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Genova città antica di Riccardo Navone
Nell'anno 2004, a Genova capitale europea
della cultura, è nato un personaggio
letterario hard boiled che ha
avuto in città una straordinaria fortuna:
l'investigatore privato Bacci Pagano.
Creato dallo scrittore genovese Bruno
Morchio, questo detective cinquantenne
svolge le proprie indagini con un
apparente disincanto sotto cui cova
una emotività tormentata e scomposta.
Nella sua giovinezza ha subito una ingiusta
condanna per terrorismo e si è
fatto cinque anni di carcere di massima
sicurezza. Separato dalla moglie,
non vede la figlia da 10 anni. Ha una
giovane fidanzata, una psicologa, con
la quale intrattiene una relazione burrascosa
e intermittente, e pochi, selezionati
amici. Tra questi il vicequestore
Totò Pertusiello, dirigente della sezione
omicidi della Mobile, il cuoco
René detto il Capitano e l'avvocato Gina
Aliprandi, sua vecchia compagna
del liceo, per la quale spesso si trova a
lavorare. Bacci Pagano ascolta musica
classica, ed è un vero fanatico della
musica di Mozart, del quale ama soprattutto
i concerti per pianoforte.
Laureato in lettere, legge e rilegge i
grandi romanzieri, in particolare Dostoevskij,
Scott Fitzgerald e Hemingway.
Ama la buona cucina e il buon vino
e, tra i cocktail, predilige il daiquiri,
il negroni e il margarita. Possiede
una ricca collezione di pipe, nelle quali
fuma tabacco secco rigorosamente
inglese, come il Dunhill e il Balkan
Sobranie, che accende servendosi di
fiammiferi svedesi. "Dopo aver pagato i giornali salutai il vecchio Steva e proseguii fino all'imbocco di Ravecca. Un intenso profumo di pane e di pizza si spantegava nell'aria umida del carruggio. Entrai nel forno a far la fila per due etti di focaccia La proverbiale focaccia di Ravecca, profumata e croccante. Appena sfornata. Dentro, al di là della vetrina appannata coi suoi rebighi natalizi, mi immersi in un calore denso di umidità e fragrante di pane che metteva addosso lo stesso languore di un bagno caldo. Mentre sgranocchiavo la mia focaccia, riattraversai Sarzano costeggiando il cantiere della metropolitana e cominciai a scendere lungo lo Stradone. Attento a dove mettevo i piedi, un po' per il lastricato sconnesso ma, soprattutto, per evitare le merde dei cani che fioriscono come funghi sulla strada e sul marciapiede. Lo Stradone, aria di casa e un profluvio di merda. Dei colombi e dei cani. Arrivato in fondo, lanciai la solita, distratta occhiata al campanile di San Donato. Nella tiepida aria del mattino pareva una millenaria quercia inondata di luce. Quindi mi infilai in San Bernardo. Camminavo con i giornali in tasca, le mani annodate dietro la schiena e il naso sollevato a inseguire quella sottile striscia di cielo. Un nastro di azzurro sbiadito dove scialbe nuvole si diluivano fino a scomparire in un velo opaco, biancastro. I primi palazzi, con gli archi pensili tamponati, erano color cachi e color ocra. Poi il grigio prendeva il sopravvento. All'altezza dell'antica osteria Pintori attaccò un prolungato strepitìo di campane che proveniva dalle chiese lì intorno. San Donato, San Cosimo, San Giorgio. Guardai l'orologio, erano le dieci. In piazza San Bernardo il cielo per un momento si aprì, poi di nuovo mi rituffai nella puzzolente strettoia del carruggio, disseminata di ponteggi e di passerelle di legno sospese sui buchi dei cantieri infestati dai ratti. Una fila di portoni verdi, massicci, tutti chiusi. Vecchi e decrepiti. Davanti al portone della radio tutto era tranquillo. Della Marescialla e delle sue colleghe non c'era traccia. Camminavo in mezzo a un fiume di gente che scorreva lento in quegli spazi stretti e accidentati. Tra gli altri i soliti arabi, ispanici e qualche senegalese che faceva il giro delle botteghe col suo carico di chincaglieria natalizia. Mi arrivò al naso un forte odore speziato che coprì il refrescume e l'odore di piscio che saliva dal vicolo. Cioccolato e noce moscata. Davanti all'antica drogheria Torrielli la calca di clienti per gli acquisti natalizi formava una coda che ostruiva il passaggio.(…) Sulla mia destra, sbirciai oltre un'inferriata dove si apriva l'androne mal illuminato di un antico palazzo. L'intonaco tutto scalcinato lasciava trasparire ampie macchie giallognole di umidità. Una scala di ardesia saliva verso inimmaginabili appartamenti violati dal sole e dal vento, dove esigue finestre si spalancavano su terrazze ampie come campi da tennis o su balconcini minuscoli come bomboniere, annidati tra un abbaino e un camino sulle chiappe di ardesia dei tetti del centro storico". (pag. 127) "Dalle Erbe salgo in piazza Matteotti, diventata l'ultimo baluardo dove si spingono le automobili dopo che via san Lorenzo è stata trasformata in un elegante salotto per il passeggio. Anche qui è tutto un movimento di persone, di macchine e di furgoni e i vigili si danno un gran da fare col bollettario delle multe. Quindi imbocco via Tommaso Reggio e salita dell'Arcivescovato e mi ritrovo in piazza San Matteo. Piazze e strade strette che vanno su e giù tra il grigio degli antichi palazzi, dove il vento solleva l'odore di piscio e di marcio dei carruggi. Quell'odore ha la stessa consistenza carnosa della Storia. Segnata da un flusso ininterrotto di merci, di uomini e di parole che hanno transitato da una sponda all'altra del Mediterraneo, per finire dentro quelle budella che possono metabolizzare qualunque ricchezza e qualunque miseria. Dalla merda dei tuguri dove decine di clandestini si ammassano per non fare ritorno e inculare il loro destino di derelitti della terra agli aromi delle spezie d'Africa spantegati dalle drogherie aperte sui vicoli e sugli slarghi della casbah. Qui le nuove schiave che vengono dalla Nigeria e dall'Albania vendono sesso per conto delle nuove mafie e le vecchie bagasce continuano a offrirsi sedute sui loro scranni fuori dai fondi che le vecchie mafie hanno affittato apposta per loro. Quel denso odore di memoria che evoca secoli e secoli attraversati da innumerevoli generazioni di uomini e donne trattati come merce di scambio. Odore profondo di una umanità senza redenzione, che ora sale dal lastricato scivertato verso i piani nobili delle case, coi loro ampi finestroni che si affacciano alla luce del mattino". (pag. 164) |