Genova tra Massena e Bonaparte
Storia della Repubblica Ligure - 1800

 
di Antonino Ronco


Prefazione


La Repubblica Ligure, cioè lo Stato democratico sorto, auspice Bonaparte, sul ceppo dell’antica Repubblica di Genova, concluse la sua esistenza costituzionale a seguito del repentino cambiamento di governo voluto dai francesi nel dicembre del 1799. Abolito il Direttorio, sospesi i Consigli per sei mesi, il potere fu accentrato nelle mani di nove persone, i Novemviri, che poco dopo lo trasmisero ad una più ristretta Commissione di governo il cui compito si riduceva ad assecondare le direttive di Parigi e gli ordini dei generali che comandavano le truppe di stanza in Liguria.
Le difficoltà più gravi che il nuovo governo dovette affrontare, proprio all’alba del XIX secolo, non furono soltanto quelle derivanti dalla pesante tutela francese, ma anche quelle conseguenti la delicata situazione economica ereditata dal Direttorio. I disordini amministrativi seguiti alla Rivoluzione del maggio 1797, le spese esorbitanti rese inevitabili dalle esigenze delle truppe francesi, le disastrose iniziative belliche della gracile Repubblica Ligure, la cattiva amministrazione, la paralisi del commercio, principale fonte di benessere, avevano indotto una gravissima crisi il cui segno più evidente era il depauperamento di ogni riserva, sia di denaro sia di viveri.
Sul piano militare le cose non andavano meglio. All’inizio del 1800 la Liguria restava l’ultima isola repubblicana in Italia, dopo che, con la campagna della primavera precedente, i coalizzati avevano annullato tutte le conquiste fatte da Bonaparte nel 1796-97 e sancite dal trattato di Campoformio. Le truppe austriache, comandate dal generale Melas, premevano da ogni lato ai confini della Liguria, di cui già avevano occupato vasti lembi di territorio, con pesanti riflessi sulla vita delle popolazioni, mentre la flotta inglese intralciava i traffici marittimi preparandosi a bloccarli del tutto.
Proprio in quei mesi Bonaparte, diventato Primo console dopo il colpo di Stato del 18 Brumaio, preparava una nuova offensiva che riportasse i francesi sulle posizioni perdute e allontanasse la minaccia degli eserciti imperiali.
Il progetto di quella che sarà chiamata la «Seconda campagna d’Italia» prevedeva l’apprestamento di una nuova armata, denominata «Armata di Riserva», con la quale Bonaparte si proponeva di scendere in Italia e sconfiggere gli austriaci nella Valle Padana. Il piano del Primo console sfruttava una delle mosse classiche della strategia napoleonica: quella manœuvre sur les derrières, il cui fattore decisivo era la sorpresa. In sostanza Bonaparte voleva rafforzare l’armata dislocata in Liguria e quando gli austriaci si fossero impegnati contro questa, piombare alle loro spalle per lo scontro decisivo. Perché questo vasto piano avesse successo, era necessario che l’Armata d’Italia fosse messa in grado di impegnare le forze del generale Melas sulle montagne liguri, con la prospettiva estrema di ridursi alla difesa della piazza di Genova, la cui potente cerchia di mura avrebbe offerto ai repubblicani, nella peggiore delle ipotesi, la possibilità di sostenere un assedio anche con forze limitate.
A fare la parte dell’esca per attirare Melas in Liguria, Bonaparte destinò Andrea Massena, generale nizzardo, che aveva già dato prova delle sue capacità e della sua tenacia nella campagna del 1794-95 nel Ponente ligure, e successivamente in Svizzera con le vittorie sui russi di Korsakov.
Massena giunse a Genova mentre si spegnevano i fuochi di un carnevale in cui la gente si era tuffata con una specie di frenesia, quasi a voler dimenticare, tra balli e conviti, i tempi difficili che la città attraversava, nonché le nubi che si intravedevano nel futuro.
L’offensiva con cui l’alto comando imperiale si proponeva di spazzar via i francesi dalla Liguria, liberando definitivamente l’Italia da un esercito che rappresentava il braccio armato di quella Rivoluzione i cui principi facevano tremare i troni d’Europa, ebbe inizio ai primi di aprile del 1800. Mentre la flotta inglese paralizzava i rifornimenti via mare, dando la caccia a tutte le navi che si avventuravano nel Mar Ligure, la superiorità austriaca costringeva ben presto Massena entro le mura di Genova, dando il via a quell’assedio che rimane una delle pagine più drammatiche della millenaria storia della città.
Massena, dopo aver tenuto a bada il nemico per un paio di mesi, essendo venuta a mancare ogni possibilità di sussistenza sia per la popolazione sia per l’armata, ai primi di giugno avviò le trattative di resa e il 4 aprì le porte agli austriaci. La capitolazione di Genova eluse – in sostanza – le speranze di Bonaparte, in leggero ritardo sui tempi previsti per cogliere alle spalle l’armata imperiale. Infatti, mentre la Riserva passava il Po e si avviava alla prova decisiva, le divisioni austriache che avevano combattuto intorno a Genova e nella Riviera di Ponente fecero in tempo ad accorrere ad ingrossare le fila di Melas per partecipare, il 14 giugno (soltanto dieci giorni dopo la resa di Genova) alla grande battaglia che porterà il nome di Marengo e aprirà a Napoleone la strada del Consolato a vita e del Trono.
Nel libro che dedicai all’assedio di Genova nel 1976 la grande pagina di Marengo era ridotta ad un ultimo, gracile capitolo. Troppo poco nell’equilibrio generale delle vicende che scandirono l’esordio del nuovo secolo. Il saggio Marengo, vittoria di Bonaparte, pubblicato nel 1980, rappresentò un completamento del volume precedente, quasi un’ammenda. Non è infatti possibile leggere il racconto delle sofferenze dei genovesi e dei soldati di Massena, senza l’ansia del «come va a finire».
Lo sviluppo della Seconda campagna d’Italia può essere visto infatti come un racconto epico. Dimenticando politica, ragion di Stato, ottiche di parte, si assiste al martirio di Genova con centomila persone chiuse per due mesi nel perimetro delle mura, senza viveri, senza aiuti, sotto la minaccia dell’imminente assalto nemico, del saccheggio, della strage. A questa tragedia, che si consumò giorno per giorno, fa da contrappunto la marcia dell’Armata di Riserva: il passaggio del Gran San Bernardo, il fulmineo ingresso a Milano, i combattimenti della Chiusella, del ponte di Piacenza, di Montebello, sono le tappe di una corsa contro il tempo che, in assenza di qualsiasi informazione in proposito, Massena, i suoi soldati, i genovesi, potevano solo immaginare. Lo scontro decisivo, ricco di colpi di scena, incerto sino all’ultima sequenza, ne è il grandioso finale.
Il racconto di quegli eventi si ritrova in numerosi libri, memoriali, documenti più o meno noti, cui hanno attinto, nel volgere di quasi due secoli, storici e saggisti. Tuttavia quando diedi alle stampe il mio libro L’assedio di Genova 1800, non esisteva una narrazione completa e moderna di quella importante pagina di storia, al di fuori dei racconti dei memorialisti (Thiébault, Petracchi) confinati in antiche edizioni, e di due Diari scritti l’uno da un Anonimo genovese, probabilmente un sacerdote, l’altro da Giacomo Graberg, segretario particolare del ministro svedese a Genova. Questi memoriali – il secondo redatto, almeno in parte, a posteriori – pubblicati per la prima volta negli Atti della Società Ligure di Storia Patria nel 1890, non erano mai stati tenuti presenti come meritavano nella compilazione di un racconto dell’assedio. Essi offrivano, peraltro, una messe di notizie, di spunti, di riflessioni, che hanno consentito di mettere a fuoco aspetti particolarmente interessanti di quelle giornate, conferendo alla narrazione uno spessore umano mai raggiunto in un’opera complessiva su quelle vicende.
Passando dall’esame dei fatti a qualche considerazione, si può dire che, da un punto di vista militare, l’assedio di Genova non offrì spunti di particolare interesse, tranne il ruolo che la tenace resistenza di Massena ebbe nello sviluppo dei piani strategici di Bonaparte. Nelle furibonde lotte contro soverchianti forze nemiche trovarono conferma le doti dei soldati francesi inquadrati nel primo esercito popolare della storia moderna.
Diverso il discorso per quanto riguarda la battaglia del 14 giugno. Bonaparte considerò quella di Marengo una giornata fortunata e, in seguito, ne usò il nome come un talismano. In effetti più volte, nel corso di quel lungo scontro, l’imprevisto venne in suo soccorso, tanto che ancor oggi è difficile dire quale sia stato l’elemento decisivo ai fini della sorprendente vittoria francese. Vinse Bonaparte con il suo gioco strategico? Con la tattica delle colonne separate? Vinse Desaix arrivando sul campo alle cinque del pomeriggio anziché a mezzogiorno o alle sette? Vinse Kellermann sfruttando il momento cruciale della lotta, quell’attimo indicibile che Bonaparte chiamava «l’evento»? Difficile, incerto e lungo l’elenco degli addendi la cui somma possa dare il risultato esatto del 14 giugno. Ma due elementi sovrastano gli altri con suprema evidenza: la buona sorte del Primo console e lo spirito delle truppe, dal generale all’ultimo soldato. Quindici anni dopo, sul campo di Waterloo, Napoleone cercherà i veterani del 1800, evocherà il nome di Marengo. Ma nel 1815 la Rivoluzione con i suoi miti, i suoi ideali, i suoi entusiasmi, la sua «giovinezza» era finita e sepolto sotto i fasti dell’impero e l’esercito francese non era più quello del Console repubblicano.
Due parole sui genovesi, per concludere. Al di là dei diffusi sintomi di insofferenza e di qualche sporadico tentativo di ribellione, peraltro circoscritti a quella parte della cittadinanza notoriamente su posizioni reazionarie e avversa ai francesi, la popolazione di Genova diede una straordinaria prova di disciplina e di abnegazione. Non pochi cittadini combatterono accanto ai francesi, molti li aiutarono, li soccorsero, li curarono; razionamenti, divieti, tassazioni, trovarono sostanzialmente il popolo comprensivo e paziente. Il partito del dissenso, tenuto d’occhio dalle autorità, dovette limitarsi a cospirare nell’ombra, senza risultati concreti tranne le limitate gazzarre al momento del cambio della guardia tra repubblicani e imperiali.
I sacrifici fatti dai genovesi si riveleranno purtroppo inutili. Infatti se la Repubblica Ligure continuò a vivere sulla carta, nelle intestazioni dei documenti soprattutto, in effetti non recuperò mai una autentica indipendenza legislativa. Il rapporto con la Francia non era infatti di alleanza, quale voleva sembrare, ma di autentico protettorato. Il ministro Déjean esercitò infatti una continua ingerenza negli affari interni genovesi, ingerenza che faceva scalpitare le personalità meno accomodanti. Troppo poche queste personalità, e troppo ardui gli ostacoli da superare, per frenare la corsa verso quell’annessione che Cristoforo Saliceti attuò con un autentico colpo di mano mascherato di legalità (una legge votata senza il numero legale, un plebiscito organizzato in tre giorni, in cui le astensioni vennero considerate voti favorevoli) nel maggio-giugno 1805. Così Genova cessò di essere la capitale di uno Stato per diventare il capoluogo di una provincia dell’Impero napoleonico. Ma questa è un’altra storia.
Concludendo la nuova fatica, voglio esprimere un affettuoso ringraziamento a mia moglie Maria Rosaria che, come in occasione dei miei precedenti lavori, mi è stata collaboratrice infaticabile e preziosa consigliera.


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