|
Fabrizio De André
l'ultimo trovatore
di Roberto Iovino
Capitolo I
Gli inizi
Fra Backhaus e Claudio Villa
Il 1955 fu un’annata importante per il Carlo Felice. Il vecchio Teatro del
Barabino, tornato in attività dopo le laceranti ferite della guerra,
scoperchiato, ma non abbattuto, rappresentava allora il motore della rinascita
culturale di Genova, una città che nei bombardamenti aveva perso quasi tutti i
suoi palcoscenici storici, dal Politeama Genovese, al Paganini, al Politeama
Regina Margherita.
In quel 1955 fu inaugurato il nuovo Politeama Genovese e il sipario del Carlo
Felice (dall’anno precedente dotato di un’orchestra stabile) si aprì per la
prima volta su Porgy and Bess capolavoro d’oltreoceano di Gershwin (e fra le
interpreti c’era la giovanissima Gloria Davy). Ma propose anche due titoli di
uno dei più lucidi autori di teatro musicale del tempo, Giancarlo Menotti (La
Medium, Il telefono) e la prima assoluta del Prometeo di Luigi
Cortese, il più autorevole compositore genovese del Novecento, formatosi alla
scuola di Alfredo Casella, ma con profondi legami con la cultura parigina (non a
caso aveva firmato le sue prime opere con il nome di Louis). Il mondo musicale
non si limitava all’opera. In estate ai Parchi di Nervi era nato il Festival del
Balletto voluto da Mario Porcile. E in dicembre il Carlo Felice ospitò due
mostri sacri della tastiera, Wilhelm Backhaus (7) e Wilhelm Kempff (16), ai
quali si aggiunse il mito dei chitarristi, André Segovia (22), mentre il 29
Hermann Scherchen diresse un concerto straordinario interamente dedicato a
Arthur Honegger, morto il mese precedente a Parigi.
Il 9 dicembre, intanto, il “Secolo XIX” aveva dato la notizia di una calca
incredibile in corso Sardegna a causa dell’arrivo di Claudio Villa.
Il celebre cantante era impegnato in quei giorni al Teatro Massimo di
Sampierdarena e aveva deciso di far visita a una sua fan dodicenne ammalata. La
notizia si era immediatamente diffusa e sotto il portone di casa della ragazzina
si era formata appunto una vera e propria folla di ventenni e cinquantenni uniti
dall’ammirazione per il “reuccio”.
Con la sua voce tenorile, potente e chiara, Villa era uno degli esponenti di
punta della canzone melodica italiana.
Proprio in quell’anno stava consumandosi in America una vera e propria
rivoluzione musicale con la nascita del rock and roll, diffuso ovunque dai
nuovi, giganteschi juke-box, mentre il mercato discografico si gettava nella
produzione dei 45 giri.
In Italia pionieri del nuovo erano stati Renato Carosone che fondeva le ritmiche
moderne con la musica napoletana e Fred Buscaglione, solido musicista dalle
profonde conoscenze jazz. In entrambi, come nello storico Quartetto Cetra (nato
nel 1941 ma arrivato alla formazione definitiva nel 1947), era evidente il senso
dell’ironia (e come non ricordare, sotto quest’aspetto, un’altra colonna della
musica italiana, Nicola Arigliano?) che costituì una componente importante della
nuova canzone.
In Italia la rivoluzione sarebbe arrivata nel 1958. Un uomo del sud, Domenico
Modugno, attore con De Filippo, Comencini, Pasolini, De Sica, personalità
esuberante, voce bella, calda, potente e singolare, avrebbe trionfato a Sanremo
con Nel blu dipinto di blu: un uomo in sogno si dipinge la faccia e le
mani di blu e poi vola felice. Un testo onirico, simbolista costruito su una
musica straordinariamente trascinante che avrebbe fatto piazza pulita di rose
rosse (Grazie dei fior), di edere (Son qui tra le tue braccia ancor),
di pesciolini e fiori di lillà (Aveva una casetta piccolina in Canada),
di papaveri (Lo sai che i papaveri son alti alti alti). Il gusto per il
metafisico e per il surreale avrebbe del resto ispirato un altro testo splendido
di Modugno: Vecchio frac, l’addio di un raffinato uomo di mondo ad
un’epoca ormai al tramonto. Modugno avrebbe venduto circa 22 milioni di copie
con Nel blu dipinto di blu, nell’interpretazione non solo sua, ma anche
di autentici mostri sacri della musica internazionale, come Dean Martin ed Ella
Fritzgerald. E pochi anni dopo, Elvis Presley avrebbe portato al successo
internazionale un’altra sua fortunata canzone, Io (nella versione
americana, Ask me).
La fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta sarebbero stati molto densi
di avvenimenti per la musica leggera italiana: il potenziamento dell’industria
del disco, l’entrata in attività di Sergio Endrigo, della presunta “scuola
genovese”, Gino Paoli, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Bruno Lauzi e di alcuni
milanesi (da Gaber a Jannacci a Celentano), le nuove voci femminili, Mina e
Ornella Vanoni; gli urlatori, da Dallara a Betty Curtis a Joe Sentieri... E,
ancora nel 1958, sarebbe arrivata per la prima volta, dalla Francia, Dalida, con
Zingari.
Abbiamo accennato a una “presunta scuola genovese”. In realtà, una effettiva
“scuola” non nacque mai: non ci fu un “manifesto” comune, troppo diversi furono
tra loro i percorsi stilistici, differenti gli approdi. Tuttavia in tutti, da
Paoli a Tenco, da Bindi a Lauzi e Fabrizio (con il tramite autorevole di
Reverberi, per un certo tempo, guida musicale del gruppo) si avverte una
“genovesità” che nasceva naturalmente dal loro legame profondo, culturale e
sociale con la città: la malinconia, spesso mista a distaccato umorismo, nobile
e popolare insieme, la riservatezza, la lontananza dai “centri di potere” del
mercato discografico, la consapevolezza di doversi conquistare una posizione
uscendo dal proprio ambiente, l’accettazione del distacco, ma nello stesso
tempo, l’aspirazione al “ritorno”. Solo in questo senso, si può probabilmente
parlare di una “scuola genovese”.
Perché Genova? – si è chiesto Marco Neirotti – Forse proprio perché qui, tra
quei ragazzi che non cantano per arrivismo divistico, che hanno alle spalle una
base culturale, che cercano di esprimere emozioni nuove, trova terreno e agisce
come una scintilla il modello di Georges Brassens e Leo Ferré, di Jacques Brel e
Gilbert Becaud. I cantautori genovesi scendono con i piedi per terra, ricordano
che l’amore è anche fisico, restituiscono naturalezza e profondità alle piccole
storie quotidiane…
E, da parte sua, De André avrebbe in seguito affermato:
La scuola genovese non esiste. Sarebbe così se fossimo decollati uno sulla scia
dell’altro. Invece ognuno si è fatto i cavoli suoi. Avevamo in comune la scelta
di una vita scapestrata, conquistata dando un calcio alla famiglia…
Ma torniamo al 1955. In dicembre, il Carlo Felice ospitò pure uno
spettacolo benefico organizzato dalla Società Auxilium. E quella sera sul più
importante palcoscenico cittadino, secondo la testimonianza di alcuni biografi,
si esibì in trio un ragazzino appena quindicenne, allora del tutto sconosciuto.
Si chiamava Fabrizio De André, con i suoi compagni di ventura propose Beguine
the beguine.
La famiglia
De André era nato il 18 febbraio 1940 a Genova Pegli, sulle note del
Valzer campestre di Gino Marinuzzi, una pagina che il padre amava
particolarmente e che avrebbe poi ispirato allo stesso Fabrizio Valzer per un
amore (1964).
Il padre, Giuseppe (1912-1985), torinese, laureato a 22 anni in lettere e
filosofia, aveva sposato Luigia Amerio (1911-1995) nel 1935 e l’anno successivo
era nato il primogenito Mauro.
Mauro e Fabrizio furono profondamente legati tutta la vita, pur essendo
diversissimi: studioso, razionale, rigoroso, il primo, pieno di fantasia,
esuberante, insofferente alle regole, il secondo.
Con lo scoppio della guerra e le prime difficoltà in città, i De André decisero
di trasferirsi nell’astigiano nella Cascina dell’Orto a Revigliano.
Lì la mamma e i due figli trascorsero il periodo bellico, mentre il padre (che
aveva rilevato l’Istituto scolastico Palazzi), quando poteva, faceva il
pendolare o si rifugiava nella Cascina per sfuggire ai fascisti.
Per Fabrizio furono anni bellissimi di scoperte, di contatti completi con la
natura. Viveva allo stato brado, girava la campagna con gli amici (Nina Priocca,
sua coetanea, ricordata nella canzone Ho visto Nina volare, 1996),
seguiva i lavori dei contadini, cercava di impararne le tecniche. Assaporò in
quegli anni il sapore della libertà totale, quella libertà che gli sarebbe
mancata in seguito e che avrebbe in qualche modo segnato profondamente la
personalità dell’uomo e dell’artista.
In campagna gli echi degli orrori della guerra arrivavano attutiti. Tuttavia per
i De André (e in particolare per Mauro e Fabrizio) fu choccante il ritorno dal
fronte dello zio Francesco (fratello della mamma) da un campo di concentramento:
smagrito, svuotato, incapace di reagire. Un altro uomo, distrutto nel fisico e
nello spirito. L’impatto con lo zio si sarebbe rivelato fondamentale per
Fabrizio al momento di riflettere sulle tematiche della guerra, così frequenti
nella prima tranche della sua attività musicale e letteraria.
Con la fine dello scontro bellico i De André rientrarono a Genova e presero casa
in via Trieste, nella zona della Foce.
Nell’ottobre ’46 per Fabrizio iniziarono gli impegni scolastici con l’iscrizione
alla prima elementare all’Istituto delle Marcelline da lui ribattezzate
prontamente “porcelline”.
Il “piccolo selvaggio” ebbe sin dall’inizio un rapporto controverso con la
scuola. La disciplina non faceva per lui, così come mal poteva adattarsi a stare
fermo in un banco, abituato com’era a correre per i prati da mattina a sera. Il
padre cercò di risolvere la situazione spostandolo di scuola e mandandolo in una
scuola statale, vicino a casa. Ma i risultati non furono certo confortanti.
Fabrizio continuava a sognare l’estate per poter tornare alla Cascina che la
famiglia avrebbe mantenuto fino al 1950.
Nel 1947 il padre condusse con sé i figli allo stadio. C’era in programma
Genoa-Torino, Giuseppe e Mauro erano torinisti accesi. Fabrizio, quella sera,
divenne genoano un po’ per essere, secondo il suo spirito, “alternativo” agli
altri, un po’ per solidarietà con i deboli: i rossoblu persero infatti 3 a 2.
Intanto il giovane De André faceva amicizia con i ragazzini di via Piave,
formando una banda, alquanto vivace, che giocava per strada, faceva scherzi ai
passanti, raccoglieva gatti randagi.
Taciturno, schivo, attento a scegliersi gli “amici”, assai prudente nel
concedere la propria fiducia, tendenzialmente solitario: il gatto, al di là
della infedeltà propria dei felini (difetto che non ci appartiene) è un po’
genovese nel carattere e per questo, forse, i nostri cantautori lo hanno, di
tanto in tanto, “celebrato”: “C’era una volta una gatta…” avrebbe cantato Gino
Paoli ricordando la sua gatta nella mansarda a Boccadasse, nei suoi inizi
bohémien.
In più i gatti sono “politicamente” anarchici (viene alla mente il gattone
romano Romeo degli Aristogatti), hanno una loro visione del potere e dei
rapporti sociali e di classe. E qui l’accostamento al futuro Fabrizio, anarchico
solitario, disincantato e indipendente, è d’obbligo.
In quegli anni, durante un soggiorno estivo a Cortina, Fabrizio conobbe Paolo
Villaggio che aveva otto anni più di lui. I due diventarono amici e affiatati
compagni di scherzi e di avventure.
Nel 1948 i genovesi ascoltarono per la prima volta la voce magica della
giovanissima Maria Callas, impegnata al Teatro Grattacielo nel Tristano e
Isotta di Wagner.
Il padre di Fabrizio era un appassionato musicofilo; non possiamo escludere che
sia stato fra il pubblico ad applaudire la Callas. In casa vantava una ricca
collezione di dischi di musica classica e questi ascolti domestici lasciarono
certamente traccia su Fabrizio, come si avrà modo di constatare. Ma in casa De
André, c’era, sia pure a livello amatoriale, un’attività musicale “diretta”.
Papà Giuseppe suonava piuttosto bene il pianoforte e aveva trascinato nella sua
passione il figlio maggiore Mauro, anche se per il ragazzo il rapporto con la
tastiera era più conflittuale.
Fabrizio fu indirizzato verso il violino. Forse nei sogni del padre c’era un duo
De André violino-pianoforte; forse, più concretamente, si trattava di non creare
ulteriori occasioni di scontro fra i due fratelli e, magari, favorire, nel
suonare insieme, qualche momento di armonia comune. Sta di fatto che venne
ingaggiato un violinista per insegnare al recalcitrante Fabrizio la posizione
dell’archetto e i primi rudimenti dello strumento. I progressi furono molto
lenti, Genova, insomma, non ebbe un secondo Paganini, nonostante gli sforzi del
padre. Il De André junior era, in realtà, contrario a qualsiasi forma di
autoritarismo, il suo temperamento indipendente lo portava ad un atteggiamento
autodidatta e al rifiuto di un insegnante “ufficiale”, imposto dall’alto.
Avrebbe avuto in seguito i suoi “maestri”, nella vita come nel mondo della
cultura e della politica, ma sarebbero state scelte sue, non di altri.
Nel caso del violino, Fabrizio non andò allo scontro diretto, ma, secondo la
testimonianza di Luigi Viva, optò per la corruzione: chiusi nella loro stanza,
al riparo da occhi indiscreti, ma volutamente esposti alle orecchie della mamma
vigilante, maestro e discepolo si scambiavano le parti. Era l’insegnante a
suonare facendo credere dunque che il ragazzino progredisse; in cambio riceveva
alcuni dolcini da Fabrizio che già da allora fine conoscitore della psiche
altrui, ne aveva scoperto il punto debole.
Il gioco terminò il giorno in cui la mamma entrò nella stanza e scoprì
l’inganno. Il violino venne accantonato, in famiglia De André sarebbe tornato in
auge, anni dopo, con il figlio di Fabrizio, Cristiano.
La resistenza del giovane De André nei confronti della disciplina non deve
tuttavia trarre in inganno. Fabrizio si costruì una propria cultura musicale,
attingendo a varie fonti e a vari maestri.
Quando ho cominciato a scrivere le prime musiche – avrebbe dichiarato anni dopo,
ormai approdato al successo e alla popolarità – tentavo di farle camminare con
lo stesso passo dei testi che buttavo giù… La musica mi sedusse un po’ alla
volta, come una troia prudente. Cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne
balbuzie e piano piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto
elementare, era comunque il mio.
L’estate del 1950 fu l’ultima trascorsa nella Cascina dell’Orto. Il padre
decise infatti di venderla e per Fabrizio fu un grande dolore.
Nello stesso periodo il padre entrò in politica nel partito repubblicano: fu in
seguito assessore allo sport e allo spettacolo e vicesindaco, prima di diventare
alto dirigente dell’Eridania.
Nell’ottobre 1951 Fabrizio iniziò le medie all’Istituto Giovanni Pascoli. Anche
nel ciclo scolastico superiore i problemi comportamentali furono immediati,
tanto che, ancora una volta, il padre si vide costretto a tentare una soluzione
spostando il figlio prima all’Arecco, una delle scuole più rinomate della Genova
di allora, e poi al Palazzi sotto il suo diretto controllo.
Il 1954 fu un anno estremamente importante per Fabrizio. Lasciato il violino
(proprio nell’anno in cui nasceva a Genova il “Premio Paganini”), cominciò a
divertirsi a strimpellare la chitarra che gradualmente lo conquistò tanto da
spingerlo a studiare in maniera seria. Grazie ad un maestro colombiano si
avvicinò così alla musica sudamericana, ma ascoltò anche il jazz.
De André – ha ricordato Giampiero Reverberi – aveva una discreta conoscenza
musicale, suonava molto bene la chitarra e si è attenuto a costruire le melodie
sopra le sue conoscenze, senza cercare mai nulla di complesso. Non era uno
sprovveduto e aveva una cultura notevole. Il suo modo di suonare era semplice e
pulito.
E Vittorio De Scalzi ha aggiunto:
Fabrizio suonava molto bene la chitarra. Nel ’68 c’è stato molto dilettantismo;
lui arrivava dalla fine degli anni Cinquanta, era classico, intonato, molto
rigoroso, con gli accordi giusti e nitidi.
Brassens e
Borzini
La città e in genere la Francia e la Svizzera mi hanno fatto molta impressione e
ci tornerò più volte prima di crepare…
Scriveva così il 16 settembre 1929 Eugenio Montale durante il suo primo
soggiorno a Parigi.
Sin dall’epoca dei trovatori, Genova ha avuto rapporti culturali e artistici con
la Francia. Limitandosi al Novecento, basta ricordare l’attenzione di poeti come
Sbarbaro (“Rimbaud fu la simpamina della mia giovinezza”), Roccatagliata
Ceccardi (il primo traduttore italiano di Rimbaud), lo stesso Montale
(l’interesse per Mallarmé), Remigio Zena che in un bellissimo racconto rievocò
il suo incontro in un parco di Parigi con Verlaine fino a Boine che visse a
lungo nella capitale francese o a Caproni che tradusse Morte a credito di Celine.
E in campo musicale si è già ricordato Luigi Cortese che formò la propria
personalità artistica nell’effervescente ambiente culturale parigino,
frequentando Roussel (cui dedicò un’acuta biografia), Gedalge, Ravel e altri.
Per un genovese, e più in generale per un ligure, insomma, il contatto con la
cultura d’Oltralpe, era assolutamente normale.
Nel 1954, di ritorno da un viaggio in Francia, Giuseppe De André portò al figlio
alcuni dischi di Georges Brassens.
Brassens era nato nel 1921 in una famiglia di operai e aveva cominciato a
lavorare come operaio alla Renault prima di disertare la chiamata alle armi.
Dopo la guerra aveva cominciato a occuparsi di musica e nel 1952 aveva esordito
in un locale, conquistandosi molto presto una notevole fama. Ottenuto nel 1967
il premio per la poesia dell’Academie Française, Brassens fu il cantore di
un’umanità emarginata ma ricca di vitalità, celebrata da una prospettiva
anarchica ed epicurea, con un linguaggio che mescolava sapientemente nobiltà
espressiva e volgarità.
Per Fabrizio quei dischi rappresentarono un’autentica rivelazione. Non si può
dire che il ragazzo genovese sia stato “plagiato” dall’artista francese.
Semplicemente, Brassens aiutò De André a individuare la propria strada
artistica, ma anche politica se è vero che si indirizzò verso un’anarchia
elitaria e fortemente individualista.
Un altro incontro, in quel fatidico 1954, sarebbe stato rilevante per Fabrizio.
In settembre i De André trascorsero un breve periodo di vacanza nelle Langhe a
La Morra. E lì fecero amicizia con Abelardo Remo Borzini. Borzini (1906-2004)
era un petroliere con la passione della pittura e della poesia. Passioni
affrontate da “dilettante” intendendo però tale termine nella sua accezione più
vera. Borzini non aveva bisogno dei suoi quadri e dei suoi scritti letterari per
vivere, ma il livello delle sue creazioni è degno di grandi professionisti.
“Operaio della letteratura”, come si considerava, Borzini amava i toni
picareschi, i versi e le narrazioni provocatorie e argute, venate talvolta da
accenti di malinconica riflessione:
Io muoio giorno dopo giorno/ Tutti moriamo giorno dopo giorno/ Ma io con la
morte/ Sono ormai in confidenza/ Ci diamo del tu.
Fabrizio e Remo, nonostante lo scarto anagrafico, divennero amici. Il
ragazzo stava ad ascoltare l’uomo più maturo che, evidentemente, parlava il suo
linguaggio. Borzini nei suoi romanzi che negli anni successivi avrebbe
ambientato a Genova (Osterie
genovesi. I tabernacoli dell’onesto peccato, 1959, rist. 2006;
Il malamore,
1966, rist. 2004; Le parrocchiane, 1968) scrisse di puttane, di zingari,
di un’umanità emarginata. La stessa di Brassens, la stessa che di lì a poco,
anche Fabrizio sarebbe andato a cercare nei vicoli di Genova.
Se la chitarra e Brassens avevano spianato la strada verso la musica, Borzini
suscitò in Fabrizio una curiosità letteraria, che il fratello Mauro cercò di
alimentare e incrementare consigliandogli Steinbeck, Cronin, Bakunin,
Dostoevskij, Maupassant, Flaubert, Balzac, Villon.
Nell’ottobre 1954, Fabrizio iniziò il ginnasio al Colombo, dividendosi fra la
scuola e la crescente attrazione verso la musica e la canzone.
L’esperienza in trio al Carlo Felice cadde in un momento di “sperimentazione”.
Fabrizio aveva aderito a un gruppo di musica country-western, “The crazy cowboys
& the sheriff one” che si esibiva in vari club cittadini. Talvolta ai musicisti
si aggiungeva Paolo Villaggio che proponeva qualche parodia di film western.
Lo stesso Villaggio ha ricordato:
…nel 1956, a maggio, una prima rivista insieme che si chiamava Come quando
fuori piove, al Teatro Duse, la prima Baistrocchi, dove lui si è presentato
con un’orchestra che si chiamava “The crazy cow boy and sherif one”, dove lo
sceriffo era lui.
Fabrizio entrò anche in un gruppo jazz (Modern Jazz Group) con il
pianista e sax baritono Mario De Sanctis, Carlo Casabona, contrabbasso, Corrado
Galletto, batteria, Alberto Cameli, sax tenore, Attilio Oliva, sax baritono e
sax alto. A volte si aggiungeva Luigi Tenco (1938-1967) al sax alto.
Tenco aveva suonato il clarinetto nella “Jelly Roll Morton Boys Jazz Band” di
cui faceva parte anche Bruno Lauzi (1937).
Il Gruppo di Fabrizio rimase attivo per tre anni.
Nell’ottobre 1956 De André entrò al Liceo Colombo nella sezione A: fra i suoi
compagni c’era Ferruccio Bertini, oggi noto cattedratico dell’Università di
Genova, già allora fine latinista e grecista che probabilmente larga parte ha
avuto nelle “promozioni” di Fabrizio, il quale, più che a studiare, aveva da
pensare al suo estro artistico e alla schiere di ragazzine che gli svolazzavano
intorno, attratte dal comportamento bohémien, distaccato, ironico, spesso
strafottente.
Nel 1957 Fabrizio ricevette una lettera da un giovane paralizzato, Piero Repetto:
nella disperazione della sua solitudine, cercava amici che gli riempissero la
casa di voci, di discussioni, di vita.
De André e Villaggio lo andarono subito a trovare, nacque un’amicizia profonda e
casa Repetto si trasformò in un punto di ritrovo per molti compagni della notte.
Si trascorrevano le serate in bevute, scherzi, discussioni, dibattiti, flirt.
Si rafforzava sempre più, in quegli anni, l’amicizia di Fabrizio con Paolo. I
due, nonostante la differenza d’età, avevano molti aspetti in comune. Erano
figli di due padri molto intelligenti, avevano fratelli geniali (il gemello di
Villaggio sarebbe finito docente alla Normale di Pisa), nutrivano un senso di
ribellione nei confronti della famiglia e la volontà di far emergere il proprio
lato artistico.
Sarebbe nata da questa comunione d’intenti la canzone scritta a quattro mani
Il fannullone (1963).
Fabrizio e Paolo, del resto, così diversi anche nel fisico, formavano pure una
potenziale coppia di comici. Si divertivano a fare scherzi degni della
indimenticabile serie di Amici miei. Si precipitavano, ad esempio, in
stazione correndo come disperati sul marciapiede come se avessero perso il
treno; oppure salivano con altri amici carichi di bagagli in uno scompartimento,
creavano il caos e poi scappavano via fingendo di aver sbagliato convoglio.
Il ’59 fu l’anno della maturità e dell’incontro con il poeta anarchico e
semicieco Riccardo Mannerini. Mannerini sarebbe diventato qualche anno più tardi
collaboratore stretto di Fabrizio e, intanto, esercitò sull’amico un’ulteriore
influenza in senso anarcoide.
In estate i De André si trasferirono a Villa Paradiso, costruita da Galeazzo
Alessi sulle colline di Albaro in un’epoca in cui quella zona, al di fuori della
mura della città, era la residenza estiva dei genovesi facoltosi. Un edificio di
nobile eleganza che tanti anni prima aveva inutilmente inseguito un altro
genovese illustre, Niccolò Paganini.
Il 1960 fu un anno politicamente difficile. In giugno Genova intera scese in
piazza per protestare contro il congresso del MSI che stava dando il suo
appoggio al governo monocolore DC guidato da Tambroni. A Genova nel 1892 era
nato il partito socialista, da Genova ai primi del Novecento, erano partiti i
primi scioperi di respiro autenticamente nazionale. In quel 1960 la rivolta fu
guidata da un appassionato Sandro Pertini.
E a quell’anno risale uno spettacolo organizzato al Circolo della Stampa di
Genova da Gino Paoli con la complicità di Arnaldo Bagnasco:
Ricordo ancora la scaletta dello spettacolo – ha dichiarato Bagnasco – un brano
di Paoli (già popolarissimo), una poesia recitata da me – Montale, Sbarbaro e
Caproni – e una canzone di De André. Fu un trionfo. Forse il primo della
straordinaria carriera di Fabrizio.
Il debutto
Questa sera alle ore 22 debutta la Compagnia dei giovani della Borsa di
Arlecchino. Lo spettacolo che va in scena nel cabaret del “Caffè della Borsa” in
via XX settembre, consta di due tempi di Gianni Cozzo, “Eva a gogò” e “Dalla
parte di lui”… I giovani sono Marzia Ubaldi, Maria Grazia Lazzari, Silverio Pisu,
Fabrizio De André, Mike Terra… Le musiche sono di Umberto Bindi e Gino Paoli.
Informava così, il 21 febbraio 1961, il “Corriere Mercantile”. Quattro
anni prima era stato inaugurato nel Palazzo della Borsa a De Ferrari il
caffè-teatro “La Borsa di Arlecchino” diretto per un certo tempo da Aldo
Trionfo. Novanta persone, la capacità della piccola sala che, comunque, si era
imposta come un teatrino di tendenza dove arrivavano artisti di notevole
calibro.
Nel febbraio 1961 il nuovo direttore artistico Gianni Cozzo aveva inventato uno
spettacolo, Eva a gogò e formato una giovane compagnia che, stando alle
recensione, se la cavò egregiamente. Ancora sul “Corriere Mercantile” Giorgio
Striglia annotò il giorno successivo:
[…] Il gruppo maschile era formato da Fabrizio De André, compostissimo
interprete di canzoni italiane e francesi, secondo un gusto assolutamente
moderno, ma del tutto scevro dalla urtante sfrontatezza dell’epoca…
Fabrizio cominciava, insomma, a farsi conoscere e a esibire alcuni
aspetti caratteristici del proprio stile. Ma il 1961 fu importante anche perché
il giovane artista conobbe Enrica Rignon, Puny, che l’anno dopo divenne la sua
prima moglie. E, proprio nel 1962, nacque il figlio Cristiano.
Torna indietro
|
|