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I fuochi fatui
Un'indagine del commissario Scichilone
di Roberto Negro
Uno
Si
guardò attorno, attanagliato dal terrore di incrociare visi conosciuti.
Aveva scelto quel bar esclusivamente per il nome “Canada” che risaltava
sull’insegna. Non era mai stato in quel paese, ma lo immaginava come una terra
libera, con tante foreste e corsi d’acqua: il luogo ideale dove vivere. Mai come
quel giorno considerava la libertà il diritto primario per un uomo.
Entrò, andando ad occupare il tavolo nell’angolo estremo della sala.
Alcuni avventori sorseggiavano silenziosi caffè neri e bollenti con la stessa
espressione beata e raccolta di frati in ritiro spirituale.
“Cosa le porto?”.
“Una Ceres, grazie”.
Evitò di guardare in faccia il dinoccolato cameriere in livrea nerazzurra che si
era avvicinato con passo felpato, preferendo concentrarsi sulle proprie mani.
Dita affusolate, unghie curatissime e pelle morbida. Potevano essere quelle di
un pianista, anche se non avevano mai sfiorato una tastiera.
Il tatto e la vista erano i sensi che preferiva. Alle mani dedicava una cura
maniacale. Aveva sempre con sé un beauty case da taschino, completo di
forbicine, lime, piccole raspe e creme idratanti a cui affidava il loro
benessere.
Esse rappresentavano ciò che amava definire i ferri del mestiere.
Il cameriere gli servì la birra versandola in un boccale. La bevanda lo colmò in
un trionfo di schiuma spumosa e candida. Erano esattamente quaranta giorni che
desiderava una Ceres gelata.
L’ultima l’aveva bevuta nel bar sottocasa prima che quattro mani rozze lo
prelevassero, trascinandolo in un’auto puzzolente. L’ufficio dove era stato
scaraventato senza troppi riguardi sapeva di nicotina e verbali d’arresto.
Rivisse quegli attimi terribili.
‘Pezzo di merda, stavolta l’hai presa in culo’.
Parole dure, accompagnate da uno schiaffo che lo aveva colpito al volto. Poi
c’era stato il pugno allo stomaco. Il prologo di un incubo lunghissimo.
Che quegli uomini fossero poliziotti, lo aveva capito solo dopo due ore di
calci, pugni, sputi ed insulti, quando sulla porta della camera di sicurezza si
era affacciato l’avvocato Stagnino, suo legale di fiducia.
Capelli color melanzana, faccia rubata ad un set di Dario Argento, magro,
vestito come uno yuppie inglese.
Lo aveva guardato con disagio.
“Che ti è successo?”.
“Non lo so. Credo di essere stato calpestato da una mandria di tori impazziti”.
“Ti hanno picchiato?”.
“Tu che pensi?”.
Gli zigomi erano tumefatti come quelli di un pugile ed il naso si era
trasformato in una massa gonfia e scomposta, con le narici ridotte a pertugi
scarlatti.
“Per cosa ti hanno arrestato?”.
Il penalista mostrava di temere la risposta più di un brufolo purulento su una
chiappa. Evidentemente lo riteneva capace di tutto.
Santoro, però, era un buon cliente che pagava profumatamente e senza storie.
Era ricco da sempre, ancora prima che nascesse, titolare di un patrimonio
solido, basato su diverse rendite immobiliari. Tutta quella ricchezza l’aveva
ereditata dopo che Elide e Vittorio, i suoi genitori, erano morti due anni prima
nel corso di un safari nel Serengeti.
“Mi hanno arrestato con la solita accusa di pedofilia, ma è meglio se non
parliamo in questa stanza. Ho paura che ci siano delle microspie. Sbriga le
solite formalità di rito e se proprio non puoi tirarmi fuori, fammi trasferire
in carcere. Ricordati che voglio essere messo in isolamento”.
Ciò che Santoro non sapeva e quindi non poteva ricordare, mentre era seduto in
quel bar di Ventimiglia, erano i tormenti che successivamente avevano afflitto
il legale.
Stagnino, lasciata la camera di sicurezza, ancor prima di raggiungere l’ufficio
della polizia giudiziaria, si era chiesto chi fosse la vittima.
La risposta l’aveva avuta dal dottor Arleo, dirigente della squadra mobile della
Questura di Savona.
“Santoro è in stato di fermo di polizia giudiziaria, perché sospettato di aver
violentato un bambino di otto anni”.
“Cazzo...”.
In quel momento avrebbe fatto volentieri a meno dell’incarico, ma non aveva
scelta. L’etica gli imponeva di assistere il cliente anche di fronte a prove
schiaccianti, sino a quando il più piccolo ed insignificante ragionevole dubbio
fosse stato escluso.
“Dove lo porterete?”.
“Stiamo aspettando indicazioni dal pubblico ministero. Probabilmente non alla
casa circondariale di Savona perché vi è detenuto uno zio della vittima ed
abbiamo il timore di qualche ritorsione. In carcere esistono regole non scritte
che condannano, ancor prima del processo, assassini e violentatori di donne e
bambini”.
“Capisco”.
“Abbiamo proposto quello di Sanremo...”.
“Certo, è sensato. Posso vedere gli atti?”.
“Mi dispiace, avvocato, ma quelli li potrà visionare nel fascicolo della
convalida”.
Stagnino, lasciando l’ufficio del commissario Arleo, aveva incrociato lo sguardo
del padre del piccolo Riccardo Sismondini, leggendovi rabbia, disperazione ed
una muta promessa di vendetta.
Per un istante, di fronte al dolore di quell’uomo, si era sentito complice di
Santoro.
Passandogli a fianco aveva trattenuto il respiro e guadagnato velocemente
l’uscita, perché terrorizzato di essere aggredito.
Nel parcheggio sottostante si era tuffato nell’aria umida dell’autunno che stava
avanzando sottraendo ai giorni ore di sole. Il buio sarebbe giunto in fretta.
Era certo della colpevolezza di Santoro e non aveva bisogno di ottenere conferme
dagli atti della Polizia. Successivamente, leggendoli, si era però reso conto
che il fermo faceva acqua da tutte le parti. Contro il suo assistito non
esisteva una prova sostanziale, solo sospetti.
Stagnino a quel punto era stato certo, suo malgrado, che l’avrebbe fatta franca.
Sapeva che Santoro era un pedofilo scaltro e pericoloso, difficile da
incastrare. Subdolo ed intelligente, attento a non lasciare dietro di sé
elementi sufficienti a provarne responsabilità alcuna.
Colpiva con metodo. Isolava le proprie vittime portandole, con scuse banali, in
luoghi appartati. Dopo averli narcotizzati, abusava di loro.
In città erano stati già tre i casi di violenza su minori.
Preferiva i bambini che non superassero i dieci anni di età.
Si camuffava sostando nei giardini pubblici in attesa del momento propizio.
In ognuno di quei casi, però, le testimonianze erano solo servite a raccogliere
elementi vaghi, spesso contradditori.
Sino a quel giorno era riuscito sempre a cavarsela, ma gli episodi avevano
allarmato i genitori che abitualmente portavano i propri figli a giocare nei
giardini pubblici. Essi ormai vigilavano attenti ed ogni soggetto, il cui
atteggiamento poteva apparire dubbio, destava in loro il giusto allarme.
Così da ultimo non era passato inosservato quell’individuo che stazionava
accanto a scivoli ed altalene e che troppo insistentemente guardava i piccoli
giocare.
Nonostante l’estrema attenzione, Riccardo era sparito.
Il maggiore indiziato era l’uomo visto accanto ai giochi.
Le ricerche di genitori e forze dell’ordine intervenute sul posto erano state
frenetiche sino al ritrovamento del bambino. Era dietro una siepe, nell’angolo
più remoto dei giardini. Pareva dormisse ed aveva i pantaloni abbassati alle
caviglie. Sotto il corpo supino si allargava una macchia di sangue.
I connotati del sospettato erano stati diramati immediatamente a tutte le
pattuglie in servizio. Santoro era stato individuato dal sovrintendente Vizzo e
dall’agente Milano della mobile: stessa corporatura ed abbigliamento, ma a lui
mancavano la barba ed i capelli rossi, rinvenuti poco distanti dal corpo di
Riccardo. I pochi indizi erano però bastati per portarlo in Questura.
La perquisizione alla sua abitazione aveva permesso di accertare che Santoro era
un pedofilo, un collezionista di video porno, in cui i protagonisti erano
bambini.
Così era scattato il fermo di polizia giudiziaria.
Santoro sorseggiò la birra, ricordando la sua permanenza nel carcere di Sanremo.
L’avvocato Stagnino, nel corso del primo colloquio dopo la convalida, lo aveva
ascoltato con insofferenza.
“Che ti pago a fare se mi lasci a marcire in questa fogna?”.
Santoro era certo che il suo legale lo odiasse. Sapeva che se non fosse stato
per il denaro con cui lo pagava, lo avrebbe fatto rimanere in carcere per
sempre.
“La convalida è andata male, ma dovevamo aspettarcelo. Il GIP era la Barbarino,
che se deve esprimersi su una violenza sessuale nei confronti di un minore non
ha nessun dubbio. Non legge nemmeno le carte e non ascolta le eccezioni della
difesa. Lascia dentro l’indagato e buonanotte. Comunque stai tranquillo, ho già
proposto istanza al Tribunale del Riesame e quanto prima sarai fuori. In fondo
la Polizia non ha in mano nessun elemento”.
Nel corso del dialogo, l’avvocato non aveva volutamente nominato la vittima. Lo
aveva fatto Santoro.
“Riccardino...”.
Stagnino aveva evidentemente notato nei suoi occhi la lussuria e l’erezione
trattenuta a stento dalla patta dei pantaloni.
“Sei stato tu, vero?”.
Santoro aveva risposto deliziato.
“È stato bellissimo”.
Poi si era allontanato lasciando l’avvocato in preda allo sconforto.
Come nelle previsioni, Santoro era stato rimesso in libertà dal Tribunale del
Riesame. Senza nessun obbligo e da uomo libero aveva deciso che Savona non era
più salutare per lui, doveva cambiare città.
Amava la Liguria ed il mare dal quale non poteva prescindere e quindi si era
spostato verso il confine di Stato.
Uscito dal carcere di Valle Armea aveva preso un taxi, facendosi accompagnare a
Ventimiglia.
Lì avrebbe cercato una casa in affitto. Nel frattempo si sarebbe guardato
intorno, alla spasmodica ricerca di un corpo su cui far scivolare le sue mani da
pianista.
I ricordi sfumarono insieme alla birra e si sentì pronto a nuove emozioni.
Due
La
titolare dell’agenzia immobiliare osservò il potenziale cliente mentre si
aggirava silenzioso nell’appartamento ammobiliato in località Bigauda. Lo aveva
in carico ormai da un anno, e ancora non era riuscita a piazzarlo, perché la
cifra richiesta era alta. Mille euro al mese, per un trilocale a Camporosso,
rappresentava una cifra esagerata.
Più di una volta le venne il dubbio che forse gli stessi proprietari non lo
volessero realmente affittare.
“Lo prendo”.
“Lo prende? Sicuro?”.
“È perfetto per le mie esigenze, anche se la cifra richiesta è un’autentica
rapina”.
Alice Ansaldi arrossì per l’imbarazzo, quasi fosse lei ad imporre il canone.
“Sa, i proprietari...”.
“Non deve giustificarsi. Capisco che lei è solo un’intermediaria”.
Santoro pagò, in contanti, tre mesi anticipati quale cauzione e versò anche
l’affitto del mese in corso. Poi accompagnò la donna alla porta.
“Ci vedremo il mese prossimo. Verrò io direttamente in agenzia”.
Rimasto solo, chiuse con doppia mandata la porta blindata d’ingresso.
Si avvicinò alla finestra che si affacciava su Corso Vittorio Emanuele.
L’appartamento era inserito in un complesso residenziale alle porte di
Camporosso, la prima città all’imbocco della Valle del Nervia.
L’agglomerato urbano era diviso in due grosse aree: una al mare e l’altra a tre
chilometri più a monte. Le due realtà erano separate dalla porzione di
territorio chiamata Braie. Una zona agricola con serre di fiori, che durante la
seconda guerra mondiale era stata attrezzata dagli alleati con un aeroporto
militare.
Città natale di santi, abitata da sparuti indigeni e liguri di seconda e terza
generazione. Quest’ultimi erano figli di immigrati, per lo più provenienti dalla
Calabria.
L’architettura delle case al mare rispecchiava la filosofia della speculazione
edilizia che negli anni sessanta del secolo scorso aveva partorito mostri di
cemento armato. Erano tutti ammassati intorno all’Aurelia.
Tra questi ed il mare esistevano ancora trecento metri di campagne. Fino ad oggi
i proprietari dei terreni avevano respinto le proposte dei costruttori che
volevano edificare dimore residenziali, sostituendo le serre cadenti.
Trecento erano anche i metri di litorale di spiaggia libera, degna della
bandiera blu europea.
La parte di città a monte, invece, rappresentava il nucleo più vecchio, quello
più popolato.
Le case antiche si ammucchiavano intorno all’inclinata Piazza Garibaldi,
formando un dedalo di vicoli senza soluzione di continuità.
Al di fuori del centro storico, gli spazi riacquistavano respiro. Le strutture
dagli sviluppi architettonici discreti scivolavano lungo l’arteria stradale che
feriva la valle dal mare sino al Monte Toraggio.
Il complesso “Gli Oleandri”, in cui si inseriva l’appartamento preso in affitto
da Santoro, era tranquillo, silenzioso e non troppo distante dalla strada
principale. Tre palazzine, composte da sei appartamenti ciascuna, erano cinte da
un basso muro e collegate tra loro da brevi viali di oleandri.
L’unica scomodità era rappresentata dal fatto che i primi esercizi commerciali
si trovavano ad almeno cinquecento metri da lì.
Santoro pensò che tale svantaggio gli avrebbe dato l’opportunità di guardarsi
intorno con la giusta calma. Doveva familiarizzare con l’ambiente per favorire
nuovi incontri, magari con qualcuno dei bambini che in quel momento giocavano a
pochi metri dalla sua finestra.
Tra due porte da calcio, dieci ragazzini rincorrevano una palla che pareva
incollata ai piedi di uno di loro.
Aveva gambe agili e movenze eleganti.
Santoro lo guardò con delizia, come un gatto osserva un grasso topo di campagna.
Ne studiò l’armonia dei gesti, la velocità di esecuzione. Si passò la lingua
sulle labbra e sentì un fremito scuoterlo all’inguine.
“Matteo passala, passala!”.
Matteo era il nome urlato dai compagni, temuto dagli avversari: un vero asso.
Santoro pensò che sarebbe stato bellissimo.
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