Il gatto col numero di telefono
Vitale indaga a Mantova
 
di Antonio Caron
 

Capitolo 1

“In fondo, venire a Mantova non è stata una cattiva idea...”.
Marisa aveva lo sguardo estasiato della studentessa in gita scolastica; si soffermava davanti alle eleganti vetrine lasciandosi andare a commenti il più delle volte entusiastici.
“Guarda che schianto quel completino. E poi, quelle scarpe...”.
Sebastiano, il marito, la lasciava dire senza partecipare troppo agli entusiasmi; anche se, per la verità, qualcosa di bello da mettersi addosso lo aveva adocchiato pure lui. Ma come al solito non si lasciava andare, teneva per sé sentimenti, gusti e preferenze. Era del resto fatto a modo suo, sia come carattere sostanzialmente chiuso sia come personalità che si era imposta, soprattutto dopo il raggiungimento del grado di maresciallo aiutante dei Carabinieri, per lui il massimo della carriera come sottufficiale. La sua sostenutezza non era tuttavia condivisa dal resto della famiglia che, nel caso specifico, voleva dire unicamente sua moglie, dal momento che di figli – a quasi dieci anni dal matrimonio – non se ne parlava e tanto meno durante la loro gita. Solamente ad accennarne, si potevano suscitare malumori. Marisa era una mogliettina giovane e bella, deliziosa sotto molti aspetti, almeno fino a quando non le saltava la mosca al naso. Allora erano musi e risentimenti, silenzi casalinghi che si prolungavano fra minestre e pietanze della cena, dal momento che il maresciallo Vitale rientrava per i pasti solitamente la sera; e neanche tutte le volte.
Il mestiere di comandante della Stazione di Cherasco era tutto sommato tranquillo e prevedibile, anche se non mancavano gli imprevisti. Marisa, per esempio, non poteva mai sapere se per il tale giorno poteva contare sulla presenza del marito per essere accompagnata in una commissione oppure andare in visita ai parenti.
In casa Vitale, l’improvviso abbandono di una tavola apparecchiata col piatto a metà era un’eventualità tutt’altro che rara. Bastava una telefonata o il semplice bussare alla porta da parte di un militare sottoposto: probabilità non troppo remota dal momento che l’alloggio del maresciallo si trovava al primo piano della palazzina sede dell’Arma.
In dicembre, a Mantova il buio arriva presto. Già alle cinque del pomeriggio, si accendono le luci di strade e vetrine, i lampioni faticano a farsi vedere nella fitta nebbia.
Sotto i portici c’era viavai; si udivano espressioni dialettali di gente che passeggiava senza fretta. A un tratto, si fece sentire una voce che prevalse su tutte le altre. Veniva da un uomo anziano che se ne stava immobile sotto le arcate. Vestiva un cappotto col bavero alzato, in testa aveva un berretto di stoffa. A un primo sguardo poteva sembrare ubriaco o farneticante, uno dei tanti fuori di testa che si incontrano per strada. Da vicino, si rivelò invece un venditore di biglietti della lotteria. Teneva in mano alcuni tagliandi disposti a ventaglio ed esortava i passanti ad acquistarli. Portava occhiali da sole scuri. Il particolare, insieme con il suo insolito portamento, rivelò ben presto la sua condizione di non vedente. In sostanza, era un invalido che cercava di sbarcare il lunario facendo balenare la fortuna a chi gli passava accanto. Marisa n’ebbe compassione; sentì l’impulso di acquistare un biglietto. Un gesto inequivocabile del marito – che ai soldi facili piovuti dal cielo non credeva per niente – la dissuase. Il cieco ripeteva ad alta voce la sua monotona esortazione:
“Comprate un biglietto fortunato. Non si sa mai come la va...”.
Dopo aver percorso portici e strade acciottolate, Marisa e Sebastiano si trovarono in piazza Canossa fra palazzi con antiche facciate e stradine che si dipartivano a raggiera. Comparve una piccola chiesa aperta e illuminata. Entrarono. C’era gente che si guardava attorno ascoltando le descrizioni di un accompagnatore turistico. Arredi e altare non avevano nulla di particolarmente pregiato. Marisa e Sebastiano presero posto in un banco. Dopo una lunga sgambata per le strade della città, anche un improvvisato sedile di legno era gradito.
A un tratto, udirono qualcosa di insolito, nientemeno che il miagolio di un gatto: vicino, forte e inequivocabile. Dal tono, Marisa del resto se ne intendeva, doveva essere un siamese. La sua presenza sotto le volte d’una chiesa appariva perlomeno sorprendente, anche se nessuno sembrava farci caso.
L’animale si fermò ai piedi di Sebastiano; tacque per un po’ e poi riprese a farsi sentire. Era un bell’esemplare con occhi azzurri, lunghi baffi e una corta coda a crocchio color cioccolato. A Marisa venne bene di accarezzarlo, rivolgersi a lui con affettuosi: “Micio, micio...”. Il felino sembrò gradire le attenzioni; si mise a ronfare sonoramente sollevando e abbassando le zampe anteriori: movimento, per chi conosce i gatti, che significa mansuetudine, disponibilità alle carezze. Con gesto imprevedibile e fulmineo, l’animale saltò in grembo a Sebastiano; pure nella nuova posizione, non arrestò il suo movimento pigia pigia.
Marisa fu piacevolmente sorpresa; passò la mano sulla pelliccia vellutata. Da parte sua, il marito rimase immobile a guardare l’improvvisato invasore sui suoi calzoni.
“Povera bestia, deve essersi persa. È sicuramente un gatto di casa; ha perfino il collarino”.
“E pure un numero di telefono...” fece seguito il marito.
Sul momento parve una battuta di spirito, ma poi – guardando meglio – se ne convinse pure lei.
“Ma guarda, c’è anche l’indirizzo...”.
Sul collare c’era, infatti, una targhetta con i dati di riconoscimento.
“Vediamo dove abita ’sto bel tipo: vicolo Storta... E dove sarà mai?”.
Marisa guardò Sebastiano e lui capì subito come la cosa poteva mettersi.
“Non pensi che dovremmo riportarlo a casa, dai suoi padroni?”.
L’espressione languida e quasi implorante da parte di lei era di quelle che non ammettevano contrarietà. Sebastiano se ne uscì con una frase dal contenuto rassegnato:
“Lo sapevo che andava a finire così. Fa’ un po’ vedere? Beh, intanto possiamo telefonare”.
Uscirono dalla chiesa. Lei teneva l’animale in braccio. Il marito compose il numero sul cellulare. Dopo ripetuti segnali, si sentì una lontana voce di segreteria telefonica. Marisa se n’accorse; strappò di mano l’apparecchio e disse:
“Abbiamo ritrovato il vostro gatto. Ve lo stiamo riportando...”.
Sebastiano fece una smorfia delle sue: una specie di muto rimprovero alla moglie per essersi lasciata travolgere da un impeto di generosità che poteva essere in qualche modo compromettente.
“Dobbiamo andare all’indirizzo che è scritto”, aggiunse la donna con un tono deciso che non ammetteva repliche.
A lui la cosa cominciava a seccare, come se prevedesse possibili complicazioni. Non volle tuttavia contrariare la propria metà; tanto per quieto vivere.
“E dov’è ’sto vicolo Storta?”.
Domandarono al primo passante. Era a due passi, subito dietro la chiesa. Sebastiano allargò le braccia e rivolse gli occhi al cielo: uno dei suoi modi per manifestare sopportazione, se non proprio disappunto.
Il micio mise le zampe sulla spalla di Marisa; pareva per nulla contrariato dal farsi portare a spasso da una bella signora.
“Sentito la voce che ha! Potrebbe andare alla Scala”.
“Si vede che voi in Tarronia non conoscete i gatti. Noi, una volta, in casa ne avevamo uno uguale...”.
Mentre teneva d’occhio i numeri della via, Sebastiano mandò giù il riferimento alle sue origini meridionali che – tuttavia detto da lei e in quel modo – non voleva del resto essere offensivo.
“Ecco, ci siamo...”.
L’atrio era angusto e poco illuminato; c’era odore di chiuso e pipì di gatto. Si entrava da una porta d’alluminio con vetri opachi e polverosi. Prima di mettervi piede, Vitale suonò al citofono; non ebbe risposta. Guardò con espressione interrogativa la moglie:
“Saliamo lo stesso? Se non c’è nessuno, potremmo lasciarlo a qualche vicino...”.
Dopo aver aggirato con qualche difficoltà le biciclette appoggiate alle pareti, imboccarono le scale. Al primo piano, c’erano due appartamenti. Su una targhetta, un nome: Camporini, il medesimo che compariva sul collare. Il maresciallo si accorse che la porta era aperta. Vide entrarvi il gatto senza difficoltà, come se conoscesse la strada. I due rimasero incerti.
“Permesso? Signori Camporini vi abbiamo riportato... Possiamo entrare?”.
Nell’ingresso c’era una consolle che reggeva l’apparecchio telefonico. Con rapida occhiata, Vitale si accorse che il segnale della segreteria telefonica lampeggiava; convintosi che in casa non c’era nessuno, non resistette alla sua tentazione di curioso investigatore. Premette il pulsante dei messaggi registrati. Si sentì la voce di Marisa e, prima ancora, quella inconfondibile del venditore di biglietti della lotteria udita in precedenza:
“Signora Elide, sono Cardenio. Quando vuole venire... Ho per lei la cinquina radiosa”.
Il gesto che Vitale fece in seguito fu istintivo e perfino irragionevole. Tolse il nastro registrato e lo mise in tasca. Senza pensarci su, lasciando di stucco l’incredula Marisa.

* * *

Nell’accogliente villetta di Sant’Antonio alla periferia della città, i coniugi Vitale assaporavano il fuoco che scoppiettava nel camino della parente di Marisa Palmina Carnevali. La casa era avvolta da una nebbia gelida. Dopo essersi rimpinzato di tortelli con la zucca e altre cose buone, Sebastiano se ne stava beatamente in poltrona ascoltando una radio locale. Fra le notiziole che si alternavano a canzonette e annunci pubblicitari, ce ne fu una in particolare che gli fece arricciare il naso. Diceva di una donna fra i quaranta e cinquanta, rinvenuta cadavere nelle acque del Canale Diversivo. Non aveva documenti. Al momento non si facevano ipotesi sulle cause della morte.
Gli vennero allora in mente idee strane; la sua indole sospettosa di tutore dell’ordine lo fece subito pensare al peggio.
 

Capitolo 2

“Per il pomeriggio hai progetti?”.
Il tono di Sebastiano era fra quelli che facevano insospettire la moglie. Di solito, quando poneva vaghi interrogativi, si poteva giurare che in testa aveva qualcosa di ben preciso.
“E dove vorresti andare?”.
“Da nessuna parte in particolare. Potremmo fare due passi, in centro...”.
Marisa lo guardò di sottecchi, con un’espressione che poteva significare: “Non me la racconti giusta...”. Fu tentata di rispondergli per le rime, ma poi prevalse il quieto vivere. Anche perché, tutto sommato, l’idea non le dispiaceva. Allargò le braccia e disse:
“Se proprio ci tieni. Aspetta che lo dico a Palmina...”.
Trovarono, e non fu facile, da parcheggiare in Pradella; si avviarono verso i portici del centro. Sebastiano camminava con uno sguardo che poteva sembrare distratto. Arrivarono alla chiesa di Sant’Andrea. Coperta dalla nebbia, la parte alta della facciata si vedeva più che altro con l’immaginazione, come il capitello di una gigantesca colonna immersa fra le nuvole. Erano le prime ore del pomeriggio e di gente non se ne vedeva molta. Ritornarono sui loro passi.
Sebastiano annusava l’aria; stava attento ai suoni e alle voci. Giunti nei pressi del Teatro Sociale, una di queste si fece particolarmente sentire; pure Marisa la riconobbe.
“Non è il venditore di biglietti?”.
“Proprio lui”, rispose il marito fregandosi le mani con aria soddisfatta.
Il richiamo si fece sempre più vicino, fino a quando l’imbonitore si parò ai loro occhi. Vitale notò in lui alcuni particolari che nel precedente incontro gli erano sfuggiti. L’uomo era avanti con gli anni, corpulento, rosso in viso e basso di statura. Si sosteneva con un bastone bianco. Teneva a ventaglio i tagliandi della lotteria in bella mostra. Vitale si avvicinò. Sentito qualcuno attorno a lui, l’uomo si esibì in una delle sue caratteristiche esortazioni canore; ma stavolta in tono minore.
“Tentate la fortuna, non si sa mai come la va...”.
“Ne vorrei di buoni, speciali”, gli sussurrò Vitale.
La moglie lo guardò sorpresa; da lui non si sarebbe mai aspettata una simile richiesta, dal momento che lo aveva sempre sentito dire che non credeva a lotterie, Lotto e Totocalcio.
“Tutti i miei biglietti sono buoni. Quanti ne vuole?”.
“La signora Camporini non può venire. Mi ha incaricato di ritirare per conto suo la cinquina radiosa”.
A quel punto Marisa comprese le intenzioni del marito. Il vecchio appoggiò il bastone a una gamba e dalla tasca tirò fuori una busta.
“Quanto fa?”.
“As rangema po’ cu’ la siura...”.
“Mi dica: perché crede che questa cinquina sia tanto fortunata?”.
Il vecchio scosse il capo e mormorò quasi con compassione:
“Per il motivo che è passata per certe mani magiche, eccezionali...”.
“Senti senti. E di chi sarebbero?”.
“Al la ga mia dit l’Elide? Ma d’la Melissa...”.
“Interessante! A questo punto sono curioso, vorrei conoscerla pure io. Mi sa dire dove posso trovarla?”.
“Vengo proprio da lei...”.
“Non vorrei recare disturbo...”.
“Neanche un po’. È sempre ben contenta quando qualcuno va a trovarla”.
“Mi può dire dove abita?”.
“A la po truvar a la Montalora ed Runcafrer”.
“Sì, ma l’indirizzo preciso...”.
“A Roncoferraro sanno tutti chi è”.
“Lo sa anche la signora Elide?”.
“Certamente. Va ogni giorno a stirare da lei”.

Marisa e Sebastiano entrarono al caffè del Sociale. Ordinarono qualcosa di caldo. Vitale prese l’elenco del telefono e cominciò a sfogliare.
“Vediamo... Roncoferraro, Carabinieri... Ecco qua!”.
Compose il numero.
“Vorrei parlare con il maresciallo comandante. Prima di tutto, come si chiama? Quartini... No? Quaresimini. Ho capito. Va bene, aspetto...”.
Sebastiano rivolse uno sguardo rassicurante alla moglie che si era intanto seduta a un tavolo; come faceva di solito, raccoglieva col cucchiaino la schiuma avanzata ai bordi della tazza di cappuccino. Si sentì scoperta, con le mani nella marmellata; lo ricambiò con un’espressione del tipo: Che ci vuoi fare...
“Pronto, comandante? Sono il maresciallo aiutante Vitale, a Mantova di passaggio. Posso venire lì? Avrei da riferire certe cose che potrebbero rivelarsi importanti”.
Spento il cellulare, si rivolse alla moglie:
“Finisci con comodo, che poi andiamo a Roncoferraro”.
“E dove sarebbe ’sto posto?”.
“Non lo so. Ma mi sono fatto spiegare...”.
Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, usciti dalla città trovarono meno nebbia del previsto. Le strade erano poco trafficate e la visibilità passabile. Lasciarono l’auto accanto al monumento della mondina e proseguirono a piedi. Furono sorpresi di non vedere una piazza vera e propria fatta a quadrilatero, ma solamente case in fila una all’altra. Al piantone di guardia Vitale annunciò:
“Sono il maresciallo Vitale...”.
Non finì nemmeno la frase. Il giovane carabiniere lo fece subito entrare, come se fosse atteso.
Gli si fece incontro un sottufficiale in maniche di camicia e alto di statura. Nell’ambiente c’era l’odore particolare che Vitale si aspettava. Uno in particolare prevaleva: di cuoio dei cinturoni in dotazione. Quaresimini era sulla cinquantina ben portata, occhi azzurri, capelli radi e ancora biondi.
“Piacere di conoscerti. È la tua signora?”.
Ricambiando la stretta di mano, Marisa colse subito un particolare: il comandante di Roncoferraro aveva – nonostante la proverbiale diffidenza dei Carabinieri – immediatamente creduto, dandogli del tu, che il marito fosse un autentico collega. Pensò subito che, fra loro, si conoscessero a naso.
“Accomodatevi, prego”.
Vitale notò che l’ufficio non era molto diverso dal suo: stessa scrivania, medesimi ritratti del Presidente della Repubblica e del comandante dell’Arma alle pareti. Incuriosirono semmai alcuni piatti appesi con decori e nomi di ristoranti. Ne fu bene impressionato. Quaresimini doveva essere un buongustaio e non c’era da meravigliarsi, dal momento che nel mantovano l’amore per buona cucina è assai diffuso.
Vitale esordì:
“Non vorrei farti perdere tempo e quindi arrivo al sodo. Avrai sicuramente sentito della sconosciuta trovata morta nel canale...”.
“Alludi al Diversivo del Mincio?”.
“Appunto. Ebbene, io avrei una mezza idea di chi potrebbe essere. Vorrei verificarla con te”.
L’espressione di Quaresimini si fece improvvisamente seria; i suoi occhi si fissarono sulla matita con la quale si stava gingillando.
“Prima di tutto, se non ti dispiace, potresti parlarmi di una certa Melissa che dovrebbe stare da queste parti, a villa...”.
“Montalora”, aggiunse con tono gelido Quaresimini, sempre più convinto che la visita del collega non doveva essere di sola cortesia. Riprese dicendo:
“Da ragazza, si chiamava Medford; è poi diventata moglie del marchese di Villarosa, uno dei personaggi più in vista del mantovano e della nobiltà internazionale. Lei è americana d’origine. Dopo la morte del marito è diventata padrona, con la cognata, di un’estesa proprietà terriera con allevamenti e tanto di villa settecentesca”.
“Immagino, ma forse sono troppo malizioso, che fra le due non corra buon sangue...”.
“Quando si erano conosciuti, Melissa aveva più o meno la metà degli anni del marito. Vivace e piena d’iniziative, con la sua venuta ha portato scompiglio nelle abitudini di casa. Non sta mai ferma. Organizza corsi di danza per bambini, dà lezioni di pianoforte, incoraggia mostre d’arte e iniziative benefiche. Non è sicuramente cattolica; dicono che appartenga a una setta religiosa e che a casa sua addirittura si svolgano riti e cerimonie che fanno storcere il naso al nostro buon parroco don Bondioli. Da lei viene gente per avere consigli, ottenere guarigioni. Insomma, è considerata una specie di maga benefica...”.
“Conosci una certa Elide Camporini?”.
“Abita da queste parti?”.
“No, nel centro di Mantova. Ho saputo che faceva la stiratrice a villa Montalora. Dico faceva perché ho il presentimento che sia proprio lei la donna trovata morta nel Canale Diversivo”.


Torna indietro