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Genova tra
Massena e Bonaparte
Storia della
Repubblica Ligure - 1800
di Antonino Ronco
Capitolo Primo
«Due secoli l'un contro l'altro armato»
Al suo apparire l’anno 1800 pose subito ai dotti del momento un problema di
collocazione: secolo XVIII o secolo XIX? Ne nacque una disputa che si trascinò
per mesi trasferendosi dalle accademie ai salotti, ai giornali. Se ne fece
portavoce, con ritardo, anche la «Gazzetta nazionale della Liguria» che si
pubblicava a Genova. Il foglio, settimanale – usciva il sabato – dedicò
all’argomento il «fondo» dell’8 febbraio: «Si è fatta sul principio dell’anno –
scriveva l’articolista – la questione se siamo ancora nel secolo decim’ottavo, o
se sia già cominciato il decimonono. Vi sono stati molti – proseguiva – che
malcontenti forse del secolo che suppongono passato si sono voluti gettare nel
nuovo, sulla lusinghiera speranza che il principio del nuovo secolo dovesse far
cangiare d’aspetto alle cose, ed essere il cominciamento d’un avvenire men
sfortunato. La stessa questione si è agitata in Francia e in Inghilterra, ove
parecchi letterati si son dichiarati per quest’ultimo sentimento».
La speranza che l’ingresso nel nuovo secolo segnasse per tutti l’inizio di
un’epoca migliore, che i mali che avevano angustiato la società negli anni
precedenti finissero come d’incanto era ovviamente una pallida illusione.
Nessuno forse si rendeva ancora conto che, secolo XVIII o XIX che fosse, si
apriva un periodo di ben tre lustri, l’«epoca napoleonica», che in fatto di
guerre, di sofferenze, di rivolgimenti avrebbe oscurato ogni ricordo. A tenere a
battesimo quest’epoca memorabile fu, suo malgrado, proprio Genova, chiamata ad
un ruolo di primo piano nei disegni del generale Bonaparte, da pochi mesi Primo
console.
A Genova, al debutto dell’Ottocento, non c’era chi non intravedesse le nubi che
si andavano addensando all’orizzonte europeo. Ma quasi ad approfittare di quella
pausa nell’occhio del ciclone, i liguri si gettarono a capofitto nelle follie di
un carnevale che le cronache del tempo definiscono molto movimentato. La gente
era come assalita da un desiderio di spensieratezza, da una sete di
divertimenti. Secondo i cronisti della «Gazzetta nazionale» a Genova, in quel
periodo, si organizzavano feste un po’ dovunque, dai locali pubblici alle case
private, feste popolari e feste d’élite dove non entravano che invitati di
riguardo. Nel numero di sabato 25 gennaio la «Gazzetta» ironizzava su questa
mania di divertimento e forse per interrompere, con un argomento leggero, le
consuete cronache di guerre, di carestie, di pestilenze, si abbandonava
all’esaltazione delle grazie delle cittadine genovesi che affollavano le feste
più esclusive. «Quivi – scriveva il cronista – cento divinità profumate
d’essenza e coronate di rose, esercitano gli sguardi e gli affetti di mille
adoratori. Quivi le donne ora son Ninfe, ora Sultane, ora Selvagge; ora Minerva,
ora Giunone; ora Dafne ed ora Diana. Gli uomini, per un contrasto singolare,
sono negletti e i loro capelli irti e rabbuffati. La loro aria è fredda e
severa. Si direbbe che pensano alla politica; ma non è vero: non pensano a
niente».
Spinta dall’esempio che veniva dai salotti parigini in cui si affermava quel
sensualismo che avrebbe pervaso gli anni dell’Impero, anche Genova sembrava
affascinata dalle cittadine che non facevano mistero delle loro grazie. Mentre
nella foga di scoprirsi il più possibile molte signore si buscavano malanni
all’uscita dei teatri e dei balli, i giornali soffiavano sul fuoco della
frivolezza reclamizzando componimenti poetici in cui rimatori, anche di un certo
nome, esaltavano il fascino delle genovesi più in vista illustrandone con garbo,
ma non senza malizia, le doti fisiche tanto da sollecitare la curiosità, non
solo letteraria, di un vasto pubblico. Del resto con le stesse «virtù»
abbondantemente svelate, Thérésa Tallien aveva incantato Parigi quando, regina
dei salotti termidoriani, «abbigliata alla greca, gambe e braccia nude, tunica
trasparente, si muoveva per i saloni del Palazzo del Lussemburgo, al braccio di
Barras».
Poesie leggere aveva pubblicato, nell’ultimo scorcio del 1799, Angelo Petracchi,
il quale proprio il 14 dicembre, pochi giorni dopo la fine del governo
costituzionale della Repubblica Ligure, aveva dato alle stampe una raccolta di
versi intitolata Galleria di Ritratti, in cui tesseva le lodi di ventuno
bellezze genovesi tra le quali compariva, nonostante fosse ormai una «bellezza
velata», Luigia Pallavicini, protagonista di un clamoroso fatto di cronaca che
ispirò al Foscolo la notissima ode a lei dedicata. Poiché parlando dell’assedio
di Genova non si può ignorare il nome del Foscolo, e di conseguenza quello della
Pallavicini, sarà il caso di soffermarsi un istante su questi due personaggi. Ma
non prima di aver esaurito il tema della poesia leggera nella Genova primo
Ottocento ricordando Giuseppe Ceroni, amico e commilitone del Foscolo.
Il Ceroni, poco prima che iniziasse l’assedio (marzo 1800) diede alle stampe il
suo Pappagalletto, un «saporitissimo apologo» come lo definisce il
Belgrano in cui, paragonandole a diversi leggiadri uccelli, tesse le lodi di una
ventina di rappresentanti del bel mondo femminile, con poche varianti rispetto
ai nomi citati dal Petracchi. Anche qui infatti compare ancora Luigia
Pallavicini, la cui fama evidentemente non cedeva alla cattiva sorte che il
poeta adombra presentando la bella genovese quale «candida colomba – ch’ha le
piume scomposte e rabbuffate. – Ah, l’infelice d’alto ramo piomba – e ne porta
le tempio insanguinate». Sintesi poetica del grave incidente che aveva
deturpato, per sempre, il volto della giovane marchesa.
Torniamo al Foscolo. Il poeta di Zante era capitato a Genova – assieme a molti
altri profughi – nell’estate del 1799, dopo le vittorie austro-russe che avevano
spazzato via i francesi da tutto il resto d’Italia. Giovane ufficiale, ardente
patriota, soldato e scrittore romantico, Ugo Foscolo aveva trovato a Genova
un’oasi fertile per le sue idee repubblicane e stimoli alla sua ispirazione.
Passioni improvvise e struggenti nostalgie, intessute di patriottico ardore,
accendevano la sua mente tra una battaglia e l’altra suscitando i versi che lo
hanno reso immortale.
L’interesse del poeta per la Pallavicini fu un fatto essenzialmente letterario.
È quasi certo infatti che il Foscolo scrisse la celebre ode basandosi più che
altro sulla fama della bellezza di lei, che conobbe appena di sfuggita e quando
il volto della giovane donna era ormai deturpato. L’incontro, secondo le notizie
più attendibili, avvenne nella grande festa data dal Principe Imperiale di Sant’Angelo
nella sua villa di Campi, in Val Polcevera, nell’ottobre del 1799, per
festeggiare il ritorno di Bonaparte in Francia. A quell’incontro aveva
partecipato l’élite della Genova repubblicana e filofrancese, e tra gli altri,
sembra, il Foscolo e la Pallavicini con i segni dell’incidente occorsole almeno
tre mesi prima e di cui aveva parlato tutta la città.
Luigia Ferrari, questo il suo nome da ragazza, era nata a Genova il 21 gennaio
1772, da Antonio Maria Ferrari, di antica e ragguardevole famiglia di Varese
Ligure, e da Angela Maschio «per nobiltà d’aspetto e di carattere degnissima di
venir comparata alle romane matrone». Luigia era andata sposa, a 17 anni, al
patrizio genovese Domenico Pallavicini, già oltre i quaranta, mercé i buoni
uffici del fratello di quest’ultimo il quale, Preposito della Congregazione
Somasca, s’era recato a Varese Ligure per il quaresimale. Il religioso aveva
facilmente combinato quelle nozze offrendo alla sposa un nome illustre e un
posto di primo piano nella società genovese e al fratello, di cui conosceva le
finanze dissestate, oltre la bellezza di Luigia Ferrari, una solida dote.
Oggi si è portati a diffidare quando si parla di «bellezze» d’altri tempi, e
questo perché ogni epoca esalta un suo particolare modello femminile. È logico
pertanto che anche la fama di Luigia Pallavicini possa suscitare una certa
diffidenza. Ma nonostante sia stato fatto di tutto per ricostruire una immagine
il più fedele possibile di questa ereditiera varesina, non si è potuto andare
molto lontano, giocoforza si devono accettare i «ritratti» che ne danno, in
versi, i poeti del tempo, dal Ceroni, al Petracchi, al Foscolo. Senza
nascondersi tuttavia che la metrica e la rima giocano spesso contro
l’obiettività.
Esauriente sulla bellezza di Luigia Pallavicini ci era parsa, in un primo
momento, la descrizione lasciataci dal Belgrano nelle sue Imbreviature, dopo
aver avuto agio, come afferma, di vedere due ritratti della giovane donna e
parlato con chi l’aveva conosciuta personalmente. Purtroppo è risultato, da un
attento esame, che la descrizione del Belgrano è basata quasi totalmente su un
quadro ad olio, di autore ignoto, esistente nella Galleria civica d’arte moderna
di Nervi; tela che, nell’inventario della raccolta, va sotto il titolo «Ritratto
di Luigia Pallavicini», indicazione che sembra però scarsamente documentata.
Ecco comunque la descrizione del Belgrano: «Svelto ed elegantissimo il taglio
del corpo. La chioma, tra bionda e nera, come la disse il Petracchi, e “a’ nodi
indocile” come notò il poeta di Zante, disposta nella guisa che dicevano alla
Titus, e allacciata appena dalla classica vitta (benda per il capo,
n.d.a.) scende, in due cascate di ricci, sugli omeri opulenti e sul petto, che
una serica veste color nanchino e a tutto scollo, con le risvolte alla
Carmagnola, lascia scorgere a metà coperto da un candido velo. Dagli orecchi
pendono sottili cerchioni d’oro; grandi e glauchi sono gli occhi, il naso
aquilino, la bocca sorridente. Insomma basta uno sguardo a quel viso, perché
s’intenda tutta la verità di questa strofa del Foscolo: Armoniosi accenti –
dal tuo labbro volavano, – E dagli occhi ridenti – Traluceano di Venere – I
disdegni e le paci, – La speme, il pianto, e i baci».
A tutto questo Luigia Pallavicini aggiungeva altre doti più insolite per il suo
tempo. A 28 anni, con una figlia già grandicella, era un’amazzone tanto brava
quanto spericolata, che non esitava neppure di fronte al più focoso purosangue.
E fu indirettamente questa sua passione che, aggiungendo lo stimolo del dramma
al fascino della bellezza, la fece annoverare tra le ispiratrici del Foscolo:
non ci sarebbe mai stata infatti un’ode a Luigia Pallavicini senza la caduta da
cavallo.
Sul finire della primavera del ’99, era giunto a Genova, reduce dalle battaglie
della Pianura Padana, l’aiutante generale Paolo Thiébault che farà parte dello
stato maggiore di Massena e scriverà il Giornale dell’assedio e del blocco di
Genova, assai importante per lo studio di quelle operazioni. Thiébault,
provato dalle dure fatiche della guerra e ammalato, ottenne un periodo di
licenza; nella prospettiva di dover rientrare in Francia, pensò di vendere i due
cavalli che possedeva. «Tra questi – ricorda il generale nelle sue Memorie
– ve n’era uno arabo, bellissimo, che era stato assai notato in Genova e che
avrebbe trovato non poche persone desiderose di acquistarlo. La signora
Pallavicini, una delle più belle donne d’Italia e la migliore delle amazzoni, si
affrettò a chiedermi di poterlo provare. Le scrissi subito che il cavallo era a
sua disposizione, ma che a mio parere, nessuna donna, servendosi di una sella da
signora, sarebbe stata in grado di cavalcarlo perché faceva salti e scarti
continui ed era di una vivacità che non bastavano a calmare nemmeno un dodici o
quindici leghe di cammino. La Pallavicini mi rispose ringraziandomi dei motivi
che mi avevano indotto a scriverle, ma aggiungendo che essa non aveva paura di
nessun cavallo».
Se la marchesa – facendo forza sul suo orgoglio – avesse riflettuto che quel
giudizio veniva da un giovane generale, reduce da una sfortunata campagna e non
certo incline ad esaltare i pericoli di una galoppata, forse il peggio le
sarebbe stato evitato. Invece il consiglio non fu ascoltato.
Così, un giorno d’estate, Luigia Pallavicini fece bardare il morello di
Thiébault con la sua sella da donna che l’obbligava a tenere le gambe dallo
stesso lato e, accompagnata da un gruppetto di cavalieri, uscì dalla città.
Attraverso Sampierdarena e il ponte di Cornigliano si avviò verso ponente, dove
una vasta e ondulata pianura lungo il mare, detta «il deserto di Sestri»,
offriva terreno adatto a provare le qualità di un purosangue. Ma la bestia era
veramente bizzarra: per la prima parte della cavalcata – lungo le strade
cittadine e tra gli orti della Polcevera – parve obbedire, di buon grado, alla
mano della marchesa; ma giunta su un terreno aperto il sangue selvaggio prese il
sopravvento. Il morello si diede dapprima a caracollare, poi a saltare per
disarcionare il cavaliere e quindi, criniera e coda al vento, si lanciò in una
corsa sfrenata. La Pallavicini non si perse d’animo: vedendo che nessun aiuto
poteva venirle dai compagni di cavalcata, rapidamente distanziati, si slacciò,
per prudenza, la cintura che la legava alla sella e cercò di controllare il
cavallo; ma le sue forze non erano adeguate all’impresa. Così, secondo il
racconto del Thiébault, la Pallavicini decise, per evitare rischi peggiori, di
gettarsi a terra. Scelse un tratto di terreno erboso e saltò di sella. Purtroppo
non aveva calcolato bene l’effetto della velocità per cui, anziché sull’erba,
finì con il capo su una roccia.
Un po’ diversa la versione che dell’incidente ci dà il Foscolo nella sua ode.
Forse per esigenze poetiche, descrive con splendide immagini il cavallo che,
nella sua folle corsa, penetra nel mare, poi impaurito s’arresta, torna
indietro, si impenna e scaraventa l’amazzone sulla riva sassosa. A questo
racconto si rifà Belgrano, il quale dice che, tornando verso Genova, il focoso
purosangue non rispose più al morso e si diede a corsa sfrenata. «Invano la
misera – racconta – non potutasi liberare un pié dalla staffa, gridava al
soccorso; ché l’indomito corsiero la trascinava dapprima nel mare, poi tutta
sanguinosa e come morta abbandonavala sulla spiaggia».
Le ferite che la Pallavicini riportò nella caduta furono gravissime, peggiorate
probabilmente dai sistemi di cura del tempo, non certo molto progrediti in fatto
di chirurgia estetica. Il Thiébault nelle citate Memorie si limita a dire
che «ebbe la bocca tagliata in modo tale da rendere necessario che la ferita
venisse ricucita con alcuni punti...». Più particolareggiata la descrizione del
Belgrano: «Fu giocoforza che il capo sfracellato venisse difeso da una calotta
d’argento; e il volto rimase deforme per modo che, a scemare l’orridità degli
scomposti lineamenti, la stessa Luisa vi calò un fitto velo, e serbollo per
tutta la vita, secondo attestano i non pochi che la conobbero e di lei si
rammentano ancora».
Così sfigurata la Pallavicini era già quando il Foscolo la conobbe; in ogni
caso, se fu preso d’amore per lei, prima o dopo la disgrazia, non fu che per
breve tempo. Ben presto infatti rivolse le sue attenzioni a un’altra graziosa
genovese, Annetta Cesena, poi dimenticata per Antonietta Arese, la fanciulla di
Milano cui è dedicata l’ode All’amica risanata. Qualche commentatore
ritenne, erroneamente, questi versi ancora ispirati alla sfortunata marchesa.
Non altrettanto facilmente Luigia dimenticò il poeta, per merito del quale
sarebbe entrata tra le grandi ispiratrici della poesia italiana, unica del
drappello di ninfe che avevano popolato il Saggio e i Ritratti del
Petracchi e il Pappagalletto del Ceroni. La disgrazia non fu peraltro una
remora alla sua vita sentimentale. Morto il marito nel 1805, Luigia si ritrovò
vedova a trentatré anni. A questo punto, se non poteva più vantare le grazie del
volto, certo non le facevano difetto quelle dello spirito; e pare bastassero a
non farla trascurare da più di un ammiratore. Si dice, ma la cosa non è
accertata né chiara, che abbia avuto un burrascoso amore con Tito Manzi,
professore di diritto criminale all’università di Pisa, ingegno fertile e
inquieto, diventato poi uomo di fiducia di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat
a Napoli. Anche dopo il distacco, pare che Manzi conservasse sempre con sé un
ritratto di lei, inserito in un prezioso medaglione, che con una faticosa opera
di convinzione era riuscito a farsi restituire dai briganti che glielo avevano
preso durante un suo viaggio attraverso l’Appennino.
Luigia Ferrari si risposò a 46 anni, il 31 marzo 1818, con Enrico Cesare Stefano
Prier, giunto a Genova nel 1815 come segretario del Consolato di Francia. Le
nozze vennero celebrate nella chiesa nobiliare di San Pancrazio, nei cui
registri si trova la relativa annotazione. Gli sposi continuarono ad abitare nel
palazzo Brignole, ai quattro canti di San Francesco, quindi si trasferirono in
quello dei Gazzo allo Scoglietto, adiacente a villa Rosazza, sopra l’attuale
piazza Di Negro. Qui Luigia Prier, ex marchesa Pallavicini, si spense a 69 anni,
nel 1841. L’atto di morte si legge nel libro dei defunti della parrocchia di San
Teodoro, al foglio 45, n. 178, in data 19 dicembre. Siccome la piccola chiesa di
San Teodoro, che sorgeva proprio sulla riva del mare tra Porta San Tommaso e la
Lanterna, non aveva un cimitero, la salma della defunta fu trasportata nel
santuario di San Francesco da Paola e inumata sotto il pavimento della navata
centrale, alla base della prima colonna di destra.
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