|
I Fieschi
Splendore e declino 1494-1709
di Riccardo De Rosa
1. Gianluigi “il Vecchio” e le invasioni
francesi
Agosto 1494: il re di Francia Carlo VIII invadeva la penisola italiana con 36000
uomini d’arme, 6000 arcieri bretoni, 8000 guasconi e 6000 balestrieri.
L’invasione, preparata accuratamente, era stata più volte sollecitata da
Ludovico il Moro, duca di Milano, che sperava di trovare un contrappeso alla
potenza degli Aragona nel Regno di Napoli.
Grave errore fu quello dello Sforza, foriero non solo di stravolgimenti
politici, territoriali ed economici, ma soprattutto causa della perdita
dell’indipendenza per il ducato di Milano e dell’impiantarsi di potenze
straniere nella penisola per più di tre secoli. Il piano di Carlo, peraltro, era
molto più acuto e lungimirante di quanto il duca e i suoi consiglieri potessero
immaginare, dato che prevedeva l’occupazione non solo del Napoletano – su cui
Carlo vantava fondati diritti – ma anche del Milanese, su cui i francesi
accampavano pretese dinastiche che, secondo loro, derivavano dal matrimonio di
Valentina Visconti con un Angiò alla fine del XIV secolo.
Al re francese non erano sfuggite le ricchezze della Lombardia, la fertilità
delle sue terre e soprattutto l’enorme importanza della sua collocazione
politica e strategica.
Quale fu l’atteggiamento della nobiltà italiana di fronte ad un avvenimento così
epocale? La scissione: il patriziato italiano, infatti, dal 1494 si divise (e
questa divisione si manterrà sostanzialmente invariata sino al 1559) in tre
correnti: i francofili, i filoimperiali o filospagnoli e gli indecisi, o per
meglio dire gli opportunisti.
Quest’ultima è la più difficilmente delineabile essendo costituita da tutti quei
potentati più o meno indipendenti che attuavano una politica estremamente
fluttuante, schierandosi a fianco dei francesi o degli imperiali a seconda del
variare degli avvenimenti e della situazione politica. Di essa fecero parte ad
esempio i Gonzaga di Mantova, gli Este di Ferrara, i vari rami dei Malaspina di
Lunigiana, gli Appiano di Piombino: amici nei momenti di vittoria e nemici nella
sconfitta.
I filoimperiali sono invece più facilmente individuabili essendo gli esponenti
di una nobiltà, cittadina o feudale che sia, che sin dal Medioevo ebbe
nell’Impero il referente principale per la costruzione della propria potenza e
per l’ottenimento di privilegi, ricchezze e onori. Tra costoro troviamo i Doria
di Genova, i Landi di Piacenza e gran parte della nobiltà meridionale, tutti
temibili e potenti avversari dei francesi.
Per quel che concerne invece i francofili – o franciosanti, come talvolta
vengono indicati nei documenti del tempo – anch’essi appartengono ad un partito
politico ben definito che da tempo possedeva in Francia terre, cariche
pubbliche, legami di parentela, favorevole all’installarsi nella penisola della
potenza d’oltralpe dalla quale si attendeva di essere gratificato con onori,
privilegi e prebende di vario tipo.
A questo settore della nobiltà italiana fa capo uno schieramento tanto vasto
quanto eterogeneo con interessi molto differenziati e spesso inconciliabili. Tra
le sue fila si possono trovare i Pico di Mirandola, gli Este dopo l’arrivo a
corte di Renata di Francia, i Farnese – in alcune fasi della loro storia – e i
Fieschi di Lavagna.
Ovviamente questa schematizzazione è da intendere come meramente
esemplificativa: non tutti i membri di una famiglia fecero le stesse scelte di
campo (tra i Doria vi fu addirittura chi congiurò contro Carlo V e la propria
famiglia!) e spesso tra i rami cadetti dei casati vi erano lacerazioni e
profonde divergenze. Su una cosa, tuttavia, erano più o meno tutti d’accordo:
qualora la lotta tra Spagna e Francia fosse terminata, il vincitore, assumendo
il dominio sulla penisola, avrebbe dovuto spogliare di beni e onori i
sostenitori del partito sconfitto per ripagare la lealtà di chi lo aveva
fedelmente servito e appoggiato. Ciò serve a spiegare, anche se solo in parte,
l’irruente espansionismo e la smania di onori e potere che colse i Fieschi
all’arrivo dei francesi in Italia.
Casato ligure, di antiche tradizioni feudali e militari, i conti di Lavagna
avevano stretto sin dal Medioevo un rapporto privilegiato con il regno di
Francia e già al tempo della lotta tra Papato e Impero, nel XIII secolo, erano
stati intensi gli scambi, le alleanze, i giochi di potere che avevano fatto dei
Fieschi una delle più solide alleanze per la corona francese. In proposito si
pensi ad esempio ad Innocenzo IV che indisse il Concilio che scomunicò e depose
Federico II di Svevia a Lione, al nipote cardinale Ottobono che ebbe benefici e
prebende in Francia e vi espletò importanti incarichi diplomatici per conto
della Chiesa, al cardinale Luca, fine prelato e valente diplomatico, che
intrattenne svariati rapporti con la corona nella prima metà del XIV secolo,
durante il periodo della permanenza ad Avignone della sede papale.
Nel XV secolo essi appoggiarono con forza la signoria del francese Boucicault a
Genova e sul finire del secolo Gianluigi, detto il Vecchio, alla guida del ramo
primogenito dei Fieschi di Torriglia, aveva impresso una svolta significativa
alle fortune della famiglia negli anni precedenti alla venuta di Carlo VIII,
dopo l’agitato e controverso governo sforzesco sulla Liguria. Egli aveva sposato
Caterina Del Carretto e ricoperto la carica di Ammiraglio Perpetuo della
Repubblica di Genova, oltre a ricevere da papa Giulio II Della Rovere, nei primi
anni del ’500, l’incarico di Ammiraglio della Lega Italica.
Personaggio dal forte carisma e dalle ambizioni possenti, è con lui che la
potenza dei Fieschi visse la sua ultima e più intensa stagione.
Il conte diede prova a più riprese di spiccate virtù militari come ad esempio
nel combattimento che si svolse a Vallecristi, nelle vicinanze di Rapallo, nel
settembre 1494 quando, al comando di un contingente genovese e aiutato da mille
fanti svizzeri e quaranta balestrieri capitanati da Gaspare e Galeazzo di
Sanseverino, Jean De Lagrange e Antoine De Baissey, combatté accanitamente
contro i fuoriusciti genovesi, appoggiati da truppe aragonesi e guidati da
Obietto Fieschi, Giulio e Orsino Orsini, Fregosino e Orlandino Fregoso.
Gianluigi e i suoi alleati in breve tempo respinsero il nemico, ma i fanti
svizzeri si macchiarono dell’atroce uccisione di quaranta feriti aragonesi che
avevano trovato rifugio nell’ospedale di S. Lazzaro.
Da fine diplomatico riuscì ad occultare l’appoggio che diede a Carlo VIII, del
cui disegno politico aveva capito a fondo l’inconsistenza e la fragilità: è pur
vero che Gianluigi si guardò bene dal partecipare alla Lega che, senza troppo
successo, affrontò l’esercito francese a Fornovo nel luglio 1495, ma è
altrettanto vero che schierò le sue truppe a difesa di Genova quando, nello
stesso anno, la città fu minacciata da un presunto (in realtà mai attuato)
attacco francese volto ad impadronirsi del prezioso porto.
Sorta di vero e proprio Giano bifronte in politica egli riuscì, tra il 1495 e il
1496, a tornare in possesso dei feudi che erano stati occupati dall’esercito
milanese al comando del condottiero Niccolò Piccinino (tra cui Pontremoli,
Borgotaro e Calestano) negli anni 1420-1429, rimasti, seppur tra alterne
vicende, in mano viscontea e sforzesca, oltre ad ampliare i propri possedimenti
acquistando, il 10 gennaio 1493, da Gaspare Spinola il castello di Cremolino in
Val Borbera e creando in tal modo le premesse per l’acquisizione di futuri
possedimenti nella zona.
Molto solida appare anche la posizione del Fieschi in Val Fontanabuona dove era
signore di Neirone, Cornia e Campodesasco.
Osservando la vita politica genovese egli ebbe modo, sin dagli anni 1478-84, di
rendersi conto di quali fossero i punti deboli del sistema di governo milanese,
tanto che iniziò proprio da Genova a minarne le basi appoggiandosi
alternativamente alle due fazioni “popolari” degli Adorno e dei Fregoso. Secondo
la Sisto, Gianluigi “aveva riunito sotto la sua signoria la maggior parte dei
feudi familiari per una serie di circostanze favorevoli, la morte del fratello
maggiore Giovanni Filippo senza figli, e quella del card. Obietto, senza figli
legittimi, ed egli stesso, partecipando attivamente alle vicende politiche della
sua patria, aveva profittato di tutte le occasioni per aumentarli con acquisti e
conquiste”.
Gianluigi, cercò di diversificare il proprio gioco politico stringendo alleanze
dinastiche con le famiglie principesche italiane: a questo scopo egli – dopo un
approccio fallito nel febbraio 1496 con i Medici di Firenze, come riferito a
Ludovico il Moro dal suo oratore alla corte fiorentina – riuscì a combinare nel
1498 il matrimonio tra la figlia Francesca e Ludovico Gonzaga, signore di
Bozzolo e Sabbioneta, unione che potrebbe essere considerata anche alla stregua
di un tentativo da parte dei Fieschi di convogliare l’oscillante politica
gonzaghesca verso la Francia in netta contrapposizione con l’Impero.
Gli ambiziosi progetti di riscossa dei Fieschi trovarono un loro spazio dopo
l’inizio del declino dell’egemonia milanese in Liguria e sulle zone
appenniniche. I rapporti, per alcuni anni idilliaci, tra loro e il duca di
Milano si infransero intorno agli anni 1490-1494, quando fu chiaro che le
promesse di restituzione dei feudi usurpati dai Visconti (di cui i conti di
Lavagna avevano continuato a ricevere regolare investitura imperiale) non
sarebbero mai state mantenute e, come afferma Guicciardini, “l’essere in questo
tempo discordi Gian Luigi del Fiesco e gli Adorno e universalmente i genovesi
malcontenti del Duca di Milano per esser stato autore che nella vendita di
Pietrasanta i lucchesi fussino stati preferiti a loro” e che il Fieschi
“desideroso di farsi signore di Pisa, offerendo di pagare al Re [di Francia] non
piccola somma di denari”, offerta che comunque non fu accettata dal monarca
francese, timoroso delle conseguenze che avrebbe potuto avere un’eventuale
espansione dei Fieschi e di Genova sulla Toscana settentrionale.
Ma se la vendita di Pietrasanta era stata uno smacco cocente per l’orgoglio
genovese, il vero motivo della progressiva decadenza delle simpatie genovesi
verso Milano era dato dall’eccessivo fiscalismo sforzesco, che drenava ingenti
risorse finanziarie e deprimeva i commerci e le attività produttive. Era quindi
tempo per Genova di liberarsi della dominazione milanese, mentre per i Fieschi
diveniva sempre più pressante l’esigenza di cercare alleanze meno esose e più
affidabili.
Segno evidente della loro insofferenza per gli Sforza fu l’ambasceria del 1494
dell’oratore Paride Fieschi (figlio di Giacomo e Selvaggia Fieschi) che incontrò
il re di Francia ad Asti nel 1494 per rendergli omaggio a nome della Repubblica
e portargli la proposta d’alleanza dei conti di Lavagna, suggellando un patto
destinato a durare sino al 1547.
Gianluigi, quindi, seppe sfruttare a fondo le crescenti difficoltà che Ludovico
il Moro incontrava, pur continuando a dissimular amititia verso il duca
che, sentendo il proprio potere vacillare iniziò, secondo Guicciardini, “per
aiutarsi non meno della benivolenza de’ genovesi medesimi che delle forze
forastiere, stabilito, con doni et provisioni et danari con promesse et con vari
premi l’animo di Giovan Luigi dal Fiesco fratello di Obietto, degli Adorni et
de’ molti altri gentilhomeni et popolari importanti a tener ferma alla soa
devotione quella città”.
Il 5 novembre 1495 lo Sforza assegnò al conte di Lavagna, con lettera patente,
una pensione annua di 1200 ducati “da riscuotersi sui dazi di Tortona e di
Alessandria” e trasmissibile ai suoi eredi “facta sempre salva la fidelitate a
nuy”, per i servigi resi, cioè per aver saputo smorzare i malumori delle
consorterie cittadine a lui legate che in quegli anni progettavano una
ribellione antimilanese per restituire a Genova l’indipendenza.
In questa sua opera di dissimulatione fu efficacemente aiutato da
Giovanni Ambrogio, fratello di Paride e come lui valente oratore, che fu inviato
in quegli anni dalla famiglia in delicate missioni diplomatiche, tra cui quelle
presso lo Sforza del settembre 1488 e del 1498, dimostrando in quest’ultima di
essere molto abile a nascondere con sembiante de’ bone parole le vere
intenzioni di Gianluigi e dei genovesi.
Fu sempre Giovanni Ambrogio che rappresentò i Fieschi nel 1499 all’arrivo dei
francesi e fu il capofila di tutte le mediazioni tra governatore e istituzioni
cittadine durante la dominazione di Luigi XII in Liguria dato che, al di là
degli schieramenti di parte, la sua abilità oratoria e la sua notevole
preparazione culturale erano riconosciute e apprezzate da tutti.
I Fieschi, all’epoca di maggiore stabilità del governo del Moro, avevano
ricoperto numerosi incarichi presso gli Sforza, divenendo una delle famiglie più
in vista della nobiltà feudale presso la corte milanese: nel luglio 1489
Gianluigi era stato nominato Capitano di Chiavari (dopo esser stato investito
con atto del 7 febbraio 1485 del feudo pavese di Bagnaria, di cui i Fieschi
rimasero titolari sino al 1547, importante per il controllo di una delle vie del
sale che attraverso l’itinerario Tortona-Dernice-Val Borbera-Val Vobbia-Casella
giungeva ai feudi imperiali liguri), mentre Filippino dal gennaio del 1490 fu
uno dei nobili deputati alla cura e alla custodia del castello di Milano e, in
questa veste, ebbe modo di conoscere Leonardo da Vinci, che aiutò nella
costruzione e sperimentazione di alcune macchine da guerra. Il 25 aprile 1495
Filippino scriveva al duca che “queli Magistri che lavoreno ale arme et barde
per il Ser.mo Re dei Romani […] Mag.co Zoanne de Costantino dice fornirà le
barde tra octo giorni, et Mag.co Lionardo dice haver fornito dal canto suo le
chose richieste. Solo che gli manca le franze et doy cordoni”.
Si ha anche notizia di una donazione che Gianluigi fece nel 1486, quale signore
di Montebruno, di un vasto appezzamento di terreno, su cui erigere un convento e
una chiesa, al beato Giovanni Battista Poggi che, con gli agostiniani eremiti di
S.M. della Consolazione di Genova, di cui faceva parte, voleva ricordare il
luogo dove poco tempo prima vi era stata un’apparizione mariana.
Un altro Fieschi, Ambrogio, tra il dicembre del 1496 e il dicembre del 1498 fu
Conestabilis Portae Fosuste Placentiae.
La veloce ascesa di Gianluigi lo mise in urto con il fratello Obietto, figura
ambigua della politica italiana del tardo ’400, che mirava a costruirsi un
proprio dominio ritagliandolo tra le terre di famiglia e quelle milanesi,
obiettivo che perseguì per tutta la vita senza riuscire a realizzarlo. In un
estremo tentativo diretto contro Genova, Obietto nel 1495 cercò di approfittare
delle difficoltà dei presidi sforzeschi per impadronirsi della città, ma “vide
appropinquarsi dalla città Gianluigi dal Fiesco con molti fanti et messonsi alla
fuga, secondo l’uso de’ fuoriusciti”.
Dando prova di sapersi destreggiare tra Francia e Impero, Gianluigi seppe
sfruttare a fondo anche le sue relazioni con la corte imperiale, tanto da
ottenere, con due diplomi emessi dalla cancelleria di Massimiliano I
nell’ottobre 1495, la reinvestitura di Borgotaro e di S. Stefano d’Aveto, oltre
a vedersi riconosciuti i feudi di Torriglia, Montoggio, Roccatagliata, l’ottava
parte di Savignone, Carrega, Garbagna, Grondona, Vargo, Varese Ligure, Calice,
Veppo, Cremonte e l’importante castello di Cariseto, acquistato dal marchese
Antonio III Malaspina che l’aveva ceduto con la rocca e il paese ai Fieschi in
cambio di un consistente prestito in denaro. In proposito va detto che il
possesso della località non fu sempre pacifico per i Fieschi, che dovettero più
volte affrontare i ricorsi dei Malaspina che, pentitisi della cessione,
tentarono più volte di ritornarne in possesso. Ciò diede luogo ad un lungo e
difficile contenzioso tra le parti, che terminò con due atti compromissori del
1509 e 1511 con cui i Malaspina rinunciavano ad ogni rivendicazione in cambio
del versamento da parte dei Fieschi di 28000 lire genovesi e da questo momento i
conti poterono esercitare senza vincoli di sorta le loro prerogative signorili
sul luogo, ottenendone anzi regolare investitura da parte dell’Impero sino al
1533. Sempre in Val Trebbia i Fieschi riuscirono ad impadronirsi anche di Croce
dopo una lunga lite per motivi similari con i Malaspina e il pagamento di una
consistente somma di denaro nel 1508, data dalla quale il loro dominio sulla
località si può considerare indiscusso. Così come in precedenza, fingendosi
amici ed alleati degli Aragona, era stato dato loro nel 1479 da Ferdinando I
d’Aragona il contado di S. Valentino, località importante per il controllo della
Majella, e che era composto dalle comunitates di Pianella, Bacucco
(attuale Arsita), Abbateggio con il suo castrum e il Casale di Cusano.
Gianluigi inoltre, facendosi forte della sua ormai acquisita posizione di
predominanza appenninica, il 3 ottobre 1495 impose (atto rogato dal notaio
genovese Leonardo Panisso) a Pietro e Francesco Malaspina di Mulazzo la
stipulazione di un accordo di alleanza, in base al quale si impegnavano a
lasciare libero transito alle merci e agli armati del conte attraverso i loro
territori, gli riconoscevano un ruolo di leadership impegnandosi ad eseguire le
disposizioni che avrebbe impartito, in cambio di protezione militare contro ogni
aggressione esterna. I Malaspina, inoltre, dichiararono che non avrebbero
permesso il transito sulle loro terre di banditi fuggiti dai feudi fliscani o
dei nemici del conte, accordo che si estendeva agli eredi maschi legittimi del
conte, salva loro espressa disdetta, mentre tale facoltà non era concessa ai
Malaspina: patto leonino in cui la posizione dei Fieschi si delineava forte e
arrogantemente dispotica.
Inoltre il Fieschi, per cautelarsi da possibili ingerenze milanesi (e per non
urtare la suscettibilità del duca a causa dell’investitura imperiale di un vasto
territorio che faceva pur sempre parte dei domini milanesi), ottenne da Ludovico
nel luglio 1496 l’emissione di un decreto in cui si legge che “per tenore
della p.nte commandiamo ai nostri consoli, et homeni nostri del paese de
Valdavanti qual sariano richiesti da epso M.co Zohanne Aloysio che vadeno dalla
persona soa et lo obedischano in quello che saranno ricercati como faciano per
la persona nostra”. In più ottenne da Massimiliano l’importante privilegio
di poter istituire la primogenitura sui propri feudi, con l’obbligo di fare
fedecommessi a favore degli altri figli e, durante la visita dell’imperatore a
Genova nel settembre 1496, il Fieschi, “definito dal Sanudo principal homo de
Zenoa”, dopo averlo accolto, si fece nominare vicario imperiale con diploma
del 7 ottobre.
Il peso politico del Fieschi nella Genova degli anni della calata in Italia di
Carlo VIII si può cogliere in questo giudizio del Guicciardini: “Carlo avea
mandato Pietro di Orfè [Pierre D’Urfè, ciambellano di Carlo] suo grande
scudiere, a Genova, la quale città il Duca di Milano, con le spalle della
fazione Adorna e di Giovan Luigi dal Fiesco, signoreggiava, a metter in ordine
una potente armata di navi grosse e di galee sottili”.
Dopo la visita del D’Urfè a Genova – evento segnalato a Napoli dagli informatori
aragonesi – a Gianluigi non fu più possibile mascherare la sua devozione al re
di Francia e il feudo di S.Valentino gli fu confiscato, per alto tradimento, dal
re d’Aragona nel 1495. Con successivo provvedimento del 4 marzo il feudo gli fu
restituito da Carlo VIII. In seguito Ferdinando (nonostante il Fieschi avesse
ostacolato con 400 fanti un tentativo aragonese di sbarco a Portovenere, nel
corso di operazioni militari contro il presidio francese di Genova) con due
decreti dell’1 aprile e del 6 giugno 1497, per cercare di attirare a sé il
potente feudatario genovese, gli riconfermò la signoria del feudo, per
confiscarglielo nuovamente dopo l’appoggio che il Fieschi diede a Luigi XII.
Alla fine del XV secolo i Fieschi – che si proponevano sul rinnovato scenario
politico italiano come “segnori de molte castella” – si riaffacciarono su
quella stessa area appenninica, che li aveva visti protagonisti nei due secoli
precedenti, riprendendo l’antico progetto di costruirsi un proprio stato feudale
(simile a quello dei Landi sull’Appennino tosco-emiliano e dei Pallavicino nella
Pianura Padana) compreso tra Tigullio, Alta Lunigiana e Parmense. Come osserva
G. Tocci, “in particolare sulla montagna la feudalità aveva mostrato appieno la
sua persistente capacità di agire come centro di aggregazione, mobilitando forze
in grado di influenzare in maniera determinante l’andamento locale della guerra
e la possibilità di conservazione dello stato. I maggiori tra i feudatari
attraverso queste lotte erano tornati a perseguire il mito del piccolo stato
signorile”.
Lo storico francese Heers ha osservato che le ambizioni dei Fieschi erano molto
pericolose e che la loro signoria in effetti costituiva uno stato montano e si è
chiesto se essi “non mirassero a realizzare una signoria genovese sul modello
degli Sforza a Milano. In ogni caso, le loro imprese stendono di continuo
un’ombra minacciosa sull’orizzonte politico di Genova”. Disporre di un simile
apparato di potere significava, tra l’altro, poter mettere al soldo del miglior
offerente un esercito feudale di ingenti dimensioni. A questo riguardo
Chittolini sottolinea come molti dei feudatari più forti e dinamici strinsero
intorno a sé numerose relazioni di dipendenza e clientela ed utilizzarono i
propri uomini non solo per difendere le loro terre, ma anche per costituire
piccoli eserciti di armati. L’autore continua affermando che “all’altra
estremità della pianura del Po, nelle loro montagne del Genovesato, i Fieschi,
lungo tutto il Quattrocento, erano in grado di mobilitare eserciti privati di
3-4000 uomini”. Peraltro in questo periodo tutta l’area appenninica costituì un
grosso serbatoio di soldati, sia per gli eserciti signorili sia per le compagnie
di ventura.
Molto diverso fu l’atteggiamento di Gianluigi quando, dopo la morte di Carlo
VIII, il nuovo re di Francia decise di ritentare la stessa impresa in cui il
predecessore aveva fallito: il Fieschi, consapevole della diversa tempra di
Luigi XII – accorto, risoluto, ottimo soldato – offrì al nuovo signore d’Italia
i suoi servigi e l’alleanza del suo casato, nella speranza di ricevere in cambio
gratificazioni, onori e promozioni. Il 27 marzo 1499, molto opportunisticamente,
aveva scritto al Moro, scusandosi, di non poter accogliere il suo invito a
mandare soldati a Milano “per la molestia et ristrettezza de’ tempi”.
Nell’estate 1499 il re francese, con una brillante operazione militare, occupò
Milano e i Fieschi, furono velocissimi a correre tra le fila dei nuovi padroni
(in quest’occasione Paride Fieschi fu incaricato di recarsi a Milano dal re per
confermare l’amicizia del suo casato). L’episodio è ricordato da Guicciardini in
un brano della sua Storia d’Italia, quando descrivendo la resa ai
francesi del castello di Milano, afferma che i castellani – a cui il duca aveva
dato l’ordine di resistere il più possibile – nonostante avessero ancora denaro,
munizioni e viveri in abbondanza, consegnarono il castello al nemico senza
combattere e che “parteciporno a questa infamia i capitani che con lui eran
rimasti nel castello, e sopra li altri Filippino del Fiesco il quale, allievo
del duca e lasciatovi da lui per molto fedele, in cambio di confortare il
castellano a tenersi, accecato da grandissime promesse lo confortò al contrario,
et insieme con Antonio Maria Pallavicino che interveniva in nome del re, trattò
la dedizione”.
L’anno seguente Ludovico fu catturato dai francesi dopo un’ingloriosa sconfitta
sul campo di battaglia di Novara, tradito dai mercenari svizzeri.
Nel 1499 Luigi si era impadronito anche di Genova che il 26 ottobre inviò a
Milano un’ambasceria per giurare fedeltà al nuovo re: governatore della città fu
eletto il cugino del re Filippo di Cleves Ravestein.
È da sottolineare come il re francese sia riuscito a conquistare la Superba
senza spargimento di sangue anche grazie all’abilità di Gianluigi che,
inserendosi nel tradizionale gioco fazionario genovese, tradì gli Adorno per
allearsi con i Fregoso, incondizionati sostenitori dei francesi e fu, ancora una
volta, la grande capacità di mediazione del Fieschi a rivelarsi determinante per
la rapida prise du pouvoir da parte francese.
I conti di Lavagna, pur appartenendo per origine e cultura all’aristocrazia
feudale, avevano una lunga tradizione di guida e partecipazione alle consorterie
che da secoli movimentavano la vita cittadina: con loro, e con le loro appendici
clientelari, aveva dovuto trovare un’intesa anche Ludovico il Moro nell’agitato
periodo della sua salita al potere, soprattutto durante la sollevazione genovese
del 1477-78 durante la quale il Moro aveva dovuto far leva sull’azione
moderatrice di Carlo Fieschi per sedare la rivolta, ricompensandolo con la
concessione del feudo camerale di Castiglione d’Adda.
Luigi, per sdebitarsi dell’aiuto ricevuto, diede a Gianluigi generose prebende:
già a partire dal 1499 gli fu erogata una pensione annua di 6000 lire tornesi;
nel 1502 venne nominato Governatore della Liguria di Levante, divenendo di fatto
un alter ego del governatore francese a Genova; il 14 aprile dello stesso anno
il re gli concesse una proroga di quattro mesi per richiedergli, come alto
signore di Parma, la conferma delle investiture per il feudo di Calestano col
relativo giuramento di fedeltà, nonostante che questo feudo fosse imperiale. Con
decreto del 17 febbraio 1499 Luigi aveva, inoltre, convalidato al conte di
Lavagna il possesso della località di Cariseto, conferma importante per la
strategia geopolitica del casato che era così in grado di controllare i passi
appenninici verso il Bobbiense e il Piacentino. Questa zona montana si pone come
esempio paradigmatico per comprendere le tendenze espansionistiche fliscane che
già tra XIV e XV secolo si erano scontrate con gli interessi dei potenti clan
malaspiniani che controllavano un’ampia fascia di territorio tra il Magra,
l’alta Val di Vara, la Val d’Aveto e l’alta Val Trebbia.
Gianluigi, anche per non aprire troppi focolai di tensione, nel 1495 venne a
patti con i Malaspina e penetrò nella loro area di potere nella maniera più
indolore possibile, da qui la stipula di un celebre accordo, forse esaltato al
di là della sua reale importanza, tra il conte e i fratelli Gian Pietro, Gian
Lodovico, Galeazzo e Moroello Malaspina che, sotto le mentite spoglie di
un’alleanza inter pares, mascherava l’antico istituto giuridico di
diritto feudale medievale della recommendatio, con cui un feudatario
maggiore accordava ad uno minore protezione e aiuto militare in caso di
aggressioni esterne, in cambio di un giuramento di fedeltà e di altre
prestazioni. Il vantaggio era reciproco: i Fieschi potevano esercitare un
influsso crescente sull’intera area senza dover ricorrere al costoso strumento
dell’invasione militare, mentre i Malaspina avevano un potente protettore,
mediatore tra le loro esigenze signorili e le sempre più soffocanti pretese
protezionistiche e fiscali genovesi.
Il controllo dei valichi appenninici era uno dei maggiori obiettivi per i
Fieschi, non solo per rimpinguare le casse familiari ma anche per presentarsi al
re di Francia come un interlocutore potente, credibile e soprattutto necessario.
Essi seppero trarre profitto, oltre che dall’appoggio francese, dalla
frammentazione e dalla debolezza dei possedimenti malaspiniani e dalla decadenza
di molti dei loro rami minori. Dai Malaspina Gianluigi aveva già acquistato,
nell’agosto 1495, parte di S. Stefano d’Aveto, importante per il controllo
strategico della vallata e degli accessi a Bobbio e via di transito fondamentale
per i passi del Tomarlo, del Chiodo e per la Val Ceno.
Negli accordi del 16 agosto 1496 Fieschi e Malaspina convennero che “de li
denari […] epso M.co Marchese è contento de vendere de presenti ducati domilia
cinquecento […] de lo resto sarà asegurato per banco o per altra idonea persona
in Zenoa ad voluntatem del dicto M.co Marchese […] item che el pred.cto Ill.
Ihoanne Loize sie obligato a pigliare tucta l’artegiaria che sarà notata per
lista, soe spingarde, archibuxi, bombardele, balestre, coratine, saytane et
polvere, secundo saranno estimate […] item che el prelibato M.co Marchese habia
ad gaudire l’entrata soa de lo ano presente del dicto loco de S. Stefano de
Valeavanto et in ogni altro loco sotoposto al pref. Sig. D. Iohane Loizio”.
I Malaspina rimasero signori di Orezzoli, Pregola e Gambaro, anche se in una
posizione sempre più precaria, dovendo sempre temere tentativi di invasione
genovesi, fliscani o milanesi.
È indubbio che la politica espansionistica del Fieschi lo portò molto vicino a
costituire quello stato appenninico a cui molte generazioni della sua famiglia
avevano dedicato la vita, denaro ed energie, anche se non si hanno molte notizie
dettagliate sulla sua gestione feudale, anzi è molto probabile che, dedicandosi
alla politica, abbia amministrato i feudi in maniera alquanto distratta e
approssimativa, commettendo l’errore di tanti feudatari del suo tempo che,
pressati da altre esigenze, delegavano la gestione dei beni a poco attenti
amministratori, restii a qualunque innovazione ed interessati solo a non avere
problemi dall’ordinaria amministrazione. Tra i pochi documenti rinvenuti vi è un
contratto di enfiteusi stipulato a Roccatagliata il 14 dicembre 1500 tra il
conte e una cordata consortile di nove famiglie della zona (Pensa, Gardella,
Lercari, Grossi, Bastia, Brondi, Fregoso, Bassi e Gnecchi), con l’obbligo di
corrispondere ogni anno 3 fiorini e 10 mine di ghiande.
Non si può negare che la storia dei Fieschi si legò con i nuclei forti del
potere genovese, con i finanzieri, i grossi commercianti, la borghesia
affaristica e imprenditoriale, ma tutto questo sempre come instrumentum regni
di una politica ambiziosa i cui interessi spesso si ponevano in contrapposizione
con quelli cittadini. Uno dei pochi che, nella propria lungimiranza politica,
seppe discernere chiaramente i contorni di questa dicotomia fu Lorenzo il
Magnifico, il quale quando affermava, tra il serio e il faceto, che se le cose
andavano bene per il Gatto (l’animale era parte dell’emblema nobiliare
dei Fieschi) significava che per Genova si mettevano male, riassumendo in poche
parole un’inossidabile verità.
La biografia di Gianluigi il Vecchio è forse una delle espressioni più compiute
di questa plurisecolare tendenza dei conti di Lavagna, anche se bisogna
aggiungere che ebbe la fortuna di agire in un momento, l’ultimo prima
dell’arrivo degli spagnoli e del nuovo corso per la penisola italiana, in cui la
fluidità degli schieramenti politici, il crollo sforzesco, la crisi degli stati
italiani e l’impossibilità, almeno sino al 1522-25, di trovare una conveniente
via d’uscita a quel gran gioco al massacro che erano divenute le guerre italiane
tra francesi e spagnoli, davano ancora ampio spazio politico e militare a quelle
figure a metà tra il grande condottiero e l’avventuriero senza scrupoli come il
Fieschi, lo Strozzi o il celebre e famigerato Valentino Borgia.
Non si deve tuttavia ritenere che il primo ventennio del XVI secolo fosse una
sorta di “fiera del possibile” in cui tutto era lecito. Gli interessi degli
schieramenti consortili trovavano un invalicabile limite nell’ingordigia e nelle
ambizioni francesi (come in seguito lo avrebbero avuto con gli Asburgo), da cui
si aspettavano onori, prebende e legittimazioni ai propri acquisti patrimoniali
e territoriali e coi quali la necessità mediatrice era sempre un imperativo
ineludibile.
Uno dei personaggi della scena politica italiana che con maggior abilità seppe
sostenere le proprie ambizioni presso Luigi XII fu proprio Gianluigi, che
durante la spedizione di Napoli aveva comandato la flotta franco-genovese e
durante il suo soggiorno genovese (1502) ospitò il re nel grande palazzo dei
Fieschi. Fu in quell’occasione che Luigi, con decreto del 24 maggio, diede
disposizione al duca di Nemours, suo luogotenente a Napoli, di restituire al
Fieschi il feudo di S. Valentino, confiscato dagli Aragona, inoltre il re con
provvedimento del 1 marzo 1503 ratificò la nomina del calestanese Rubinus
Tortus ad agente dei Fieschi a Milano, carica che egli detenne sino
all’epoca di Sinibaldo.
Torna indietro
|
|