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Fantantonio
di Mauro Colace
Prefazione
Con
Carlo Frilli, uno dei fratelli editori, ci siamo conosciuti anni fa a una
riunione di lavoro, una di quelle a cui partecipano persone provenienti da ogni
regione d’Italia. Quando gli dissi che ero doriano, strabuzzò gli occhi due
volte: la prima perché non riteneva possibile l’esistenza di un tifoso della
Samp che non fosse almeno ligure, sapete, lui è un genoano e gli fa già strano
che non siano tutti solo a Sampierdarena, figuratevi scoprirne uno a San
Benedetto del Tronto. La seconda, quando, contrariamente a quanto dava per
scontato, scoprì che non avevo nessun antenato di Genova e di non aver mai
vissuto in città salvo frequenti e talvolta lunghi soggiorni presso amici dei
tempi dell’università, quando ero comunque sampdoriano già da dieci anni.
Ne avevo infatti nove di anni quando decisi di diventare tifoso della Sampdoria,
fino ad allora ero per l’Inter di Mazzola e Jair, ma non ero contento. Giocavo a
pallone, ovviamente, ed ero anche bravino a dirla tutta. Dovevamo prendere delle
maglie per la squadra dell’oratorio ed essendo tutti tifosi di Juve, Milan o
Inter, questi colori erano esclusi per ovvi motivi. Riuscii a convincerli tutti,
con non poche difficoltà, sulla blucerchiata. Argomento principale di
persuasione: “è assolutamente la più bella di tutte”; secondo: “non ce l’ha
nessuno, saremo i primi, ci distingueremo”. In due parole: fascino e
anticonformismo. Passò. Vincemmo tutte le partite di quel torneo parrocchiale,
ci coprimmo di gloria e lo facemmo con quella maglia che da allora è stata la
mia maglia e la Sampdoria è stata la mia squadra, ovviamente insieme alla
Sambenedettese, detta anche Samb. Samb-Samp, altra forte suggestione. In verità
resiste anche una forte simpatia per l’Inter, sapete, il primo amore... Così
come resiste la simpatia per il Doria in tutti i miei compagni di quella
indimenticabile avventura vissuta sui campetti parrocchiali ormai quasi tutti
scomparsi, di quando si giocava a pallone e non si andava a scuola di calcio, si
indossavano le scarpette e non gli scarpini, non si andava a prendere un tè
caldo ma si beveva dalle fontanelle dopo essersi bagnati i polsi ben bene,
quando le partite duravano ore, giorni interi spesso o quando in una stessa
giornata si giocavano: partita, rivincita e bella, dentro nuvole di polvere e
senza arbitro, imparando i valori della lealtà anche con l’aiuto di colossali
“risse” che si risolvevano senza grossi danni ricominciando a GIOCARE A PALLONE.
Anni dopo, durante l’occupazione della facoltà di Magistero di Urbino, nuova di
zecca, era il gennaio 1978, conobbi Egidio di Certosa, Marco di Cornigliano e
Rita di Bolzaneto, diventammo amici, dopo due mesi vivevamo nella stessa casa e
scoprii Genova davvero, la scoprii con la focaccia, col pesto, la cima e tutto
il resto, e vidi Marassi, il derby e trovai tanti altri amici, alcuni grandi
amici, non tutti doriani ovviamente, perché, per quanto in gradinata si canti il
contrario, Genova non è solo blucerchiata e aggiungo, viva Dio, saremmo tutti
orfani di questa affascinante distinzione, della rivalità, saremmo più poveri
tutti: conosciamo tutti la tristezza di Genova senza il derby della Lanterna, il
più bel derby del mondo.
Tra i miei amici genovesi il più genovese di tutti è Mauro Colace. Ci legano un
affetto da sopravvissuti e una grande stima oltre a tanti amici comuni, alcuni
dei quali leggeranno queste pagine dal cielo. Quando Carlo mi ha parlato di
questo progetto editoriale ho pensato immediatamente a Mauro, uomo di grandi
passioni vissute con quella riservatezza tanto tipicamente genovese, quanto a
volte eccessiva. Il più grande fan dei Grand Funk, un amore che non è ancora
riuscito a spiegarmi totalmente, chitarrista eccelso e ottimo percussionista,
uomo di blues e di gradinata sud, secondo dan di karate e poeta. Si sono
incontrati e trovati e questo libro è nato.
Si parlerà di Cassano, il ragazzo barese che veste questa maglia che lo ha fatto
uomo. Si sente questa cosa, si avverte, e non perché lo ripetono un po’ tutti,
anche se sempre con un pizzico di riserve, ma perché sta avvenendo, si sente.
Cassano è un talento tra i più grandi di sempre e si è già preso un posto nei
nostri cuori. Cuori che hanno pulsato per Trevor Francis, per Vialli, Frustalupi,
Vierchowod, Suarez, Lombardo, Pellegrini, Pagliuca, per il nostro Best,
l’immenso Chiorri e per il più grande di tutti, il Mancio. Ora è il tuo tempo
numero 10, e ti rivolgo un augurio, a te e a tutta la città, ti auguro di fare
un gol in un derby, un gran gol, un gol così bello da essere applaudito anche
dalla Nord. Se in Italia c’è uno stadio dove questo può accadere questo è
Marassi, e se questo accadesse, varrebbe più di un pallone d’oro, e se accadesse
voglio la maglia. Non so dove ci porterai, sai da queste parti più dei titoli
conta l’amore, questa è la terra di De André che l’amore l’ha cantato, era un
grifone ma ha cantato tutti noi.
Piero Di
Simplicio
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