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Il fantasma delle
bande
Genova e i latinos
a cura di Luca Queirolo Palmas e Andrea T. Torre
Centro Studi Medì - Migrazioni nel Mediterraneo
Prefazione
Due transizioni e una sfida aperta
di Maurizio Ambrosini
La ricerca presentata in questo volume
rappresenta un importante passo avanti negli studi italiani sull’immigrazione
straniera.
Lo è anzitutto per il metodo: è una ricerca che si collega, pur nella
limitatezza dei tempi e delle risorse, alla tradizione degli studi etnografici
sull’immigrazione, che, dalla scuola di Chicago degli anni tra le due guerre in
avanti, ha prodotto alcuni degli studi più noti e delle idee più feconde nel
campo della sociologia delle migrazioni. I ricercatori non si sono accontentati
di effettuare delle interviste, ma hanno raccolto e analizzato diverse fonti di
dati, e soprattutto sono andati a vedere sul campo, in vari luoghi emblematici,
come interagiscono, socializzano, si rapportano con la società ricevente i
giovani e gli adolescenti di origine latino-americana che risiedono a Genova e
sono diventati, sia pure in modo controverso, una componente del paesaggio
sociale della città.
La ricerca diretta da Queirolo Palmas e Torre rientra dunque nel solco di quegli
approcci etnografici, per definizione “qualitativi” o “non-standard”, che non
pretendono di dimostrare delle ipotesi predefinite ma si immergono nella realtà
per comprenderla e interpretarla dall’interno, interagendo con i soggetti
studiati e con i luoghi in cui si esplica la loro vita sociale.
Il valore metodologico dell’impostazione è accresciuto dalla partecipazione di
un gruppo di ricercatori provenienti dall’America latina e ospitati dal
dipartimento di Scienze antropologiche dell’Università di Genova nell’ambito di
un programma di scambi scientifico-culturali. Ricercatori del contesto ricevente
e delle società di provenienza hanno condiviso il progetto, lavorato insieme sul
campo, discusso i risultati, contribuito alla preparazione del volume. Va poi
ricordato che un convegno scientifico internazionale sull’immigrazione
latino-americana in Europa, svolto nel giugno 2004 con la partecipazione di
insigni studiosi nord e sudamericani, europei e italiani, ha consentito di
approfondire il quadro di sfondo in cui si colloca la ricerca.
Già questi elementi potrebbero bastare per segnalare l’interesse del lavoro qui
presentato. Ma le acquisizioni più rilevanti si riferiscono ai contenuti: si
tratta di uno dei primissimi lavori dedicati nel nostro paese non solo alle
seconde generazioni, ma più specificamente agli adolescenti e giovani figli di
immigrati, per lo più arrivati per ricongiungimento familiare dopo aver
trascorso l’infanzia nel paese di origine. Non solo: il lavoro di indagine si è
concentrato su quel segmento di popolazione giovanile immigrata che nell’ultimo
anno ha campeggiato nelle cronache dei giornali genovesi ed è stato etichettato
come portatore di disordine e pericolosità sociale.
L’analisi di questa componente della popolazione straniera nel contesto genovese
colloca dunque la ricerca nel vivo di una questione molto avvertita nella
società locale, e dà al lavoro lo smalto di un intervento competente e
tempestivo, si potrebbe quasi dire “in presa diretta”, in grado di fornire un
contributo qualificato ad una discussione che rischia altrimenti di rimanere
prigioniera di ricostruzioni e interpretazioni condizionate da reazioni emotive
e ansie diffuse, alimentate da dolorosi fatti di cronaca ma anche dalla facile
ricerca dei capri espiatori dei nodi problematici della convivenza sociale.
Non si tratta però di una ricerca “militante”, che pretende di rivestire di
scientificità opzioni ideologiche precostituite; e neppure di una
ricerca-azione, finalizzata a costruire interventi immediati per fronteggiare un
problema inquietante. Si tratta invece di una ricerca sociologica rigorosa, che
ha finalità conoscitive, ma non si nutre di una scientificità asettica e
astratta: intende anzi contribuire, attraverso una conoscenza più approfondita
dei fenomeni, alla maturazione di una consapevolezza più alta dei problemi e
delle posta in gioco, e in ultima analisi a un governo più efficace delle sfide
che una società multietnica deve affrontare.
La questione cruciale che le seconde generazioni pongono è evidentemente quella
del passaggio da immigrazioni temporanee a insediamenti durevoli, e in molti
casi definitivi, con la trasformazione delle immigrazioni per lavoro in
immigrazioni di popolamento. Il significato di questa evoluzione inattesa è ben
sintetizzato dal noto aforisma dello scrittore svizzero Max Frisch: “Volevamo
delle braccia, sono arrivate delle persone”. Dunque, nel bene e nel male, la
crescita e la socializzazione dei figli dei migranti, anche indipendentemente
dalla volontà dei soggetti coinvolti, producono uno sviluppo delle interazioni,
degli scambi, a volte dei conflitti tra popolazioni immigrate e società
ospitante: rappresentano un punto di svolta dei rapporti interetnici, obbligando
a prendere coscienza di una trasformazione irreversibile nella geografia umana e
sociale dei paesi in cui avvengono. Anche per noi, si sta prospettando un futuro
in cui essere “italiani” non significherà essere necessariamente di razza
bianca, figli e discendenti di italiani, senza altri riferimenti “nazionali”
oltre a quello del nostro paese.
Ne deriva una preoccupazione fondamentale, quella del grado, delle forme, degli
esiti dei percorsi di incorporazione delle popolazioni immigrate nella società
ricevente. Una questione del genere rimanda evidentemente all’identità e
all’integrazione della società nel suo complesso, di cui la “lealtà” dei giovani
di origine straniera, da un lato, e la loro inclusione paritaria dall’altro,
divengono un banco di prova di grande risonanza simbolica. Fenomeni allarmanti
come i fallimenti scolastici, la marginalità occupazionale, i comportamenti
devianti, sono la spia di un malessere che allarma e fa discutere in tutti i
paesi riceventi. Se tra i criminologi è diffusa l’idea che gli immigrati di
seconda generazione rappresentino “una bomba sociale a scoppio ritardato”,
l’interrogativo va allargato all’insieme delle condizioni e delle opportunità di
integrazione che ai figli di immigrati vengono offerte nelle società sviluppate.
Così, tra problemi reali e paure crescenti, la questione delle seconde
generazioni diventa la cartina di tornasole degli esiti dell’inclusione di
popolazioni alloctone. Essere giovani, di condizione popolare e di origine
straniera: sono tre caratteristiche tendenzialmente inquietanti, che alimentano
dubbi e interrogativi circa l’adesione all’ordine costituito e la disponibilità
a riprodurlo. L’inserimento di elementi avvertiti come “estranei” in quella che
continua a pensarsi, almeno implicitamente, come una “comunità nazionale”
omogenea, è un nodo dolente.
Nell’ambito delle popolazioni immigrate, proprio la nascita e la socializzazione
di una nuova generazione rappresenta un momento decisivo per la presa di
coscienza del proprio status di minoranze ormai insediate in un contesto diverso
da quello della società d’origine. Con esse, sorgono esigenze di definizione,
rielaborazione e trasmissione del patrimonio culturale, nonché dei modelli di
educazione familiare: i giovani ne sono i sensori più sensibili e inquieti,
trovandosi a crescere in contesti familiari segnati dallo sradicamento e tra
riferimenti normativi eterogenei e non di rado conflittuali.
Nello scenario qui sommariamente richiamato, l’interesse e l’originalità di
questo lavoro si possono cogliere ponendo attenzione a due transizioni, forse
già affrontate nell’esperienza di altri paesi, ma colte e approfondite per la
prima volta in modo così lucido nel contesto italiano.
La prima transizione si riferisce al passaggio delle seconde generazioni
immigrate dalla condizione di bambini da accogliere a quella di adolescenti da
temere. Quei minori che da piccoli, nella scuola ma anche nella società, erano
accettati tutto sommato abbastanza bene, considerati da molti un effetto “buono”
dell’immigrazione, sono percepiti come una minaccia per l’ordine sociale. Genova
ha anticipato in questo senso tensioni e conflitti che cominciano a emergere
anche in altri contesti, soprattutto metropolitani, in cui i figli degli
immigrati, giunti all’età dell’adolescenza, si affacciano con fatica nelle
scuole superiori, negli spazi urbani, nella ricerca di lavori diversi da quelli,
umili e stigmatizzati, che i loro padri e le loro madri hanno generalmente
accettato. In altri termini, il modello dell’integrazione subalterna, tale per
cui gli immigrati sono tollerati nella misura in cui si inseriscono ai gradini
inferiori della scala sociale, raccogliendo i lavori ancora necessari ma sempre
più rifiutati dalla popolazione autoctona, non è facilmente trasferibile alle
seconde generazioni.
Nella sfera della socialità, le aggregazioni spontanee dei ragazzi di origine
straniera segnalano ad un tempo un deficit di integrazione sociale e una
produzione di nuove identità. Se nell’infanzia è più facile la condivisione di
momenti, spazi e occasioni di socialità interetnica, grazie alla scuola, alle
attività extrascolastiche, agli ambiti sportivi e religiosi, nel vicinato, negli
spazi pubblici (parchi, giardini, spiagge, campi di gioco...), e a volte per
iniziativa delle stesse famiglie, con l’adolescenza, al crescere dell’autonomia
dei ragazzi, le reti di socialità tendono a differenziarsi e a privilegiare
circuiti socialmente omogenei. In altri termini, gli adolescenti italiani
tendono a legare con altri adolescenti italiani, più o meno del medesimo livello
sociale e culturale, mentre gli adolescenti di origine immigrata si ritrovano
fra loro, sulla base della comune origine nazionale o anche linguistica, quando
l’immigrazione non è stata precocissima e la lingua-madre si è conservata, come
nel caso dei latino-americani a Genova.
Questa condizione spesso sofferta, di esclusione e di separatezza, può diventare
l’anticamera della marginalità oppure (e talvolta nello stesso tempo) dar luogo
alla costruzione di nuove identità sociali e talvolta anche di nuove esperienze
culturali, sotto il segno della contaminazione e del metissage. Ha così luogo un
lavoro incessante di rielaborazione dell’immagine di sé e di ridefinizione della
propria identità, attingendo ad un repertorio di riferimenti tradizionali più o
meno fedelmente recuperati, nonché ad apporti e modelli del nuovo contesto e ad
altri ancora, provenienti dai circuiti della comunicazione globale e
segnatamente dal Nord-America. Questa operazione è indubbiamente più faticosa
quando alla condizione di adolescente si somma quella di immigrato e di
immigrato proveniente da una famiglia in condizioni economiche precarie, mal
alloggiata e spesso disgregata; quando l’immagine del padre, quando c’è, è
compromessa dalle difficoltà di inserimento nel nuovo contesto; quando la madre
è assorbita da un lavoro extradomestico che compromette il già difficile
esercizio delle responsabilità genitoriali; quando le illusioni sul benessere
che si sperava di trovare in Italia sono in gran parte cadute; quando pregiudizi
e discriminazioni più o meno esplicite rimarcano la condizione di straniero. In
queste condizioni, la famiglia perde rapidamente la propria capacità normativa,
anche perché i deficit comunicativi la svantaggiano nell’interazione con la
società ricevente, e l’impegno educativo non è sostenuto da un contesto esterno
(rete parentale, vicinato…) che confermi e rafforzi il ruolo di guida dei
genitori, salvaguardandone l’immagine agli occhi dei figli. Rotture e
ricomposizioni con nuovi partner aggravano il problema. L’aggregazione tra pari,
coetanei e “connazionali”, riempie il vuoto che si viene a creare, e si carica
di significati che vanno anche al di là dell’importanza che la rete amicale
riveste generalmente per i giovani: il gruppo di amici non è solo il luogo in
cui stare insieme, ma anche una risorsa da cui attingere modelli di
comportamento, sostegno emotivo, conferma della propria identità, talvolta anche
benefici materiali.
Sotto il profilo giuridico, la condizione di non-cittadini degli adolescenti di
origine immigrata, e tuttavia cresciuti qui e destinati con ogni probabilità a
rimanervi, con la giovinezza giunge anch’essa al pettine. L’estraneità rispetto
alle istituzioni pubbliche, viste principalmente come organi di controllo e di
repressione, rischia di cristallizzarsi in una controcultura oppositiva. Una
riflessione sulla ristrettezza di un codice della cittadinanza tuttora basato
essenzialmente sulla discendenza, sarebbe indubbiamente necessaria, ma esula
dall’ambito di questa ricerca.
La seconda transizione a cui abbiamo fatto cenno in precedenza si riferisce
invece a una condizione più tipica dell’immigrazione latino-americana (e
specialmente ecuadoriana) a Genova, ma forse ci può insegnare qualcosa
sull’evoluzione dei flussi migratori a dominanza femminile, inseriti in modo
apparentemente pacifico e reciprocamente benefico nel settore dei servizi
domestico-assistenziali. La ricerca ci illustra a questo proposito l’altra
faccia del drenaggio di risorse di accudimento e cura da parte delle nostre
società, che si esplica attraverso l’importazione di manodopera femminile in età
attiva: dietro alle lavoratrici ci sono molto spesso delle famiglie e in special
modo dei figli in età minorile. Il mantenimento di un certo standard di vita
delle nostre famiglie e di una dignitosa assistenza per gli anziani non più
autosufficienti, in un contesto in cui sono sempre più numerose le donne
italiane impegnate nel lavoro extradomestico e l’organizzazione sociale non si è
adeguata a questa silenziosa rivoluzione, priva altre famiglie del perno su cui
si organizza una normale vita familiare. Questi non sono problemi lontani, che
riguardano le lavoratrici immigrate e le loro reti parentali più o meno
allargate, come una lettura un po’ cinica della crescente bibliografia sulle
“famiglie transnazionali” potrebbe indurre a credere. Le smagliature delle
precarie risorse di sostituzione del ruolo delle madri (nonni ancora validi,
sorelle, figlie più grandi, lavoratrici a loro volta salariate, più raramente i
mariti…) non di rado rendono insostenibile l’accudimento a distanza; né le donne
latinoamericane, così distanti dai luoghi di provenienza, possono immaginare
forme pendolari di migrazione o ritorni frequenti in famiglia.
Deterioramento delle condizioni economiche e sociali della madrepatria, speranze
e attese di benessere in Italia, ma anche soltanto il semplice e umanissimo
desiderio di riunire la famiglia, di veder crescere i figli vicino a sé, hanno
innescato nel volgere di pochi anni un rapido e massiccio processo di
ricongiungimento. Condizioni di carattere istituzionale come il paventato
rafforzamento dei controlli e la sanatoria lungamente annunciata hanno
probabilmente contribuito a produrre questi esiti, che peraltro proseguono con
nuovi ricongiungimenti innescati dalla regolarizzazione conseguita dagli
immigrati giunti prima della scadenza del 2002. La difficoltà di educare i figli
a distanza si è trasformata nella difficoltà di seguirli e farli crescere in
terra di immigrazione. Padri assenti o senza lavoro, case inospitali e
sovraffollate, madri fuori casa per lavoro, impegnate spesso nell’assistenza a
tempo pieno di anziani, sono lo sfondo familiare in cui i ragazzi
latinoamericani sono sollecitati a costruire i propri percorsi di inserimento
nel nuovo contesto.
La transizione a cui abbiamo fatto cenno (dall’immigrazione femminile a quella
dei figli adolescenti) si traduce perciò nella caduta dell’illusione di poter
attingere a man bassa alle risorse di cura delle donne immigrate, senza dover
pagare dei prezzi in termini di presa in carico delle loro realtà familiari,
destabilizzate dai processi migratori.
La ricerca diretta da Queirolo e Torre ha il merito di collegare – forse per la
prima volta in Italia – l’immigrazione richiesta e ben accetta delle madri con
quella paventata e mal accolta dei figli; con l’aggiunta di un corollario: la
cattiva reputazione dei figli (e degli uomini) si sta traducendo in pregiudizio
nei confronti delle stesse lavoratrici-madri, non più ben viste come in passato
e d’altronde meno disponibili al lavoro di assistenza fissa loro richiesto, data
la necessità di trovare una mediazione tra la necessità di lavorare e quella di
seguire i figli.
La sfida illustrata dalla ricerca, quella di crescere in un contesto segnato dai
vincoli che ho richiamato, non è però condannata ineluttabilmente alla
sconfitta. La maggior parte degli adolescenti immigrati frequenta le scuole
superiori – anche se prevalentemente nei percorsi più brevi, a indirizzo
professionale – e non pochi ottengono risultati positivi. La partita è quindi
tutt’altro che persa. Un altro merito della ricerca è quello di aver indagato le
risorse e i percorsi dei giovani latinoamericani, ponendone in rilievo da un
lato gli aspetti di differenziazione e autonoma costruzione di identità,
dall’altro la normalità diffusa, anche nelle pratiche di aggregazione spontanea
e socializzazione. Semmai, questa “normalità” giovanile, non priva di eccessi,
di comportamenti riprovevoli e di casi effettivi di devianza, così come
d’altronde avviene per tante esperienze giovanili, si deve confrontare con
processi di etichettatura e discriminazione che, facendo di tutta l’erba un
fascio, rischiano di consolidare steccati e divisioni “etniche” a tutto danno di
una prospettiva di convivenza pacifica, inclusiva e reciprocamente arricchente.
A questo proposito, l’analisi critica della costruzione mediatica delle pratiche
di aggregazione e socialità dei giovani ecuadoriani sotto l’etichetta omogenea e
stigmatizzante delle “bande” dedite ad attività criminose, rappresenta il
maggiore contributo della ricerca alla discussione pubblica sui giovani
latinoamericani a Genova. Un contributo che, ci auguriamo, serva a
sdrammatizzare il dibattito e a incanalarlo su basi più serene e obiettive.
Per il centro studi Medì – Migrazioni nel Mediterraneo, questo libro rappresenta
il secondo prodotto editoriale, dopo il
Rapporto sull’immigrazione a Genova pubblicato negli scorsi mesi, e
la prima ricerca originale sui fenomeni migratori in ambito locale, svolta in
collaborazione con il dipartimento di Scienze antropologiche dell’università di
Genova. È un esempio, a mio avviso riuscito, del significato di una ricerca
qualificata non solo per la conoscenza in sé, ma per la crescita della capacità
di presa in carico e di governo di una trasformazione epocale della nostra
società come quella che le migrazioni internazionali stanno producendo.
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