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Genova, il '68
Una città negli anni della contestazione
di
Donatella Alfonso | Luca Borzani
Premessa
Il Sessantotto genovese non è
nella memoria della città. La ragione prima, e probabilmente sostanziale, è che
Genova ha rappresentato una “piazza” minore nell’ambito della ribellione
studentesca. Le mobilitazioni degli studenti sono state di fatto circoscritte
nei confini dell’università, limitandosi a intercettare, ma senza una capacità
di coinvolgimento continuativo, il nuovo protagonismo operaio che comunque segna
in quegli anni le fabbriche e il porto. Molto contenuto è stato poi l’effetto
della contestazione sulla tenuta dei partiti tradizionali della sinistra, né
sono emersi, come è invece accaduto a Torino, Milano, Roma ma anche a Pisa,
Bologna o Trento, leader riconosciuti a livello nazionale. È mancata anche una
specifica produzione teorica e culturale in grado di dare riconoscibilità nel
tempo alla componente genovese del movimento. Su tutto ha poi pesantemente
influito il processo di deindustrializzazione, lo spezzarsi dei fili della
memoria operaia, il mutamento del linguaggio e dei riferimenti politici.
Ma conta anche un altro elemento. Le tragiche vicende attraversate dalla città
negli anni del terrorismo hanno contribuito a una sorta di cancellazione
collettiva degli eventi e dei movimenti che ne hanno preceduto la genesi.
L’immagine di Genova “capitale delle Brigate Rosse” si è dilatata azzerando non
solo la complessità degli anni Settanta ma, appunto, anche il Sessantotto, a cui
viene assegnato il ruolo di incubazione, di spazio politico e sociale destinato,
senza soluzione di continuità, a confluire nella stagione della lotta armata.
Tutto questo ha comportato che gli eventi che caratterizzano quella stagione di
conflitto e rivolta giovanile siano, in qualche modo, solo nel ricordo dei
protagonisti. Ricordo talvolta censurato o rimosso. Altre volte celebrato e
mitizzato, assunto come chiave nostalgica di lettura dei tempi presenti. Nel
frattempo lo scorrere delle generazioni ha fatto sì che i ventenni di oggi siano
molto più distanti dai loro padri di quanto i giovani della stagione della
ribellione lo fossero dai loro.
Eppure rileggere quegli anni può diventare, fuori da una logica puramente
commemorativa legata alla ritualità dell’anniversario, una chiave di lettura del
passato recente della città, dell’intreccio mancato con i processi di
modernizzazione del paese, della sfibrante e prolungata oscillazione tra
sviluppo e declino.
Alla fine degli anni Sessanta, Genova è ancora una volta una città incerta sulle
sue strategie di crescita, incapace di affrontare il confronto con
l’innovazione, di rompere equilibri di potere ed economici consolidati ma chiusi
in una sufficienza culturale, sempre più dipendenti dalla rendita e
dall’intervento dello stato che dal mercato e dall’impresa. Il contributo
decisivo dato dalla città – siderurgia, porto, raffinerie – alla straordinaria
crescita dell’industria settentrionale negli anni del miracolo economico non si
è tradotto né in un ammodernamento produttivo né in una più alta capacità di
competizione nell’ambito dell’economia nazionale.
Genova paga le scelte fatte e comincia a pagare per le scelte che non fa. Vale
per il territorio massacrato da una crescita edilizia abnorme che ha snaturato
il tessuto urbano, alimentato la promiscuità tra industria e residenza,
costruito quartieri privi di servizi e spesso di sicurezza. Ma vale anche per la
“fuga delle aziende”, l’emigrazione dei diplomati e laureati, la riduzione
dell’occupazione. La discussione sull’allargamento del porto, i collegamenti con
l’oltreappennino, la rivoluzione dei trasporti per effetto dei container è
bloccata nel sistema dei veti incrociati, dai monopoli e dalla carenza di
finanziamenti. La riorganizzazione dell’industria di stato, dopo la crisi della
navalmeccanica, procede a rilento. La città si interroga sul suo futuro ma non
crede davvero nel mutamento. Lo sguardo è più rivolto al passato. E la sua
classe politica, divisa ideologicamente, finisce per trovare una sostanziale
unità nella contrattazione con Roma, nella richiesta di “compensazioni”, di
nuovi interventi pubblici.
La contestazione non investe i luoghi della decisione. Ma le trasformazioni
della città e la sua composizione sociale disegnano comunque le caratteristiche
e le specificità del Sessantotto genovese e ne sottolineano elementi di unicità
sul piano nazionale. Ci sono a Genova anche punte alte. L’avvio, pur in un
quadro di imperante conformismo e spesso di vittimistica alterigia del mondo
culturale genovese, del movimento dell’“arte povera” promosso da Germano Celant,
alla messa in scena delle “Baccanti” di Euripide nella traduzione di Edoardo
Sanguineti al Teatro Stabile, all’affermazione di Fabrizio De André come
interprete dei nuovi sentimenti della generazione. E ancora la storica rottura
operata dal dissenso cattolico – dal movimento di S. Camillo a Don Andrea Gallo
a padre Agostino Zerbinati – con la chiesa di Siri e con quell’intreccio tutto
genovese tra classi dirigenti e gerarchia ecclesiastica che si era definito
dagli anni del dopoguerra.
Sul Sessantotto si sono versati fiumi di inchiostro. A lungo hanno prevalso
chiavi di lettura costruite su acritiche apologie e altrettanto superficiali
condanne. E anche una sorta di memorialistica non di altissimo profilo
alimentata da alcuni dei protagonisti del movimento studentesco. Più
recentemente, a livello nazionale come internazionale, sono uscite invece
ricerche che hanno posto “la questione del 1968” al centro di una più ampia
riflessione sulla periodizzazione, il senso ideologico/geografico, la differenza
degli esiti con un pregevole sforzo di sistema. Vale per Paul Barman, come per
Peppino Ortoleva, Marcello Flores e Alberto De Bernardi. Pur con accenti e
valutazioni diverse trova conferma il giudizio di Ortoleva: “se vogliamo
ricorrere a una metafora fisica, possiamo paragonare l’evento ’68 a un sisma,
che rompendo una montagna, scopre una complessa stratificazione geologica. In un
unico momento di crisi sociale e politica, vennero a sovrapporsi, in molti casi
a confondersi, processi di cambiamento differenti, e di diversa portata: dal
mutare dei rapporti tra i sessi, e fra le generazioni, alla crisi strisciante
dell’istituzione scolastica, e più in generale, dell’organizzazione del sapere.
Più che cercare le singole cause di una simile crisi, si tratta di leggerla come
un rivelatore, come occasione per guardare ai diversi processi di trasformazione
di cui essa costituisce insieme un frutto, un momento di svolta, un
acceleratore. Voler ricondurre una crisi del genere a un’unità coerente e
ordinata significherebbe perderne di vista la complessità e la
contraddittorietà”.
In questa vastità del fenomeno, e nella sua simultaneità, si muove anche il
Sessantotto genovese. Il motore delle agitazioni è l’università e la
consapevolezza sempre più diffusa nella nuova generazione di studenti che la
società vive la fine di un ciclo, che la crescita economica non è più
inevitabile. L’accesso all’istruzione superiore di larghi strati piccolo
borghesi provoca un forte senso di delusione. Frequentare l’università non solo
non significa più garantirsi un processo di promozione sociale ma la stessa
organizzazione degli studi, le modalità di trasmissione del sapere, le strutture
si rivelano assolutamente inadeguate a fronte delle trasformazioni del mercato
del lavoro. L’arretratezza dell’università appare funzionale a perpetuare un
sistema sociale ingiusto. La maturità delle società industriali richiede minori
competenze diffuse e produce la crescita di mansioni dequalificate. Come la
fabbrica ha bisogno dell’operaio massa, lo stesso lavoro intellettuale è sempre
più parcellizzato e deresponsabilizzato dall’avanzare di tecniche fordiste di
organizzazione del lavoro. È contro questa prospettiva che ha origine un
conflitto di generazione che assume progressivamente i connotati di una
contestazione globale del sistema e dove le forme tipiche del processo di
liberazione dall’autorità famigliare diventano modello di protesta contro le
istituzioni. La politica irrompe nella vita quotidiana, innesca dinamiche di
modernizzazione culturale e comportamentale destinate a sedimentare nel tempo, a
costituire caratteri consolidati del vivere sociale dei decenni successivi.
Di questo contrasto, ma anche dell’intreccio, tra vecchio e nuovo, Genova
rappresenta un caso emblematico. La contestazione in fabbrica si muove tra
difesa dell’occupazione e di una condizione operaia incentrata sulla
qualificazione professionale e le nuove tecnologie e la nuova organizzazione del
lavoro. Lo stesso avviene nel porto, dove le caratteristiche del mestiere sono
messe in discussione dai processi di ammodernamento tecnologico.
Obiettivo di questo libro, con le testimonianze raccolte da Donatella Alfonso e
il testo scritto da Luca Borzani, è ripercorrere come la città nel suo insieme
ha reagito a una straordinaria stagione di conflitto sociale. Ma anche favorire
una riflessione sul presente a partire dall’assenza delle nuove generazioni
sulla scena sociale, l’invisibilità del lavoro operaio, la crisi della politica
e della capacità di rappresentanza delle istituzioni. E, soprattutto, l’assenza
di una dimensione condivisa del futuro, di una spinta a liberare energie,
intelligenze, saperi.
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