La farfalla dalle ali rosse
 
di Armando d'Amaro


Le prime pagine del libro

 

8 Marzo ore 00,00

Il rombo sordo di un motore tirato allo spasimo riempe per qualche secondo la galleria Giuseppe Garibaldi, poi i fari di una mini gialla schizzata fuori dal tunnel tagliano per un attimo le zone d’ombra di Largo della Zecca.
Con una frenata al limite l’auto viene accostata accanto alla serranda abbassata dell’edicola, una figura snella ne sguscia fuori, sbatte la portiera e, colmati di corsa i pochi metri che dividono l’istituto Vittorio Emanuele dal portoncino di accesso alla funicolare del Righi, ne supera l’atrio e salta sulla vettura che sta partendo per l’ultima corsa della giornata.

 

ore 07,50

Il maresciallo Corradi sta osservando le spalle magre della donna che ha finito di suddividere con ordine i suoi effetti personali sulla spartana cassettiera in formica verde.
Prima di iniziare a sistemarli all’interno della piccola sacca, appoggiata sullo stesso ripiano, si rivolge all’uomo seduto sul letto: “Isidoro, sei proprio sicuro di voler uscire? Anche i medici sono perplessi, avresti bisogno di rimetterti del tutto”.
L’investigatore, guardando con affetto chi lo ha assistito da oltre un mese, recandosi giornalmente da Calice in quella cameretta dell’ospedale S. Corona: “Ti ho già spiegato che non ne posso più di questo letto, voglio tornare a Genova. È per questo che ho firmato la liberatoria: per farmi dimettere. E comunque ormai sto bene”.
“Certo, sei in perfetta forma” replica Iolanda fissando il viso tirato e pallido di Corradi, “infatti quando ti sei infilato i pantaloni, poco fa, sei diventato verde. Hai girato la boa dei quaranta, e dopo un trauma del genere…”.
La frase rimane sospesa, interrotta dallo squillo del cellulare del carabiniere, amplificato dalle sponde del comodino in metallo su cui è appoggiato.
L’uomo si sta ancora piegando per allungare una mano ed afferrarlo, che Iolanda lo ha preceduto e, staccato l’apparecchio dal cavetto del caricabatteria, glielo porge.
“Pronto” risponde con un cenno di affanno provocato dal seppur piccolo sforzo.
“Sì maresciallo, sono io, Mariano”.
“Dimmi”.
“Come sta?” Domanda il sottoposto con voce apprensiva.
“Non male, mi hai visto giovedì no?”.
“Sì, ma… la sento affaticato”.
“Non ti preoccupare”.
“Mi aveva detto che oggi sarebbe uscito”.
“Infatti, sto facendo la valigia” ed alza la testa verso Iolanda che ha iniziato a riporre le sue cose, “tra pochi minuti sarò fuori di qui”.
“Bene, sono contento che torni, andrà direttamente a casa?”.
“Certo che sì… Mariano, devi dirmi qualcosa?”.
“No maresciallo, anzi sì, ma non credo che rientri subito in servizio, vero?”.
“No, non riprenderò immediatamente: vorrei, ma non posso” il suo sguardo si incrocia con gli occhi verdi di Iolanda che, chiusa la cerniera della borsa, si è girata fissandolo con aria severamente interrogativa, “perché me lo domandi, cosa è successo?”.
“Un duplice omicidio”.
“Dove?”.
“A Genova”.
Dopo un profondo sospiro Corradi: “Mariano, alterno nei tuoi confronti momenti di stima ad altri in cui ti farei cacciare dall’arma a calci in culo”.
Dall’altro telefono non si sente proferire parola per qualche secondo, poi: ”Mi scusi maresciallo, ma forse non sono più abituato a pensarla…”.
“A pensarmi come?!”.
“Niente, mi perdoni”. Poi, per non dare il tempo al superiore di sbottare ulteriormente, il brigadiere prosegue velocemente: “il fatto è avvenuto sulle alture, nei pressi del Santuario della Madonnetta”.
“Chi sono le vittime?”
“Una coppia, si era appartata in auto”.
“Come li hanno uccisi?”.
“Credo abbiano tagliato la gola a tutti e due”.
“Come credi?”.
“Uno dei cadaveri è poco visibile”.
“Quando è successo?”.
“Questa notte, forse nelle primissime ore del mattino”.
“Perché ti devo tirar fuori le risposte una ad una, e perché cazzo non puoi essere più preciso?”.
Il povero interlocutore deve subire il nervosismo del suo superiore amplificato dal lungo periodo di degenza accompagnato da una forzata astinenza dal fumo, ma cerca di rispondere con calma: “Non posso dirle di più, il medico legale non è ancora giunto sul posto, ma sono stati trovati dal custode alle sette e mezza, quando è arrivato ad aprire la chiesa per la prima messa, e se fossero già stati uccisi ieri sera qualcuno li avrebbe sicuramente notati”.
“Tu sei lì ora?”, prosegue Corradi con tono più tranquillo.
“Sì”.
“Li avete identificati?”.
“Siamo scesi due minuti fa dalla macchina”.
“Con chi sei ?”.
“Il brigadiere Spirito, oltre a due colleghi del 112, giunti qualche minuto prima di noi”.
“Spirito? Era appena arrivata al reparto operativo quando sono partito: trattala bene, mi raccomando!”.
“Ma nei confronti dei compagni di lavoro sono sempre…”.
“Guarda se riesci a trovare i documenti” lo interrompe il maresciallo, “so che non farai casini e che la scientifica non avrà nulla di cui lamentarsi. Saputi nomi, cognomi ed indirizzi inizia le indagini senza perdere tempo. Sono un uomo ed una donna?”.
“Certo, gliel’ho detto, una coppia”.
“Mah, non si sa mai: non sarebbe una novità eh Mariano?”.
L’investigatore rabbrividisce al pensiero degli omicidi di cui si sono recentemente occupati: “No maresciallo, ha ragione. Comunque questi sono maschio e femmina, sono sicuro, anzi sicurissimo”.
“Mi incuriosisci” risponde Corradi, immaginando l’aumento del rossore sul viso del corpulento graduato.
“Sono nudi… insomma, ne posso vedere le parti intime”.
“Va bene Mariano, non ti voglio imbarazzare: fai quello che ti ho detto, quindi procedi come sai. Mi fido di te, se hai problemi richiama, se non ti sento darò io un colpo di telefono quando arriverò a casa. Ciao”.

 

ore 00,02

La sagoma della chiesa ed i rami spogli degli alberi si stagliano scuri e netti contro il cielo stellato.
L’alone vivido che circonda la luna fa apparire, attraverso la finestrella della torre, il profilo nero della piccola campana come appoggiato ad un luminescente fondo lattiginoso.
Attraverso l’ampio parabrezza la coppia appena giunta rimane incantata ad ammirare lo spettacolo offerto dalla notte.
È la ragazza a rompere il silenzio: “Hai qualche cd?”.
“Niente di recente, ma apri il cassettino e scegli”.
Lei si piega in avanti, e quando apre lo scomparto l’uomo, approfittando della posizione, le sfiora con la mano prima i capelli, poi il seno.
Lei ridacchia solo per un attimo, apparentemente compiaciuta, ma si ritrae subito: “Ti chiedo la cortesia di non prendere certe confidenze” mentre sta scegliendo un dischetto di suo gradimento, “ho accettato di venire qui solo per fare due chiacchiere… mi hai detto così al telefono, o sbaglio?”.
“Le mie più sentite scuse signorina, non era mia intenzione sconvolgerla”.
“Fai poco lo spiritoso, sono una persona seria, e desidero non mi si manchi di rispetto”.
“Non voglio imporre la mia presenza a nessuno” replica lui d’impeto, concludendo asciutto, “se non ti fa piacere stare qui con me ce ne possiamo andare anche subito”.
Ma immediatamente si pente di quanto detto, e resta in timorosa attesa di una reazione.
La giovane, acceso lo stereo ed inserito quanto scelto, si gira lentamente, la testa lievemente inclinata a destra, gli occhi azzurri ammiccanti.
Dalle casse amplificate fluisce la voce di Antonacci: “… lascia stare il mio parere… tanto c’è sempre qualcosa… che viene a farmi male…”.
Lei rimane in silenzio ad ascoltare il pezzo: “…piuttosto sciogli quei bei capelli… e lascia al vento il tuo tempo passato…”. Poi finalmente ribatte, dischiudendo appena la bocca: “Sì, forse non è stata una buona idea, ma visto che siamo qui… Fumiamoci una sigaretta, poi mi riaccompagni alla macchina, sempre che tu non voglia che faccia due passi per raggiungerla: non è poi così distante… comunque mi piace camminare”.
L’uomo la fissa, per comprendere se quella sia realmente la sua intenzione, mentre le parole della canzone traducono impietosamente i suoi pensieri: “… ci morirei… ci morirei su quel tuo corpo bianco e bello morirei …e tu lo sai… dio se lo sai…”.
Quindi, cercando di nascondere l’attrazione che prova: “Non riuscirei a rimanere qui solo soletto” sforzando un risolino, “ho paura del buio”.
“A me l’oscurità non dà nessuna angoscia” risponde lei quasi a se stessa, senza raccogliere la battuta, “alle volte la cerco… perché mi circondi completamente, mi protegga… come una pesante coperta di lana…”.
La giovane prende dalla borsa che tiene ai suoi piedi un pacchetto di sigarette, ne estrae ed accende una che passa all’uomo accanto a lei, quindi un’altra per sé; allunga la mano e, girata la chiave di accensione dell’auto fino ad illuminarne il quadro, apre con l’alzacristalli qualche centimetro di vetro da entrambi i lati, poi si accomoda meglio sul sedile, vi appoggia la testa e, aspirando avidamente il fumo, chiude gli occhi.
“… quindi a fatica ti si raggiunge dove sei… questo so di te questo e forse mai di più… ci morirei…”.


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