storia della città. Le citazioni in dialetto milanese, il richiamo ai diversi
campi di gioco sparsi qua e là nel reticolo delle vie, ma anche i “soprannomi”
dei vari giocatori delle due squadre, oltre agli eventi che ne hanno sancito la
divisione storica, mi hanno molto colpito e dovrebbero essere anche fonte di
conoscenza da parte di quel “tifo” composto di giovani che, proprio per la loro
età anagrafica, non hanno ancora avuto la fortuna di conoscere in profondità la
storia delle squadre milanesi, le quali, ancora oggi, infiammano i cuori
generosi e sempre disponibili dei cittadini di Milano.
Noi sappiamo che gli italiani sono un “popolo di allenatori”, come sosteneva un
grande giornalista sportivo, ed è altrettanto vero che gli italiani, e i
milanesi in particolare, sono grandemente ancorati all’evento sportivo e lo
vivono nel profondo. Per tutti noi il derby è sempre “qualcosa in più” che
libera nei muscoli dei calciatori e nelle voci degli appassionati i sentimenti
più vivaci e nascosti che prendono forma al momento dell’inizio della partita.
Leggendo il libro ho molto apprezzato l’intensità con cui sono descritti gli
eventi dei derby. Tutto ciò ha risvegliato in me i flashback più belli della mia
carriera di calciatore, ma anche tante scene e volti di personaggi con cui ho
avuto la fortuna di vivere i vari momenti preparativi alle stracittadine. È
proprio dei ritiri pre-partita che ho il vivo ricordo di quanto fosse importante
per ognuno di noi entrare in campo concentrati e preparati, non solo per vincere
ma anche per dare un degno spettacolo in quel campo bellissimo che è San Siro,
La Scala del calcio.
Il terreno di gioco trasmetteva quel sano agonismo che ti faceva capire quanto
fosse importante essere lì in quel momento e dare il meglio di se stessi, perché
non solo la squadra ma anche tutta la società e i tifosi potessero gioire della
vittoria e della giornata che si concludeva felicemente promettendo una sana
settimana all’insegna degli “sfottò” simpatici agli amici appartenenti alla
squadra avversaria perdente.
Proprio l’immagine dell’“umanità” del testo mi piacerebbe che rimanesse, per
quanto possibile, nel cuore del lettore come il “gusto” e il significato
profondo della storia dei derby che hanno e continueranno a rallegrare, o
rattristare, il cuore dei tifosi. Sì, l’umanità.
Il calciatore non è un eroe o un mito, ma una persona. Un essere umano al quale
è stato concesso un dono e ha avuto la passione di coltivarlo. La passione della
pazienza e del sacrificio. La voglia di condividere il dono con tanti altri che
ne hanno avuto uno uguale. I doni poi sono messi insieme e coordinati da un
allenatore che ha il compito di renderli armonici all’interno della squadra,
come un direttore d’orchestra rende i diversi strumenti suonati da persone
diverse una dolce melodia da ascoltare. Così è il calcio. Una sinfonia di doti
atletiche, sportive, tecniche, muscolari e umane. Uno sport che appassiona. Un
momento di gioia per chiunque partecipi. Una giornata di crescita collettiva e
di condivisione di quanto, ciascuno a diverso titolo, può offrire nelle due ore
di serenità e partecipazione umana qual è l’evento calcistico. Ecco perché la
violenza e le altre fonti inquinanti non si addicono allo sport in generale e al
calcio in particolare.
Grazie, infine, agli autori del testo perché ci hanno consegnato uno strumento
prezioso di conoscenza, ma anche di riflessione, affinché ogni tifoso della
propria maglia di appartenenza (nerazzurra o rossonera) possa comprendere il
significato dell’essere “supporter”. Non si dimentichi, in conclusione, il
valore del simbolo milanese annunciato dal sottotitolo del libro: La Madonnina,
cui tutti alzano lo sguardo, chiedendo protezione e sostegno, noncuranti
dell’appartenenza al Biscione o al Diavolo, ma certi che la Grazia della
vittoria sarà concessa a chi, nello stadio dedicato a San Siro, esprimerà non
solo il gioco migliore, ma anche doti di umanità e collaborazione alla gioia di
tutti.
Buona lettura.
Angelo
Colombo
Torna indietro
|
|