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Ezio Lucarno
Oltre il partigiano
a cura della scuola Secondaria di I° grado "D'Azeglio-Lucarno"
da un progetto di Giancarla Cogorno
L'impiegata del comune
di Vincenza Lucarno
1° capitolo
“Gli uomini non
dovrebbero mai iniziare la
guerra, per nessuna ragione al mondo, lecita
o illecita che sia, perché si sa come
comincia, ma non si saprà, in anticipo,
come essa andrà a finire” (V. Lucarno).
Il 12 ottobre 1941 Elisabetta
Lucarno, Lisa per famigliari e amici, entrò nel Comune di Genova come impiegata
avventizia.
Il giorno prima aveva compiuto 20 anni.
Il 30 giugno di quello stesso anno si era diplomata come maestra elementare
presso l’Istituto Magistrale “Raffaele Lambruschini” e aveva appreso la notizia
della sua promozione in modo strano.
Quel giorno, l’intera scolaresca delle scuole superiori della città aveva
svolto, in divisa, il consueto saggio ginnico di fine anno scolastico allo
stadio della “Nafta” e Lisa vi aveva partecipato col cuore in gola; in quello
stesso pomeriggio, infatti, i professori di tutte le classi si sarebbero riuniti
per fare gli scrutini finali. Per coloro che si dovevano diplomare in quell’anno,
a causa della guerra che incalzava, il prescritto esame di Stato per
l’abilitazione, era stato abolito.
Finito il saggio, gli alunni della “Lambruschini” erano stati ricondotti con i
tram in piazza Corvetto. Scesi dai mezzi, in massa, essi si erano subito
precipitati su per il viale Agostino Bertani, smaniosi di sapere, attraverso i
quadri, che ormai dovevano essere stati esposti nell’atrio della scuola, se
erano stati promossi o meno. Lisa risaliva da sola il viale lentamente, perché
temeva un rimando a settembre. Quegli ultimi tre anni erano stati frustanti per
lei e non vedeva l’ora di farla finita con quella scuola che aveva disatteso
tutte le sue aspirazioni e spento il suo avido desiderio di sapere e di
conoscere. Davanti a lei salivano quattro sue compagne di classe; non avevano
premura di sapere: erano delle “secchione” e pertanto sicure della loro
promozione. Intanto, dalla scuola giungevano già le prime notizie; le compagne
che erano davanti a lei avevano già captato che, nella loro classe, erano stati
promossi tutti ad eccezione di due. Lisa fremette. Senz’altro una di quei due
era lei ed invece... “Se la Guerrieri e la Villa” commentavano quelle, “si
fossero fatte interrogare all’ultimo di chimica, come aveva fatto la Lucarno,
sarebbero state promosse anche loro”. “Oh, mio Dio, che Tu sia benedetto per
sempre per avermi tolta da questa tortura!” aveva pensato dentro di sé Lisa.
Dunque, era proprio vero: era stata promossa! Le gambe le cedettero per
l’emozione e dovette appoggiarsi, per non cadere, al muro del palazzotto che
ospitava il “Politeama Genovese”. Aveva creduto di volere quella abilitazione
per soddisfare il giusto desiderio dei suoi genitori, che tanto si erano
sacrificati per mantenerla agli studi e, invece, si stava accorgendo che in
fondo l’aveva desiderato ardentemente anche per se stessa. In quel momento,
stava assaporando il piacere che dava il raggiungimento sospirato di una “meta”,
un piacere sottile e raffinato, indescrivibile. Lisa lo assaporò tutto e fece
bene, perché nella sua vita futura, per tutta una serie di circostanze negative,
non le fu più concesso di raggiungerne altre, che l’avrebbero soddisfatta come
quella.
Terminata la scuola, si era messa subito alla ricerca di un lavoro; non si
sentiva di dedicarsi all’insegnamento, le sembrava di essere tanto ignorante da
non poter insegnare niente a nessuno. D’altra parte, con la guerra che
incombeva, i tempi si erano fatti durissimi; col razionamento dei viveri e del
settore dell’abbigliamento, i prezzi erano andati alle stelle. Le razioni
giornaliere fissate dal regime erano troppo esigue, per cui, se uno non voleva
morire di fame come era successo al padre del suo amico Bruno Dallai, doveva per
forza rivolgersi al mercato nero, soggetto alla libera contrattazione e a forme
di vero e proprio “vampiraggio sociale”.
Stando così le cose, Lisa non poteva permettersi il lusso di fare concorsi per
correre dietro ad un posto di insegnante. Urgeva, dunque, trovare un’altra
attività, che le procurasse un reddito immediato. E così, con l’aiuto dello zio
Silvio, vigile investigativo presso il Comune di Genova, aveva presentato
domanda in tre banche diverse e allo stesso Comune. Le banche l’avevano subito
scartata: assumevano solo ragionieri. Restava il Comune. La prospettiva non era
delle più allettanti, ma per tutto il periodo che sarebbe durata la guerra,
sarebbe andato bene anche quello. Finite le ostilità, però, Lisa si riprometteva
di cercare qualcosa di più soddisfacente e, per questo, era disposta ad
andarsene anche all’estero, in Inghilterra, ad esempio.
Lo zio la istruì su come doveva comportarsi per ottenere il posto. Inoltrata la
domanda, avrebbe dovuto chiedere un colloquio al vice Podestà per esporgli la
sua situazione.
Il Comune di Genova, come del resto tutti i comuni d’Italia, si era trovato in
gravi difficoltà. Con lo scoppio della guerra, infatti, una buona parte dei
propri impiegati era stata richiamata alle armi e a questa calamità si era
aggiunta la necessità di istituire nuovi servizi, come ad esempio la
ripartizione delle carte annonarie, il controllo tagliandi, il servizio per i
sussidi di guerra e l’aveva affrontata assumendo nuovo personale in modo
massiccio ed eterogeneo, comprese donne di mezza età con appena la licenza
elementare.
Alla metà di settembre Lisa, visto che la sua domanda non aveva ancora avuto
esito alcuno, si recò a Palazzo Tursi, sede centrale del Comune di Genova, per
chiedere un colloquio col vice Podestà. Scesa dal tram numero 21 in piazza
Portello, attraversato un vicolo, imbucò via Garibaldi, la via Aurea dei
genovesi, già Strada Nuova, una via non troppo ampia, ancora lastricata e
fiancheggiata da imponenti palazzi.
Incredibile, ma vero: Lisa, a vent’anni, non conosceva ancora la sua città. Per
ben sette anni aveva percorso in tram il tratto Staglieno-Corvetto per andare a
scuola, ma non si era mai avventurata oltre e, pertanto, quella mattina
percorreva per la prima volta una delle arterie più importanti della sua città.
Indovinò di trovarsi di fronte a Palazzo Tursi, perché sui gradini esterni dello
stesso stazionava, di servizio, un vigile urbano in alta uniforme.
Palazzo Tursi era un palazzo imponente, uno di quei palazzi che Lisa aveva visto
soltanto al cinema. Salita la breve scalinata, che dall’atrio conduceva ad un
grande cortile interno tutto circondato, sotto il porticato, da uffici, Lisa si
trovò davanti ad un imponente scalone, che ad una certa altezza si divideva in
due rami. Gli scalini di marmo, rosi dal tempo e dall’uso, attestavano la
vetustà del palazzo. Salita la prima rampa della scala, ella imbucò il ramo
sinistro della scalinata, in cima alla quale si trovava un largo corridoio che
percorreva i quattro lati del cortile sottostante e, nella parte sinistra, dava
accesso agli uffici del vice Podestà e a quello del Podestà. Dalla parte
centrale, invece, si entrava nell’enorme salone delle riunioni e dei ricevimenti
delle autorità. Nella parte destra vi erano gli uffici del Segretario Generale
del Comune e quello del suo vice. Sopra il “piano nobile” del palazzo si
trovavano, dislocati nelle stanze che una volta erano assegnate alla servitù,
gli uffici del Personale, quello della Contabilità del Personale e della
Contabilità Generale, l’Ufficio Tasse e la Ripartizione Economia.
Lisa, entrata in un vasto vestibolo, si avvicinò ad una scrivania, dietro alla
quale stava seduto un usciere e gli espose il motivo della sua visita. Quello la
fece sedere e compilare un modulo, sopra il quale doveva indicare le proprie
generalità e il motivo per cui chiedeva il colloquio. L’usciere, preso il
modulo, s’inoltrò verso una porta massiccia, ricoperta da pesanti e costosi
tendaggi, e l’oltrepassò. Dopo un breve tempo, l’usciere ritornò per farla
passare nello studio del vice Podestà.
Era un salonetto ammobiliato con raffinatezza. Il soffitto era ricoperto da
magnifici affreschi; quasi al centro vi era un’enorme scrivania e, seduto dietro
a quella, il vice Podestà. Era un signore imponente e distinto, dall’età
indefinibile per via dei suoi capelli bianchi, anche se il suo volto appariva
fresco e giovanile. Lisa s’inoltrò intimidita da quell’ambiente, insolito per
lei, e da quel signore che la osservava attentamente senza incoraggiarla. Dopo
un breve silenzio, egli si decise a parlare: “Prego, signorina, s’accomodi. Vedo
dal formulario che voi siete venuta per sollecitare un posto di lavoro;
purtroppo, mi spiace comunicarvi che ormai siamo al completo. Non assumiamo più
personale”. Lisa, malgrado la tremarella che provava dentro di sé, non si lasciò
impressionare. “Io credo, signore” incominciò, “che con tutto quello che questa
guerra darà da fare a tutti, sarà necessario l’apporto di ognuno di noi e nei
posti più cruciali. Spero, pertanto, che non le sarà difficile trovare
ancora un posto per me”. Non aveva voluto usare il voi che il regime
aveva imposto come intercalare del discorso. Il vice Podestà non rispose e
continuò ad osservarla con freddezza, ma Lisa non si lasciò impressionare da
quel contegno freddo e distaccato e, rinfrancata dall’inizio del suo discorso,
proseguì sicura: “Ho terminato le scuole tre mesi fa e i miei genitori mi hanno
mantenuta fino ad oggi. Ora è tempo che io lavori. La città in guerra non offre
prospettive di lavoro. La maggior parte dei negozi, delle imprese sta chiudendo
e i commercianti e gli imprenditori stanno sfollando. Dovrei forse andare a fare
la ‘lucciola’ in via Prè per aiutare la mia famiglia?”. Lisa si meravigliò
dell’audacia con cui aveva parlato e tacque in attesa della reazione del vice
Podestà che non si fece attendere. “Non posso promettervi niente. E ora andate
perché ho altro da fare”.
Lisa, licenziata, salutò ed uscì. Che le era saltato in mente di parlare di
“lucciole” e di via Prè? Non conosceva né le une e tanto meno l’altra. Ne aveva
sentito parlare vagamente e in sordina ai lavatoi, posti sotto casa sua, quando
andava a fare il bucato per aiutare sua madre. Ne sussurravano le lavandaie di
professione a proposito di Speranza, la maggiore dei Chelu, che, rotto il
fidanzamento con Vittori, un bel giovane sardo che abitava nel suo palazzo, era
andata a fare la “lucciola” in via Prè. Lisa, pur essendo incuriosita, non aveva
chiesto spiegazioni. Un innato senso del pudore le aveva suggerito che quello
non era argomento adatto per le sue giovani orecchie. Di una cosa, però, si
congratulava con se stessa, mentre scendeva le scale di Palazzo Tursi: non aveva
pregato quell’alto fascista per farsi assumere.
2° capitolo
Dalla fine della scuola, mese di
giugno 1941, ai primi di ottobre dello stesso anno, Lisa, al pomeriggio, si
recava dai signori Lazzarino, che avevano in vico Indoratori il più rinomato
negozio di stoffe inglesi di tutta la città. Tiberio, lo zio di Lisa, il
fratello minore di sua madre, vi lavorava come commesso e aveva ottenuto da loro
il permesso per la nipote di andare, per alcune ore pomeridiane, ad esercitarsi
in dattilografia su una delle macchine da scrivere che essi avevano
nell’ufficio, dove due impiegate lavoravano per loro. Il negozio occupava molti
vani ampi, ma un po’ bassi di soffitto, con i muri letteralmente coperti da
scaffali contenenti le più pregiate stoffe inglesi per abiti maschili. Tutta la
grande “élite” di Genova si serviva dai Lazzarino, gerarchi e gerarchetti
fascisti compresi, perché, guerra o non guerra, ai signori piaceva vestir bene e
distinto e, in quanto ai fascisti, messa da parte la demagogia, le stoffe
autarchiche, tanto reclamizzate dal regime, le gettavano alle ortiche, meglio:
le consigliavano alla povera gente che credeva in loro o, per lo meno, fingeva
di credere in loro.
I signori Lazzarino con lei erano stati gentilissimi. L’avevano affidata alle
cure delle loro due impiegate, che, sbrigata la loro fitta corrispondenza, le
lasciavano libera una delle due macchine da scrivere affinché ella vi si potesse
esercitare giornalmente.
Essi, poi, sapevano apprezzare e assecondavano le iniziative dei propri
dipendenti, che, oltre a saper fare bene il loro lavoro di commessi, si davano
da fare fuori per sistemarsi meglio. Infatti, quando avevano saputo che lo zio
Tiberio, al mattino, prima di recarsi al negozio, stava eseguendo degli scavi,
insieme ad un cognato e ad un nipote, per costruirsi da soli una casa, l’avevano
incoraggiato. Anzi, avevano voluto essere presenti alla posa della prima pietra.
L’avvenimento era stato festeggiato ed immortalato in una foto ricordo scattata
proprio negli scavi della costruenda casa e avevano consegnato allo zio un
assegno per iniziare i primi lavoratori in muratura. Nel 1937 la casetta a due
piani era stata ultimata e lo zio Tiberio, dopo aver sposato la sua Bianca, vi
era andato ad abitare. Anche in quell’occasione i signori Lazzarino avevano
voluto essere presenti con un magnifico dono di nozze. Vollero anche presenziare
alle nozze d’oro dei genitori del loro dipendente, regalando a nonna Lisa una
preziosa coperta di lana merinos.
Conoscendo l’inventiva e la laboriosità della nonna, questi signori, ad ogni
fine anno, quando rinnovavano il campionario delle loro pregiate stoffe, le
inviavano tutte le mazzette del campionario precedente. La nonna cuciva tutti
insieme quei rettangolini di stoffa con fili molto colorati, che davano un tocco
di allegria a quelle seriche stoffe inglesi, che ella riusciva, col suo paziente
e certosino lavoro, a trasformare in calde coperte. Perché nonna Lisa, al suo
solido buon senso, univa un’anima tzigana, che manifestava non solo nel comporre
quelle allegre coperte, ma anche nel suo amore per la musica ed il bel canto.
Prima che quell’insensata guerra incominciasse, ogni domenica sera nonna Lisa e
nonno Federico se ne andavano prima a sentire il “vespro” nella loro chiesa
parrocchiale di Staglieno e poi, a braccetto come due sposini, se ne scendevano
all’osteria del “Luce”, dove i giovani, al suono di un’orchestrina, ballavano
fino a mezzanotte.
Il desiderio di nonna Lisa di stare in mezzo ai giovani e il suo amore per la
musica era talmente noto che a Ponzano Magra Superiore, paese natio del nonno,
dove essi soggiornavano per sei mesi all’anno, i giovanotti del posto, al sabato
sera, quando con mandolini, violini e chitarre, avevano finito il giro delle
serenate sotto i balconi delle loro belle, prima di rincasare, facevano la
serenata anche a nonna Lisa.
Nel 1938 e 1939, quando Lisa aveva trascorso le sue vacanze a Ponzano con i
genitori ed il fratello, aveva trovato quell’usanza deliziosa e molto romantica.
Sentire quella musica melodiosa nel cuore della notte profumata che si mescolava
al coro canterino dei grilli, aveva qualcosa di magico, di arcano, di
soprannaturale. Penetrava nei più profondi meandri dell’anima e vi lasciava
un’appagante dolcezza, una gioia infinita di vivere, di respirare.
La guerra prima e il “progresso tecnologico” dopo avrebbero distrutto per sempre
quella stupenda e romantica usanza, che non era solo di Ponzano, ma vigeva in
quasi tutta la penisola.
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