La garçoniere di Monza
 
di Antonio Caron
 

Capitolo I

“Sei tu Marisa? Dimmi tutto”.

Come d’intesa, la telefonata era giunta alle undici precise al cellulare di Sebastiano. La moglie Marisa lo chiamava tutti i giorni per sapere come stava e per informarlo minutamente sull’andamento dei lavori della casa di campagna situata in una località del Roero. Il maresciallo aiutante Vitale aveva raggiunto l’età lavorativa in cui si comincia a pensare alla pensione; la prospettiva non gli dispiaceva per niente, anche se l’idea di smettere la divisa un po’ lo inquietava. Decenni d’onorato servizio nell’Arma dei carabinieri non scorrono, infatti, come acqua di fonte sulla roccia; se da una parte non vedeva l’ora di trascorrere tranquillamente quanto gli rimaneva da vivere in compagnia di Marisa – bella donna, più giovane di lui d’una quindicina d’anni, di cui era tuttora innamorato – dall’altra non nascondeva il timore di trovarsi di fronte a una specie d’incognita esistenziale.

Si domandava infatti: “E poi, che cosa faccio, come passo il tempo?”. Sapeva del resto di alcuni colleghi che, una volta in quiescenza, avevano trovato modo di arrangiarsi, arrotondare con piccole attività e consulenze. Il suo ideale era collaborare con un avvocato, aiutarlo nelle indagini, consentire, in sostanza, alle sue capacità che facevano di lui un eccezionale investigatore di continuare a esercitarsi. Nel frattempo, era elettrizzato all’idea del disabitato “autin” dei genitori di Marisa che – con spesa non impossibile – poteva essere riattato e diventare abitazione definitiva per lui e sua moglie. Era una casupola che sorgeva nel bel mezzo di un vigneto, la cui vista spaziava su orizzonti collinari che sembravano senza fine.

La modesta costruzione – a metà strada fra Asti e Alba – occupava una parte importante nei loro sogni. I due fantasticavano di stanze riattate, bagni rifatti e cucina rinnovata, ma senza stravolgere gli originali contorni di rustica accoglienza. Fra cumuli di sabbia, mattoni ammassati, cataste d’assi e vecchi coppi sbiaditi che potevano essere recuperati, Vitale in particolare provava a immaginarvi la vita di un tempo: esistenze stentate di contadini che campavano di poche cose e che nella vigna avevano la principale fonte di sostentamento. E fino a non molti anni prima, i filari di proprietà erano più numerosi, prima che il defunto nonno di Marisa – con decisione mai abbastanza criticata da parte di figlie e nipoti – scegliesse di vendere una parte delle sue terre a gente di Torino innamorata dei luoghi, ma anche interessata ai promettenti “business” che si profilavano con l’introduzione per legge della denominazione d’origine controllata dei vini prodotti in zona.

I lavori di sistemazione erano stati affidati ad artigiani del posto. Come capita di solito in questi casi, le spese preventivate furono superate e rese inadeguate da imprevisti e costi aggiuntivi. Per giunta, il muratore che s’era preso l’incarico non poteva certo definirsi un fulmine d’azione, per non parlare dell’idraulico: più assente che presente, al punto di beccarsi il nomignolo di Primula Rossa del Roero, zona nella quale lavorava ed era noto per i suoi tempi lunghissimi di consegna.

I soldi in un primo tempo stanziati da Sebastiano e Marisa – aiutati per la verità dalla suocera che aveva contribuito – non bastavano mai. C’era sempre qualcosa da aggiungere: costi reali o forse inventati con sotterfugi da chi – nelle attese – doveva finire al più presto la casa dove i coniugi Vitale (tuttora residenti nell’alloggio del maresciallo alla stazione dei carabinieri di Cherasco) avrebbero preso nuova dimora e potuto godere d’una casa di proprietà, tutta per loro.

Avessero saputo i reali retroscena, buona parte di quanti si erano sul momento meravigliati potevano farsene una ragione, se non addirittura giustificare la decisione del maresciallo di trasferirsi – provvisoriamente e per ragioni di servizio – alla Polizia Giudiziaria presso la Procura della Repubblica di Monza. Lo aveva richiesto il maggiore Fausto Nocivelli dopo il suo trasferimento, che era una promozione, dalla Procura di Cuneo a quella lombarda. L’ufficiale aveva avuto modo di conoscere e apprezzare le doti non comuni di Vitale. Quando a Monza era stato necessario sostituire un sottufficiale tuttora in convalescenza dopo aver subito una ferita d’arma da fuoco nel corso di un movimentato arresto, Nocivelli aveva fatto il nome di Vitale: un valido e ottimo elemento, perfino sprecato in una sede periferica di provincia.

Sebastiano si ritrovò in pratica a decidere, nel giro di un’ora, se dare oppure no conferma della sua immediata disponibilità. Fra le ragioni che lo fecero propendere per il sì, c’era sicuramente l’indennità straordinaria di trasferta che avrebbe intascato. Considerato inoltre che si trattava di una situazione transitoria, ci mise ben poco a convincere sua moglie dell’opportunità che gli si parava. I soldi in più nella busta paga venivano, eccome, comodi per fare fronte alle spese sempre crescenti della casa.

“Quanto pensi di stare via?” gli aveva domandato Marisa, non del tutto convinta che il trasferimento del marito fosse la decisione giusta.

“Un mesetto, non di più” aveva risposto Sebastiano tenendosi abbondante, forse più di quanto fosse lui stesso convinto.

Alla Procura di Monza, Vitale era stato assegnato al sostituto procuratore dottoressa Marinella Mancardi, magistrato di fresca nomina, proveniente da una sede del Sud presso la quale aveva fatto pratica nell’attesa che la sua richiesta d’avvicinamento fosse accolta. Era una donna sui quaranta. Vitale non si sarebbe mai permesso di domandarle l’età. Un particolare l’aveva in ogni caso colpito sin dal primo momento: il pubblico ministero (pm) non badava al proprio aspetto, curava poco la sua persona, sembrava che non le importasse di apparire veramente per quello che era, vale a dire una donna in possesso di un certo fascino. Per certi versi, la sua trascuratezza poteva perfino apparire come studiata per accrescere interesse alla sua persona. Memorabile era rimasta una fotografia di giornale in cui appariva – erano torridi giorni d’estate – accaldata e scarmigliata, vestita con maglietta e calzoni leggeri che il sudore incollava al corpo. Per uno strano gioco di luci, all’inguine si era formata un’ombra particolare che – con un po’ di fantasia – poteva essere interpretata come indicativa di un intimo femminile nascosto e allo stesso tempo intuibile. L’istantanea aveva fatto scalpore, ingenerato nell’immaginario, soprattutto maschile, un’emozione superiore a ogni esplicita fotografia di pin-up. Da allora, i fotografi le facevano la posta, pronti a immortalare particolari posture e originali atteggiamenti. La cosa non fece tuttavia piacere all’interessata, anche se lontana mille miglia dall’idea che il suo corpo potesse essere oggetto d’eccessiva curiosità.

Fra le prime dritte che Nocivelli diede a Vitale ci fu quella di proteggere in modo particolare l’incolumità, ma anche l’immagine, del sostituto procuratore da ogni indebita invadenza; non esclusa – testuali parole – l’eventualità di rifilare anche qualche “calcio in culo” agli sconsiderati. Il maresciallo – che per la prima volta aveva da fare con un magistrato donna – capì l’antifona, soprattutto dopo che in Procura erano arrivate lettere anonime indirizzate alla dottoressa Mancardi. Sulle prime sembravano missive scritte da un maniaco; a ben leggere, però, le frasi contenute non erano scurrili o irriguardose. Il mittente poteva pure essere uno svitato, ma indubbia era la sua capacità di scrittura, il modo di esprimersi appropriato ed elegante, in perfetto italiano.

Per farla breve, il primo incarico affidato a Vitale fu di indagare sullo spasimante occulto della dottoressa, sul suo irresistibile desiderio di rivolgerle espressioni d’ammirata devozione ed esternare – almeno a parole – delicati sentimenti che, in situazioni normali, potevano perfino apparire non sgraditi. La prima volta, l’anonimo grafomane si firmò “ammiratore sicuramente patetico, ma altrettanto convinto”. Ci sono stati momenti in cui arrivava una lettera ogni due giorni; le addette all’ufficio della dottoressa, che ormai conoscevano calligrafia e forma della busta, scrivevano col pennarello e protocollavano “patetico” oppure “convinto”.

Saranno pure state molestie – peraltro soft – a pubblico ufficiale, ma stare dietro alle fisime di uno squinternato attratto da una figura che incarnava il potere e il masochistico desiderio di essere sottomesso non era certamente il massimo per Vitale. Iniziò, infatti, a dare segni d’insofferenza. Oltre a tutto, la mancanza della presenza amorevole e costante di sua moglie lo coglieva impreparato ad alcuni aspetti di vita quotidiana, come tenere in ordine il monolocale in cui aveva preso alloggio; per non parlare del cibo: arrivava al punto di credere che i milanesi saranno pure i meglio del bigoncio, ma sicuramente non nel mangiare. In sostanza, i pranzetti e i mangiarini preparati da Marisa ora se li poteva scordare. Vabbè, c’era anche dell’altro. Come l’aumento di stipendio che quando arrivò fece dimenticare il resto.

C’erano poi le frequenti telefonate fra loro; di lei in tarda mattinata e le altre che partivano dal cellulare di Sebastiano nelle ore più impensate, al punto che Marisa a un certo momento sospettò perfino che il marito la volesse controllare. D’origine meridionale, anche se da tanto tempo residente al Nord, Sebastiano non riusciva a reprimere certe sue caratteristiche di uomo del sud. Le prime impressioni che si era fatto nel corso del lavoro nella nuova sede, gli avevano risvegliato vaghi istinti di gelosia. In comportamenti e documentazioni aveva colto una certa diffusione di quella che poteva apparire “rilassatezza di costumi”: donne e uomini divorziati, conviventi, accompagnati, con figli nati da diversi matrimoni e unioni di fatto. Poteva essere il riflesso di una società “evoluta” tipica della metropoli, diversa dalle conservatrici tradizioni di provincia. A essere precisi, non si può certamente dire che nei piccoli centri gli abitanti siano tutti dediti a virtù e castità. Stava tuttavia di fatto che, a una prima impressione sulla gente incontrata, sembrava addirittura che fossero più le donne separate che quelle regolarmente coniugate. Fra queste ultime poi, a scavare, ne sarebbero uscite delle belle. Vitale tenne per sé impressioni, sospetti e pregiudizi che secondo i canoni di una mentalità moderna potevano sembrare tartufeschi; e non era un caso se passava per prevenuto o qualcosa del genere, soprattutto in un ambiente dove i sentimenti e le convinzioni personali passano in secondo piano rispetto alle prove concrete e ai fatti circostanziati.

Facendo confronti con le sue mansioni di comandante di stazione, alcune differenze si potevano in ogni caso notare. A Cherasco si poteva ritenere una piccola autorità, adesso niente più che una rotella di un ingranaggio complesso e macchinoso, dove ci voleva il suo tempo prima di capirne il funzionamento. L’incarico al servizio della Mancardi tutto sommato gli poteva pure stare bene; da quando era arrivato, non aveva in pratica dovuto occuparsi d’altro all’infuori delle smanie dell’anonimo grafomane. Fra l’altro, va’ a sapere chi poteva mai essere! Non era da escludere qualche buontempone, se non addirittura qualcuno che voleva mettere in cattiva luce un magistrato, per di più donna, forse venuto a rompere le uova in certi panieri o a scompigliare delicati equilibri interni. Dopo la sua ultima lettera, allo spasimante fu affibbiato il titolo di “professore”, a causa della sua ottima proprietà di linguaggio mai villano o privo di riguardo, sempre galante e discreto.

Nelle condizioni in cui operava, Vitale non poteva prendere iniziative e indirizzare indagini, doveva rimanere a disposizione, seguire le indicazioni che gli arrivavano. D’altra parte, provava il complesso del provinciale nella grande città: questa, per lui, era la distesa di case, fabbriche, uffici e grattacieli che si estende a macchia d’olio nella zona a nord di Milano, realtà in cui si passa da un comune all’altro senza nemmeno accorgersene e dove i confini sono più convenzioni amministrative che limitazioni di diversità.

Aveva preso puntualmente servizio in un mattino d’inverno terso e ventoso che aveva squarciato le brume sui primi rilievi alpini. Sulle prime pagine dei giornali, posati sulla scrivania del maggiore, campeggiavano titoli tutti più o meno dello stesso contenuto: “Primario d’ospedale trovata strangolata in una garçonnière”.

“Ahi, ahi! Stavolta ci siamo” disse fra sé Vitale.

 

Capitolo 2

Monza e dintorni erano in preda a un sensazionalismo che i mezzi di informazione si guardavano bene dall’attenuare. Foto di giornali e immagini televisive ripresentavano in modo ossessivo fototessera della donna morta e la facciata dello stabile in cui, all’interno di una garçonnière, era stata rinvenuta assassinata. Il corpo senza vita di Maria Rosaria Capaletti, cinquantacinque anni, primario al reparto di ginecologia dell’ospedale Besuschio di Sesto San Giovanni e domiciliata a Cinisello Balsamo – dopo le ricognizioni di rito – era stato portato al San Gerardo Nuovo di Monza e sottoposto ad autopsia. Secondo le prime ricostruzioni, il delitto era avvenuto presumibilmente nella mattinata, massimo primo pomeriggio, del nove febbraio. La morte era avvenuta per strangolamento.

A lanciare l’allarme fu Domitilla Lampugani, incaricata delle pulizie. Lo spettacolo che si trovò di fronte fu spaventoso. Il corpo nudo della ginecologa – almeno da quello che era trapelato – si trovava disteso sul letto. Ci volle poi poco – soprattutto per cronisti scafati che avevano fiutato la notizia bomba – per infiocchettare e ingigantire. Tant’è che, a botta calda, alcuni giornali riportarono particolari al limite della verosimiglianza se non della vera e propria paranoia. Furono “sparati” articoli che lasciavano sottintendere tragiche conclusioni di un droga-party, di presunte ammucchiate con uomini di colore. Alle domande rivolte insistentemente alla Lampugani dai giornalisti che per primi l’avevano rintracciata, vale a dire: “Lei sapeva con chi la dottoressa s’incontrava...”, la risposta ostinata fu: “Mi su nient, mi voi saver nient...”.

Il dottor Marco Valecchi del commissariato di zona fu il primo ad arrivare, seguito dagli agenti della squadra mobile. Il medico legale, dottor Mezzagira, formulò le prime ipotesi. Il referto certificava un decesso per soffocamento dovuto a pressione e occlusione dei vasi sanguigni che portano il sangue al cervello. Detto in parole povere, la Capaletti era stata, né più né meno, strozzata. La vittima sembrava non avere opposto resistenza; la posizione del corpo, come del resto il letto trovato quasi intatto, non dava motivo di pensare a colluttazioni o resistenze di sorta. La ginecologa – divorziata e con una figlia domiciliata all’estero, personaggio conosciuto in tutto il circondario per serietà professionale e prestigio acquisito in decenni d’attività medica – era stata con tutta probabilità uccisa durante un incontro che i commenti più delicati e ben disposti definivano “galante”. L’assassino si era dato alla fuga senza lasciare tracce. In seguito alla trasmissione del rapporto da parte del commissario, la Procura della Repubblica avviò un procedimento per omicidio contro ignoti. Il procuratore capo assegnò il caso alla dottoressa Mancardi, la quale aprì un fascicolo. Il mattino in cui i giornali pubblicarono la notizia e nel momento stesso in cui incontrò Vitale, il magistrato gli disse:

“Che ne dice maresciallo, se la sente?”.

“Se me la sento? A essere sincero, cominciavo a stufarmi nella ricerca di buontemponi grafomani che se la stanno ridendo”.

“L’ho pensato anch’io. Ora però il caso è diverso, molto più impegnativo. Non le pare?”.

“Concordo pienamente”.

“Secondo le intese, il maggiore Nocivelli, al quale lei riferirà puntualmente e in modo costante, l’ha assegnata a me. Non mi faccia fare brutta figura...”.

Nel dire le ultime parole, la donna assunse un’espressione particolare. Si vedeva che sotto la scorza di giudice inflessibile e glaciale batteva un cuore umano e trepidante. Del resto, per uno con la vista lunga come Vitale, ci volle poco per accorgersene.

“Le concedo carta bianca, mi tenga soltanto informata. Per il resto, si muova come meglio ritiene. Nocivelli, e io gli credo, mi ha assicurato che posso fidarmi di lei”.

“Farò di tutto per meritarmi la sua fiducia”.

Potevano sembrare parole di circostanza ma, dette da uomo leale e con spiccato senso dell’onore come Vitale, assumevano un significato ben preciso. Da quel momento, il maresciallo aiutante Sebastiano Vitale – provvisoriamente comandato alla Polizia Giudiziaria presso la Procura di Monza – si sentì impegnato a dare il massimo delle sue capacità nei confronti della giustizia, ma anche verso una signora magistrato che vestiva in modo non troppo elegante, che appariva timida e impacciata, ma pure capace all’occorrenza – e di questo Vitale era consapevole – di sfoderare artigli e menare fendenti. Il fatto che dovesse fare luce su una violenza estrema commessa nei confronti di una donna la rendeva ancora più motivata. D’altra parte, il maresciallo non aveva trascorso invano un trentennio con la divisa dell’Arma senza imparare a conoscere le persone con le quali aveva a che fare. Sapeva inquadrare con uno sguardo l’ufficiale borioso e presuntuoso allo stesso modo dell’appuntato umile e coraggioso. Aveva maturato un particolare codice etico fatto di convinzioni personali che non sempre collimavano con codici e procedure. S’era pure fatto dei nemici e preso facciate clamorose. Al reparto operativo di Torino – per fare un esempio – erano saltati tappi di spumante alla notizia del suo trasferimento. Allora la prese come un’autentica vigliaccata nei suoi confronti: invidia e malafede avevano tramato e trionfato, pur di toglierlo dai piedi. A nulla erano valsi gli indubbi meriti acquisiti in indagini che senza il suo intervento – e di questo egli fu sempre persuaso – non sarebbero approdate a niente.

Vitale non perse tempo, mise in atto il suo fiuto e la sua sagacia, allo stesso modo con il quale si comportava solitamente nella veste di comandante di stazione. Il quadro, tutto sommato, non gli sembrava poi così buio e impenetrabile come in un primo momento si poteva pensare. Il suo istinto gli diceva, infatti, che c’erano sufficienti elementi in cui scavare. La ginecologa era stata uccisa in un piccolo appartamento usato, con ogni probabilità, come luogo d’incontri clandestini. Il fatto che la garçonnière si trovasse nelle vicinanze della stazione ferroviaria poteva avere – ma di ciò non si poteva ancora essere certi – importanza e significati particolari. Fatte le debite considerazioni, il maresciallo si convinse che il bandolo dell’intricata matassa partiva dalla donna delle pulizie. Subito dopo, nella lista c’era l’amministratore dello stabile in cui era avvenuto il delitto.

Per sua esperienza, sapeva che il locale appartato nel quale svolgere attività non proprio specchiate viene spesso usato da più utenti. Ciò vale sicuramente in ambito maschile, ma – con tutto il po’ po’ di emancipazione femminile in atto – può essere preso in considerazione anche da donne, specie le emancipate e in carriera, che hanno poco tempo da dedicare alle loro segrete distrazioni. Vitale era venuto a sapere, quando prestava servizio a Torino, che una certa “capunera” (come si diceva da quelle parti di soffitte usate per trastulli amorosi) era affittata e pagata pro-quota da una decina di baldi giovani e meno giovani. Pure lì ci fu un omicidio: una gatta da pelare da cui fu difficile venirne a capo. I dieci inquilini avevano, infatti, preso l’abitudine di prestare le chiavi ad amici e conoscenti; in definitiva, il letto del piccolo appartamento era usato da una cinquantina di frequentatori fra occasionali e abituali. In quel viavai non fu semplice smascherare l’assassino, anche se poi la giustizia ebbe modo – seppure casualmente e fortunosamente – di trionfare, soprattutto perché il palazzo conservava la benemerita istituzione del portierato, una fonte d’informazioni mai abbastanza lodata da questurini e carabinieri. Anzi, si potrebbe tranquillamente dire che il famoso commissario Maigret, senza l’aiuto di chi stava di vedetta nelle guardiole dei palazzi, tanti successi se li sarebbe sognati. Ma questa è un’altra storia...

Nel caso specifico, non c’erano loquaci portiere alle quali domandare, né bottegai con la fregola di mettersi in mostra. Del resto, per la dottoressa uccisa non doveva essere usuale fare la spesa nei pressi, dal momento che abitava da tutt’altra parte.

La Lampugani aveva riferito che si recava due volte la settimana a fare le pulizie e che riceveva il relativo compenso tramite accredito in banca. Quella sua frase dialettale, riportata nei giornali e ripresa da un’emittente locale – non sapeva niente e soprattutto non voleva sapere niente – era sembrata forzata e non convincente.

“E che cacchio è che non vuole sapere?” si domandò Vitale.

Il maresciallo si trovava nella stanza accanto allo studio della dottoressa Mancardi. Sapeva che poteva essere chiamato da un momento all’altro. Nel frattempo stava sui carboni ardenti. Si aspettava la solita telefonata da parte della moglie. Il sostituto procuratore era a colloquio con il capo: in base alle esperienze, l’incontro poteva durare anche delle ore. Basandosi su questa supposizione, Sebastiano anticipò gli eventi.

“Pronto, Marisa? Ti chiamo perché fra poco non so se potrò”.

“Hai fatto bene, stavo per farlo io. Devi sapere che...”.

L’orecchio del maresciallo fu a quel punto investito da un profluvio di veementi parole e vivaci recriminazioni. La poca serietà di muratori e idraulici in genere fu additata e messa alla gogna da una Marisa letteralmente fuori dei gangheri. Il marito fu addirittura costretto ad allontanare da sé l’apparecchio, tanto assordanti e prorompenti erano le male parole che si sentivano. In sostanza, motivo di tanta indignazione era la pretesa da parte dello stagnaro di cambiare la dimensione dei sanitari. Il perché è presto detto: durante i lavori di demolizione di un muro per fare spazio al bagno, erano venuti fuori nuovi problemi; si doveva, infatti, costruire una certa opera muraria che modificava il progetto originario. Morale: i sanitari già comprati e ancora impacchettati nel loro imballo non ci stavano più, bisognava procurarsene altri di misura più piccola. Sebastiano per un po’ resistette, poi non ce la fece più. Fu contagiato dall’atmosfera di malumore che aleggiava, pur a centinaia di chilometri e sbottò con un altisonante:

“Vabbè, vuol dire che quando andremo al cesso staremo attenti a non farla fuori del vaso!”.

In quello stesso momento incrociò lo sguardo sorpreso della Mancardi. Arrossì, si sentì colto in fallo, ma ebbe ancora la prontezza di dire:

“Ora devo chiudere. Ti richiamo appena posso”. Cercando di darsi un contegno, aggiunse: “Dottoressa, mi cercava?”.

“Non vorrei interrompere una sua conversazione privata...”.

“Nulla d’importante, una discussione con mia moglie”.

“Mi sembra che l’abbia congedata bruscamente. Se vuole la richiami, io posso aspettare”.

“Che cosa dice mai? Ci mancherebbe. Non è il caso”.

“Maresciallo, aveva chiesto di vedermi?”.

“Sì. Volevo riferire sul mio incontro con il direttore di banca”.

“Riguardo il conto della Lampugani?”.

“Esattamente. Bene, a sentire la suddetta, per le sue prestazioni era pagata dalla Capaletti tramite accredito bancario”.

“Ebbene, non è così?”.

“Per niente. Fatti i debiti riscontri, la ginecologa non le ha mai versato un soldo, almeno tramite banca”.

Il magistrato ebbe un improvviso tic. Tenne chiuso un occhio per una frazione di secondo, poi aggiunse:

“Dobbiamo pensare che lavorasse gratis?”.

“Niente affatto, anche alla luce di nuovi elementi che ho nel frattempo potuto appurare...”.

“Con chi, se è lecito”.

“L’amministratore del caseggiato”.

“Maresciallo, la prego: venga al dunque”.

“Per farla breve: affittuaria del monolocale è la suddetta Lampugani. Le entrate regolari e periodiche sul conto di quest’ultima –  come risulta dai tabulati di banca – provengono dalla disponibilità di una signora della buona società alla quale non avrei difficoltà a risalire. Della ginecologa non c’è traccia che possa ipotizzare passaggi di denaro a beneficio della Lampugani”.

“Se ho ben capito, la colf era una prestanome. E chi c’è dietro a lei?”.

“Una certa signora che conto di andare a trovare, sempre col suo permesso”.

“Vada, vada e mi riferisca”.

Uscendo dall’ufficio, Vitale si asciugò il sudore della fronte. La magra figura fatta con un magistrato, per di più donna, era imperdonabile, qualcosa che andava al cuore del suo stesso senso della dignità. Fortuna che la signora sembrava non avervi dato peso.

“Sì, figurati! Quelle hanno una memoria da elefante...” si disse con una punta di preoccupazione.

Nella facciata dello stabile erano incastonate inferriate metalliche che ricordavano lo stile Liberty, il medesimo al quale s’ispiravano i fregi di muratura che ornavano il prospetto. La casa era a due piani, fra alti e moderni palazzi che la fiancheggiavano. Del resto, la scarsa uniformità delle case di Monza, la mescolanza fra nuovo e tradizionale, la fisionomia incerta fra paese e città che si scorge di frequente sono particolari che colpiscono il visitatore fin dal primo momento.

I citofoni erano incorniciati d’ottone lucente e nell’androne un cancello dava accesso al cortile dove si vedevano alberi con rami spogli e una fontana di marmo ornata di statue con fattezze femminili. Di targhette ce n’erano quattro, con il solo numero dell’interno; Vitale lasciò fare al suo istinto e premette uno dei pulsanti.

“Voglio parlare con la signora Debré”.

Rispose una voce femminile:

“Non c’è. Passi più tardi...”.

Il maresciallo insistette e stavolta la risposta fu risentita:

“È sordo? Ho detto che...”.

Non la lasciò finire:

“Carabinieri. Apra subito altrimenti...”.

La velata minaccia ebbe effetto immediato:

“Primo piano, a destra”.

I gradini della scala erano coperti da una passatoia di colore rosso. Sulla ringhiera con ghirigori dipinta di verde spiccavano lucenti pomoli d’ottone. Quando l’uscio si aprì, il volto di Vitale si illuminò:

“Ma guarda che bell’incontro! E chi l’avrebbe mai detto!”.

Domitilla Lampugani – era senza dubbio lei la donna riconoscibile dalla foto apparsa sui giornali – rimase diffidente. Si aspettava un uomo in divisa, non un tizio qualunque infagottato in un giubbotto imbottito, un po’ corpulento e già d’una certa età, per di più senza particolari attrattive fisiche. Niente a che vedere con le figure di aitanti carabinieri che si vedono al volante di auto potenti e veloci, giovani ai quali viene spontaneo – soprattutto da parte femminile –   domandare informazioni, salvo poi accorgersi della cauta riservatezza con la quale rispondono.

Vitale mostrò la tessera. Avrebbe potuto esibirne una della società bocciofila: l’effetto sarebbe stato uguale.

“Ho già detto tutto quello che sapevo”.

“Proprio tutto?” insinuò il maresciallo facendo l’occhiolino.

La donna cercò di divagare:

“La signora è fuori; ha detto comunque che sarebbe tornata per mezzogiorno”.

“Signora Lampugani, da quanto tempo lavora qui?”.

“Sono ormai diversi anni”.

“Assunta in pianta stabile?”.

“Sì” rispose con una punta d’orgoglio.

“Mi dica: per caso, conosceva la dottoressa Capaletti?”.

“Non ho mai avuto il piacere. Sapevo però che era molto amica della mia padrona”.

Vitale fece l’indifferente, ma in cuor suo gongolò.

“Non le dispiace se aspetto qui la signora?”.

Dopo avere parlato con Caroline, i contorni della donna uccisa ora apparivano meno sfocati. Al rientro, Sebastiano aveva fatto il tragitto a piedi fino al caseggiato teatro dell’omicidio. Al pianterreno aveva notato l’ascensore. Provò a immaginare la dottoressa che saliva al piano e mentre apriva l’uscio della garçonnière. In quei momenti, come si sentiva, con quale spirito incontrava gli uomini ai quali aveva dato appuntamento? Sì perché, e con Caroline si era arrivati subito al sodo, quel monolocale arredato lei lo usava per scopi precisi, al pari dell’amica di origine francese che nel suo eloquio arrotondava le erre con toni che a un uomo apparivano incantevoli.

L’eccezionale capacità d’astrazione di Vitale era sollecitata e arricchita da elementi concreti come il volto attraente di una donna intima amica della morta, il sapere che con la dottoressa condivideva le spese del monolocale adibito a riservato luogo d’appuntamenti, che la ginecologa prima di recarvisi telefonava a Caroline per avvertirla e non creare situazioni imbarazzanti.

Maria Rosaria doveva essere un tipo del tutto diverso dalla Debré; perfino le loro convinzioni politiche erano agli antipodi, per ammissione della stessa benestante amica. La fotografia della ginecologa apparsa sui giornali era una riproduzione della solita brutta fototessera che si può fare per pochi soldi nei distributori automatici d’immagini. Se qualche tratto di bellezza nel volto esisteva, il grossolano contrasto fotografico lo aveva decisamente peggiorato. A giudicare almeno dall’apparenza, la Capaletti non poteva definirsi una bella donna, al contrario dell’amica. Quest’ultima era un tipo in carne, elegante, dal tratto ricercato di donna di mondo, consapevole di far parte dell’alta società e soprattutto in possesso di un particolare sex appeal che Sebastiano notava immediatamente in una donna: seni da favola, di quelli che a un uomo fanno venire voglia istintiva di tuffarvi la faccia, fino a farsi mancare il respiro...

L’appartamento di Caroline era lussuoso, al pari dei mobili, tappeti, arredi, ammennicoli vari, statuette di giada, avorio, metallo prezioso disseminati in teche e vetrine del soggiorno. I quadri alle pareti di soggetto informale, a giudicare almeno dalle cornici, dovevano costare un occhio. L’atmosfera di decoro e benessere che vi si respirava aveva tuttavia un sottofondo vagamente tetro. Erano sensazioni che suscitavano in particolare alcuni oggetti di foggia africana: enormi maschere di legno, tamburi, stuoie grezze ornate con disegni rudimentali.

La padrona di casa, non appena saputo del carabiniere che stava aspettandola, non era parsa stupita più di tanto; delusa invece dopo essersi resa conto che non si trattava d’un grado elevato, ma di un semplice maresciallo.

“Immagino che lei sia venuto dopo avere saputo dei miei stretti rapporti d’amicizia con Rose”.

“Rose?” s’incuriosì Vitale.

“Il nomignolo di Maria Rosaria: un nome che – come ripeteva spesso – non le era mai piaciuto”.

“Ah!” rispose l’uomo dopo avere scosso il capo e fatto segni d’assenso con finto stupore. “Voi due eravate amiche intime: fino a che punto, se non sono troppo indiscreto?”.

“Fino al punto di condividere le spese d’affitto e manutenzione d’un pied-à-terre dove poter ricevere, in tutta riservatezza e tranquillità, i nostri amanti”.

Stavolta Vitale meravigliato lo fu sul serio. Una simile franchezza non se l’aspettava. All’improvviso si era sentito meschino, un provinciale al cospetto d’una donna di mondo che col primo venuto non faceva mistero sui suoi rapporti extraconiugali. Aveva ostentato indifferenza, ma senza riuscirci fino in fondo. Di ciò la stessa Caroline si era accorta e in fondo era quel che voleva: disorientare un piedipiatti che s’era permesso d’introdursi nella sua casa e mettere il naso nei suoi segreti più intimi. Vitale, anche se non l’avrebbe mai confessato, aveva provato timidezza: si era accorto con rammarico che – a quel punto – non era più lui a dare le carte e condurre il gioco. Da par suo, la donna aveva insistito nella sua tattica d’avvolgimento psicologico.

“Se la domanda che vuole farmi è: ‘Conosceva gli amanti di Rose?’. La mia risposta è no, non li conoscevo affatto. Ignoro nel modo più assoluto con chi Rose si sia incontrata l’ultima volta”.

Il nuovo affondo fece effetto: Vitale preceduto e preso in contropiede. La domanda che teneva in serbo, sin da quando s’era deciso di andare da Caroline, gli sembrava a quel punto vana e sprecata: come un sette di scopa sparigliato e preso da un giocatore avversario. Aveva cercato di reagire:

“Quindi non è in grado di...”.

“No. E se è questo che voleva sapere da me, mi dispiace deluderla”.

Nel dire l’ultima frase, la donna aveva lentamente accavallato le gambe facendo ondeggiare il petto: movimenti studiati e fatti senza distogliere lo sguardo dagli occhi del suo interlocutore.

“Se non sbaglio, lei non è di queste parti; forestiero come me. Mi racconti un po’ della sua vita. È sposato?”.

A febbraio inoltrato, il cielo di Monza era grigio e l’aria gelida; sembrava volesse piovere, addirittura nevicare. Vitale proseguì sino alla stazione ferroviaria, entrò nell’atrio e fu quasi sommerso da una moltitudine di studenti con lo zaino in spalla. Guardò la fila che aspettava di fronte alla biglietteria, poi si diresse ai binari. L’altoparlante stava annunciando l’arrivo di un treno da Milano. Dopo neanche un minuto ne fu annunciato un altro proveniente da Sondrio. Si lasciò prendere dalla coinvolgente atmosfera delle stazioni e del viavai di viaggiatori. Agli imprevedibili giochi del destino aveva sempre creduto; fantasticava di scontri improvvisi fra un uomo e una donna che correvano in direzioni opposte. Dall’incontro fortuito potevano nascere nuove conoscenze; chissà, forse, travolgenti amori.

Si fece un’idea, del resto arbitraria e per nulla suffragata da riscontri, ma del tutto coerente con la sua non comune capacità d’intuizione: l’uomo che per ultimo aveva visto viva la ginecologa era arrivato e poi partito da Monza col treno; ma poteva anche essersi spostato in macchina. Non se lo vedeva tuttavia seduto tranquillamente al volante, dopo l’esperienza terribile di avere tolto la vita a una donna con le sue stesse mani. Più realistico immaginarlo con lo sguardo perso nel vuoto, in sé soltanto per salire su un convoglio ferroviario che poteva dirigersi a nord come a sud, verso Milano alla stessa stregua di Como o la Svizzera.

Entrò e sedette nella sala d’aspetto, si guardò intorno. Nei volti indifferenti di chi gli stava accanto cercò di cogliere segni particolari di chi poteva nascondere segreti: forse la donna che leggeva il giornaletto che si trova gratuitamente nelle stazioni della metropolitana oppure il giovane con giubbotto da sciatore che se ne stava immobile con le cuffie dello stereo incollate alle orecchie?

Della dottoressa uccisa nella garçonnière avevano parlato a iosa giornali e televisioni. E non era finita. Alla tv e sui quotidiani il nome e il volto imbruttito dalle imperfezioni fotografiche della donna comparivano con frequenza, a proposito e sproposito. Nelle sue divagazioni fantastiche, Vitale si era spesso posto un preciso interrogativo: come si sente, a che cosa pensa un assassino dopo che tutto il mondo ha scoperto il suo delitto tuttora privo di firma? Se ne compiace, si macera, si comporta come se niente fosse con gli amici e la famiglia, è preda di un rimorso che non dà tregua, al punto di spingerlo al suicidio? Oppure, e non sarebbe la prima volta, non ricorda nulla, “rimuove” – come dicono gli psichiatri – l’orribile gesto di cui è stato autore?

Di una cosa Vitale era in ogni caso convinto: il casuale impulso omicida come causa del delitto era stato tirato fuori un tanto il chilo dai soliti giornalisti faciloni e superficiali. Di raptus aveva sentito parlare in più circostanze, non ultima quella che avrebbe portato alla scoperta di una prostituta strangolata nella sua soffitta di Torino. Fu fra l’altro in quell’occasione che Ottavio, il bel gatto nero di casa Vitale, fu dapprima accolto dall’allora brigadiere e poi definitivamente adottato in famiglia dopo il matrimonio con Marisa.

Un personaggio accorto, prestigioso primario d’ospedale come Maria Rosaria Capaletti, Rose per gli amici, strozzata da un sadico pervertito, magari incontrato occasionalmente? Poco credibile; anzi da escludere del tutto, almeno secondo la logica stringente talvolta temeraria, ma spesso azzeccata, del maresciallo Vitale.

 


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