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Genova
fuori le mura
di Corinna Praga
Capitolo I
Notizie utili
1) Generalità e finalità dell’itinerario
Quante e quali furono, nei secoli, le porte di Genova?
Non lo sappiamo né, forse, lo sapremo mai perché la certezza storica deve
appoggiarsi su documenti e monumenti sicuri e comprovati. E poiché non si è
ancora potuta definire l’oggettiva esistenza, né la successione delle molteplici
cinte murarie a difesa della città, altrettanto dubbio resta il numero delle sue
porte.
Ma restano, spesso chiare e non cancellate dal tempo, sia le piste di accesso e
di uscita dal centro, sia quelle allora tangenziali ed oggi inserite nel
territorio comunale.
Su tali vie un numero consistente di “vichi”, nati al servizio delle prime,
sebbene fagocitati dal processo d’ingrandimento urbano, assai di frequente
mantengono caratteristiche proprie che ne evidenziano l’antica funzione, le
vicissitudini storiche, nonché il ruolo attuale nel contesto cittadino.
Sono i paesi nella città, ossia i nuclei più piccoli e più lontani dal centro,
potremmo dire le frazioni dei vecchi comuni che, un primo gruppo nel 1874, altri
nel 1926, furono, volenti o nolenti, aggregati al comune centrale per la
formazione della Grande Genova.
Non fu avvenimento indolore e ancora oggi, a ottant’anni dall’ultima annessione,
i loro abitanti rimpiangono, e in alcuni casi rivendicano, l’indipendenza di un
tempo, forti di tradizioni e usanze legate alla loro specificità. Si può
ricordare, ad esempio, l’abitudine di molti, Le-vantini o Ponentini, Bisagnini o
Pol-ceveraschi i quali, quando si recano in centro, dicono: “Andemmo a Zena”.
Questa tipicità, per chi la riesce a leggere nei “monumenti” del passato che
ancora resistono, rende assai interessanti questi borghi, il più delle volte
stretti attorno ad una piccola chiesa, oggi assurta a parrocchia dei popolosi
quartieri nati tutt’intorno.
Purtroppo non molti Genovesi, diretti verso mete esotiche, conoscono ed
apprezzano nel loro valore questi centri minori del passato, appena fuori le
mura ieri, oggi parte viva della città.
Questa breve guida, che non pretende di essere esaustiva né completa, invita ad
intraprendere la conoscenza dei piccoli centri situati fuori delle secentesche
Mura Nuove e rimanda, per quelli che ancora possono essere individuati
all’interno di queste, ma fuori delle cinte più antiche, alla guida: C. Praga,
Andar per creuse, Genova 1988, Sagep; ed alla seconda edizione: C. Praga
Andar per creuse e qualcosa di più, Genova 1997, Sagep, entrambe nella
collana “Itinerari storico-artistico-naturalistici” a cura di Italia Nostra.
2) Equipaggiamento
Non è il caso di usare raccomandazioni particolari circa l’abbigliamento da
indossare nei sopralluoghi. Ogni buon “ricercatore” sa che l’esplorazione può
durare anche più ore e che, perciò, le scarpe debbono essere comode e
antisdrucciolevoli, che occorre ripararsi dal troppo sole l’estate, dal freddo
l’inverno, dalla pioggia quando il tempo è minaccioso. Se il sopralluogo prevede
solo mezza giornata, oc-correranno solamente il taccuino e la macchina
fotografica. Per le passeggiate di un’intera giornata, chiaramente segnalate
nella guida, oc-correrà anche la colazione al sacco, a meno che non si voglia
prenotare il pranzo in una delle molte trattorie di cui è ricco il territorio
della Grande Genova.
Raccomandazione principale, invece, è di non servirsi dell’automobile privata:
spesso si percorrono vie strette dove è impossibile fermarsi, si attraversano
boschi che è bene non inquinare inutilmente, si raggiungono mete dalle quali può
essere piacevole il ritorno attraverso altre vie. La rete di trasporto pubblico,
a Genova, è ricca di mezzi assai vari: ascensori, funicolari, bus e treni
offrono, a chi sappia leggere gli orari, un comodo servizio che permette
un’osservazione serena di quanto sta intorno anche durante il viaggio.
Per ciascuna delle mete da raggiungere, di volta in volta saranno indicati i
mezzi più idonei.
3) Epoca
Non ci sono stagioni da consigliare o da sconsigliare. La Grande Geno-va è bella
tutto l’anno e ciascuno da solo troverà le giornate più adatte alle proprie
passeggiate.
A voler essere pignoli all’ennesima potenza, si potrebbe sciorinare un’infinità
di consigli. Potrei raccomandare, ad esempio, di non salire a Pomà nel mese di
luglio, la stagione dei tremendi tafani che stazionano nell’acquitrino del rio
omonimo. Oppure potrei ricordare che, finite le foschie estive e cadute tutte le
foglie, da Crevari la vista sul golfo è più bella che mai.
Potrei suggerire altri accorgimenti dettati da quanto, in questi luoghi, ho
sperimentato. Invece non aggiungo altro, desiderando che ciascuno trovi, con la
propria presenza, il piacere dell’“esplorazione”.
4) Carte topografiche, bibliografia
Non sempre le carte topografiche attualmente in circolazione mettono in risalto
le caratteristiche degli antichi luoghi della Grande Genova. Anche chi ha la
fortuna di possedere una carta dei sentieri 1:25.000 della F.I.E., che divide la
città di Genova in due mappe, non sempre troverà notizie chiare sui percorsi
ormai divenuti cittadini. Meglio allora servirsi delle piante di Tuttocittà
presente in tutte le case che, pur non rispettando le proporzioni delle
differenti strade, offrono di esse un panorama completo.
Sarà bene, inoltre, consultare le biblioteche cittadine (il sesto piano della
biblioteca Berio, ad esempio), e cercare i libri attraverso il nome dei singoli
luoghi. Si troveranno testi scritti da nativi, ricchi di spunti interessanti e
di ricordi nostalgici capaci di trasportare il lettore, oggi lo possiamo dire,
nel mondo e nelle atmosfere del secolo passato.
Capitolo II
Note introduttive
1) Aspetti storici
Il Genovesato, come gran parte della Riviera di Levante, in epoche antiche, che
si prolungarono sino a tutto il secolo XVIII, non era percorso da organizzate
vie longitudinali ma da moltissime mulattiere perpendicolari alla costa, alte
sui crinali sorgenti dal mare, sulle quali a dorso di mulo venivano internate le
merci d’Oltremare dirette ai mercati del nord e viceversa.
Per ogni approdo esisteva un’adeguata via: le più solitarie e meno percorse
richiedevano al viaggiatore conoscenza personale del territorio, acquisita con
la consuetudine. Quelle battute dalle grandi carovane organizzate, se
maggiormente affidabili per sicurezza, erano sottoposte al pagamento di pedaggi,
e generalmente partivano dai porti di consolidata ricettività, punti
privilegiati della costa, vicini a valichi bassi e facili, dove anche le navi di
maggiori dimensioni potessero ancorarsi al riparo da risacca e fortunali.
Su queste vie si formarono, nel corso dei millenni, con funzione di luoghi di
sosta, i piccoli nuclei abitativi di cui è costellato l’Appennino Ligure e che,
per questo motivo, convogliarono su di esso, oltre ai traffici commerciali,
milioni di viaggiatori e pellegrini tra Mediterraneo ed Europa, quando sul
continente non esistevano ancora rigide frontiere.
2) Aspetti geografici, ambientali e umani
I piccoli centri del Genovesato hanno origine, in massima parte, da antichi
vichi o borghi; solo pochissimi presentano la tipologia del “pagus”.
I vichi sono senza dubbio i più numerosi, nati al servizio delle molteplici
piste d’internamento traversanti, dal mare ai monti, l’intera regione. Minore è
il numero dei borghi, frequenti fuori le porte delle cinte murarie più antiche,
ma necessariamente inurbatisi con la costruzione delle secentesche Mura Nuove.
Poiché le vie di monte percorrevano la sommità dei crinali dirette ai molteplici
valichi, i vichi si presentano quasi sempre aerei, con le case fiancheggianti il
sentiero in salita. Là dove lo stesso trova uno slargo, un pianoro che
interrompa il pendio, solitamente si forma il centro dell’abitato e si trova la
chiesa, oggi parrocchiale, un tempo forse cappella al servizio di un monastero o
di un ospitale per i viandanti. Attorno all’abitato il terreno scosceso dei
monti è tagliato pazientemente dalle fasce, talvolta piccolissime, create
dall’uomo per potervi coltivare ortaggi e frutta necessari al proprio
so-stentamento. Dove la maggiore altitudine, e con essa la crescita di
particolare vegetazione spontanea, lo permetteva, il terreno veniva tenuto a
pascolo per ovini e caprini. Meno frequente l’allevamento dei bovini, ridotto
spesso alle sole mucche da latte tenute nella stalla: un terreno così
accidentato precludeva qualsiasi impiego del bue da tiro, mentre molto numerosi
erano gli asini e i muli, animali da soma considerati indispensabili per il
trasporto di carichi sui tortuosi e ripidi sentieri ciottolati.
Oggi i vichi di cresta sono raggiunti da strade asfaltate che con ampi tornanti
segano la montagna, causa spesso di paurose frane nei tempi autunnali delle
grandi alluvioni.
Sarebbe tuttavia ingiusto vedere unicamente i riscontri negativi delle nuove
strade. Poiché oggi nessuno più risalirebbe le mulattiere a dorso di mulo, le
nuove strade hanno riportato gli abitanti nelle antiche case dei nonni e dei
bisnonni, case che i proprietari della prima metà del secolo XX avevano
abbandonato per scendere in città e inserirsi nel suo mondo operaio e
impiegatizio. Oggi, vuoi per il caro affitti in centro, vuoi per la cattiva
qualità dell’aria nelle zone centrali, molte famiglie che avevano ereditato la
casetta rurale fuoriporta hanno deciso di trasferirvisi, l’hanno abbellita e
modernizzata, affiancando all’attività lavorativa pendolaristica la cura di un
giardino e di un piccolo orto.
Per tale motivo, nel giro di pochi decenni, le mulattiere che salgono ai crinali
hanno visto rifiorire, ai loro bordi, le siepi di gelsomino e riapparire vasi di
fiori sulle antiche finestre, rinverdire oliveti e frutteti, crescere zucchini e
basilico tra i piumini gialli della mimosa e le campanule scarlatte dell’ibiscus.
La bottega che vendeva di tutto, dai giornali al pane, al filo per cucire, alle
stoviglie di terracotta, oggi non c’è più. C’è invece l’autobus urbano che sale
e risale i tornanti asfaltati, ricchi di curve e di ampi panorami e collega
abitazioni e supermercati.
Se, talvolta, dalle siepi dei giardini svetta più alta la chioma di una grande
palma, si potrà avere la certezza di essere nei pressi di un’antica villa, di
quelle che i Genovesi del passato costruirono, tutt’intorno alla città, per la
stagione della villeggiatura. Molte le tipologie, differenti a seconda dei
secoli: dalle maestose costruzioni cinque-secentesche, elegantemente loggiate ed
affiancate dalle grigie torri che garantivano loro sicurezza, alle villette di
foggia importata, tanto gradite ai nuovi ricchi del primo Novecento.
Nei terreni lasciati un tempo liberi perché ventosi o poco soleggiati, sulle
moderne vie asfaltate, si possono incontrare oggi isolati condomini, ma la gran
massa di questi alveari umani si trova però nei borghi, presso le antiche porte
e nei punti di passaggio obbligato per l’uscita dalla città. In tali luoghi la
frequentazione sempre assidua, e con essa la demolizione del vecchio e la veloce
creazione del nuovo, ha trasformato radicalmente l’ambiente urbano rendendone
assai ardua la lettura.
Come accennato in precedenza, autentici pagi, ossia nuclei abitativi formatisi
esclusivamente in virtù di ricchezze proprie (agricoltura, attività estrattive,
minerarie o altre), non risultano attualmente palesi nel territorio della Grande
Genova, e anche alcuni che possono apparire isolati ed estranei alle piste più
note, a ben vedere appartengono a sistemi viari più antichi, in disuso da un
numero maggiore di secoli. Per tutti si tenterà di individuare l’origine e
raccontare le vicissitudini abitative.
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