Fabrizio De André
l'ultimo trovatore
 
di Roberto Iovino
 

Capitolo I
Gli inizi


Fra Backhaus e Claudio Villa
Il 1955 fu un’annata importante per il Carlo Felice. Il vecchio Teatro del Barabino, tornato in attività dopo le laceranti ferite della guerra, scoperchiato, ma non abbattuto, rappresentava allora il motore della rinascita culturale di Genova, una città che nei bombardamenti aveva perso quasi tutti i suoi palcoscenici storici, dal Politeama Genovese, al Paganini, al Politeama Regina Margherita.
In quel 1955 fu inaugurato il nuovo Politeama Genovese e il sipario del Carlo Felice (dall’anno precedente dotato di un’orchestra stabile) si aprì per la prima volta su Porgy and Bess capolavoro d’oltreoceano di Gershwin (e fra le interpreti c’era la giovanissima Gloria Davy). Ma propose anche due titoli di uno dei più lucidi autori di teatro musicale del tempo, Giancarlo Menotti (La Medium, Il telefono) e la prima assoluta del Prometeo di Luigi Cortese, il più autorevole compositore genovese del Novecento, formatosi alla scuola di Alfredo Casella, ma con profondi legami con la cultura parigina (non a caso aveva firmato le sue prime opere con il nome di Louis). Il mondo musicale non si limitava all’opera. In estate ai Parchi di Nervi era nato il Festival del Balletto voluto da Mario Porcile. E in dicembre il Carlo Felice ospitò due mostri sacri della tastiera, Wilhelm Backhaus (7) e Wilhelm Kempff (16), ai quali si aggiunse il mito dei chitarristi, André Segovia (22), mentre il 29 Hermann Scherchen diresse un concerto straordinario interamente dedicato a Arthur Honegger, morto il mese precedente a Parigi.
Il 9 dicembre, intanto, il “Secolo XIX” aveva dato la notizia di una calca incredibile in corso Sardegna a causa dell’arrivo di Claudio Villa.
Il celebre cantante era impegnato in quei giorni al Teatro Massimo di Sampierdarena e aveva deciso di far visita a una sua fan dodicenne ammalata. La notizia si era immediatamente diffusa e sotto il portone di casa della ragazzina si era formata appunto una vera e propria folla di ventenni e cinquantenni uniti dall’ammirazione per il “reuccio”.
Con la sua voce tenorile, potente e chiara, Villa era uno degli esponenti di punta della canzone melodica italiana.
Proprio in quell’anno stava consumandosi in America una vera e propria rivoluzione musicale con la nascita del rock and roll, diffuso ovunque dai nuovi, giganteschi juke-box, mentre il mercato discografico si gettava nella produzione dei 45 giri.
In Italia pionieri del nuovo erano stati Renato Carosone che fondeva le ritmiche moderne con la musica napoletana e Fred Buscaglione, solido musicista dalle profonde conoscenze jazz. In entrambi, come nello storico Quartetto Cetra (nato nel 1941 ma arrivato alla formazione definitiva nel 1947), era evidente il senso dell’ironia (e come non ricordare, sotto quest’aspetto, un’altra colonna della musica italiana, Nicola Arigliano?) che costituì una componente importante della nuova canzone.
In Italia la rivoluzione sarebbe arrivata nel 1958. Un uomo del sud, Domenico Modugno, attore con De Filippo, Comencini, Pasolini, De Sica, personalità esuberante, voce bella, calda, potente e singolare, avrebbe trionfato a Sanremo con Nel blu dipinto di blu: un uomo in sogno si dipinge la faccia e le mani di blu e poi vola felice. Un testo onirico, simbolista costruito su una musica straordinariamente trascinante che avrebbe fatto piazza pulita di rose rosse (Grazie dei fior), di edere (Son qui tra le tue braccia ancor), di pesciolini e fiori di lillà (Aveva una casetta piccolina in Canada), di papaveri (Lo sai che i papaveri son alti alti alti). Il gusto per il metafisico e per il surreale avrebbe del resto ispirato un altro testo splendido di Modugno: Vecchio frac, l’addio di un raffinato uomo di mondo ad un’epoca ormai al tramonto. Modugno avrebbe venduto circa 22 milioni di copie con Nel blu dipinto di blu, nell’interpretazione non solo sua, ma anche di autentici mostri sacri della musica internazionale, come Dean Martin ed Ella Fritzgerald. E pochi anni dopo, Elvis Presley avrebbe portato al successo internazionale un’altra sua fortunata canzone, Io (nella versione americana, Ask me).
La fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta sarebbero stati molto densi di avvenimenti per la musica leggera italiana: il potenziamento dell’industria del disco, l’entrata in attività di Sergio Endrigo, della presunta “scuola genovese”, Gino Paoli, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Bruno Lauzi e di alcuni milanesi (da Gaber a Jannacci a Celentano), le nuove voci femminili, Mina e Ornella Vanoni; gli urlatori, da Dallara a Betty Curtis a Joe Sentieri... E, ancora nel 1958, sarebbe arrivata per la prima volta, dalla Francia, Dalida, con Zingari.
Abbiamo accennato a una “presunta scuola genovese”. In realtà, una effettiva “scuola” non nacque mai: non ci fu un “manifesto” comune, troppo diversi furono tra loro i percorsi stilistici, differenti gli approdi. Tuttavia in tutti, da Paoli a Tenco, da Bindi a Lauzi e Fabrizio (con il tramite autorevole di Reverberi, per un certo tempo, guida musicale del gruppo) si avverte una “genovesità” che nasceva naturalmente dal loro legame profondo, culturale e sociale con la città: la malinconia, spesso mista a distaccato umorismo, nobile e popolare insieme, la riservatezza, la lontananza dai “centri di potere” del mercato discografico, la consapevolezza di doversi conquistare una posizione uscendo dal proprio ambiente, l’accettazione del distacco, ma nello stesso tempo, l’aspirazione al “ritorno”. Solo in questo senso, si può probabilmente parlare di una “scuola genovese”.
Perché Genova? – si è chiesto Marco Neirotti – Forse proprio perché qui, tra quei ragazzi che non cantano per arrivismo divistico, che hanno alle spalle una base culturale, che cercano di esprimere emozioni nuove, trova terreno e agisce come una scintilla il modello di Georges Brassens e Leo Ferré, di Jacques Brel e Gilbert Becaud. I cantautori genovesi scendono con i piedi per terra, ricordano che l’amore è anche fisico, restituiscono naturalezza e profondità alle piccole storie quotidiane…
E, da parte sua, De André avrebbe in seguito affermato:

La scuola genovese non esiste. Sarebbe così se fossimo decollati uno sulla scia dell’altro. Invece ognuno si è fatto i cavoli suoi. Avevamo in comune la scelta di una vita scapestrata, conquistata dando un calcio alla famiglia…

Ma torniamo al 1955. In dicembre, il Carlo Felice ospitò pure uno spettacolo benefico organizzato dalla Società Auxilium. E quella sera sul più importante palcoscenico cittadino, secondo la testimonianza di alcuni biografi, si esibì in trio un ragazzino appena quindicenne, allora del tutto sconosciuto. Si chiamava Fabrizio De André, con i suoi compagni di ventura propose Beguine the beguine.

La famiglia
De André era nato il 18 febbraio 1940 a Genova Pegli, sulle note del Valzer campestre di Gino Marinuzzi, una pagina che il padre amava particolarmente e che avrebbe poi ispirato allo stesso Fabrizio Valzer per un amore (1964).
Il padre, Giuseppe (1912-1985), torinese, laureato a 22 anni in lettere e filosofia, aveva sposato Luigia Amerio (1911-1995) nel 1935 e l’anno successivo era nato il primogenito Mauro.
Mauro e Fabrizio furono profondamente legati tutta la vita, pur essendo diversissimi: studioso, razionale, rigoroso, il primo, pieno di fantasia, esuberante, insofferente alle regole, il secondo.
Con lo scoppio della guerra e le prime difficoltà in città, i De André decisero di trasferirsi nell’astigiano nella Cascina dell’Orto a Revigliano.
Lì la mamma e i due figli trascorsero il periodo bellico, mentre il padre (che aveva rilevato l’Istituto scolastico Palazzi), quando poteva, faceva il pendolare o si rifugiava nella Cascina per sfuggire ai fascisti.
Per Fabrizio furono anni bellissimi di scoperte, di contatti completi con la natura. Viveva allo stato brado, girava la campagna con gli amici (Nina Priocca, sua coetanea, ricordata nella canzone Ho visto Nina volare, 1996), seguiva i lavori dei contadini, cercava di impararne le tecniche. Assaporò in quegli anni il sapore della libertà totale, quella libertà che gli sarebbe mancata in seguito e che avrebbe in qualche modo segnato profondamente la personalità dell’uomo e dell’artista.
In campagna gli echi degli orrori della guerra arrivavano attutiti. Tuttavia per i De André (e in particolare per Mauro e Fabrizio) fu choccante il ritorno dal fronte dello zio Francesco (fratello della mamma) da un campo di concentramento: smagrito, svuotato, incapace di reagire. Un altro uomo, distrutto nel fisico e nello spirito. L’impatto con lo zio si sarebbe rivelato fondamentale per Fabrizio al momento di riflettere sulle tematiche della guerra, così frequenti nella prima tranche della sua attività musicale e letteraria.
Con la fine dello scontro bellico i De André rientrarono a Genova e presero casa in via Trieste, nella zona della Foce.
Nell’ottobre ’46 per Fabrizio iniziarono gli impegni scolastici con l’iscrizione alla prima elementare all’Istituto delle Marcelline da lui ribattezzate prontamente “porcelline”.
Il “piccolo selvaggio” ebbe sin dall’inizio un rapporto controverso con la scuola. La disciplina non faceva per lui, così come mal poteva adattarsi a stare fermo in un banco, abituato com’era a correre per i prati da mattina a sera. Il padre cercò di risolvere la situazione spostandolo di scuola e mandandolo in una scuola statale, vicino a casa. Ma i risultati non furono certo confortanti.
Fabrizio continuava a sognare l’estate per poter tornare alla Cascina che la famiglia avrebbe mantenuto fino al 1950.
Nel 1947 il padre condusse con sé i figli allo stadio. C’era in programma Genoa-Torino, Giuseppe e Mauro erano torinisti accesi. Fabrizio, quella sera, divenne genoano un po’ per essere, secondo il suo spirito, “alternativo” agli altri, un po’ per solidarietà con i deboli: i rossoblu persero infatti 3 a 2.
Intanto il giovane De André faceva amicizia con i ragazzini di via Piave, formando una banda, alquanto vivace, che giocava per strada, faceva scherzi ai passanti, raccoglieva gatti randagi.
Taciturno, schivo, attento a scegliersi gli “amici”, assai prudente nel concedere la propria fiducia, tendenzialmente solitario: il gatto, al di là della infedeltà propria dei felini (difetto che non ci appartiene) è un po’ genovese nel carattere e per questo, forse, i nostri cantautori lo hanno, di tanto in tanto, “celebrato”: “C’era una volta una gatta…” avrebbe cantato Gino Paoli ricordando la sua gatta nella mansarda a Boccadasse, nei suoi inizi bohémien.
In più i gatti sono “politicamente” anarchici (viene alla mente il gattone romano Romeo degli Aristogatti), hanno una loro visione del potere e dei rapporti sociali e di classe. E qui l’accostamento al futuro Fabrizio, anarchico solitario, disincantato e indipendente, è d’obbligo.
In quegli anni, durante un soggiorno estivo a Cortina, Fabrizio conobbe Paolo Villaggio che aveva otto anni più di lui. I due diventarono amici e affiatati compagni di scherzi e di avventure.
Nel 1948 i genovesi ascoltarono per la prima volta la voce magica della giovanissima Maria Callas, impegnata al Teatro Grattacielo nel Tristano e Isotta di Wagner.
Il padre di Fabrizio era un appassionato musicofilo; non possiamo escludere che sia stato fra il pubblico ad applaudire la Callas. In casa vantava una ricca collezione di dischi di musica classica e questi ascolti domestici lasciarono certamente traccia su Fabrizio, come si avrà modo di constatare. Ma in casa De André, c’era, sia pure a livello amatoriale, un’attività musicale “diretta”. Papà Giuseppe suonava piuttosto bene il pianoforte e aveva trascinato nella sua passione il figlio maggiore Mauro, anche se per il ragazzo il rapporto con la tastiera era più conflittuale.
Fabrizio fu indirizzato verso il violino. Forse nei sogni del padre c’era un duo De André violino-pianoforte; forse, più concretamente, si trattava di non creare ulteriori occasioni di scontro fra i due fratelli e, magari, favorire, nel suonare insieme, qualche momento di armonia comune. Sta di fatto che venne ingaggiato un violinista per insegnare al recalcitrante Fabrizio la posizione dell’archetto e i primi rudimenti dello strumento. I progressi furono molto lenti, Genova, insomma, non ebbe un secondo Paganini, nonostante gli sforzi del padre. Il De André junior era, in realtà, contrario a qualsiasi forma di autoritarismo, il suo temperamento indipendente lo portava ad un atteggiamento autodidatta e al rifiuto di un insegnante “ufficiale”, imposto dall’alto. Avrebbe avuto in seguito i suoi “maestri”, nella vita come nel mondo della cultura e della politica, ma sarebbero state scelte sue, non di altri.
Nel caso del violino, Fabrizio non andò allo scontro diretto, ma, secondo la testimonianza di Luigi Viva, optò per la corruzione: chiusi nella loro stanza, al riparo da occhi indiscreti, ma volutamente esposti alle orecchie della mamma vigilante, maestro e discepolo si scambiavano le parti. Era l’insegnante a suonare facendo credere dunque che il ragazzino progredisse; in cambio riceveva alcuni dolcini da Fabrizio che già da allora fine conoscitore della psiche altrui, ne aveva scoperto il punto debole.
Il gioco terminò il giorno in cui la mamma entrò nella stanza e scoprì l’inganno. Il violino venne accantonato, in famiglia De André sarebbe tornato in auge, anni dopo, con il figlio di Fabrizio, Cristiano.
La resistenza del giovane De André nei confronti della disciplina non deve tuttavia trarre in inganno. Fabrizio si costruì una propria cultura musicale, attingendo a varie fonti e a vari maestri.

Quando ho cominciato a scrivere le prime musiche – avrebbe dichiarato anni dopo, ormai approdato al successo e alla popolarità – tentavo di farle camminare con lo stesso passo dei testi che buttavo giù… La musica mi sedusse un po’ alla volta, come una troia prudente. Cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne balbuzie e piano piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto elementare, era comunque il mio.

L’estate del 1950 fu l’ultima trascorsa nella Cascina dell’Orto. Il padre decise infatti di venderla e per Fabrizio fu un grande dolore.
Nello stesso periodo il padre entrò in politica nel partito repubblicano: fu in seguito assessore allo sport e allo spettacolo e vicesindaco, prima di diventare alto dirigente dell’Eridania.
Nell’ottobre 1951 Fabrizio iniziò le medie all’Istituto Giovanni Pascoli. Anche nel ciclo scolastico superiore i problemi comportamentali furono immediati, tanto che, ancora una volta, il padre si vide costretto a tentare una soluzione spostando il figlio prima all’Arecco, una delle scuole più rinomate della Genova di allora, e poi al Palazzi sotto il suo diretto controllo.
Il 1954 fu un anno estremamente importante per Fabrizio. Lasciato il violino (proprio nell’anno in cui nasceva a Genova il “Premio Paganini”), cominciò a divertirsi a strimpellare la chitarra che gradualmente lo conquistò tanto da spingerlo a studiare in maniera seria. Grazie ad un maestro colombiano si avvicinò così alla musica sudamericana, ma ascoltò anche il jazz.
De André – ha ricordato Giampiero Reverberi – aveva una discreta conoscenza musicale, suonava molto bene la chitarra e si è attenuto a costruire le melodie sopra le sue conoscenze, senza cercare mai nulla di complesso. Non era uno sprovveduto e aveva una cultura notevole. Il suo modo di suonare era semplice e pulito.
E Vittorio De Scalzi ha aggiunto:

Fabrizio suonava molto bene la chitarra. Nel ’68 c’è stato molto dilettantismo; lui arrivava dalla fine degli anni Cinquanta, era classico, intonato, molto rigoroso, con gli accordi giusti e nitidi.

 

Brassens e Borzini

La città e in genere la Francia e la Svizzera mi hanno fatto molta impressione e ci tornerò più volte prima di crepare…

Scriveva così il 16 settembre 1929 Eugenio Montale durante il suo primo soggiorno a Parigi.
Sin dall’epoca dei trovatori, Genova ha avuto rapporti culturali e artistici con la Francia. Limitandosi al Novecento, basta ricordare l’attenzione di poeti come Sbarbaro (“Rimbaud fu la simpamina della mia giovinezza”), Roccatagliata Ceccardi (il primo traduttore italiano di Rimbaud), lo stesso Montale (l’interesse per Mallarmé), Remigio Zena che in un bellissimo racconto rievocò il suo incontro in un parco di Parigi con Verlaine fino a Boine che visse a lungo nella capitale francese o a Caproni che tradusse Morte a credito di Celine. E in campo musicale si è già ricordato Luigi Cortese che formò la propria personalità artistica nell’effervescente ambiente culturale parigino, frequentando Roussel (cui dedicò un’acuta biografia), Gedalge, Ravel e altri.
Per un genovese, e più in generale per un ligure, insomma, il contatto con la cultura d’Oltralpe, era assolutamente normale.
Nel 1954, di ritorno da un viaggio in Francia, Giuseppe De André portò al figlio alcuni dischi di Georges Brassens.
Brassens era nato nel 1921 in una famiglia di operai e aveva cominciato a lavorare come operaio alla Renault prima di disertare la chiamata alle armi. Dopo la guerra aveva cominciato a occuparsi di musica e nel 1952 aveva esordito in un locale, conquistandosi molto presto una notevole fama. Ottenuto nel 1967 il premio per la poesia dell’Academie Française, Brassens fu il cantore di un’umanità emarginata ma ricca di vitalità, celebrata da una prospettiva anarchica ed epicurea, con un linguaggio che mescolava sapientemente nobiltà espressiva e volgarità.
Per Fabrizio quei dischi rappresentarono un’autentica rivelazione. Non si può dire che il ragazzo genovese sia stato “plagiato” dall’artista francese. Semplicemente, Brassens aiutò De André a individuare la propria strada artistica, ma anche politica se è vero che si indirizzò verso un’anarchia elitaria e fortemente individualista.
Un altro incontro, in quel fatidico 1954, sarebbe stato rilevante per Fabrizio. In settembre i De André trascorsero un breve periodo di vacanza nelle Langhe a La Morra. E lì fecero amicizia con Abelardo Remo Borzini. Borzini (1906-2004) era un petroliere con la passione della pittura e della poesia. Passioni affrontate da “dilettante” intendendo però tale termine nella sua accezione più vera. Borzini non aveva bisogno dei suoi quadri e dei suoi scritti letterari per vivere, ma il livello delle sue creazioni è degno di grandi professionisti. “Operaio della letteratura”, come si considerava, Borzini amava i toni picareschi, i versi e le narrazioni provocatorie e argute, venate talvolta da accenti di malinconica riflessione:

Io muoio giorno dopo giorno/ Tutti moriamo giorno dopo giorno/ Ma io con la morte/ Sono ormai in confidenza/ Ci diamo del tu.

Fabrizio e Remo, nonostante lo scarto anagrafico, divennero amici. Il ragazzo stava ad ascoltare l’uomo più maturo che, evidentemente, parlava il suo linguaggio. Borzini nei suoi romanzi che negli anni successivi avrebbe ambientato a Genova (Osterie genovesi. I tabernacoli dell’onesto peccato, 1959, rist. 2006; Il malamore, 1966, rist. 2004; Le parrocchiane, 1968) scrisse di puttane, di zingari, di un’umanità emarginata. La stessa di Brassens, la stessa che di lì a poco, anche Fabrizio sarebbe andato a cercare nei vicoli di Genova.
Se la chitarra e Brassens avevano spianato la strada verso la musica, Borzini suscitò in Fabrizio una curiosità letteraria, che il fratello Mauro cercò di alimentare e incrementare consigliandogli Steinbeck, Cronin, Bakunin, Dostoevskij, Maupassant, Flaubert, Balzac, Villon.
Nell’ottobre 1954, Fabrizio iniziò il ginnasio al Colombo, dividendosi fra la scuola e la crescente attrazione verso la musica e la canzone.
L’esperienza in trio al Carlo Felice cadde in un momento di “sperimentazione”. Fabrizio aveva aderito a un gruppo di musica country-western, “The crazy cowboys & the sheriff one” che si esibiva in vari club cittadini. Talvolta ai musicisti si aggiungeva Paolo Villaggio che proponeva qualche parodia di film western.
Lo stesso Villaggio ha ricordato:

…nel 1956, a maggio, una prima rivista insieme che si chiamava Come quando fuori piove, al Teatro Duse, la prima Baistrocchi, dove lui si è presentato con un’orchestra che si chiamava “The crazy cow boy and sherif one”, dove lo sceriffo era lui.

Fabrizio entrò anche in un gruppo jazz (Modern Jazz Group) con il pianista e sax baritono Mario De Sanctis, Carlo Casabona, contrabbasso, Corrado Galletto, batteria, Alberto Cameli, sax tenore, Attilio Oliva, sax baritono e sax alto. A volte si aggiungeva Luigi Tenco (1938-1967) al sax alto.
Tenco aveva suonato il clarinetto nella “Jelly Roll Morton Boys Jazz Band” di cui faceva parte anche Bruno Lauzi (1937).
Il Gruppo di Fabrizio rimase attivo per tre anni.
Nell’ottobre 1956 De André entrò al Liceo Colombo nella sezione A: fra i suoi compagni c’era Ferruccio Bertini, oggi noto cattedratico dell’Università di Genova, già allora fine latinista e grecista che probabilmente larga parte ha avuto nelle “promozioni” di Fabrizio, il quale, più che a studiare, aveva da pensare al suo estro artistico e alla schiere di ragazzine che gli svolazzavano intorno, attratte dal comportamento bohémien, distaccato, ironico, spesso strafottente.
Nel 1957 Fabrizio ricevette una lettera da un giovane paralizzato, Piero Repetto: nella disperazione della sua solitudine, cercava amici che gli riempissero la casa di voci, di discussioni, di vita.
De André e Villaggio lo andarono subito a trovare, nacque un’amicizia profonda e casa Repetto si trasformò in un punto di ritrovo per molti compagni della notte.
Si trascorrevano le serate in bevute, scherzi, discussioni, dibattiti, flirt.
Si rafforzava sempre più, in quegli anni, l’amicizia di Fabrizio con Paolo. I due, nonostante la differenza d’età, avevano molti aspetti in comune. Erano figli di due padri molto intelligenti, avevano fratelli geniali (il gemello di Villaggio sarebbe finito docente alla Normale di Pisa), nutrivano un senso di ribellione nei confronti della famiglia e la volontà di far emergere il proprio lato artistico.
Sarebbe nata da questa comunione d’intenti la canzone scritta a quattro mani Il fannullone (1963).
Fabrizio e Paolo, del resto, così diversi anche nel fisico, formavano pure una potenziale coppia di comici. Si divertivano a fare scherzi degni della indimenticabile serie di Amici miei. Si precipitavano, ad esempio, in stazione correndo come disperati sul marciapiede come se avessero perso il treno; oppure salivano con altri amici carichi di bagagli in uno scompartimento, creavano il caos e poi scappavano via fingendo di aver sbagliato convoglio.
Il ’59 fu l’anno della maturità e dell’incontro con il poeta anarchico e semicieco Riccardo Mannerini. Mannerini sarebbe diventato qualche anno più tardi collaboratore stretto di Fabrizio e, intanto, esercitò sull’amico un’ulteriore influenza in senso anarcoide.
In estate i De André si trasferirono a Villa Paradiso, costruita da Galeazzo Alessi sulle colline di Albaro in un’epoca in cui quella zona, al di fuori della mura della città, era la residenza estiva dei genovesi facoltosi. Un edificio di nobile eleganza che tanti anni prima aveva inutilmente inseguito un altro genovese illustre, Niccolò Paganini.
Il 1960 fu un anno politicamente difficile. In giugno Genova intera scese in piazza per protestare contro il congresso del MSI che stava dando il suo appoggio al governo monocolore DC guidato da Tambroni. A Genova nel 1892 era nato il partito socialista, da Genova ai primi del Novecento, erano partiti i primi scioperi di respiro autenticamente nazionale. In quel 1960 la rivolta fu guidata da un appassionato Sandro Pertini.
E a quell’anno risale uno spettacolo organizzato al Circolo della Stampa di Genova da Gino Paoli con la complicità di Arnaldo Bagnasco:

Ricordo ancora la scaletta dello spettacolo – ha dichiarato Bagnasco – un brano di Paoli (già popolarissimo), una poesia recitata da me – Montale, Sbarbaro e Caproni – e una canzone di De André. Fu un trionfo. Forse il primo della straordinaria carriera di Fabrizio.
 

Il debutto

Questa sera alle ore 22 debutta la Compagnia dei giovani della Borsa di Arlecchino. Lo spettacolo che va in scena nel cabaret del “Caffè della Borsa” in via XX settembre, consta di due tempi di Gianni Cozzo, “Eva a gogò” e “Dalla parte di lui”… I giovani sono Marzia Ubaldi, Maria Grazia Lazzari, Silverio Pisu, Fabrizio De André, Mike Terra… Le musiche sono di Umberto Bindi e Gino Paoli.

Informava così, il 21 febbraio 1961, il “Corriere Mercantile”. Quattro anni prima era stato inaugurato nel Palazzo della Borsa a De Ferrari il caffè-teatro “La Borsa di Arlecchino” diretto per un certo tempo da Aldo Trionfo. Novanta persone, la capacità della piccola sala che, comunque, si era imposta come un teatrino di tendenza dove arrivavano artisti di notevole calibro.
Nel febbraio 1961 il nuovo direttore artistico Gianni Cozzo aveva inventato uno spettacolo, Eva a gogò e formato una giovane compagnia che, stando alle recensione, se la cavò egregiamente. Ancora sul “Corriere Mercantile” Giorgio Striglia annotò il giorno successivo:

[…] Il gruppo maschile era formato da Fabrizio De André, compostissimo interprete di canzoni italiane e francesi, secondo un gusto assolutamente moderno, ma del tutto scevro dalla urtante sfrontatezza dell’epoca…

Fabrizio cominciava, insomma, a farsi conoscere e a esibire alcuni aspetti caratteristici del proprio stile. Ma il 1961 fu importante anche perché il giovane artista conobbe Enrica Rignon, Puny, che l’anno dopo divenne la sua prima moglie. E, proprio nel 1962, nacque il figlio Cristiano.


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